febbraio 07, 2013

ARABIA SAUDITA. “Ana Lama”. Le associazioni femminili saudite insorgono contro l’impunità accordata allo sceicco predicatore, reo confesso di aver seviziato e ucciso la figlioletta di cinque anni




 

Lama era una bimba di cinque anni, figlia di una donna egiziana immigrata in Arabia Saudita da oltre 25 anni e dello sceicco Fayhan al-Ghamdi, predicatore e ospite abituale di trasmissioni tv sull’islam. Dopo il divorzio dei genitori viene affidata al padre.

La storia inizia nel dicembre del 2011 quando la bambina viene trasportata nell’ospedale di Riad col cranio fracassato, le costole rotte, lividi e bruciature su tutto il corpo e segni di stupro. Il 22 ottobre 2012, dopo una lunga agonia, Lama muore. (v. la notizia su mailonline; bbc.news.world-middle-east; arabpress.eu;saudiwoman)





L’assassino, reo confesso, è il padre che  giustifica il suo orrendo crimine affermando che la bimba non era più vergine e di averla voluta punire per il “reato di fornicazione”.

E’una storia orrenda, ma l'orrore non finisce col calvario e con la morte di Lama.  Prosegue di fronte all’impunità del suo carnefice. Lo sceicco e predicatore Fayhan al-Ghamdi viene infatti condannato a soli 4 mesi di prigione e al pagamento di una multa (circa 36.000€) da pagare alla mamma della bambina: il così detto ”prezzo del sangue”.


Non si tratta di un errore giudiziario. Il verdetto non è che l'applicazione della normativa saudita che riconosce al MALE GUARDIAN - l’uomo guardiano-, generalmente un marito e un padre, pieni diritti sulle donne della propria famiglia.

Secondo Suhalia Zainalabdeen, membro della National Society for Human Rights, in tutta la sua carriera c’è stato un solo caso in cui un padre è stato severamente punito per aver torturato ed ucciso sua figlia. Aggiunge che questa indulgenza viene estesa anche a quelli che uccidono le loro mogli. Ha fornito un paio di esempi. Uno in cui un marito ha sgozzato la moglie mentre stava allattando i loro figli ed è stato condannato ad appena 5 anni di carcere. Un altro in cui ha legato la moglie alla sua auto e l’ha trascinata per strada fino ad ucciderla. Ha ottenuto solo 12 anni di prigione.

Un assistente sociale che ha dodici anni di esperienza nel campo ha descritto cosa avviene quando una donna subisce violenza: si rivolge alla polizia che a quel punto chiama la Commission for the Promotion of Virtue and Prevention of Vice (CPVPV) e il male guardian, che nella maggioranza dei casi è proprio l’abusatore. La donna si trova così circondata da poliziotti, religiosi e dal suo abusatore: lo scopo di quell’incontro è di “riconciliare” la donna e il suo guardiano. Se la donna si rifiuta di lasciare la stazione di polizia col suo guardiano, solo a quel punto vengono allertati i servizi sociali e viene offerta protezione alla vittima. Non ci sono casi registrati in cui gli abusatori siano stati condannati per aver abusato delle loro figlie o delle loro mogli. La cosa peggiore che può succedergli è una breve detenzione per un interrogatorio o l’obbligo di firmare una dichiarazione in cui ci si impegna a non commettere più quei reati.



A denunciare l’accaduto e a chiedere diritti e giustizia per le donne saudite sono insorti  i movimenti femminili e in particolare l'associazione delle donne saudite (saudiwoman). La saudita Manal Al-Sharif esponente di spicco dell’associazione ha lanciato su Twitter una campagna a favore di una normativa che criminalizzi la violenza contro donne e bambini con l’hashtag “Ana Lama” (in arabo, “io sono Lama”).

Nessuna nota di protesta è invece arrivata dagli Stati Uniti, la cui battaglia in difesa dei diritti umani si ferma evidentemente alle frontiere dell’Arabia Saudita, suo storico e fedele alleato.


mg

gennaio 27, 2013

ARABIA SAUDITA. "Quote di genere", per la prima volta le donne entrano in politica


Il decreto reale di re Abdullah, pubblicato l’11 gennaio scorso, ha stabilito che d’ora in avanti il 20%  dei 150  componenti della Shura saranno donne. Si tratta di un Consiglio Consultivo  i cui membri sono designati ogni quattro anni dal re. 

