settembre 30, 2014

AFRICA E MEDIO ORIENTE. Scenari di guerra: "dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere e c'è l'industria delle armi..."




La guerra imperversa ormai in tutto il Medio Oriente e Nord-Africa: Iraq, Afganistan, Siria, Palestina e Libia sono i principali scenari. 


Ma è anche tutto il Centro Africa ad essere flagellato da violenti conflitti: nella Repubblica Centroafricana, nel Sud Sudan, in Darfur, nel Mali, in Nigeria, nel Congo... Conflitti che i media occidentali per lo più liquidano come tribali, etnici o religiosi, ma che in realtà sono scatenati  dalle lotte di potere di ex potenze coloniali per il controllo di ricchezze naturali come il petrolio, l’uranio, i diamanti, l’oro e il coltan (vedi il nostro post Parla la nuova Africa...).

Papa Francesco, nell’omelia pronunciata durante la visita al Sacrario dei Caduti della Prima Guerra Mondiale a Redipuglia il 13 settembre scorso, ha puntato il dito contro coloro che ha definito i "pianificatori del terrore".

“Dietro le quinte, ha detto, ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante!”


Un appello e un monito che confermano quella leadership spirituale mondiale di Papa Francesco riconosciuta anche dalla maggioranza del mondo islamico






I pianificatori del terrore 

Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia (Opal) fornisce  alcune cifre sul mercato internazionale delle armi, in particolare destinato al Medio Oriente.

“Chi sta armando il Medio Oriente non è qualche “paese canaglia”, ma le maggiori potenze occidentali.”


“Gli Stati Uniti sono in assoluto il maggior esportatore di armamenti verso i Paesi mediorientali: nell’ultimo decennio ne hanno inviati per quasi 25 miliardi, cioè praticamente la metà di tutte le forniture di armi al Medio Oriente è di provenienza statunitense. Segue la Russia, ma con cifre quanto mai lontane (circa 5,5 miliardi di dollari) e poi una serie di Paesi dell’Unione europea: la Francia (più di 5 miliardi), la Germania (3,3 miliardi), il Regno Unito (3,1 miliardi) e l’Italia (più di 1 miliardo)”.

“Il Medio Oriente è la zona nel mondo verso cui – secondo l’autorevole istituto di ricerca svedese SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) – è diretta la maggior parte di sistemi militari: nell’ultimo decennio ne sono stati inviati per oltre 51 miliardi di dollari, che rappresentano più del 20 per cento di tutti i trasferimenti mondiali di armamenti. Un quinto di tutti i sistemi militari venduti nel mondo va quindi a finire proprio in Medio Oriente”.

“I governi dei Paesi dell’UE nel decennio 2003-2012 hanno autorizzato esportazioni di sistemi militari verso il Medio Oriente per oltre 71 miliardi di euro. Nel solo 2012  queste autorizzazioni sono state di   oltre 9,7 miliardi di euro che fanno del Medio Oriente il principale destinatario esterno di sistemi militari prodotti nei paesi dell’Unione”.

“L’Italia nell'ultimo quinquennio ha autorizzato esportazioni  di sistemi militari verso i paesi del Medio Oriente per oltre 5 miliardi di euro.  Non va  dimenticato che l’Italia è stata il maggior fornitore europeo di sistemi militari alla Libia di Gheddafi”. Fonte Città Nuova

Leggiamo poi nella Scheda "Armamenti" di Unimondo “che l’Italia è il secondo maggior esportatore di “armi leggere” superata solo dagli USA. Armi facili da smerciare e che possono alimentare il mercato illegale.

In Africa sono proprio le armi leggere le vere armi di distruzioni di massa.
La connessione tra il traffico di armi, i conflitti armati e le modalità con cui spesso avviene lo sfruttamento delle risorse nei paesi africani da parte società straniere è stata oggetto di studio da parte del gruppo ad hoc di esperti incaricato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di indagare su tale fenomeno nella Repubblica Democratica del Congo, paese ricchissimo di risorse minerarie, segnato da decenni di instabilità e di conflitti sanguinosi che hanno prodotto oltre 3 milioni di morti e 2 milioni di profughi, secondo stime del Consiglio di Sicurezza al 2003. (vedi il nostro post Parla la nuova Africa...)



“Il complesso militare-finanziario-industriale internazionale”Le scelte politiche cedono il passo alla logica del profitto.


“All’espansione del mercato degli armamenti stanno contribuendo in modo crescente i recenti processi di privatizzazione e internazionalizzazione delle maggiori imprese militari occidentali e il ruolo sempre più preponderante dei gruppi bancari e finanziari sulle attività delle aziende del settore militare che necessitano ingenti investimenti per la ricerca e lo sviluppo di nuovi sistemi e tecnologie e per reggere la competizione internazionale nell'acquisto di nuove commesse.

