febbraio 28, 2015

IRAQ-SIRIA. Isis, una barbarie che umilia l'Islam e ne tradisce i valori





Il 29 giugno dello scorso anno, due giorni prima dell’inizio del Ramadan, un portavoce del gruppo fondamentalista Isis -Stato islamico dell’Iraq e del Levante- (denominazione assunta dopo la fusione dell’Isi- Stato islamico dell’Iraq- con il gruppo Jabhat al Nursa affiliato ad al Qaeda), rivolgendosi ad una platea costituita dai musulmani di tutto il mondo annunciava la creazione del Califfato.

Il 5 luglio Abu Bakr al-Baghdadi, già leader di al Qaeda in Iraq e successore di al Zarqawi, ucciso nel 2006 da un raid aereo americano, si autoproclamava Califfo e con l’ausilio delle più moderne tecnologie e i canali dei social media diffondeva in tutto il mondo un video che lo ritraeva mentre durante la preghiera del venerdì, dalla Grande Moschea di Mosul città dell’Iraq conquistata il precedente 10 giugno, ordinava ai fedeli musulmani di obbedirgli.

L’autoproclamazione veniva peraltro considerata illegittima dalla stessa comunità sunnita che il califfato pretende di rappresentare. In tal senso si esprimeva, il Mufti egiziano Yusuf al Qaradawi che giudicava "nulla" e "non valida" la dichiarazione di Abū Bakr al-Baghdādī. e potenzialmente dannosa per i musulmani sunniti.




Il progetto dell’Isis è quello di abbattere i confini nazionali imposti dalle potenze coloniali britanniche e francesi con gli accordi di Sykes-Picot e di costruire uno stato islamico per i musulmani (ma non per tutti, solo per coloro che condividono l’interpretazione dei sacri testi imposta dal gruppo terrorista) che riproduca i confini e lo splendore dell’antico califfato in cui i musulmani possano ritrovare la salvezza dopo secoli di umiliazione, razzismo e sconfitte per mano degli infedeli, le potenze straniere e i loro alleati musulmani.

Avverte Loretta Napoleoni, nel suo recente libro "Lo Stato del Terrore": “Dimenticate i talebani che tenevano l’Afghanistan nel medioevo. Dimenticate al Qaeda, che aleggiava senza una vera e propria potenza militare, capace solo di gesti isolati, di scarso valore geopolitico. Questa nuova minaccia punta a un ambiziosissimo obiettivo: far nascere dalle ceneri dei conflitti mediorientali non un gruppo terroristico, ma un vero e proprio stato- con un suo territorio, una sua economia e un’enorme forza di attrazione per i musulmani fondamentalisti di tutto il mondo.

Per realizzare il suo progetto l’Isis ha aperto un fronte interno. I suoi nemici non sono più soltanto quelli degli storici gruppi jihadisti, gli USA e le potenze occidentali, ma anche i musulmani “infedeli”. Ovvero tutti quelli che non condividono l’interpretazione dei testi sacri imposta dal radicalismo sunnita salafita, tra cui gli sciiti (Iran) e gli alauiti (Siria).

Interpretazioni che peraltro sono contraddette dalle sacre scritture. Una per tutte, la libertà religiosa: 

“Non c'è costrizione nella religione. La retta via ben si distingue dall'errore. Chi dunque rifiuta l'idolo e crede in Allah, si aggrappa all'impugnatura più salda senza rischio di cedimenti. Allah è audiente, sapiente” (Corano 2.256).
 
Scopo dell’Isis è quindi quello di realizzare la pulizia religiosa dell’Islam  con ogni mezzo, compreso lo sterminio. Come accadde subito dopo la presa di Mosul quando i terroristi dell’Isis uccisero centinaia di sciiti, donne e bambiniscaricandone i cadaveri in fosse comuni, confiscarono quattromila case come bottino di guerra e fecero saltare santuari e moschee sciite (leggi).

Dal 2012 l'Isis pubblica relazioni annuali (Al Naba) in cui, con un livello di precisione degno della contabilità di una società per azioni, indica il numero e la posizione geografica delle sue operazioni, il numero di attentati, omicidi, posti di blocco, missioni suicide e perfino gli "apostati" convertiti. Nel solo 2013 la relazione ha dichiarato quasi 10.000 operazioni in Iraq, 1.000 omicidi, 4.000 azioni con ordigni esplosivi e centinaia di suoi prigionieri liberati.

