novembre 30, 2013

MALI. Le verità della guerra


Sono trascorsi più di dieci mesi dall'inizio di questa guerra "umanitaria" e a causa di un inquietante blackout dell'informazione poco si sa su che cosa sta succedendo sul campo di battaglia, salvo che ha già prodotto morte, centinaia di migliaia i profughi e aggravato le condizioni di vita miserabili del popolo maliano nonché  dei paesi vicini costretti ad accogliere i rifugiati, in particolare la Mauritania.






La barbara uccisione di due giornalisti francesi, Ghislaine Dupont e Claude Verlon, avvenuta il 2 Novembre scorso nel Nord del paese, ha riportato per un momento l’interesse dei media su questa guerra in cui la verità pare destinata a restare nascosta e il diritto all'informazione sconfitto.

AFRICANISTAN

Iniziata unilateralmente dalla Francia l’11 gennaio scorso con l’operazione Serval la guerra aveva ufficialmente l’obiettivo “umanitario” di rispondere alla richiesta di intervento da parte del Governo del Mali (governo peraltro provvisorio a seguito del colpo di stato militare del marzo 2012) per far fronte alla possibile avanzata di gruppi islamici operanti nel nord del paese che avevano preso il controllo dell’Azawad, regione dichiarata indipendente nell’aprile del 2012  dal movimento indipendentista MNLA (Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad) dei Tuareg. Un gruppo etnico di origine berbera che costituisce il 6% della popolazione del Mali e che da anni si batte per ottenere condizioni di vita più degne e contro l’impatto devastante per l’ambiente causato dall’estrazione di Uranio nella regione. 
Di fatto l’Azawad in cui operano tali gruppi è una regione strategica ed estremamente importante per la Francia in quanto situata a nord del paese in prossimità di Arlit, città del Niger in cui opera la società francese AREVA per l’estrazione dell’Uranio, minerale da cui dipende la produzione dell’energia nucleare così come il programma di armamenti nucleari francesi.
Peraltro così giustificava la necessità dell'intervento militare l’economista e banchiere francese Jacques Attali in un articolo del maggio del 2012: “Non possiamo essere indifferenti davanti alla catastrofe umanitaria che si annuncia... perché questa regione può diventare un avamposto per la formazione di terroristi e kamikaze che presto cominceranno ad aggredire gli interessi occidentali, sia nella regione, sia, servendosi di numerosi canali di accesso, in Europa. Per ora sono poche centinaia: ma se non si interviene, saranno presto diverse migliaia, convenuti dal Pakistan, dall'Indonesia e dall'America Latina. E i giacimenti di uranio del Niger, essenziali alla Francia, sono lì a due passi». 

Un intervento quindi quello della Francia che sembra ricalcare le orme dell’azione internazionale che l'aveva vista in prima fila in Libia nel 2011 a difendere i suoi interessi neo-coloniali con la cosiddetta “Françafrique”. Del resto la guerra in Libia, o almeno il suo epilogo, costituisce l’antefatto di questa guerra per il peso e gli stretti legami che il governo libico (Gheddafi) aveva con i paesi subsahariani e con gli stessi gruppi ribelli e per le conseguenze che la destabilizzazione del paese, una volta concluso il conflitto, ha prodotto sul Mali, da considerarsi "vittima collaterale del conflitto libico" (così Aminata Traoré). Di fatto poi gli arsenali del conflitto libico divenuti privi di controllo hanno finito per armare i gruppi contro cui questa guerra viene condotta.

Presentata inizialmente come “guerra lampo”, per l’importanza degli equilibri geopolitici e degli interessi commerciali che sono in gioco (l’intera regione che abbraccia il nord del Mali, Mauritania e Niger è stata definita un nuovo eldorado) non solo sembra destinata a durate ancora a lungo ma minaccia di ampliare il suo raggio di azione ben al di là dei confini del Mali, tanto che si parla di Africanistan.

