marzo 31, 2015

CASA AFRICA racconta a "Noi Donne" i molti "femminismi" dello scenario africano.


Riportiamo nel nostro blog il testo dell’intervista che Casa Africa ha rilasciato sulla complessità dell’universo femminile che si affaccia nel continente africano alla rivista “Noi Donne”  in occasione della giornata internazionale della donna



"Noi Donne" è la storica rivista italiana dei movimenti femminili che a partire dal luglio 1944, uscita dalla clandestinità, racconta le attività, i pensieri e i movimenti delle donne.

Noi Donne. Casa Africa realtà associativa vivace e impegnata, si affaccia su un continente davvero complesso, guarda e tutela gli interessi di molte etnie, ha un'ottica necessariamente multiculturale e interreligiosa, associazionista prima ancora che femminista. Per questo è a Casa Africa che abbiamo posto le domande più interessanti, suscitate da questa giornata dell'8 marzo.




Noi Donne. In quali battaglie sono impegnate le donne africane? E' possibile riassumerne il senso e lo spirito?

Casa Africa. Quando si parla di donne africane si fa riferimento ad una realtà complessa ed estremamente variegata dal punto di vista culturale, ma soprattutto geopolitico, su cui occorre fare chiarezza.

Parliamo delle donne dei paesi arabi del Nord Africa (dal Marocco all’Egitto) e di alcuni paesi del Centro Africa (Mauritania e Sudan) a maggioranza islamica. Parliamo delle donne dei paesi Sub Sahariani e del Centro Africa (come Mali, Nigeria,  etc.) che arabi non sono ma che sono a maggioranza islamica. Infine facciamo riferimento alle donne che vivono nei paesi dell’Africa Centrale e del Sud (Congo, Angola, Ruanda etc.) a maggioranza cristiana.

Le donne dei paesi arabo/islamici del continente africano condividono poi le esperienze e le battaglie delle donne di altri paesi arabo/islamici che non fanno parte del continente africano (dalla Palestina all’Arabia Saudita, dalle Monarchie del Golfo all’Iraq e alla Siria), nonché di altri paesi islamici che arabi non sono (come Iran, Pakistan e Afganistan).

L’appartenenza allo stesso mondo islamico caratterizza la peculiarità delle battaglie di queste donne che, seppure in misura diversa quanto agli obiettivi, all’intensità e agli esiti a seconda del sistema politico che governa i paesi in cui vivono (dalla monarchia assoluta dell’Arabia Saudita alla repubblica parlamentare laica della Tunisia), perseguono i diritti di uguaglianza senza rinnegare il loro credo religioso, ma disponendosi a una rilettura dei sacri testi in chiave paritaria. Si parla perciò di movimento femminile islamico. Un’operazione ermeneutica quella della rilettura dei testi sacri nella prospettiva della parità di genere che appare forse più agevole nella religione islamica di quanto non lo sarebbe (se venisse fatta) nella religione cristiana tenuto conto che nella prima mancano alcune premesse fondamentali che penalizzano la donna e che invece sono presenti nella seconda: il racconto coranico, infatti, non demonizza Eva e non conosce il peccato originale.

Gli obiettivi e i risultati sono, come si è detto, assai diversi e si scontrano spesso anche con l’ignoranza diffusa in certe regioni, per lo più rurali e governate da culture tribali, in cui sono frantumati alcuni Paesi (come il Pakistan o l’Afganistan). E così mentre in Pakistan la battaglia delle donne è per il diritto allo studio (Malala), in Iran il 65% degli studenti universitari sono donne. Mentre in Arabia Saudita le donne sono costrette a portare il burka e hanno bisogno di un tutore per esercitare qualsivoglia diritto ed attualmente si mobilitano per il diritto di guidare l’automobile (il "Women to drive movement"che simboleggia il diritto di condurre la propria vita), in Tunisia le donne hanno conquistato una Costituzione laica che garantisce la parità di genere e in Marocco hanno ottenuto la riforma del diritto di famiglia e l’abolizione  dell’articolo del codice penale sulle nozze riparatrici (norma che in Italia è stata abrogata solo nel 1981).