Fonte Ansa. Tre miliziani stanno per decapitare un curdo a Mosul


Uno Stato quindi che fonda la propria autorità sulla violenza, la pulizia etnica e la barbarie e  tradisce i veri valori dell’Islam. Una nuova forma di nazismo. 

Un’ideologia condannata da tutto il mondo islamico (QUI)
Dai più autorevoli esponenti politici (QUIQUIQUI) e influenti organizzazioni della società civile (QUI) alle più prestigiose autorità religiose, anche sunnite (QUIQUIQUI), che rivendicano all’Islam il ruolo di una religione che favorisce la compassione, la coesistenza, la giustizia e la pace: 

"E così facemmo di voi una comunità equilibrata affinché siate testimoni di fronte ai popoli e il Messaggero sia testimone di fronte a voi... "(Corano 2.143); "O Gente della scrittura, non esagerate nella vostra religione. Non seguite le stesse passioni che seguirono coloro che si sono traviati e che hanno traviato molti altri, che hanno perduto la retta via"(Corano 5.77).




Se diverso è il suo progetto politico l’Isis condivide però con i talebani e al Qaeda la genesi e gli sponsor originari

La genesi va ricercata nella partizione postbellica del Medio Oriente per mano delle potenze coloniali ed è profondamente intrecciata con decenni di scriteriata politica occidentale in epoca postcoloniale: 

  • la guerra afghana degli anni ottanta del secolo scorso (leggi), che vide la costituzione dell’Alleanza Islamica in funzione antisovietica sponsorizzata dagli USA e dalle monarchie del Golfo sue alleate e l’apparizione dei principali gruppi e leader terroristi: al Qaeda, O.Bin Laden e al Zarqawi; 
  • l'invasione dell'Afghanistan del 2001 da parte degli USA e della NATO (leggi) che dopo 13 anni di guerra (21mila morti tra i civili e 3.500 tra i soldati) ha riconsegnato il paese ai talebani (leggi); 
  • la guerra in Iraq iniziata dagli USA nel 2003 per ragioni di strategia geopolitica per mantenere il controllo sull’intera regione mediorientale (leggi), ma dichiarata sul presupposto falso che Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa e proteggesse i terroristi (leggi)Conflitto ufficialmente dichiarato cessato nel 2011, ma che di fatto ha gettato il paese nella guerra civile consegnandolo ai gruppi radicali sunniti-salafiti che nel frattempo si erano andati consolidando dopo la caduta di Saddam e che si opponevano al governo sciita corrotto e inefficiente di al Maliki (2005-2014), imposto dagli USA.

Un terreno fertile per la nascita e il consolidamento dei gruppi fondamentalisti sunniti anti Bashar al Assad che hanno poi proliferato nella Siria sciita usurpando le genuine rivolte popolari della primavera araba in questo paese.

Tutti gruppi finanziati e sostenuti dalle "petromonarchie del Golfo", Arabia Saudita, Kuwait e Qatar, storici alleati dell’Occidente. Paesi portatori della stessa ideologia radicale dei gruppi jihadisti che hanno continuato a sostenere allo scopo di minare il potere dell’Iran (paese sciita) per la conquista  della leadership nella regione (leggi).



L’Isis da  parte sua ha saputo sfruttare la proliferazione di questi gruppi per ampliare la propria organizzazione.

In pochi mesi ha conquistato metà dell'intera superficie della Siria e oltre il 40 per cento di quella irachena. Un territorio, grande quanto tutta l'Italia esclusa la sola Sardegna, con una popolazione stimata in 11 milioni di persone.



Un’avanzata che pare abbia preoccupato perfino i suoi vecchi sponsor che hanno preso le distanze dal gruppo terrorista denunciandone la violenza (leggi). Nell’autunno dello scorso anno i sauditi hanno costruito una muraglia per difendere La Mecca e Medina dalla furia dell’Isis (leggi).

Sono state conquistate città importanti, come Mosul e Falluja, ma soprattutto regioni strategiche ricche di risorse quali i giacimenti petroliferi della Siria orientale, ciò che ha consentito al gruppo terrorista di avviare il processo di indipendenza dagli storici sponsor; dotarsi di un efficiente arsenale militare; finanziare la macchina amministrativa dello Stato e perfino un sistema di welfare, necessario per accaparrarsi il consenso delle popolazioni conquistate.