L'organismo non ha poteri legislativi ma può solo sottoporre proposte di legge al monarca, che è l'unico ad avere il potere di legiferare. Può inoltre esprimere pareri  su questioni, anche di politica estera, sottoposte dal re, dare interpretazioni delle leggi e  convocare i ministri per avere spiegazioni sulla loro politica.


La forma di governo dell'Arabia Saudita è la monarchia assoluta, governata dai discendenti del sultano del Najd, ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd (Dinastia Saudita) che  nel 1924-1925, con l’appoggio britannico, mosse alla conquista del Hijaz assicurandosi il controllo dei luoghi santi della Mecca, e nel 1927 ottenne dalla Gran Bretagna l’indipendenza del regno (Trattato di Jedda). La scoperta nel 1938 di ingenti giacimenti petroliferi nel Najd,  sfruttati grazie ai capitali e ai tecnici americani, ha reso l’Arabia Saudita il principale produttore di greggio. L’Arabia saudita è ancora oggi il principale alleato mediorientale degli Stati Uniti. Enciclopedia Treccani.it (Dizionario-di-Storia).


Nel paese non esistono elezioni parlamentari né esistono partiti politici. Le leggi fondamentali del Regno si basano su quella islamica, Sharīʿa.  Tuttavia re Abdullah bin Abdul Aziz, definito un cauto progressista, nel 2005 ha  introdotto le elezioni municipali (l'unico tipo di elezioni permesse), e nel settembre del 2011 ha annunciato che le donne (forse) potranno votare e addirittura candidarsi a quelle del 2015 osservarioiraq 



Il vento della primavera araba lambisce l'inaccessibile Arabia Saudita. Nel 2011 un gruppo di 60 intellettuali lanciò una mobilitazione in Rete, per boicottare le elezioni allora in corso, dopo che il Majlis al Shura, l'Assemblea consultiva che propone riforme al re, raccomandò di autorizzare il voto alle donne, ma non di farle candidare alle elezioni locali.

Il 17 giugno 2011 si tenne la prima giornata nazionale di protesta contro il divieto alla guida, capeggiata dalla giovane attivista Manal al-Sharif, fondatrice del movimento “Women to Drive” divenuto poi parte della più ampia iniziativa “My Right to Dignity”.
Il dicembre scorso il  Ministero del Commercio e dell’Industria ha permesso la registrazione all’Ufficio di Gestione dei servizi pubblici di donne saudita.  Anche questo rappresenta un passo avanti in un paese dove sono numerose  le donne imprenditrici con lauree e specializzazioni in ingegneria, business legale e altro, ma a cui non viene data la possibilità di esercitare tali professioni arabpress.eu.

Nel maggio del 2010 il re e il principe Sultan si sono fatti fotografare insieme a quaranta donne partecipanti al National Dialogue Forum, quasi tutte a volto scoperto. Secondo Siraj Wahab, un caporedattore di Arab News, “molte persone dicono che la foto è un messaggio simbolico alla nazione, che è venuto il momento per le donne di essere riconosciute”asianews.

A smuovere le acque stagnanti della società saudita ha contribuito anche la componente femminile della famiglia reale tra cui, in particolare, la giovane figlia del re Adila, nota per il suo impegno per i diritti delle donne contro le violenze domestiche, nonché alcune ricche e potenti donne saudite come l’imprenditrice Khood al Dukheil o Lubna Olayan a capo di una grande banca  unimondo.org

L’ingresso delle donne in politica è un passaggio molto importante in un Paese in cui le donne non possono ancora viaggiare, lavorare o subire interventi medici senza il permesso formale di un maschio di famiglia ed alle quali è vietato guidare l'automobile.