Ciò sembra trovare conferma nell’adozione da parte dell’ONU nello scorso luglio di una tra le più importanti missioni di “peacekeeping” (MINUSMA) con la messa in campo di circa 12.000 uomini.
 La Francia, da parte sua, dopo aver comunicato per ben due volte il ritiro delle proprie truppe ha infine deciso di lasciare sul campo un contingente “su base permanente” come ha dichiarato il 5 aprile scorso Laurent Fabius, Ministro degli Esteri.


LE RADICI DEL CONFLITTO E IL LEGAME
CON LE CAUSE DI IMPOVERIMENTO DELL'AFRICA

Una popolazione di poveri nel "nuovo eldorado" saccheggiato da potenze straniere"

La compagnia petrolifera francese Total, ha definito la regione compresa tra Mauritania, Niger e Mali come un nuovo “Eldorado” per  la grande ricchezza del suo sottosuolo. La regione è  un importante snodo di passaggio di gas e petrolio; il Niger è quarto produttore mondiale di Uranio e la presenza di oro porta il Mali ad essere il terzo produttore africano e undicesimo mondiale. Una parte di Africa quindi dove si giocano grandi interessi occidentali e che, negli ultimi anni, è diventata anche di grande interesse economico di altre potenze, in particolare della Cina.
Ben poco di tali ricchezze arrivano però alla popolazione. Il Mali è alla 182° posizione su 186 paesi nell’ Indice dello Sviluppo Umano UNPD del 2013.

Le statistiche più recenti indicano che le donne mettono al mondo 6,5 figli, di cui uno su sei muore  prima di arrivare all’età di 6 anni; la morte per parto colpisce una donna su 200; 9 case su 10 non hanno elettricità, 19 su 20 non hanno la rete fognaria; tre quarti dei bambini che hanno più di  7 anni non frequentano la scuola.  Nell’ultimo decennio c’è stato un incremento continuo della disuguaglianza sociale, di quella regionale (le famiglie  di Gao, Timbuktu e Kidal della regione di Azawad) hanno la metà del reddito di quelle di Bamako) e della  crescita del numero di poveri.

"La miseria morale e materiale di giovani diplomati, di contadini, di allevatori e di altri gruppi vulnerabili costituisce il vero fermento di rivolte e ribellioni" (così Aminata Traoré)

  
Cittadini del grande Impero africano del Mali (dal XIII al XVII secolo) i maliani sono stati vittime del traffico di schiavi che ha alimentato le economie degli Europei nelle Americhe e per circa un secolo (1864-1960) sono stati sudditi dell'impero coloniale francese.

Paul Vigné d'Octon, medico della Marina che accompagnò nel 1898 una colonna di fanteria incaricata di consolidare il controllo francese sulla regione ha lasciato questo resoconto della presa di Sikasso (a sud est della capitale Bamako): “Tutti vengono catturati o uccisi. Tutti i prigionieri, circa 4.000 sono ammassati come in un gregge. […] Ogni europeo riceveva una donna che sceglieva […]. Sulla strada del ritorno, abbiamo fatto tappe di 40. km con i prigionieri. I bambini e tutti coloro che si stancano vengono uccisi con i calci dei fucili e con le baionette”.


Le conseguenze disastrose dei piani di aggiustamento strutturale

I programmi di aggiustamento strutturale (SAP) sono quei cambiamenti delle politiche economiche nazionali che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale impongono ai  paesi in via di sviluppo come condizione per ricevere finanziamenti o per ottenere tassi d'interesse inferiori sui finanziamenti in essere.
Una politica comunemente richiesta negli aggiustamenti strutturali riguarda la privatizzazione delle industrie e delle risorse di proprietà statale. Apparentemente, questa politica mira a incrementare l'efficienza e gli investimenti, nonché a diminuire la spesa pubblica. 
Si tratta di politiche che comportano, in nome della libertà di mercato e al fine di stimolare l'iniziativa e l'imprenditorialità, una drastica riduzione delle spese sociali e lo smantellamento delle industrie statali. Quasi ovunque vengono abbandonati gli esperimenti di collettivismo o di ''deconnessione'' dal mercato e si arriva quindi a uno sviluppo che finisce per rafforzare i vincoli con il Nord.