In breve l’Isis è diventato il gruppo terrorista più ricco al mondo con un patrimonio stimato sui due miliardi di dollari (leggi). La sola vendita del petrolio dei giacimenti vicino a Mosul porta nelle casse dell’Isis oltre 3 milioni di dollari al giorno. Si aggiunga un sistema di tassazione che sconfina nell'estorsione organizzata su una popolazione di 11 milioni di persone. E una serie di attività ancor meno presentabili, come rapimenti e riscatti, saccheggi e contrabbando. Un ente che si considera inoltre dotato di una struttura aziendale che fa affari (leggi)

Amanda Rogersdocente nella University of Wisconsin-Madison, ritiene che: “L'ISIS si comporta come un'azienda perché si muove e procede con logiche aziendali, così come una amministrazione condurrebbe o adotterebbe un marchio. La 'bandiera nera' è d'impatto sia per l'opinione pubblica, terrorizzata da un'imminente proliferazione globale del Califfato, sia per coloro che bramano la sua diffusione nel mondo. I 'consumatori' saranno in grado di identificare il brand, e ciò ne favorirebbe l'espansione



Sta di fatto che “Stato Islamico”, anche grazie ad un’abile macchina propagandistica tecnologicamente avanzata -di stampo squisitamente occidentale-, sta agendo come un magnete per i gruppi jihadisti fondamentalisti di tutto il mondo (leggi). 

Estremisti islamici leali al Califfato sono presenti in Marocco, in Mali e in Nigeria. In Egitto, nella regione del Sinai, agiscono piccole cellule di jihadisti, anch'essi fedeli alla causa dell'Isis, Nell’estate dello scorso anno la bandiera dell’Isis è comparsa su alcuni villaggi giordani e militanti dell’Isis hanno sconfinato in Libano. In Libia, paese anch’esso frantumato dall’incursione bellica occidentale, l’Isis ha ottenuto dai gruppi jihadisti che si contendono il ricco territorio del paese il riconoscimento della propria leadership attraverso l’uso dei suoi marchi, simboli, parole d’ordine. Una sorta di franchising come è stato recentemente definito. 




Un messaggio potente quello dell’Isis che arriva ai giovani musulmani che vivono nel vuoto politico e nell'ingiustizia creati da strutture di potere corrotte. 

Non solo, ma l’Isis è stato capace di sedurre anche migliaia di combattenti stranieri (leggi).
Alla fine di settembre dell’anno scorso ne sono stati contati 12.000 di cui 2.200 provenienti dall'Europa. Immigrati di 2° o 3° generazione, ma anche giovani europei. dall’Europa.

Giovani che fuggono dal fondamentalismo economico dell’occidente che li ha resi vite di scarto. Spinti forse dal miraggio di una società incorruttibile e di una comunità solidale. Dalla ricerca del religioso che non troveranno.

Si tratta di giovani che “hanno tagliato il legame con un mondo che per loro è bruciato da una malattia che distrugge la fede..., figli delle nostre omissioni, delle nostre ipocrisie, della nostra viltà. Ci tendono questo specchio dal fondo delle loro tragedie, e vi vediamo riflesso il nostro viso”(Così Domenico Quirico, "Il Grande Califfato")


mg



     


gennaio 31, 2015

EUROPA. Ridisegnare i confini della libertà di espressione? La Comunicazione può umiliare e uccidere



"il terrorismo non ha religione" su arabpress.eu
In un articolo pubblicato sul blog della Società Italiana di Diritto Internazionale all’indomani della strage di Charlie Hebdo, Luca Pasquet, dottorando in diritto internazionale presso il Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra, riflettendo sul significato e la portata della libertà di espressione, osservava:


“Qualche mese fa, paesi come il Regno Unito e l’Italia discutevano se criminalizzare l’istigazione all’omofobia e alla transfobia. Oggi, dopo l’attentato al settimanale umoristico Charlie Hebdo, la parola d’ordine, nei media e nel discorso politico, sembra essere: la libertà d’espressione è assoluta; bisogna tollerare di tutto nel nome della democrazia e della libertà. Infine, pochi giorni dopo il bagno collettivo di retorica sulla libertà d’espressione, il discusso comico francese Dieudonné è stato arrestato per aver postato su twitter la frase: “je suis Charlie Coulibaly”.


Un’osservazione questa che mette in rilievo quanto sia ipocrita e contraddittorio il discorso occidentale sulla libertà di espressione, che viene censurata o considerata assoluta a seconda dei casi (in alcuni paesi il negazionismo è reato), ma che all’indomani dei fatti di Parigi viene sfoderata come una spada per un nuovo scontro di civiltà.