Tutto ciò sta avendo notevoli ripercussioni sui governi per quanto concerne l’effettiva possibilità di determinare in modo autonomo e incondizionato le proprie politiche nazionali di produzione ed esportazione di armamenti.

La crisi economica che da anni sta investendo le economie occidentali e la conseguente restrizione dei budget per il settore della difesa sta portando diversi governi, e in modo particolare quelli dell’UE, ad incentivare le esportazioni di armamenti allo scopo di sostenere le proprie industrie militari tanto che diversi ministri e funzionari della Difesa dei Paesi europei sono ormai riconosciuti come espliciti promotori delle industrie di questo settore.


In questo modo, gli sforzi tesi ad attuare  una politica estera  e di sicurezza  comune, ridefinendo anche il ruolo e la funzione dell’industria europea della difesa, rischiano di essere sopraffatti da logiche di tipo industriale e finanziario, dalla necessità cioè delle industrie militari da un lato di mantenersi concorrenziali in un mercato globale degli armamenti sempre più competitivo e dall'altro di dover rispondere ai propri azionisti e finanziatori privati più che ai rappresentanti politici democraticamente eletti”. Fonte Gianni Beretta in contributo alla campagna "Banche Armate"

L’“industria della difesa” invece che produrre maggior sicurezza finisce così con l’incrementare l’insicurezza internazionale e l’instabilità delle zone di maggior tensione del mondo.

L’Italia ha deciso di trasferire armi leggere in Iraq ai peshmerga curdi, di fatto partite da La Maddalena il 23 settembre scorso. Come ha spiegato dalla ministra Pinotti, si tratta soprattutto di armi in disuso o sequestrate a trafficanti che avrebbero dovuto essere distrutte. Cioè proprio quel tipo di armi che possono alimentare il mercato illegale in una regione dove già la gran parte degli armamenti proviene da traffici illeciti.

Inascoltato è stato l'appello di Rete Disarmo affinché non si scegliesse la strada dell'invio di armi italiane nella regione: “La responsabilità di proteggere le popolazioni minacciate del Nord dell’Iraq non si esercita fornendo armi alle forze armate curde o irachene, ma semmai inviando una forza di interposizione militare a difesa delle popolazioni e creando le condizioni per interventi di pace”



Papa Francesco, sull'aereo di ritorno a Roma dalla Corea, ha poi ammonito che “dobbiamo avere memoria di quante volte con la scusa di fermare un’aggressione ingiusta le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto vere guerre di conquista”. 

Queste parole non possono non riportarci agli scenari sanguinosi dei c.d. interventi “umanitari” messi in campo da parte di alcune potenze occidentali, interventi dichiarati per tutelare i diritti umani ed esportare democrazia in determinati paesi, ma in realtà destinati ad “importare” le loro ricchezze.


E’ il caso dell’Afganistan in cui le compagnie americane mirano al controllo dei grossi progetti del petrolio e del gas nel Kazakhstan e in altri stati dell’Asia Centrale e alla costruzione di oleodotti attraverso l’Afghanistan. Fonte James Coogan

E’ il caso dell’Iraq un Paese geograficamente strategico: sia per le riserve petrolifere, sia per la posizione geografica (le basi militari per controllare l’Asia centrale e il Golfo Persico). Fonte Franco Cardini


E’ il caso del Mali un Paese strategicamente importante per le centrali nucleari francesi (vedi il nostro post Mali. Le verità della guerra).

Le parole di Papa Francesco non possono poi non riportarci alla mente le tante menzogne disseminate dai media, costruite per influenzare l’opinione pubblica e nascondere la verità di queste guerre: la menzogna che Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa; la menzogna che la Casa Bianca avesse le prove che Assad aveva usato armi chimiche; la menzogna che in Afganistan la gente rifiutava i Talebani e la loro cultura di paura e di intimidazione, mentre, come ha dovuto riconoscere la stessa corrispondente del New York Times, Carlotta Gall, i Talebani hanno via via guadagnato sempre più consensi a causa dell’odio esistente nei confronti degli occupanti occidentali e del loro governo fantoccio di Kabul. 

E c'è chi oggi comincia a dubitare che l'attuale offensiva militare contro il terrorismo da parte della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti, sia in realtà strumentale alla destabilizzazione della Siria e all'eliminazione di Assad (così teleSUR tv).






Nel discorso tenuto all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 settembre scorso il premier iraniano Hassan Rohani ha condannato senza mezzi termini i crimini dei terroristi: "i gruppi come l'Isis hanno un'unica ideologia che è la violenza e l'estremismo, hanno un unico obiettivo, ossia la distruzione della civiltà". Questi gruppi sono fuori dall'Islam, ha aggiunto. 