I critici (autorevoli come Joseph Stiglitzeconomista statunitense già Senior Vice President e Chief Economist della Banca Mondiale) hanno condannato le richieste di privatizzazione. Quando le risorse vengono trasferite a società straniere e/o a élite nazionali, l'obiettivo della pubblica prosperità è infatti rimpiazzato con l'obiettivo dell'accumulazione privata. Inoltre, le imprese di proprietà statale possono anche avere bilanci in perdita perché assolvono un ruolo sociale più ampio, come la fornitura di servizi pubblici capaci di garantire lo sviluppo socio economico delle fasce più deboli della popolazione e, quindi, in prospettiva, la crescita economica dell’intero paese. 

Di fatto i piani di aggiustamento strutturale hanno avuto conseguenze disastrose per il Mali, traducendosi nella privatizzazione massiccia delle aziende del paese a beneficio delle imprese multinazionali, in prima linea quelle francesi, e nel graduale impoverimento del paese. Ciò  ha fatto aumentare in modo esponenziale il peso del debito estero che gli aiuti finanziari dovevano invece ridurre.

Il debito estero che nel 1968 era di 55 miliardi Fcfa (vecchi franchi) nel 2005 era già salito a 1.766 miliardi.
mg


 

ottobre 10, 2013

PAKISTAN. "Burka Avenger", la giustiziera in burka che difende i diritti delle donne



La maggior parte dei supereroi indossano mantelli e maschere per nascondere la loro identità. Ma che dire del burka?
Una nuova serie di cartoni animati in Pakistan ha come protagonista una donna che indossa il burka per diventare “Burka Avenger”, ovvero una giustiziera che difende i diritti delle donne.





Burka Avenger è un progetto del pakistano pop star Haroon
Vi proponiamo l’intervista che Haroon ha rilasciato alla CNN
"Il progetto è nato nel 2010 quando lessi molti articoli su scuole femminili che venivano chiuse dagli estremisti”.
"Quando si vive in Pakistan ci si incappa in questi problemi in continuazione. Poi, quando crei l'arte, la musica o qualsiasi altra cosa come una serie di cartoni animati, desideri incorporare messaggi sociali".
Insegnante di giorno, di notte Burqa Avenger utilizza un velo speciale per proteggere le scuole femminili e combattere i cattivi che cercano di chiuderle.
"Burka Avenger di nome Jiya, è una ragazza orfana adottata da un maestro Kabbadi, che è un maestro nell'arte marziale mistica, chiamata Takht Kabbadi: arte del combattimento con i libri e le penne. Dà il messaggio dell'importanza dell’istruzione e che la penna è più potente della spada ", dice Haroon.
“Il burka è un capo controverso. Per alcuni, è un simbolo di oppressione, per altri è un simbolo di libertà dal sessismo, in quanto impedisce che una donna sia vista semplicemente come un oggetto sessuale. Poiché il burka le copre il corpo, la donna è vista come un essere umano non come un oggetto del desiderio”.
"Lei non indossa il burka perché è oppressa. Lei sceglie di vestire il burka per nascondere la propria identità così come i supereroi Batman o Catwoman indossano i loro costumi".
“I talebani hanno sequestrato la religione” dice Haroon “e la usano per la loro propaganda.
“Quando sono venuti a Swat, nel 2007, bruciarono e attaccarono con esplosivi le scuole dei bambini. Questa brutale campagna è stata fermata da un'operazione militare nel 2008 e nel 2009, ma anni dopo, nel 2012, hanno effettuato un attacco che ha sconvolto il mondo: hanno sparato a Malala Yousufzai”.
Haroon afferma che ha scelto il burka anche per combattere coloro che ritengono che rivendicare l’istruzione femminile sia anti-islamico. "Con indosso un burka , dimostra che è una musulmana e una eroina. Difende le cose buone del vero Islam, i valori islamici, che sono l'uguaglianza, i diritti delle donne, l'educazione e la pace. Non l'Islam sequestrato dagli elementi radicali ".
Per dare voce ai personaggi della serie, Haroon ha invitato suoi amici famosi . Alcuni dei più celebri talenti musicali del Medio Oriente: il rapper Adil Omar ha scritto Lady in Black e il rocker Ali Baba Bandook Azmad canta una canzone di uno dei principali personaggi che cercano di chiudere le scuole femminili.
In totale ci sono 13 episodi e ognuno affronta un problema diverso del Pakistan , tra cui la discriminazione, il lavoro minorile, la violenza settaria, la mancanza di energia elettrica e la protezione dell'ambiente.
"Questi sono problemi veramente difficili, e come si può parlare di questi temi a dei bambini? Presentandoli in modo divertente, pieni di avventura  e comicità ", dice Haroon .
La pop star dice che spera che la serie abbia un impatto sui bambini che in Pakistan non sanno leggere o scrivere, o i cui genitori non possono leggere loro le storie della buona notte. E così come le fiabe ogni episodio ha alla fine una morale.
"Mi ricordo che quando ero bambino, mia madre mi leggeva delle storie e alla fine diceva: ' la morale della storia è questa . ' Mi ero abituato a leggere queste storie mentre imparavo a leggere. Esse riecheggiavamo nella mia mente e mi aiutarono a costruire la mia morale e la mia etica " .
"E’ ciò che accade anche in questa serie: alla fine di ogni episodio Burka Avenger arriva e dice: ' ragazzi okay, la morale di questa storia è questa. ' "
Dal sito CNN Latino