Impossibile elencare tutti i nomi delle numerose intellettuali, professioniste, attiviste, giornaliste, blogger che in questi paesi hanno costruito associazioni, siti e blog con il lemma parità e dignità. Donne che durante la primavera araba sono scese in piazza insieme agli uomini per rovesciare dittature corrotte. Che diffondono la nuova immagine femminile attraverso i social media. Che nelle università organizzano seminari, corsi e conferenze per divulgare e dibattere i risultati delle loro ricerche sui testi sacri.
    
Le battaglie per la dignità e la giustizia sono costate la vita a molte donne. Amina Filali, sedicenne marocchina, nel marzo del 2012 si tolse la vita perché non poteva più tollerare di vivere insieme al marito che era stata costretta a sposare in virtù delle ”nozze riparatrici". Un anno prima la marocchina Fadoua Laroui, nubile e madre di due figli si era tolta la vita dandosi fuoco per denunciare col suo gesto estremo le condizioni sociali e le ingiustizie che subiscono in Marocco le ragazze madri, considerate alla stregua di prostitute. In Iran Reyhaneh Jabbari uccise colui che aveva tentato di usarle violenza. Processata non venne creduta. Accusata di omicidio volontario fu giustiziata per essersi rifiutata di ritrattare l’accusa di tentato stupro come richiedevano i parenti della vittima.

Nel frattempo in molti di questi paesi si sono intensificati gli scenari di guerradal Medio Oriente (Iraq, Siria, Yemen) a tutta l’Africa Centrale (Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Darfur, Mali, Nigeria, Congo...). Conflitti questi ultimi che i media occidentali per lo più liquidano come tribali, etnici o religiosi, ma che in realtà sono scatenati dalle lotte di potere anche di ex potenze coloniali e delle multinazionali ad esse legate per il controllo di ricchezze naturali come il petrolio, l’uranio, i diamanti, l’oro e il coltan. Ci piace ricordare al riguardo le parole di Papa Francesco nell’omelia pronunciata durante la visita al Sacrario dei Caduti della Prima Guerra Mondiale a Redipuglia il 13 settembre scorso, parole con cui ha puntato il dito contro coloro che ha definito i "pianificatori del terrore". “Dietro le quinte, ha detto, ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante!”.



La stessa Primavera Araba, l’insieme di proteste e rivolte che nel corso del 2011 hanno sconvolto il mondo arabo e in pochi mesi hanno fatto cadere dittature decennali, è stata spazzata via da contrapposti interessi di potere, anche di potenze straniere. Allo stato attuale solo la rivoluzione dei gelsomini tunisina è risultata vittoriosa. Anche se ha destato sconcerto il fatto che sui 42 membri del neo-costituito governo solo 8 donne hanno ricevuto un incarico, di cui solo tre di tipo ministeriale. 

In questi scenari di conflitti e di instabilità politica si è poi andato affermando il terrorismo dell’Isis, quello di Boko Haram e di Al-Qaeda. Difficile in tali contesti per le donne che lottano per la sopravvivenza far sentire la loro voce. 

Tuttavia anche in questi scenari vi sono esempi di donne coraggiose costruttrici di pace.

Come Aminata Traorèex ministra della cultura del Mali, una delle voci più autorevoli dell’antiglobalizzazione che ultimamente ha condotto una grande campagna a livello internazionale lanciando diversi appelli contro la guerra nel suo paese e contro il predominio degli organismi finanziari che dettano l’agenda politica ai governi eletti democraticamente. Rivendica l’autodeterminazione dei popoli africani da costruire attraverso  l’unità e il dialogo. O come Catherine Samba-Panza presidente della Repubblica Centrafricana col difficile compito di riportare la pace in un paese in balia delle violenze.

Scendendo più a sud nel continente africano troviamo poi le donne in prima linea nella costruzione di paesi usciti da crisi e guerre civili, come a dire che una volta che gli uomini hanno fallito nel compito di governare sono le donne a prendere in mano il controllo della situazione. Pochi forse sanno che mentre oggi nel mondo la rappresentanza femminile nei parlamenti è solo del 19%, l’Africa rappresenta un dato in controtendenza con una percentuale femminile in alcuni paesi africani in media del 35%. Il primato è del Ruanda che con il 54,9% di presenza femminile nel parlamento supera il 46,5% della Svezia. Vi sono poi  donne capi di stato come Ellen Johnson Sirleaf, per due volte presidente della Liberia, un paese sconvolto da 27 anni di guerra civile. Considerata donna di ferro contro la corruzione il suo lavoro consiste soprattutto nel mettere le basi di un discorso di riconciliazione, recuperare l’autorità del governo minata dalla figura del precedente presidente Charles Taylor processato dal Tribunale Penale Internazionale per crimini di guerra, cancellare il debito e ristabilire i servizi basici per la popolazione.  Altre donne si sono avvicendate come capi di governo in altri paesi africani, come Joyce Banda in Malawi, Aminata Touré in Senegal.