Rohani ha voluto però anche mettere in risalto la responsabilità che grava su alcuni paesi occidentali di aver favorito la nascita e la crescita del terrorismo.


“Certi paesi, ha detto, hanno contribuito a creare l’estremismo e adesso sono incapaci di frenarlo. La passata esperienza con Al Qaeda  e i Talebani e i moderni gruppi estremisti dimostra che non si possono usare questi gruppi per opporsi a uno Stato e restare poi immuni dalle conseguenze”. Questi paesi con i loro errori strategici hanno convertito il Medio Oriente in un rifugio per terroristi ed estremisti. Il sentimento anti-occidentale che c’è in molti Stati della regione è il prodotto del colonialismo. Se tali paesi cercano di continuare la loro egemonia nella regione stanno commettendo un nuovo errore strategico”.


                                          (v. anche il testo del discorso e il video in altre lingue)

Un monito quello di Rohani condiviso da numerose associazioni occidentali anche di matrice cattolica

Osservatorio Iraq, Pax Christi Italia e Un ponte per…hanno sottoscritto e diffuso il documento di analisi del movimento per la pace olandese "Pax" sulla necessità di una strategia politica comprensiva per contrastare lo Stato Islamico in Siria e in Iraq. 

“Le radici dell'estremismo, esse affermano, non  si estirpano con strumenti militari ma con misure di tutela dei diritti umani e della democrazia, che il governo iracheno ha la responsabilità di attuare, con il sostegno della comunità internazionale.

In Iraq e in Siria si sta scrivendo, di nuovo, la storia manu militari senza apprendere dal passato.

Manca totalmente un'ammissione delle responsabilità internazionali che hanno contribuito a rendere fertile il terreno per l'Isis, sostenendo per anni governi che hanno esacerbato le divisioni tra le comunità e alimentando o tollerando i canali di approvvigionamento militare e finanziario dello Stato Islamico”. Fonte Osservatorio Iraq


In un' intervista rilasciata alla rivista geopolitica Eurasia lo storico Franco Cardini ricorda che “Dal 1979 i successivi governi americani hanno foraggiato economicamente e rifornito l’insurrezione islamica allo scopo di rovesciare il governo afgano sostenuto dalla Unione Sovietica. Negli anni ’90, all’epoca di Clinton, la Casa Bianca spinse il Pakistan suo alleato a favorire l’insediamento a Kabul dei Talibani nella convinzione che il loro governo sarebbe stato favorevole alle aspirazioni delle compagnie americane".

Sottolinea poi che "gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e la Turchia per la Siria, hanno pesanti responsabilità nella nascita del “califfato” e nella diffusione del terrorismo jihadista in generale. Questi Paesi: isolando l’Iran, eliminando Saddam Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia e cercando di abbattere Assad in Siria, hanno di fatto favorito l’ascesa degli gli islamisti, che forti del sostegno delle ricche monarchie del Golfo, trovano pochi ostacoli alla loro avanzata”.


Un monito a non ripetere gli errori del passato è arrivato anche dal presidente delle Acli Gianni Bottalico, che ha esortato a "mettere di fronte alle loro responsabilità quanti hanno finanziato ed armato questa orda di violenti dell'Isis, che ha tratto enorme giovamento dalla destabilizzazione della Libia e da quella in corso della Siria, e che si è radicata nell'Iraq disastrato in seguito alla lunga guerra di occupazione americana”. Fonte Unimondo




“La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione!". Sono le parole dure di Papa Francesco che ci fanno riflettere sull'ossessione per la c.d. "crescita" da parte dell'attuale sistema neo-liberista. Un crescita perseguita a costo di morte e distruzione. Una crescita di cui pochissimi alla fine beneficiano e che lascia intatta la forbice tra ricchi e poveri. 


La guerra è criminogena per coloro che non la combattono, ma anche per coloro che la combattono. E' criminogena per l'effetto mimetico pervasivo della violenza istituzionale sulle interazioni sociali. Sovverte i valori e le regole sociali. I tassi criminali si impennano, le zone di guerra diventano enormi mercati illeciti, la tortura può farsi patriottica (così Vincenzo Ruggiero, in Potere e Violenza, Guerra, terrorismo e diritti a cura di F.Ruggeri e V.Ruggiero, 2009). 