mg

ottobre 05, 2013

MIGRAZIONI. Mare chiuso. Strage di Lampedusa. Appello per l'apertura di un canale umanitario






3 ottobre 2013. Strage di Lampedusa. Un barcone di quindici metri, con a bordo circa cinquecento persone si è rovesciato dopo un incendio a bordo. In soccorso ai naufraghi, oltre alla Guardia Costiera, sono arrivati quattro pescherecci. I primi 120 superstiti hanno raggiunto Lampedusa, ma un po' più in là, al largo dell’isola, centinaia di persone tra cui moltissime donne e bambini giacciono in mare sotto il relitto del barcone che si è inabissato.




Melting Pot lancia un appello per

l’apertura di un canale umanitario fino all’Europa per il diritto d’asilo europeo affinché chi fugge dalla guerra possa chiedere asilo alle istituzioni europee senza doversi imbarcare alimentando il traffico di essere umani e il bollettino dei naufragi.

"Nessun appalto dei diritti, nessuna sollevazione di responsabilità ai governi europei, piuttosto la necessità che l’Europa cambi profondamente la sua politica di controllo delle frontiere, di gestione delle crisi umanitarie, la sua politica comune in materia di diritto d’asilo:
convertendo le operazioni di pattugliamento in operazioni volte al soccorso delle imbarcazioni, gestendo in maniera condivisa le domande di protezione superando le gabbie del regolamento Dublino, aprendo canali umanitari che permettano di presentare le richieste di protezione direttamente alle istituzioni europee presenti nei Paesi Terzi per ottenere un permesso di ingresso nell’Unione, dove le domande vengano esaminate con le medesime garanzie previste dall’attuale normativa europea, senza per questo affievolire in alcun modo il diritto di accesso diretto al Vecchio continente e gli obblighi degli Stati Membri"

MIGRAZIONI. Mare chiuso. La Corte Europea dei Diritti Umani condanna l'Italia






Tra maggio 2009 e settembre 2010 oltre duemila migranti africani vennero intercettati nelle acque del Mediterraneo e respinti in Libia dalla Marina e dalla Polizia italiana;  in seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi, infatti, le barche dei migranti venivano sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove i richiedenti asilo non godevano di alcun diritto e la polizia esercitava indisturbata varie forme di abusi e di violenze. Non si è mai potuto sapere ciò che realmente succedeva ai migranti durante i respingimenti, perché nessun giornalista era ammesso sulle navi e perché tutti i testimoni furono poi destinati alla detenzione in Libia.