E così mentre tutto l'Islam condanna (se ne parlerà in un prossimo post) senza mezzi termini il terrorismo che da mesi miete vittime, non solo in Europa, ma, in proporzioni macroscopiche, in tutto il mondo islamico e fa progetti per fermare queste orde di barbari sanguinari additandoli come “cancrena dell'Islam", in Europa si insiste nel voler difendere ad oltranza un altro tipo di fondamentalismo quello della libertà di espressione, utilizzata in appoggio alla diffusa retorica anti-islamica e in modo irresponsabile come supporto alla diffusione di discorsi d’odio.


Osserva ancora Luca Pasquet che “se è innegabile che nessuna espressione d’opinione, in nessuna forma, può giustificare un plurimo omicidio (ma non dovrebbe giustificarlo neanche il crimine più efferato) è al tempo stesso legittimo porsi alcune domande sui limiti della libertà d’espressione, anche con riguardo alla forma della caricatura umoristica: questa libertà è davvero assoluta, è bene che lo sia, e, infine, l’applicazione degli eventuali limiti è selettiva o uguale per tutti? I due livelli (la condanna di un omicidio arbitrario e i limiti della libertà d’espressione) sono distinti, e confonderli non aiuta a comprendere”.

Riportiamo alcuni passaggi del discorso fatto da Pasquet.


In primo luogo, egli afferma , bisogna sfatare un mito, rinforzato dalla retorica post-attentato degli ultimi giorni: la parola, e persino l’immagine in forma di caricatura, non sono sempre innocenti ed innocue. La comunicazione può umiliare ed uccidere…


Sono gli slogan, le idee, le convinzioni che circolano nella nostra società a fare di un omosessuale un lussurioso ammalato, di una donna una creatura debole e stupida, di una persona di colore un selvaggio ed uno schiavo, di un ebreo un venale senza cuore, di un musulmano un terrorista. Ciò grazie alla comunicazione di slogan semplici che il ricevente ripete meccanicamente, illudendosi di aver compreso un concetto, in uno splendido esempio di “pensiero pigro”. E, a meno che non vengano istituzionalizzati dei meccanismi sociali capaci di limitare questa diffusione, gli slogan continueranno ad essere riprodotti, perché non costano né denaro né sforzo intellettuale, e permettono di conquistare consenso e potere".


Non tutto può essere trasmesso, aggiunge l’autore. In nessuna democrazia liberale la libertà d’espressione è assoluta ed illimitata. I diritti umani sono uno dei possibili meccanismi sociali volti a limitare le esternalità negative della comunicazione. Essi funzionano come filtri, e rendono possibile una “contro-comunicazione” espressa in termini di divieto giuridico.: la tortura, la discriminazione e altri tipi analoghi di comunicazione vanno bloccati e sanzionati. In molti casi, la risposta è stata formulata in termini di criminalizzazione di alcune condotte come l’istigazione all’odio razziale, o fondato sull’orientamento di genere, o sulla preferenza sessuale, o sulla religione, fino al crimine di negazionismo. Tali limiti alla libertà d’espressione sono giustificati in base all’argomento per cui anche la comunicazione verbale, scritta, o per immagini, può essere violenta e portare a ferire, uccidere, umiliare..


In Francia, ci ricorda Pasquet, nelle ore immediatamente successive all’attentato a Charlie Hebdo, qualcuno appiccava il fuoco a due moschee e un chiosco-kebab. Gli slogan prendevano vita, bruciando, umiliando e ferendo. Non si può pensare che, in una “società democratica”, a fronte di tali avvenimenti, regni la più totale assenza di responsabilità, tanto a livello culturale, quanto politico e giuridico. In un sistema giuridico che ha scelto il modello della criminalizzazione, il reato di istigazione all’odio razziale e religioso deve valere anche quando l’offesa è diretta verso l’Islam, anche e soprattutto a fronte di una potente e diffusa retorica anti-islamica.


Del resto, come ammonisce la Corte Europea dei Diritti Umani, è legittimo sanzionare un «comportamento (…) intollerabile che costituisca una negazione dei principi fondamentali della democrazia pluralista», e in caso di «tensione e di conflitto» bisogna evitare che i media diventino «un supporto alla diffusione di discorsi d’odio».