"La domanda vera, dunque, non è: chi vincerà la guerra?. La domanda vera è: come sarà cambiato l'Impero dopo aver vinto la guerra?" (così Asor Rosa, in La Guerra, 2002). 




mg



    

agosto 16, 2014

PALESTINA. Ebrei contro la politica colonialista e segregazionista del governo israeliano: "Israele non vuole la pace"


Non sono pochi gli ebrei che hanno preso le distanze dalla politica colonizzatrice e segregazionista di Israele e dalle operazioni militari che il suo governo sistematicamente e periodicamente compie per portarla avanti  (quella di quest’anno è la quarta operazione nella striscia di Gaza dal  2006, anno in cui Hamas vinse le elezioni ai danni di Fatah, il partito fondato da Yasser Arafat e retto oggi dal presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas -noto in Italia come Abu Mazen-).



Tra i dissidenti figurano i nomi di alcuni dei più autorevoli intellettuali e artisti di fama internazionale

Zygmunt Bauman, è tra i più noti ed influenti pensatori del nostro tempo, sociologo e filosofo, professore emerito nelle Università di Varsavia e Leeds. Nato in Polonia da famiglia ebraica e sfuggito all'Olocausto quando la Polonia fu invasa dalle truppe naziste prima della seconda guerra mondiale, così si esprime nei confronti della politica di Israele mettendone in evidenza il sistema segregazionista.

"Ciò  a cui stiamo assistendo oggi è uno spettacolo triste: i discendenti delle vittime dei ghetti nazisti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un altro ghetto...Israele pratica l'apartheid ricorrendo a "due sistemi giudiziari palesemente differenti: uno per i coloni israeliani illegali e un altro per i palestinesi 'fuorilegge': una giustizia che cambia in base alle persone. Per non parlare dei territori e delle strade riservate solo a pochi. E io aggiungo: i governanti israeliani insistono, giustamente, sul diritto del proprio paese di vivere in sicurezza. Ma il loro tragico errore risiede nel fatto che concedono quel diritto solo a una parte della popolazione del territorio che controllano, negandolo agli altri" (leggi tutto).

Lo stesso Dipartimento di Stato degli USA in un rapporto del 2009 ha riconosciuto che la società israeliana è strutturata in modo da essere "intollerante" e che "Israele discrimina i musulmani, gli ebrei progressisti, i cristiani, le donne e i beduini".



Noam Chomsky, di famiglia ebraica originaria dell'Europa dell'Est, eminente linguista e filosofo, professore emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology, non usa mezzi termini nel mettere a nudo l'obiettivo che Israele persegue con le sue c.d. "operazioni difensive":

"In mezzo a tutti gli orrori che caratterizzano l'ultima offensiva israeliana a Gaza, l'obiettivo di Israele è semplice: calma in cambio di calma, un ritorno alla norma. Per la Cisgiordania la norma è che Israele continui la costruzione illegale di insediamenti e infrastrutture in modo che possa integrare al suo territorio tutto quello che potrebbe essere di valore, relegando nel frattempo i palestinesi in cantoni non redditizi e sottoponendoli alla repressione e alla violenza. Per Gaza, la norma è un'esistenza miserabile sotto un assedio crudele e distruttivo che Israele amministra per consentire la nuda sopravvivenza, ma niente di più" (leggi tutto 

Chomsky ha definito Gaza la prigione a cielo aperto più grande del mondo



Abraham Yehoshoua è uno dei più influenti e apprezzati scrittori israeliani, professore universitario vive ad Haifa dove insegna letteratura comparata e letteratura ebraica. In una recente intervista rilasciata a Rainews (che potete ascoltare QUI) contesta in modo deciso le scelte compiute dal governo israeliano e ne sottolinea l’errore “gravissimo” di essersi rifiutato di intavolare negoziati di pace con il governo di Unità Nazionale Palestinese (costituito il 2 giugno scorso e nato dal processo di riconciliazione tra Hamas e Fatah) e aggiunge: “il governo israeliano non vuole arrivare alla pace in realtà, poiché vuole prendersi la metà del territorio della Cisgiordania, questo è quello che vogliono” .

Ilan Pappe, storico  israeliano è professore nel Dipartimento di Storia dell’Università di Exeter (Regno Unito). Fondatore nel 1992 dell’Istituto per la Pace a Givat Haviva (Israele) è autore di libri famosi come “La pulizia etnica della Palestina”,  “Storia della Palestina moderna”, “Israele-Palestina”, “La retorica della coesistenza”. Il 29 luglio scorso, mentre l’operazione israeliana “Margine protettivo” seminava distruzione e morte nella striscia di Gaza, Ilan Pappe ha scritto una lettera aperta alla famiglia della millesima vittima del massacro in cui manifesta tutto il suo sdegno e la sua solidarietà al popolo palestinese: “...l’uccisione del vostro amato, così come la trasformazione dei quartieri di Gaza in macerie e l’allontanamento di 150.000 persone dalle loro case, è parte di una strategia israeliana ben calcolata: questa carneficina distruggerà l’impulso dei palestinesi di Gaza a resistere alle politiche israeliane... Prego e spero che in questo momento, guardando alle rovine di Shujaiya, Deir al-Balah e Gaza City e a ciò che il mio Paese ha prodotto con aerei da guerra israeliani, carri armati e artiglieria, voi non perdiate la speranza nell’umanità. Questa umanità comprende anche i cittadini di Israele non ancora nati, che forse saranno in grado di sfuggire a una macchina di indottrinamento sionista che insegna loro, dalla culla alla tomba, a disumanizzare i palestinesi...”(leggi tutto)