Per questi fatti il 23 febbraio 2012  la Corte Europa dei Diritti Umani ha condannato lo Stato Italiano stabilendo che il respingimento verso Tripoli operato dalle navi militari italiane costituisce violazione dell'art. 3(tortura e trattamento inumano) della Convenzione europea dei diritti umani, perché la Libia non offriva alcuna garanzia di trattamento secondo gli standard internazionali dei richiedenti asilo e dei rifugiati e li esponeva anzi ad un rimpatrio forzato. Inoltre la Corte ha condannato lo Stato italiano per violazione del divieto di espulsioni collettive e per non aver offerto alle vittime alcuna effettiva forma di riparazione per le violazioni subite.

Nel marzo 2011 con lo scoppio della guerra in Libia, migliaia di migranti africani sono scappati e tra questi anche i rifugiati etiopi, eritrei e somali che erano stati precedentemente vittime dei respingimenti italiani e che si sono rifugiati nel campo UNHCR di Shousha in Tunisia. Qui Stefano Liberti e Andrea Segre li hanno incontrati perché raccontassero in prima persona cosa vuol dire essere respinti. I loro racconti di grande dolore e dignità, ricostruiti con precisione e consapevolezza sono stati pubblicati nel documentario Mare Chiuso di cui il video soprariportato costituisce una presentazione.  Sono le testimonianze dirette che ancora mancavano sulle violenze e le violazioni commesse dall'Italia ai danni di persone indifese, innocenti e in cerca di protezione. Una strategia politica che ha purtroppo goduto di un grande consenso nell'opinione pubblica italiana.

mg 

luglio 29, 2013

PALESTINA. L’Unione Europea cessa ogni cooperazione con le colonie installate da Israele nei territori palestinesi occupati dal 1967.



Il 19 luglio scorso sulla Gazzetta Ufficiale dell'UE sono state pubblicate le linee guida che precisano i limiti territoriali ai quali si applicherà a partire dal 2014 la cooperazione dell’Unione Europea con Israele. Si tratta di una decisione che ha una portata politica di notevole importanza perché stabilisce chiaramente che gli Accordi UE-Israele, i finanziamenti comunitari, gli scambi finanziari, economici e culturali non saranno applicabili ai territori occupati da Israele dal 1967, territori che l’Unione Europea non riconosce come territori di Israele e che Israele invece continua a colonizzare illegalmente, contro il diritto internazionale. (v. in dettaglio la notizia in apiceuropa.eu).
“…2.  Per territori occupati da Israele dal giugno 1967  – precisa il provvedimento comunitario-  si intendono le Alture del Golan, la Cisgiordania inclusa Gerusalemme est, e la Striscia di Gaza.       
3. L'Unione europea non riconosce la sovranità di Israele sui territori di cui al punto 2 che non ritiene parte del territorio d'Israele, indipendentemente dal loro status giuridico nell'ordinamento israeliano…”.



La decisione costituisce corretta applicazione di quanto statuito nella Risoluzione con cui nel novembre dello scorso anno l’Assemblea Generale ha ammesso lo Stato Palestinese alle Nazioni Unite: “…riaffermando il principio, sancito dalla Carta ⦋delle NU⦌ della inammissibilità dell'acquisizione di territori con la forza, riaffermando anche le sue risoluzioni 43/176 del 15 dicembre 1988 e 66/17 del 30 novembre 2011 e tutte le risoluzioni pertinenti in merito alla soluzione pacifica della questione palestinese le quali, tra l'altro, sottolineano la necessità del ritiro di Israele dai territori palestinesi occupati dal 1967…e la completa cessazione di tutte le attività di colonizzazione israeliana nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est…” (v. il nostro articolo pubblicato nel novembre scorso)