 

Tuttavia Human Rights Watch denuncia che il decreto del re, al di là dell'apertura alle donne, non cambia nulla, in un Paese dove la monarchia assoluta non è stata scalfita dalla Giornata della Collera, duramente repressa e poi messa a tacere con una manovra economica da 15 miliardi di dollari che ha ignorato del tutto la transizione richiesta verso la monarchia costituzionale lettera43.it .







mg

dicembre 31, 2012

LA PRIMAVERA ARABA E' DONNA


Il 17 dicembre 2010 il tunisino Mohammed Bouazizi, venditore ambulante di Sidi Bouzid, si dava fuoco per chiedere dignità e protestare contro la polizia corrotta del dittatore tunisino Ben Ali che gli aveva sequestrato la merce. Quel gesto portò in strada migliaia e migliaia di persone in tutta la Tunisia dando inizio alla cosiddetta Primavera araba, l’insieme di proteste e rivolte che hanno sconvolto il mondo arabo e che in pochi mesi hanno fatto cadere dittature decennali in Egitto, Libia, Yemen e Tunisia. Rivolte dai percorsi accidentati e dagli esiti ancora incerti, strette come sono tra genuine manifestazioni di popolo che chiedono libertà e giustizia e le strategie di potenze straniere. Rivolte sanguinose che ancora proseguono contro i regimi del Bahrain e della Siria.






"Con o senza primavere, è però sul corpo delle donne che si combatte la vera battaglia di libertà. E sebbene ad innescare le rivolte sia stato un uomo - il venditore ambulante Mohamed Bouazizi - la vera rivoluzione sarà sicuramente al femminile". Viaggio nel Maghreb delle donne


Quasi tutte le Rivolte arabe hanno infatti un volto femminile, le grida delle donne si sono alzate nelle piazze del Bahrain, dello Yemen, dell’Egitto, della Libia e della Tunisia. Le donne sono scese a migliaia nelle strade con ruoli diversi e su tutti i fronti: come dottori e infermiere hanno soccorso i feriti, hanno guidato cortei, cantato gli inni e i canti di liberazione, fronteggiato le forze militari, sfidato il coprifuoco imposto dalle autorità, affrontato i gas lacrimogeni, infine sono state arrestate, talvolta violentate e perfino uccise.

Oltre ad essere in prima linea nelle piazze le donne sono diventate anche protagoniste della comunicazione. Tramite l’uso dei nuovi media hanno fornito un apporto fondamentale alla informazione e alla controinformazione.  Le bloggers  hanno rappresentato uno strumento per costruire movimenti, reti di movimenti e chiamare alla mobilitazione in difesa dello Stato di diritto e dei diritti delle donne come paradigma di cambiamento e di risveglio democratico.  Le donne arabe hanno così preso le redini dell’informazione on-line, della gestione dei blog e di Facebook, che hanno reso possibile la diffusione a livello mondiale delle notizie sulla Primavera araba, in chiave pienamente femminile.



Estremamente significativa è l’iniziativa che quattro attiviste arabe, Diala Haidar e Yalda Younes (libanesi), Farah Barqawi (palestinese) e Sally Zohney (egiziana), hanno lanciato il primo ottobre 2011 aprendo su Facebook la pagina The uprising of women in the Arab worldcon cui si prefiggono di far conoscere “la rivolta delle donne arabe” e i problemi che queste devono affrontare nei loro Paesi ancora soggiogati dal potere degli uomini. Seguendo lo slogan “Together for fearless, free & independent women in the arab world”, le blogger invitano le persone a inviare una propria foto realizzata tenendo in mano un cartello con il messaggio “Io sono con la rivolta delle donne del mondo arabo perché…” per comunicare e diffondere il proprio sostegno alla loro lotta.


Sono davvero tante le avanguardie dell’attivismo femminile diventate motore di cambiamento per l’intera società araba, tra queste vanno ricordate:



Asmaa Mahfouz - Egitto




E' la giovane donna che ha favorito l'inizio della rivoluzione in Egitto. In prima linea all’interno del movimento giovanile egiziano, di fronte alla fortissima repressione del regime nei confronti della stampa decise di utilizzare le piattaforme multimediali di Facebook, Twitter e Youtube per sostenere le manifestazioni di protesta del suo paese, facendole conoscere così anche al mondo occidentale e spiegandone le ragioni censurate dal regime. In un video diffuso alla vigilia della rivoluzione, Asmaa chiamava alla mobilitazione popolare con queste parole: This is a summary what Ms. Asma Mahfouz is saying on "I'm making this video to give you one simple message. We want to go down to Tahrir Square on January 25 . If we still have honor and we want to live in dignity on this land, we have to go down on January 25… Whoever says it's not worth it because there will only be a handful of people, I want to tell him you are the reason behind this, and you are a traitor just like the president or any security cop who beats us in the streets. Your presence with us will make a difference, a big difference! ""Sto facendo questo video per darvi un messaggio semplice. Vogliamo scendere in piazza Tahrir il 25 gennaio. Se abbiamo ancora l'onore e vogliamo vivere in dignità su questa terra, dobbiamo andare in piazza, il 25 gennaio ... A chi dice che non ne vale la pena perché ci sarà solo una manciata di persone, voglio dirgli: tu sei la causa di ciò, tu sei un traditore, proprio come il presidente o un poliziotto della sicurezza che ci batte per le strade. La tua presenza con noi può fare la differenza, una grande differenza! " www.asmamahfouz.com