Moni Ovadia, nato in Bulgaria da famiglia ebraica vive in Italia. E’ attore teatrale, drammaturgo, scrittore e compositore di fama internazionale, dedito al recupero e alla rielaborazione del patrimonio culturale degli ebrei dell'Europa orientale. 

E’ stato iscritto alla comunità ebraica di Milano fino al novembre 2013 data in cui ha deciso di lasciarla a causa delle atrocità perpetrate da parte dello Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese e in quanto, egli dice,  “ciò che si chiama comunità ebraica è in realtà un ufficio di propaganda del governo israeliano”.

Strenuo difensore della necessità di una scissione in seno alla comunità da parte degli ebrei democratici e progressisti contro coloro che vogliono “israelizzare” l’ebraismo, rivendica la sua appartenenza alla comunità ebraica soprattutto per l’universalismo e l’umanesimo che caratterizza l’ebraismo.

In un’intervista telefonica rilasciata recentemente a rainews Moni Ovadia spiega con estrema chiarezza le ragioni per cui "Israele non vuole la pace" 

    Intervista a Moni Ovadia che potete ascoltare QUI 
     


Nell'intervista Moni Ovadia fa riferimento a quei coraggiosi giornalisti israeliani che scrivono la verità dalle colonne del giornale progressista haaretz

Fra questi vanno citati Amira Hass e Gideon Levy.



Amira Hass, in un articolo tradotto e pubblicato da Internazionale, scrive: "La nostra sconfitta morale ci perseguiterà per molti anni..." (leggi tutto)  







Gideon Levy, in un articolo tradotto e pubblicato da Nena-News, afferma: "Israele non vuole la pace. L’atteggiamento di rifiuto è intrinseco alle convinzioni più radicate di Israele. Qui risiede, a livello più profondo, il concetto che questa terra è destinata solo agli ebrei. Il dato di fatto più evidente è il progetto di colonizzazione. Fin dalle sue origini, non c’è mai stato una più attendibile o più evidente prova inconfutabile delle reali intenzioni di Israele..." (leggi tutto)

agosto 07, 2014

PALESTINA. L' operazione israeliana "Margine Protettivo" sulla striscia di Gaza. Bilancio dopo 28 giorni.


  • 1.831 le vittime palestinesi di cui 1.312 civili e 408 minori (il 70% minori di 12 anni)
  • 67 le vittime israeliane di cui 3 civili
  • dei 1,8 milioni abitanti di Gaza 520.000 sono sfollati 
  • 65.000 le famiglie la cui casa è stata distrutta

  • 6 scuole dell'URWA, Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, sono state bombardate 






In questa mappa viene illustrata la situazione attuale della "prigione Gaza" (El Pais 04.08.2014)




In questo video raid israeliani radono al suolo Beit Hanoun nel nord della striscia, tutto in un'ora.



luglio 27, 2014

PALESTINA. Da Mohammed Assaf, un inno di resistenza per Gaza





Una canzone di solidarietà con il luogo in cui il cantante è nato e cresciuto.

Intitolato "Alza la testa", il pezzo è accompagnato da un video che mostra le immagini terribili dei bombardamenti ad opera dell'esercito israeliano, che continuano anche in questi giorni a piovere sulla popolazione inerme.
Ma il canto di Mohammed Assaf, il diciannovenne diventato famoso in tutto il mondo per aver vinto l'anno scorso il famoso talent show Arab Idol, vuole essere anche un inno di speranza e di resistenza.

"Alza la testa, è la tua arma / l'origine della dignità è l'essere umano / il figlio della libera terra del sole, tuo figlio, Gaza, non sarà umiliato" dice il ritornello.
Il testo è di Hend Gouda mentre il video, uscito il 17 luglio su Youtube, è diretto da Sameh El-Madhoun e ha segnato oltre mezzo milione di visualizzazioni in pochissimi giorni.
"Prendi il mio sangue e dammi la libertà, la mia terra va dal fiume al mare" canta Assaf, in riferimento alla Palestina storica, che si sviluppa dal Giordano al Mar Mediterraneo.