Foto news - 7 giugno - Palestina


Nei territori occupati da Israele dopo il 1967 –informa Luisa Morgantini di assopacepalestina.org- vivono circa 500mila coloni che controllano il 43% dei territori tra Cisgiordania e Gerusalemme est e la maggior parte delle risorse naturali e idriche. Pur se tali colonie sono di fatto illegali secondo la legge internazionale, gli Stati europei hanno un volume di affari con loro di 100 volte superiore a quello che hanno con i palestinesi. Aggiunge Luisa Morgantini che la decisione adottata potrà avere un impatto positivo sulle possibilità di pace e bloccare le costruzioni illegali nei territori palestinesi poiché Israele finalmente capirà che il proseguimento della colonizzazione e dell’occupazione ha un prezzo da pagare.
Tra l'altro  le principali banche e compagnie israeliane rischiano di perdere i prestiti della Banca di Investimento UE. Tra i soggetti esclusi dal ricevere prestiti dalla Banca di Investimento Europea -segnala "articolo21"- ci saranno le principali banche israeliane, comprese Bank Hapoalim, Mizrahi Tefahot Bank e Bank Leumi, che operano illegalmente nei territori occupati e hanno filiali nelle colonie illegali israeliane.

Secondo alcuni osservatori internazionali le implicazioni di tale decisione non faranno che contribuire alla ricerca di una soluzione negoziata del conflitto arabo-israeliano per svariati motivi. Tuttavia, almeno per il momento, la risposta israeliana alla decisione di Bruxelles contro le colonie appare di segno opposto: non saranno rilasciati permessi per progetti in Cisgiordania e sarà vietato l'ingresso al personale della UE.

                                               
Nel frattempo l’Italia continua a fare affari con Israele, e in particolare con l’export armato.


Sebbene la legge n.185 del 1990 che regola l’export militare italiano stabilisca (art.1, comma 6) che l'esportazione di materiali di armamento sono vietati verso paesi in conflitto o in cui siano accertate gravi violazioni dei diritti umani o la cui spesa miliare è eccessiva rispetto a quella sociale (tutte “qualità” in cui Israele eccelle), al primo posto nell’export armato italiano c’è Israele (473 milioni di esportazioni autorizzate)

mg

luglio 15, 2013

EGITTO. Stupri di massa come arma di guerra


Ormai si contano a centinaia le aggressioni sessuali contro le donne che partecipano alle manifestazioni in piazza Tahrir. Molte donne hanno subìto un intervento chirurgico dopo essere state violentate, alcune di loro addirittura con oggetti appuntiti. Altre sono state picchiate con catene, bastoni e altri corpi contundenti o ferite con lame di coltelli. In soli quattro giorni sono un centinaio le donne che hanno subito violenza nella piazza (v.la Repubblica).

 
Joe Stork, vice direttore per il Medio Oriente di Human Rights Watch afferma “questi sono crimini gravissimi che tentano di dissuadere le donne dal partecipare alla vita pubblica in Egitto". Human Rights Watch  mette in evidenza infatti le modalità con cui avvengono le aggressioni, organizzate da gruppi perfino di 100 uomini. L’azione inizia quando un gruppo di una quindicina di uomini riesce a circondare una donna separandola dai suoi amici. Subito si formano diversi cordoni di uomini: il primo la butta a terra , la denuda e la viola sessualmente, il secondo e il terzo gruppo si incarica di evitare che qualcuno si avvicini. Di fronte alle modalità con cui avvengono è difficile credere che  tratti di episodi isolati e spontanei, ed appare invece ben evidente che si tratta di attacchi ben organizzati e orchestrati. (v. El Pais)

E’ molto difficile per una donna raccontare la violenza subita. Così il silenzio e l’omertà garantiscono impunità ai colpevoli. Però oggi qualcosa si sta muovendo: se in passato la media delle denunce da parte delle donne violentate era di una all'anno adesso il numero è molto più alto. Le donne oggi stanno parlando. Così afferma Azza Soliman, fondatrice del Centro di Assistenza Legale per le Donne Egiziane





Parallelamente sono nate diverse iniziative per proteggere le donne che partecipano alle manifestazioni da parte di attivisti e della società civile come quella dell’organizzazione di cordoni umani, ben evidenziata nella foto sottostante. 