Israa Abdel Fattah - Egitto
Attivista e blogger è stata tra i fondatori del Movimento 6 aprile che riunisce giovani contestatori del regime di Mubarak. Un movimento nato su Facebook, ma che è presto passato dalla realtà virtuale alla strada attraverso continui appelli alla mobilitazione popolare. Invitata alla VII Assemblea per la democrazia (14-17 ottobre 2012) tenutasi in Perù ha così evidenziato gli obiettivi per raggiungere una vera democrazia in Egitto. "Abbiamo bisogno di una Costituzione per tutti gli egiziani che rappresenti la diversità del nostro paese, abbiamo bisogno, attraverso di essa, di avere la vera libertà e la democrazia per tutti e che la gente conosca il valore di questa costituzione”. Attualmente Israa continua la sua lotta in difesa dei diritti delle donne e afferma: “Purtroppo i diritti delle donne non sono contemplati nella costituzione attuale per cui dobbiamo continuare a lavorare a questo scopo, abbiamo bisogno di cambiare le mentalità, migliorare l’educazione e i mezzi di comunicazione” 

Bothaina Kamel - Egitto
Giornalista televisiva Il suo è un volto molto noto in Egitto, è stata per anni la presentatrice di uno dei tg più seguiti ma ha subito varie censure per la sua continua opposizione al regime di Mubarak. Si è candidata alla  presidenza dell'Egitto del dopo Mubarak ciò che ha suscitato molte polemiche da parte dell'opinione pubblica, ma lei motiva la sua scelta “Penso che la mia candidatura non sia assolutamente una provocazione, è tempo per le donne di mirare anche alle cariche più alte e dunque alla presidenza.”


Lina Ben Mhenni - Tunisia
con il suo blog Tunisian girl (da cui è nato un libro edito in Italia) ha denunciato abusi, contestato prepotenze e coordinato azioni di protesta fino a conquistarsi un ruolo di pericolosa dissidente già a 27 anni. Il suo attivismo sul web l'ha portata alla nomina a Premio Nobel per la Pace.

Le donne Tunisine sono state in prima linea nella battaglia, poi vinta, contro la riforma della costituzione proposta dall’ala fondamentalista del partito islamico-conservatore al governo, Ennahda, che stabiliva il principio di "complementarietà" della donna rispetto all’uomo pretendendo in tal modo di cancellare l'impianto normativo esistente nella legislazione tunisina fondato sulla parità di genere e di cui la Tunisia vanta un primato nel mondo arabo fin dall’epoca di Habib Bourguiba.

 
Tawakkol Karman – Yemen
Nel 2011 ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per “la sua battaglia non violenta per la sicurezza delle donne e per il loro diritto a partecipare alla costruzione della pace”. Durante le sommosse popolari nello Yemen Tawakkul Karman ha organizzato raduni di studenti nella capitale yemenita, ha guidato gli scontri  contro il dittatore ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ (poi dimessosi il 27.02.2012) ed è stata più volte arrestata. E’ tra le componenti di spicco del partito di opposizione Al-Islah (Congregazione Yemenita per la Riforma, affiliata ai Fratelli musulmani, e che dal 2002 fa parte dei Joint Meeting Parties, coalizione formata da partiti di opposizione, tra cui il Partito Socialista Yemenita e altri tre minori, per chiedere riforme, meno corruzione, e un governo più democratico). Nel 2005 ha creato il gruppo Ṣaḥafiyyāt bilā quyūd (Giornaliste senza catene) per difendere in prima istanza la libertà di pensiero e d'espressione.