Con una critica anche al silenzio e immobilità internazionale di fronte ai crimini israeliani commessi nei confronti dei palestinesi della Striscia: "Gaza chiama, ma chi l’ascolta?"
"I bambini sono sotto le bombe, esposti all’attacco e all’assedio, tutte cose che compromettono il loro equilibrio psichico – ha detto il cantante in una recente intervista su Euronews – le istituzioni internazionali devono intervenire, gli organismi umanitari devono aiutarli, devono vedere quello che accade a Gaza".

Nato nel villaggio di Beit Darras, 32 km a nordest di Gaza, Mahmoud Assaf ha sempre manifestato il suo supporto alla Palestina, anche nelle sue canzoni: basti pensare che la canzone che ha scelto di interpretare alla finale di Arab Idol è stata Ali Al-keffiyeh, un inno per il proprio popolo.

Dopo la sua vittoria al talent show, è diventato quasi un eroe nazionale, seguito da oltre 775.000 fan su Twitter, e grazie alla fama conquistata è stato nominato ambasciatore della cultura e delle arti in Palestina, e ambasciatore di pace dell'Unrwa.

Secondo lui, infatti, le parole delle canzoni possono diventare "molto più forti e pesanti del fischio delle pallottole e dei missili". E la sua gente lo vede come un simbolo di speranza, oltre che come portavoce delle proprie sofferenze.

"Oh Gaza, ecco i tuoi uomini...uno solo ne vale cento – canta ancora nel nuovo video – (…) Non importa quanto grande sia diventata l'ingiustizia, noi proteggeremo la terra / 'sia la vittoria o il martirio' hanno detto gli uomini di questa terra / Oh suolo di questa amata terra dimenticata / con il sangue prezioso sei stato irrigato / Terra mia, canta il tuo inno, sii forte e preparati alla libertà". 


di: Anna Toro, Fonte Osservatorioiraq

luglio 24, 2014

PALESTINA. L'operazione israeliana “Margine Protettivo". Un massacro di civili e bambini intrappolati nella "prigione Gaza". Il mondo chiede di fermare Israele con l' embargo economico e militare. Rete Disarmo: il governo italiano sospenda l’invio di armi ad Israele.




Un massacro di civili e bambini nella prigione Gaza

il 19 luglio scorso l’agenzia Nena News pubblicava il numero e i nomi delle vittime dell’operazione militare israeliana contro la Striscia di Gaza, "Margine protettivo”, iniziata martedì 8 luglio. 357 le vittime palestinesi di cui i due terzi civili e il 22% bambini. Alla stessa data cinque erano le vittime israeliane.

Il giorno successivo il numero delle vittime era già destinato a salire. Ai raid aerei e ai missili lanciati sulla striscia si era aggiunta l’offensiva di terra dell’esercito israeliano e in un sol giorno erano più di cento le vittime, in maggior parte civili. Tredici le vittime israeliane, tutti militari.



Il 22 luglio a Ginevra l’Unicef comunicava il più drammatico dei bilanci delle vittime: solo fino al 21 luglio nel corso dei raid e delle operazioni militari erano 121 i bambini palestinesi uccisi.

Alle 8 del mattino del 24 luglio le agenzie internazionali contavano 718 le vittime palestinesi (81,5% civili), e 32 il numero dei soldati israeliani uccisi in combattimento.

Si spara anche sulle ambulanze per impedire che si presti soccorso ai feriti!



Il governo israeliano ha dichiarato di aver sollecitato la popolazione di Gaza ad evacuare le loro case e i loro quartieri. "Ma evacuare dove?", si è chiesto un cooperante norvegese. A Gaza non vi è letteralmente alcun posto sicuro per i civili. Le frontiere sono  chiuse. 

Il 23 luglio veniva bombardata la scuola dell'UNRWA, l'organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, che doveva ospitare proprio coloro che avevano dovuto lasciare le loro case quando è iniziata l'operazione. Il bombardamento ha prodotto decine di vittime e di feriti, donne, bambini e funzionari delle Nazioni Unite. 


Siamo di fronte all'ennesimo sistematico massacro perpetrato dalle truppe israeliane sul territorio di Gaza, un territorio che è stato definito la prigione a cielo aperto più grande del mondo dove è impossibile nascondersi e da cui è impossibile fuggire.

Il giornalista israeliano Noam Sheizaf  ha definito Gaza  una prigione di massima sicurezza “è difficile da visitare e per chi ci vive è impossibile uscirne. Lasciamo entrare solo cibo (l’essenziale), acqua ed elettricità in modo che i prigionieri non muoiano".