Marvel in difesa dell'Islam sui bus di San Francisco in fumettologica 
È inoltre importante che, qualsiasi compromesso si trovi tra le due esigenze (libertà o censura)  gli stessi limiti, e le stesse libertà tutelino ognuno allo stesso modo.


Come ricorda Shlomo Sand, eminente storico israeliano, la discriminazione antiebraica ha segnato la cultura europea nel modo più ignominioso, è quindi giusto che la società europea rifiuti, sia attraverso l’autolimitazione culturale responsabile, sia attraverso il divieto giuridico, la rappresentazione offensiva della religione ebraica. Quello che Shlomo Sand ed altri si chiedono è perché gli stessi limiti e la stessa attenzione non valgano per i discorsi chiaramente discriminatori rivolti ad altre minoranze religiose.


Il senso profondo e l’origine storica del diritto alla libertà d’espressione risiede nella tutela del debole che critica il potere.
Il Re, la Regina di Inghilterra ed il Principe di Galles siedono attorno ad una scodella piena di ghinee e se le versano in bocca con il mestolo. - Incisione di James Gillray -1787. In no-miedo blogspot
Per questo, se la stessa libertà è invocata dal giornalista influente o dal personaggio politico per mettere alla gogna una minoranza religiosa, o, in generale, la categoria degli immigrati (cioè degli ultimi arrivati, dei più deboli), non solo tale comportamento non ha nulla di civico, ma bisogna allarmarsi, essere sospettosi. Nella maggior parte dei casi, si tratta infatti di una mera scusa per aggirare i limiti imposti dalla legge e le regole sociali della convivenza civile.


Sulle origini e la funzione della satira interviene il recente articolo "Ridisegnare i confini della libertà. Sulla satira di Charlie Hebdo" pubblicato nel sito “Fumettologica” da Tonio Troiani che al riguardo cita una recente sentenza della Cassazione (n. 9246 del 2006). Partendo dal presupposto che si tratta di un diritto di ordine costituzionale (artt. 21 e 23 della Costituzione) la sentenza ne chiarisce la portata e limiti onde evitare che travalichi i limiti della sua stessa funzione:


“[La satira] È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene.”


Le viene riconosciuto un compito di fondamentale importanza, cioè quello di “indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone” con una precisa finalità “correttiva, cioè verso il bene”. La satira quindi ha un fine positivo che la distingue dal semplice vilipendio.


La libertà inseguita e proclamata dalla rivista (Charlie Hebdo), nelle parole di uno dei suoi fondatori, era invece assoluta. Ma, si chiede Troiani, non è anche questa ideologia? Violenza? Una libertà estrema di ridere di tutto e di tutti, ma non della stessa possibilità di ridere? E in virtù di questo principio, non si potrebbe far satira perfino sulla morte dei vignettisti di Charlie Hebdo? – o invece la morte violenta, piuttosto, pone un limite che il buon costume e la dignità personale definiscono chiaramente?


Viene citato l’articolo apparso su The Hooded Utilitarian con cui Jacob Canfield  aveva denunciato l’evidente curvatura “razzista” della rivista soprattutto nei confronti del mondo musulmano con modalità non lontane da quelle con cui i Nazisti rappresentavano gli Ebrei... Cosicché, sottolinea Canfield, al di là della strenua difesa della libertà di cronaca e satira che dichiarava di perseguire, la rivista rischiava di ottenere risultati antitetici alla sua stessa ragion d’essere, utilizzando cioè strumenti in uso nella satira di propaganda dei regimi totalitari. In conclusione ci sembra di poter dire che non di libertà si è trattato, ma, al contrario, di sudditanza al pensiero dominante. 




mg




dicembre 29, 2014

IRAN. Istituito il servizio di taxi gestito da donne





Mentre in Arabia Saudita alle donne è fatto divieto di guidare, in Iran è stato istituito un servizio di taxi gestito da sole donne. I “taxi rosa” sono identificati dal colore verde e si caratterizzano per essere utilizzati soprattutto dalle donne che affermano di sentirsi più sicure se al volante c’è una donna.

Le esigenze della vita moderna provocano in Iran contrapposizioni continue tra i modelli culturali patriarcali islamici e le condizioni di vita femminili. Una caratteristica della cultura  iraniana è che il forte senso della tradizione si accompagna ad una altrettanto forte fede nel progresso, nella scienza e nel sapere, che è condivisa da tutti i gruppi politici. E così nemmeno la politica integralista del presidente Ahmadinejad è riuscito a rimandare le donne al focolare.