 
Razan ZaitounehSiria
vincitrice del prestigioso Premio Anna Politkovskaya 2011, istituito nel 2007 dall'organizzazione RAR in WAR (Reach All Women in War) e destinato a una difensora dei diritti umani impegnata dalla parte delle vittime nelle zone di conflitto. Zaitouneh, 34 anni, giornalista e avvocata impegnata in favore dei diritti umani dal 2001, è stata tra le protagoniste delle prime manifestazioni contro il governo siriano prima di essere costretta a entrare in clandestinità per evitare l'arresto e la tortura. Ha monitorato e denunciato, per conto dei Comitati di coordinamento locali, le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di sicurezza siriane. Suo marito, Wa'el Hammada, è stato arrestato il 30 aprile 2011 ed è stato rilasciato il 1° agosto successivo dopo mesi di torture, in attesa del processo.

Razan Gazzawi - Siria
dal 2009, anima il blog razaniyyat e dalle pagine del suo blog ha più volte denunciato la repressione nel suo paese ad opera del governo siriano. Più volte arrestata oggi è costretta a nascondersi, mentre il marito e il fratello minore sono stati arrestati.








Nasrin Sotoudeh - Iran
avvocata, combatte da sempre contro le ingiustizie del regime del suo Paese, difendendo politici dell’opposizione e attivisti incarcerati, nonché i condannati a morte e le donne ingiustamente detenute. Dal 2010 è in carcere per scontare una condanna di 6 anni con l’accusa di propaganda contro il sistema e cospirazione volta a minare la sicurezza dello Stato. Recentemente è stata ricordata dalle cronache internazionali per lo sciopero della fame che ha iniziato dopo che le è stato imposto di poter vedere i propri figli solo dietro una vetrata. Firma l'appello di Amnesty International

                                                 

Amina Megheirbi – Libia
Eletta in parlamento alle ultime elezioni con The National Force Alliance è una delle le donne impegnate oggi in politica che la Libia ha visto crescere in modo esponenziale dopo la caduta del regime di Gheddafi. I seggi conquistati in parlamento dalle donne sono stati il 16,5%, un risultato straordinario se si considera l’eredità del regime durato più di 40 anni durante i quali le donne hanno sperimentato un grande isolamento e un ruolo di esclusione. Amina è professora associata presso l’Università di Bengasi, ha co-fondato il Centro Libico per la Democrazia e lo Stato di Diritto ed è membro della Piattaforma delle Donne Libiche per la Pace (LWPP) e del movimento Voce delle Donne Libiche VLW

mg




novembre 30, 2012

PALESTINA. Storico ingresso alle Nazioni Unite. Prime riflessioni




Una decisione storica e densa di importanti conseguenze sul piano della politica e del diritto  internazionale quella con cui l’Assemblea Generale ha votato ieri l’ammissione alle Nazioni Unite della Palestina come Stato osservatore approvando il progetto di risoluzione che le era stato presentato da numerosi Stati, per lo più facenti parte del così detto sud del mondo (Afghanistan, Algeria, Argentina, Bahrain, Bangladesh, Bolivia, Brazil, Brunei Darussalam, Chile, China, Comoros, Cuba, Democratic People’s Republic of Korea, Djibouti, Ecuador, Egypt, Guinea-Bissau, Guyana, Iceland, India, Indonesia, Iraq, Jordan, Kazakhstan, Kenya, Kuwait, Lao People’s Democratic Republic, Lebanon, Libya, Madagascar, Malaysia, Maldives, Mali, Mauritania, Morocco, Namibia, Nicaragua, Nigeria, Oman, Pakistan, Peru, Qatar, Saint Vincent and the Grenadines, Saudi Arabia, Senegal, Seychelles, Sierra Leone, Somalia, South Africa, Sudan, Tajikistan, Tunisia, Turkey, United Arab Emirates, Uruguay, Venezuela (Bolivarian Republic of), Yemen, Zimbabwe and Palestine).

Schiacciante la maggioranza dei paesi che hanno votato a favore. Stati Uniti e Israele isolati.

La risoluzione (A/RES/67/19) è stata adottata con una schiacciante maggioranza: 138 gli Stati (asiatici, africani, sudamericani, europei) che hanno votato a favore su 193 facenti parte dell’ONU, tra questi 15 paesi dell’Unione Europea a 27, tra cui i paesi rivieraschi di Italia, Francia e Spagna; contrari solo 9 Stati (Stati Uniti, Israele, Canada, Repubblica Ceca, Isole Marshall, gli Stati federati di Micronesia, Nauru, Panama, Palau); 41 gli astenuti tra cui Germania e Gran Bretagna (vedi nel dettaglio i risultati delle votazioni). Ciò mette in luce un cambiamento dei rapporti di forza nella politica internazionale dopo la fine delle dittature neo-coloniali spazzate via delle rivoluzioni arabe, e dopo l’affacciarsi in tutto il Sudamerica di nuove formazioni politiche che si sono affrancate dallo storico predominio nordamericano.