La violenza sessuale come arma di guerra


Durante i conflitti, sia internazionali che interni, spesso vengono commessi stupri e violenze sessuali per scopi diversi: seminare terrore tra la popolazione, disgregare famiglie, distruggere le comunità modificandone la composizione etnica e come specifica forma di arma politica per polverizzare il fronte nemico .
Quello che sta succedendo in Egitto riporta alla mente le efferate violenze sessuali sistematicamente avvenute in Cile durante la dittatura del generale Pinochet (1973-1990) nei confronti delle donne militanti politiche. Nei loro confronti la violenza sessuale assolveva una funzione punitiva per aver oltrepassato il limite: in qualità di potenziali sovversive e per essersi spinte ben oltre il ruolo loro consentito e socialmente accettabile (v. il rapporto della Commissione Valech)

La violenza sessuale in situazioni di conflitto come crimine internazionale.


Per secoli, la violenza sessuale in situazioni di conflitto è stata tacitamente accettata e ignorata. Durante la Seconda Guerra Mondiale, tutte le parti del conflitto furono accusate di aver commesso stupri di massa, tuttavia nessuno dei due tribunali istituiti a Tokyo e a Norimberga dai paesi alleati risultati vittoriosi per perseguire i crimini di guerra hanno riconosciuto il reato di violenza sessuale.

É stato solo nel 1992, a fronte degli efferati stupri di donne avvenuti nella ex Yugoslavia, che il tema è giunto all’attenzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il 18 dicembre 1992, il Consiglio ha dichiarato la “prigionia di massa, organizzata e sistematica e lo stupro di donne, in particolare di donne musulmane, in Bosnia e in Erzegovina” un crimine internazionale che deve essere perseguito.
In seguito, lo Statuto del Tribunale Penale Internazionale per la ex Yugoslavia (ICTY, 1993) ha incluso lo stupro come crimine contro l’umanità e il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (ICTR, 1994) ha dichiarato che lo stupro è un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità (v. la giurisprudenza dei Tribunali speciali per la ex Jugoslavia e per il Ruanda nel rapporto della relatrice speciale ONU sulla violenza contro le donne).

Infine, lo Statuto della Corte Penale Internazionale in vigore da luglio 2002, considera lo stupro e le altre violenze di genere fra i crimini più gravi di interesse della comunità internazionale e li definisce come atti costitutivi di crimini contro l’umanità e crimini di guerra.


A partire dal 2000 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato importanti risoluzioni volte a potenziare da un lato le misure di contrasto alla violenza sessuale in situazioni di conflitto e dall’altro per dare l’avvio ad iniziative atte a garantire la partecipazione delle donne ai vertici degli organismi internazionali nella “prevenzione e risoluzione dei conflitti” e nelle operazioni di peacekeeping, partecipazione considerata elemento indefettibile per il mantenimento della pace. Risoluzione 1325 (2000); Risoluzione 1820 (2008); Risoluzione 1888 (2009); Risoluzione 1889 (2009); Risoluzione 1960 (2010).


Nel 2007 nasce UN Action Against Sexual Violence in Conflict, un'unità in seno alle Nazioni Unite il cui compito è coordinare il lavoro di 13 enti impegnati nella lotta contro le violenze sessuali nei conflitti.