Acqua e cibo ormai scarseggiano ed è difficile curare i malati e i feriti per la scarsezza di medicinali e per l’inagibilità e difficile accessibilità alle strutture sanitarie, come denunciano medici senza frontiere.



In una riunione convocata d’urgenza il 23 luglio il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione in cui condanna Israele per la sua offensiva militare e crea una Commissione per investigare sui crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani che Israele abbia potuto commettere. La risoluzione è stata approvata con 29 voti a favore. Gli Stati Uniti hanno votato contro e i paesi europei membri del consiglio, tra cui l'Italia, si sono astenuti


Un conflitto asimmetrico

Il massacro di civili è reso possibile anche dalla diversità delle rispettive forze militari. I palestinesi dispongono di razzi, mentre gli israeliani di missili. Inoltre i razzi palestinesi vengono agevolmente intercettati dal potente sistema di difesa Iron Dome di Israele. La differenza numerica delle vittime lasciate sul campo ne è la riprova. 

Non dobbiamo dimenticare che Israele è (insieme a USA, Russia, Cina, Francia,Inghilterra, India, Pakistan e Corea del Nord) tra le maggiori potenze nuclearinonché tra quelle (con India, Pakistan e Corea del Nord) che non hanno firmato il trattato di non proliferazione.


Il paravento dei negoziati della diplomazia internazionale.

Tutti i tentativi di risolvere il conflitto israelo-palestinese attraverso un processo negoziale risultano ormai destinati al fallimento.

È ormai da venti anni che i negoziati rappresentano nei fatti non tanto la via per la pace, quanto piuttosto “un paravento dietro il quale il processo di progressiva annessione della Palestina da parte di Israele va avanti indisturbato”.


"Secondo l'ufficio centrale di statistica israeliano, nel 2013 si è iniziata la costruzione di 2.534 nuove unità abitative negli insediamenti ebraici in Cisgiordania, più del doppio che nell'anno precedente. Israele ha poi intensificato la demolizione di edifici palestinesi; ad esempio, secondo dati ONU, nella valle del Giordano sono state demoliti 390 edifici rispetto ai 170 del 2012, e 590 persone si sono trovate senza casa. Un processo di colonizzazione che ha, sin dall'inizio, mirato a rendere impossibile il formarsi di una società palestinese capace di esprimere una comune identità politica e nazionale, e a rendere sempre più difficile la vita dei palestinesi, rendendoli dei profughi nella loro stessa terra" (Fonte Scienzaepace, Università di Pisa, leggi tutto).

Fermare Israele con un embargo militare ed economico 

La soluzione del conflitto e la eliminazione delle sue cause vanno ritrovate in quelle forme di embargo militare ed economico che a suo tempo furono adottate, con successo, nei confronti del Sud Africa durante l’apartheid. 

In questa direzione si muove il provvedimento (2013/C 205/05) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea il 19 luglio dello scorso anno (v. il nostro post)  con cui vengono fissati i limiti territoriali entro cui potrà realizzarsi la cooperazione dell’Unione Europea con Israele a partire dal 2014.

Si stabilisce che gli Accordi UE-Israele, i finanziamenti comunitari, gli scambi finanziari, economici e culturali non saranno applicabili ai territori occupati da Israele dal 1967, territori che l’Unione Europea non riconosce come territori di Israele.

Le organizzazioni internazionali si sono mobilitate lanciando una petizione in cui si chiede alle banche, ai fondi pensione e alle imprese di mettere fine ai loro investimenti in Israele. Questo è forse l’unico “linguaggio” che il governo di Israele è in grado di capire.

Recentemente numerosi premi Nobel, artisti e personalità internazionali hanno pubblicato una lettera aperta per esigere che l’ONU e i governi del mondo impongano un embargo militare totale e giuridicamente vincolante verso Israele.


Ma quale è la politica dell’Italia? Rete Disarmo: il governo italiano sospenda l’invio di armi ad Israele.

L’Italia evita di schierarsi e mantiene uno stretto riserbo. E non potrebbe essere altrimenti visti i rapporti commerciali che intrattiene con Israele in particolare nel settore militare.

Nel maggio 2005 – durante il governo Berlusconi III – ha ratificato un “Accordo generale di cooperazione nel settore militare e della difesa” (qui il testo della Legge 17 maggio 2005, n.94 di ratifica).