Perché semplice Stato osservatore e non Stato membro a pieno titolo?

Poiché ai sensi dell’art. 4 della Carta istitutiva delle Nazioni Unite l’ammissione di uno Stato come membro da parte dell’Assemblea Generale avviene solo su proposta del Consiglio di Sicurezza, presupposto quest’ultimo per il momento non realizzabile stante la posizione assunta dagli Stati Uniti che oggi hanno votato contro la risoluzione e che nel Consiglio di Sicurezza vantano (insieme a Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, cioè le cinque potenze uscite vincitrici della seconda guerra mondiale), come è noto, il diritto di veto.
Peraltro, nella risoluzione approvata oggi l’Assemblea Generale esprime l'auspicio che il Consiglio di Sicurezza voglia considerare favorevolmente la domanda già presentata da parte dello Stato della Palestina per l'ammissione come membro a pieno titolo delle Nazioni Unite (vedi sotto il punto 3)




Importante il contenuto della risoluzione: Palestina Stato indipendente e sovrano, Israele paese occupante.

Il testo della risoluzione contiene affermazioni di notevole importanza sul piano del diritto internazionale anche per le conseguenze che ne possono scaturire: riconosce la Palestina come Stato indipendente e sovrano, ribadisce il suo diritto all’integrità territoriale, qualifica Israele come paese occupante e sottolinea la necessità che quest’ultima si ritiri dai territori occupati e cessi tutte le attività di colonizzazione.
Questi al riguardo i punti salienti della risoluzione (v. il testo integrale in inglese e spagnolo)
“L’Assemblea Generale
(…omissis)
·         Riaffermando il principio, sancito dalla Carta, della inammissibilità dell'acquisizione di territori con la forza;
·         Riaffermando anche le sue risoluzioni 43/176 del 15 dicembre 1988 e 66/17 del 30 novembre 2011 e tutte le risoluzioni pertinenti in merito alla soluzione pacifica della questione palestinese le quali, tra l'altro, sottolineano la necessità del ritiro di Israele dai territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, la realizzazione dei diritti inalienabili del popolo palestinese, in primo luogo il diritto all'autodeterminazione e il diritto al suo Stato indipendente, una giusta soluzione del problema dei profughi palestinesi in conformità con la risoluzione 194 ( III) dell'11 dicembre 1948 e la completa cessazione di tutte le attività di colonizzazione israeliana nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est;
·         Ribadendo la sua risoluzione 58/292 del 6 maggio 2004, affermando, tra l'altro, che lo stato del territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, rimane uno stato di occupazione militare e che, in conformità del diritto internazionale e delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, il popolo palestinese ha diritto all'autodeterminazione e alla sovranità sul suo territorio;
(…omissis)
1.      Ribadisce il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione e all'indipendenza nel suo Stato di Palestina nel territorio palestinese occupato dal 1967;
2.      Decide di accordare alla Palestina lo status di Stato osservatore non membro presso le Nazioni Unite, fatti salvi i diritti acquisiti, i privilegi e il ruolo dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina nelle Nazioni Unite in qualità di rappresentante del popolo palestinese, in conformità delle pertinenti risoluzioni ;
3.      Esprime l'auspicio che il Consiglio di Sicurezza voglia considerare favorevolmente la domanda presentata il 23 settembre 2011 da parte dello Stato della Palestina per l'ammissione a pieno titolo delle Nazioni Unite.
4.      Afferma la sua determinazione a contribuire alla realizzazione dei diritti inalienabili del popolo palestinese e al raggiungimento di una soluzione pacifica in Medio Oriente che ponga fine all'occupazione iniziata nel 1967 e che renda possibile la visione di due Stati: con uno Stato di Palestina indipendente, sovrano, democratico, transitabile e contiguo che coesista in pace e sicurezza la fianco di Israele sulla base dei confini precedenti al 1967;
5.      (…omissis)
6.      Esorta tutti gli Stati, le agenzie specializzate e le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite a continuare a sostenere ed aiutare il popolo palestinese nella realizzazione iniziale del suo diritto all'autodeterminazione;
7.      (…omissis)”

Le conseguenze del riconoscimento della Palestina come Stato e della sua ammissione all’ONU  sul piano del diritto internazionale (Tratto da El Pais).