Le donne sono il motore del cambiamento sociale in Iran, ha detto Shirin Ebadipremio Nobel per la pace, che è diventata il simbolo del movimento femminista iraniano.


Ci sono donne a Teheran che dirigono ospedali e giornali, che lavorano come ingegneri dei cantieri di costruzione, che sono a capo dei reparti femminili della polizia. Le ragazze sono il 65 per cento degli studenti universitari. E ai test per l'ammissione alle università (tutte a numero chiuso) le ragazze sono ogni anno più del 60 per cento e i ragazzi meno del 40 per cento degli ammessi tanto che il regime ha deciso di fissare delle quote azzurre, in modo da assicurare la presenza di più maschi negli atenei. Molti deputati conservatori che vorrebbero la divisione per sesso tra i medici (le donne medico a loro avviso dovrebbero riservare le loro prestazioni alle pazienti femmine) hanno visto un nuovo pericolo nella crescita delle donne medico. Lo stesso per quanto riguarda farmacisti e dentisti, tra i quali i laureati sono già al 60 per cento donne (da la Repubblica.it esteri, leggi tutto).

mg

ARABIA SAUDITA. Hisham Fageeh, "No Woman, No Drive"




Hisham Fageeh è un comico e attivista sociale saudita, nato a Riyad il 26 ottobre 1987. Nel giorno del suo 26° compleanno, il 26 ottobre 2013, giornata scelta dalle attiviste saudite per sfidare il divieto di guida, ha pubblicato su YouTube la canzone "No Woman, No Drive", "remake" della famosissima canzone di Bob Marley "No Woman, No Cry", a sostegno della lotta delle donne saudite per il diritto di guidare, a dimostrazione che quella del divieto di guida per le donne non è solo una questione femminile.


No donna, no guida
No donna, no guida
No donna, no guida
No donna, no guida

 Eh, eh,
 Eh, ricordo quando te ne stavi seduta
 Nell'auto di famiglia, ma sul sedile dietro
 Le uova, le ovaie tutte belle al sicuro
 Così puoi fare un sacco di bambini

 Buoni amici avevamo, buoni amici abbiamo perso
 Sull'autostrada
 In questo futuro luminoso
 Non puoi dimenticare il passato
 Quindi metti via le chiavi della macchina

 No donna, no guida
 No donna, no guida
 Hey, sorellina, non toccare quel volante
 No donna, no guida

 Ricordo quando te ne stavi seduta
 Nell'auto di famiglia, ma sul sedile dietro
 Certo l'autista può portarti dappertutto
 Perché le regine non guiiiiidano

 Però puoi prepararmi il pranzo
 Che potrei dividere con te
 Il tuo unico mezzo di trasporto sono i piedi
 Ma solo dentro casa
 E quando te lo dico io, insomma!

 E tutto andrà bene
 E tutto andrà bene
 E tutto andrà bene
 E tutto andrà bene
 E tutto andrà bene
 E tutto andrà bene
 E tutto andrà bene
 E tutto andrà bene

 No donna, no guida
 No donna, no donna, no guida
 Hey, sorellina, non toccare quel volante
 No donna, no guida.

ARABIA SAUDITA. Women to Drive, per il diritto di condurre la propria vita





Nuovo giro di vite in Arabia Saudita contro le donne al volante, un comportamento considerato una forma eccessiva di emancipazione femminile. Dovranno comparire davanti ad un tribunale che si occupa di «terrorismo» le due militanti arrestate recentemente per aver difeso il diritto delle donne a guidare. Una delle due donne è Loujain Hathloul, che era stata arrestata il primo dicembre, dopo essere stata fermata alla frontiera tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti da dove proveniva a bordo di un’auto. La seconda è la giornalista Maysaa Alamoudi, anche lei saudita ma trasferitasi negli Emirati, arrestata per aver difeso Loujain. «Il loro caso sarà portato davanti ad un tribunale anti-terrorismo», ha detto un attivista precisando che i loro avvocati sono pronti a ricorrere in appello. Le due donne hanno creato un programma su Youtube contro il divieto per le donne di stare al volante (leggi la notizia).


Da anni le donne saudite hanno iniziato forme di mobilitazione per il diritto di guidare, che altro non significa che il diritto di condurre la propria vita.

Nel giugno 2011, sull’onda della primavera araba, vi è stata la prima mobilitazione ufficiale delle donne contro il divieto di guidare. La mobilitazione è andata avanti nonostante l'arresto dell'organizzatrice, Manal al-Sharif. 