All’accordo sopraccitato ne ha fatto seguito un altro ben più consistente. Si tratta accordo firmato il 19 luglio 2012, durante il governo Monti sulla cooperazione militare “per la fornitura ad Israele di velivoli M346 per l’addestramento al volo e dei relativi sistemi operativi di controllo del volo, ed all’Italia di un sistema satellitare ottico ad alta risoluzione per l’osservazione della Terra (OPTSAT -3000) e di sottosistemi di comunicazione con standard NATO per alcuni velivoli dell’AMI”. Un accordo che ha visto impegnato in prima persona l’ex premier Monti che lo ha definito un “salto di qualità”. Salto di qualità peraltro mai discusso (né approvato) in Parlamento non solo per i termini del contratto (che favoriscono i profitti privati di Alenia Aermacchi, gruppo Finmeccanica) ma soprattutto per le rilevanti implicazioni sulla politica mediorientale del nostro paese". (Fonte Unimondo)

l’Italia è il maggiore esportatore dell’Unione europea di sistemi militari e di armi leggere verso Israele: si tratta di oltre 470 milioni di euro di autorizzazioni per l’esportazione di sistemi militari rilasciate nel 2012 (dati del Rapporto UE) ed oltre 21 milioni di dollari di  “armi leggere” esportate nel quinquennio dal 2008 al 2012 (dati Comtrade). (Fonte Unimondo)

Ciò avviene in aperto contrasto con la nostra legislazione (Legge 185 del 1990) relativa all'export di armamenti, che prevede l’impossibilità di fornire armamenti a Paesi in stato di conflitto armato o i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani.

la Rete Italiana per il Disarmo che raggruppa le principali organizzazioni italiane impegnate sui temi del disarmo e del controllo degli armamenti, chiede che “Il governo italiano sospenda immediatamente l’invio di armi e sistemi militari a Israele e si faccia promotore di una simile misura presso l’Unione europea”.











luglio 20, 2014

TUNISIA. Per la seconda volta la Tunisia ospiterà il FORUM SOCIALE MONDIALE. L'appuntamento è a Tunisi dal 24 al 28 marzo 2015



E' la seconda volta che il FORUM SOCIALE MONDIALE si svolge in un paese arabo. 
E’ la seconda volta che sceglie la Tunisia.

Già nel 2013 Tunisi ospitò questo evento di straordinaria importanza che ogni anno chiama a raccolta migliaia di movimenti provenienti da tutte le parti del globo per discutere dei problemi del mondo in un’ottica anti-liberista e anti-consumista. Per la pace, la giustizia e per una globalizzazione alternativa.


Il lemma dell'edizione 2013 era "dignità". La dignità che chiedeva il popolo tunisino della "rivoluzione dei gelsomini".


La scelta della Tunisia ancora una volta ha un grande significato.  

Dopo aver dato origine a quella che è stata definita “primavera araba” e, cioè, a quell'insieme di rivolte popolari che in pochi mesi hanno scosso l’intero mondo arabo, la Tunisia, dopo soli tre anni da quei tragici eventi,  è stata capace di dotarsi di una delle Costituzioni più avanzate del mondo, in cui costituiscono assi portanti l’uguaglianza di genere, la libertà di coscienza e di credo e lo stato di diritto.   Ciò mentre in altri paesi quelle rivolte popolari sono state spazzate via da conflitti scatenati da contrapposti interessi economici ed equilibri geopolitici.


“Il popolo ha vinto una rivoluzione pacifica che illumina il mondo”. Così ha commentato Rached Ghannouchi, Presidente di Ennahda, il partito islamico moderato, maggioranza all'Assemblea Costituente.

La Tunisia è stata definita il  il volto nuovo dell'Islam. La punta avanzata della società araba contro le dittature corrotte dagli interessi neo-coloniali. Una bandiera per tutto il continente africano.





Un altro Magreb-Mashreq è possibile
Un’altra Africa è possibile
Un altro mondo è possibile

Con questo slogan il comitato organizzatore del FORUM ha lanciato un appello ai movimenti sociali affinché si mobilitino in vista del prossimo FORUM che si terrà a Tunisi dal 24 al 28 marzo 2015


L'appello è stato pubblicato in quattro lingue. Potete trovare il testo in lingua araba cliccando qui


mg

giugno 23, 2014

BRASILE. Campionati di calcio. Una vendetta Mondiale?



“Continuo a deliziarmi con i bocconcini di cui può godere chi ha il disonesto vantaggio del senno di poi: sapere cos'è successo e andare a vedere le previsioni di chi ha osato fare pronostici.

Ho un gran timore post-coloniale. In Brasile, le squadre del Nuovo Mondo che gli imperi portoghese, spagnolo e britannico hanno depredato di più, si stanno bevendo coppe di vendetta intelligentemente gelata.

Il Cile ha eliminato la Spagna. L'Uruguay ha eliminato l'Inghilterra...”

Così Miguel Esteves Cardoso articolista del periodico portoghese “Público”. Leggi tutto