Tra tutte le conseguenze la più importante è la possibilità per l'Autorità palestinese di deferire Israele al Tribunale Penale Internazionale per presunto genocidio, crimini di guerra o crimini contro l'umanità commessi dalle autorità israeliane.
Il "trasferimento da parte di una potenza occupante di parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa" è definito p.es. come un crimine di guerra. Ciò che Israele potrebbe aver commesso creando insediamenti ebraici in Cisgiordania e anche nel settore orientale e arabo di Gerusalemme.
Tre anni fa l'Autorità Palestinese chiese al Tribunale Penale Internazionale di aprire un’ inchiesta per  presunti crimini di guerra commessi da Israele durante la sua offensiva militare Piombo Fuso a Gaza (2008-2009), ma il procuratore sostenne che prima di prendere in considerazione la richiesta gli organismi competenti dell'ONU avrebbero dovuto determinare se la Palestina era uno Stato.
Se si confermasse che il presidente palestinese Yasser Arafat è stato avvelenato, lo Stato palestinese potrebbe chiedere al procuratore del Tribunale Penale Internazionale di aprire un'inchiesta sull'assassinio. Il corpo di Arafat, morto nel 2004, è stato appena riesumato a Ramallah (Cisgiordania).
Con il voto odierno la Palestina non può votare all'Assemblea Generale e presentare candidati per gli uffici delle Nazioni Unite, tuttavia può aderire alle principali convenzioni internazionali e aderire alle agenzie delle Nazioni Unite, come la FAO, l'Organizzazione internazionale del lavoro l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, l'Organizzazione Mondiale della Sanità e così via
Il fatto di votare a favore della Palestina e di riconoscerla come Stato implica, per paesi come ad. es. la Spagna, la Francia o l'Italia, la posssibilità di aprire relazioni diplomatiche col nuovo Stato, trasformare in Ambasciate le delegazioni tuttora esistenti e riconoscere i passaporti rilasciati dall’autorità palestinese.

mg


PALESTINA. Capire la questione palestinese, pagina nera del colonialismo





“Nei primi decenni del secolo scorso inglesi e francesi erano i padroni indiscussi del Medio Oriente. Stati come la Siria e il Libano sono nati sotto l'egida coloniale francese mentre l'Iraq, la Palestina e la Giordania sono stati letteralmente creati dalla Gran Bretagna e sottoposti al suo controllo grazie all'istituto giuridico del 'mandato', lo strumento di legalizzazione del colonialismo inventato dalla Società delle Nazioni. Da loro dipendeva la definizione dei confini degli Stati, la designazione dei leader e delle élite poste ai vertici del potere statale, la modellazione dei regimi politici, con la preferenza normalmente accordata alla monarchie ereditarie. Inglesi e francesi decidevano, con il consenso degli Stati Uniti, sulla allocazione delle risorse naturali della regione, in particolare delle riserve petrolifere che allora cominciavano ad essere scoperte nel Golfo Persico e nel distretto settentrionale iracheno di Mosul. La forza delle due potenze coloniali era tale che anche i governi dei paesi formalmente indipendenti - la Turchia, l'Egitto, la Persia - erano costretti a riconoscere i nuovi confini statali e ad accettare il nuovo ordine mandatario” (così Danilo Zolo, Le radici coloniali del medio oriente).

Alla fine della prima guerra mondiale i territori arabi appartenenti all’Impero Ottomano, uscito sconfitto dalla guerra, furono suddivisi tra Francia e Gran Bretagna mediante il sistema dei mandati istituito dalla Società delle Nazioni. La Palestina fu affidata alla Gran Bretagna (Accordo di Sykes-Picot 1916 ). Il mandato britannico durò dal 1920 al 1948.

Dopo la seconda guerra mondiale, il 29 novembre del 1947, l'Assemblea Generale delle neonate Nazioni Unite (26 giugno 1945) che contavano allora solo 56 stati membri, stabiliva la cessazione del mandato britannico sulla Palestina e adottava la risoluzione n.181 con cui veniva approvato un piano di spartizione del territorio palestinese tra uno stato ebraico (56% del territorio) e uno stato arabo (43%). Dopo aver progettato di costituire la sede dello stato ebraico in Argentina, in Sudafrica o a Cipro la scelta cadde sulla Palestina, in quanto, si disse (Israel Zangwill), “era una terra senza popolo per un popolo senza terra”.