Un anno fa, ad ottobre del 2013, le donne saudite hanno lanciato la campagna per il diritto a guidare. La campagna "26 ottobre" ha visto aumentare considerevolmente la presenza femminile al volante per le strade del regno, mentre la petizione che chiede di togliere tale divieto ha raccolto migliaia di firme.

Attivisti e militanti - anche uomini - hanno incoraggiato le loro compagne a mettersi alla guida delle auto e a postare su Twitter le loro immagini mentre guidano sotto l’hashtag «#IWillDriveMyself».

Da quel giorno attiviste del movimento femminile saudita hanno postato sul web dei video che documentavano varie donne al volante, pur senza precisare dove questo era successo.

L’Arabia Saudita, storico e fedele alleato dell’occidente nel mondo arabo, è l’unico Stato al mondo in cui alle donne è vietato guidare. Quelle che hanno bisogno di spostarsi in auto devono farlo con un autista o con un uomo della loro famiglia. Il divieto si inquadra nel più ampio sistema normativo in vigore nel paese che priva le donne dei più elementari diritti e le tratta come soggetti incapaci. Le donne in Arabia Saudita non possono viaggiare, lavorare o subire interventi medici senza il permesso formale di un maschio di famiglia, il MALE GUARDIAN - l’uomo guardiano-, generalmente un marito o un padre, a cui vengono riconosciuti pieni diritti sulle donne della propria famiglia.

Si tratta di una forma estrema di patriarcato resa possibile dall’assenza nel paese di qualsivoglia struttura democratica: l'Arabia Saudita è infatti una monarchia assoluta, governata dai discendenti del sultano del Najd, ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd (Dinastia Saudita). Nel paese non esistono elezioni parlamentari né esistono partiti politici. Le leggi del Regno si basano sulla Sharīʿa, e al clero, in ultima istanza, spetta di decidere la conformità alla legge islamica di ogni legge o iniziativa presa dal re. Ciò pone la corte reale in un rapporto di sudditanza nei confronti del clero. Ne deriva che molto difficili risultano i timidi tentativi che ultimamente il re Abdallah, considerato un “cauto riformatore”, ha tentato di realizzare per venire incontro alle sollecitazioni di quelle donne che lottano per raggiungere forme elementari di emancipazione e che sempre più numerose si stanno affacciando nel paese nonostante la politica ultrarepressiva.

Nel 2005 il re ha  introdotto le elezioni municipali (l'unico tipo di elezioni permesse) e nel settembre del 2011, sull'onda della primavera araba, ha annunciato che le donne potranno votare e addirittura candidarsi a quelle del 2015 (leggi la notizia su osservatorioiraq).

Nel febbraio scorso per la prima volta nella storia del Paese una donna è stata nominata direttore di un quotidiano nazionale

Nel marzo scorso a Riad è stato aperto il primo studio privato di una donna avvocato.

mg

leggi anche nel nostro blog:


dicembre 25, 2014

IRAQ. La televisione irachena si prende gioco del sedicente "Stato Islamico"



La televisione irachena si prende gioco del sedicente Stato Islamico (ISIS) e manda in onda "Stato Mitico" una serie televisiva di trenta episodi condivisa ampiamente dalla rete che ridicolizza le azioni e l’ideologia del gruppo terrorista.

Lo scopo, afferma Thaer al Hasnawi, ideatore e autore del programma, è quello di contrastare con la risata la propaganda dell’ISIS che usa le reti sociali per terrorizzare la gente. “Far sì che i telespettatori ridano dell’ISIS, li aiuta a superare la paura”. La comicità permette di trasformare in personaggi comici quelle figure che nella realtà causano terrore. 





dicembre 17, 2014

PALESTINA. 800 intellettuali israeliani firmano un appello ai Parlamenti europei affinché riconoscano lo Stato di Palestina. Nove Paesi UE hanno già detto sì...e l'Italia?




Due anni fa la Palestina veniva ammessa alle Nazioni Unite come Stato osservatore con una storica risoluzione dell'Assemblea Generale (A/RES/67/19) approvata con una schiacciante maggioranza: 138 stati contro i 193 facenti parte dell'ONU.