Il rapporto dal titolo "Violenza sessuale in situazioni di conflitto"pubblicato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon  nel gennaio 2012, mette in evidenza come la violenza sessuale in situazioni di conflitto non sia una realtà limitata a una particolare area geografica, ma un problema di carattere globale; come venga utilizzata anche nel corso di elezioni politiche, scioperi e disordini civili e come essa rappresenti una minaccia per la sicurezza delle Nazioni, e costituisca  spesso un ostacolo all'instaurazione e al mantenimento della pace.  Un paragrafo specifico viene dedicato alle violenze sessuali avvenute in Egitto nel 2011 durante le sollevazioni popolari che misero fine alla dittatura di Mubarak.



Obblighi e responsabilità dello Stato



La recente giurisprudenza delle corti internazionali, in  particolare della Corte interamericana dei diritti umani, ha statuito che è obbligo inderogabile dello Stato investigare con la dovuta diligenza, giudicare e perseguire i responsabili degli episodi di violenza sessuale avvenuti nel proprio territorio nel corso di confitti armati o di violenza generalizzata,  nonché adottare politiche appropriate per sradicare e perseguire tali pratiche. Sulla base di tale orientamento la Corte ha emesso storiche sentenze di condanna nei confronti dei governi del Guatemala (2004), Perù (2006) e Messico (2009).  

 

La violenza sessuale in situazioni di conflitto come continuum della violenza in tempo di pace.

 

L'esercizio della violenza di genere  in situazioni di conflitto costituisce un continuum dei comportamenti discriminatori e violenti che avvengono in tempo di pace e un'estensione della distribuzione diseguale del potere economico e sociale fra i sessi. La violenza corre infatti sempre sul filo di sistemi di dominio e di potere fondati sulla razza, il sesso, condizioni sociali, nazionali ed etniche spesso interconnessi e che si alimentano reciprocamente. La violenza è il risultato della discriminazione e agisce come moltiplicatore della discriminazione.

La battaglia dei movimenti femminili sul fronte internazionale per ottenere strumenti normativi a carattere universale contro la discriminazione e la violenza è iniziata nel 1975 con la prima conferenza mondiale sulle donne tenutasi a Città del Messico ed è proseguita con le altre  tre conferenze mondiali (Copenhagen 1980, Nairobi 1985 e Pechino 1995) convocate dalle Nazioni Unite nel corso dell’ultimo quarto di secolo.  

Nel 1993 la "Conferenza Mondiale sui diritti umani" tenutasi a Vienna riconosceva a pieno titolo la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani. Successivamente la "Dichiarazione sull'eliminazione della violenza contro le donne" , assunta dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riconosceva che
"la violenza contro le donne è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini e ha impedito il pieno avanzamento delle donne, e che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini"

mg

   

 

 










 

 




luglio 14, 2013

PAKISTAN. Malala Yousufzai, la studentessa pakistana rimasta fra la vita e la morte per un attentato taleban, ha ripreso la sua battaglia e parla all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.




“Dateci penne oppure i terroristi metteranno in mano alla mia generazione le armi”.

Questa frase è di Malala Yousufzai la giovanissima studentessa a cui un gruppo di talebani ha sparato alla testa il 9 ottobre scorso all’uscita da scuola. Il fatto è avvenuto nella valle dello Swat, nel nord-ovest del Pakistan, regione ancora controllata dai talebani (vedi la notizia riportata dal nostro blog).

Dopo aver lottato tra la vita e la morte per diversi mesi ed aver subito delicati interventi chirurgici, Malala ha ripreso la sua coraggiosa battaglia il 12 luglio scorso ha parlato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite chiedendo con forza che la comunità internazionale si attivi con iniziative contundenti ed efficaci perché sia garantito nel mondo il diritto all’istruzione: "chiediamo a tutti i governi di assicurare l'istruzione obbligatoria e gratuita in tutto il mondo ad ogni bambino"

Vi proponiamo un estratto del suo intervento:

“un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo, l’istruzione è l’unica soluzione”








 mg

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