In realtà non era così. In quel momento in Palestina era presente infatti una popolazione autoctona di circa un milione e mezzo di persone, mentre gli ebrei, nonostante l’imponente flusso migratorio del dopoguerra, superavano di poco il mezzo milione. E così, mentre nel territorio assegnato allo Stato arabo gli ebrei erano quasi del tutto assenti, in quello attribuito allo Stato ebraico gli arabi costituivano la metà della popolazione totale e possedevano ancora la maggior parte della terra. Il piano venne quindi  respinto dai paesi arabi come una violazione del principio di autodeterminazione dei popoli sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e diede subito inizio ai conflitti che tuttora persistono, conflitti durante i quali avvenne la graduale erosione anche di quella parte di territorio che era stato assegnato alla popolazione araba dalla risoluzione n.181 da parte delle forze militari dell’autoproclamatosi Stato di Israele (14 maggio 1948), assai meglio armate e equipaggiate.

Durante la guerra arabo-israeliana del 1948 le forze israeliane occuparono ampie zone del previsto Stato arabo. Israele passò così dal 56% dei territori  che le erano stati assegnati dalla risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al 78%. La maggior parte della popolazione araba della Palestina fu trasformata dal conflitto in una massa di profughi: su quasi 900.000 arabi che nel 1947 risiedevano nell'area poi acquisita da Israele, circa 750.000 furono costretti alla fuga, trovando poi rifugio in Cisgiordania, a Gaza e nei paesi vicini.

A conclusione della così detta "guerra dei sei giorni" del 1967, Israele occupò anche il restante 22% del territorio palestinese, annettendosi  illegalmente Gerusalemme-est e imponendo un regime di occupazione militare agli oltre due milioni di abitanti della striscia di Gaza e della Cisgiordania. Il tutto accompagnato dalla sistematica espropriazione delle terre, dalla demolizione di migliaia di case palestinesi, dalla cancellazione di interi villaggi e dall’insediamento di innumerevoli colonie.

Come è noto, complessivamente non meno di 300 mila coloni israeliani oggi risiedono nei territori occupati, in residenze militarmente blindate, collegate fra loro e con il territorio dello Stato israeliano attraverso una rete di strade (le famigerate by-pass routes) interdette ai palestinesi e che frammentano e lacerano ulteriormente ciò che rimane della loro patria.

A tutto questo si aggiunge la costruzione del 'muro illegale' in Cisgiordania, destinato a concentrare la popolazione palestinese in aree territoriali frammentate e dislocate, a rendere irreversibile l'insediamento coloniale realizzato da Israele in territorio palestinese e ad appropriarsi di nuove terre e riserve d'acqua.




Le Nazioni Unite hanno ripetutamente statuito l'illegittimità delle azioni compiute da Israele come contrarie al diritto internazionale guarda l'elenco 
In particolare, con la risoluzione n.242 del 22 novembre 1967, il Consiglio di Sicurezza, in base al principio secondo cui l’acquisizione di territori attraverso la guerra va ritenuto inammissibile dalla comunità internazionale richiedeva a Israele il ritiro dai territori occupati nella guerra dei sei giorni del 1967.
Il 9 luglio 2004, la Corte Internazionale di Giustizia, in risposta al parere che gli era stato sottoposto dall'Assemblea Generale, affermava che: « L'edificazione del Muro che Israele, potenza occupante, è in procinto di costruire nel territorio palestinese occupato, ivi compreso l'interno e intorno a Gerusalemme Est, e il regime che gli è associato, sono contrari al diritto internazionale».
Il 20 luglio 2004, l'Assemblea Generale, dopo aver preso atto del parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia adottava la risoluzione ES-10/15 con cui «esige che Israele, potenza occupante, rispetti i suoi obblighi giuridici come essi sono enunciati nel parere consultivo».
Israele, in dispregio agli ordini di giustizia, non ha mai ottemperato alle risoluzioni adottate nei suoi confronti dagli organi che la comunità internazionale, di cui fa parte, ha istituito per garantire la pace e il rispetto delle norme internazionali.

mg