L’ammissione come semplice Stato osservatore, anziché come membro a pieno titolo, è derivata dal fatto che ai sensi dell’art. 4 della Carta istitutiva delle Nazioni Unite l’ammissione di uno Stato come membro può avvenire solo su proposta del Consiglio di Sicurezza, presupposto quest’ultimo per il momento non realizzabile stante la posizione contraria degli Stati Uniti che nel Consiglio di Sicurezza vantano (insieme a Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, cioè le cinque potenze uscite vincitrici della seconda guerra mondiale), come è noto, il diritto di veto (sull'argomento vedi il nostro post: PALESTINA. Storico ingresso alle Nazioni Unite). 

Peraltro nel frattempo molti stati hanno deciso di riconoscere la Palestina come Stato ed avere con questo rapporti bilaterali. Oggi la Palestina è riconosciuta come Stato da circa 135 Paesi, ma ancora pochi sono quelli dell'UE (vedi la mappa degli stati). I primi sono stati la Svezial'Ungheria, la Polonia e la Slovacchia (ma queste ultime tre prima di entrare a far parte dell'Unione).

Alcuni giorni fa Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua, tre scrittori tra i più noti del panorama letterario israeliano, insieme ad altri 800 intellettuali israeliani tra cui il premio Nobel per l'economia Daniel Kahneman, l'ex presidente della Knesset Avraham Burg e l'ex ministro degli Esteri Yossi Sarid, hanno firmato un appello ai Parlamenti europei affinché riconoscano lo Stato di Palestina


Nella loro lettera si legge: "Noi cittadini d'Israele, che desideriamo che il nostro sia un Paese sicuro e fiorente, siamo preoccupati per la continua situazione di stallo politico e per il proseguimento delle attività di occupazione e insediamento che portano a ulteriori scontri e minano le possibilità di un compromesso. Per questo è chiaro che le prospettive per la sicurezza e l'esistenza di Israele dipendono dall'esistenza di uno Stato palestinese a fianco di Israele. (...)Israele dovrebbe riconoscere lo Stato di Palestina e la Palestina dovrebbe riconoscere lo Stato di Israele, sulla base dei confini del 1967". 

L'appello ai parlamentari europei conclude: "La vostra iniziativa per riconoscere lo Stato di Palestina farà progredire le prospettiva di pace e incoraggerà israeliani e palestinesi a porre fine al loro conflitto".



Il prossimo 18 dicembre il Parlamento Europeo voterà una risoluzione a favore del riconoscimento dello Stato della Palestina.

In un comunicato pubblicato nella sua pagina web l’ufficio di Roma dell’ECFR (Consiglio europeo delle relazioni estere) spiega 5 motivi a favore del riconoscimento di uno Stato palestinese 

“Gaza ha subito il più letale periodo di violenze mai vissuto, costato la vita a più di 2000 palestinesi. L’ondata di violenza è stata così efferata che molti israeliani l’hanno paragonata alla Seconda Intifada...Le azioni del governo israeliano a Gerusalemme Est e in Cisgiornadia insieme alla crescente forza del movimento dei colonihanno minato ulteriormente la prospettiva di raggiungimento della soluzione dei due stati...Proprio a causa dell'escalation delle violenze gli europei devono prendere una decisione politica...Il riconoscimento confermerebbe anche la posizione dell'UE sull'illegittimità dell'occupazione da parte di Israele, che considera le attività dei coloni israeliani dannose per la pace e la sicurezza. Il riconoscimento è molto più di un gesto simbolico in quanto apporta una serie di benefici pratici che possono bloccare il deterioramento delle condizioni di sicurezza e realizzare l'obiettivo di uno Stato palestinese che viva a fianco di Israele in pace e sicurezza...". Così si legge nel comunicato.

Intanto dopo la Svezia, l’Ungheria, la Polonia e la Slovacchia altri Paesi dell’Unione hanno cominciato a muoversi. Il Parlamento irlandese e la Camera dei Comuni del Parlamento britannico hanno votato a grande maggioranza per il riconoscimento dello Stato palestinese. Sono seguiti, a breve distanza, i sì del Parlamento spagnolo (con 319 voti favorevoli, due voti contrari e un’astensione), dellAssemblea Nazionale francese (con 339 voti favorevoli e 151 contrari) e del Parlamento portoghesementre sono in corso di discussione analoghe decisioni in Belgio e Danimarca.  

E l'Italia? No, lei mantiene il suo storico vassallaggio agli USA e ancora latita. Il ministro degli Esteri Gentiloni ritiene che sia giusto discuterne, ma che per il momento il riconoscimento non sia opportuno 



mg

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