In Liberia, Guinea e Sierra Leone un gruppo di donne ha costituito la «Rete delle donne del Mano River per la pace» (MARWOPNET). Il Mano è il fiume che attraversa i tre paesi interessati. La loro azione ha rafforzato la pace tra i paesi della Sierra Leone e della Liberia che avevano conosciuto 10 anni di guerra. Questa rete oggi riconcilia famiglie e clan e favorisce il ritorno dei rifugiati. 

In Sud Africa Ashwin Desai, professore di sociologia  nell’Università di Johannesburg, nel libro "Noi siamo i poveri. Lotte comunitarie nel nuovo Apartheid", racconta le esperienze comunitarie nelle township e le forme di lotta adottate dalla popolazione (come quelle consistenti nel riallaccio delle forniture dei servizi di acqua e luce precedentemente disconnessi, nel boicottaggio del pagamento dei servizi e degli affitti e nell’opposizione agli sfratti) sottolineando come in questi movimenti in prima linea ci siano le donne.


Noi Donne. Queste battaglie hanno dei punti in comune con le nuove sfide del femminismo europeo ed occidentale? Se sì, quali? Se no, in cosa si discostano?

Casa Africa. Occorre premettere che tutte le battaglie delle donne per la parità hanno un fondamentale punto in comune, almeno in linea teorica. Sono innanzitutto battaglie contro quella cultura patriarcale da cui traggono linfa le strutture di potere che si manifestano nel colonialismo e nelle varie forme di razzismo, sessismo e classismo. Sono battaglie per la costruzione di un diverso sistema di valori fondati sull’uguaglianza e il rispetto della persona e su cui poggia, in ultima analisi, la cultura della pace. La prospettiva di genere costituisce in altri termini un parametro di riferimento ed uno strumento di valutazione dei criteri su cui è fondata la società ed è capace di mettere a fuoco ogni altro tipo di disuguaglianza e di esclusione anche non di genere. Queste furono le importanti conclusioni a cui pervennero i movimenti femminili mondiali chiamati a raccolta nelle Conferenze Mondiali sulle donne convocate dalle Nazioni Unite negli anni ’70, ’80 e ’90 del secolo scorso. Momenti che segnarono l’incontro delle donne Nord/Sud e in cui vennero definiti progetti politici a vasto raggio per una strategia globale dei diritti umani fondati sull’uguaglianza.

Detto questo ci sembra che, di fatto, le battaglie portate avanti dalle donne africane e/o arabe e/o islamiche si differenzino da quelle delle donne europee e occidentali per un impegno ed un’attenzione maggiori verso il sociale nell’ottica di una riorganizzazione dei loro paesi su altri sistemi di valori. Il movimento femminile islamico per esempio, coglie nella rilettura dei  testi sacri principi che non riguardano solo la donna, ma sono universali. Le donne che lavorano nei paesi sconvolti dai conflitti o usciti dai conflitti si preoccupano soprattutto di realizzare un nuovo tipo di società fondato sull’autodeterminazione, sull’uguaglianza e sulla lotta alla corruzione. Si tratta a ben vedere di battaglie che veicolano la democrazia e la pace.

Ci sembra invece che ultimamente le battaglie delle donne europee e occidentali abbiano tradito l’universalismo dei movimenti femminili originari e siano diventate per lo più autoreferenziali. Disattente e a volte perfino contrapposte alle battaglie che altri soggetti conducono per l’affermazione dei loro diritti fondati sull’uguaglianza.

Un’altra caratteristica che connota il movimento femminile delle donne africane e arabe da quello delle donne occidentali consiste nel fatto che le loro battaglie non vanno a detrimento dell’attaccamento ai vincoli familiari e alle tradizioni del proprio paese di cui, anzi, vogliono recuperare l’identità troppo spesso deturpata dal colonialismo.

Infine occorre sottolineare che esiste una decisiva differenza fra le culture dei due movimenti per quanto attiene alluso del corpo femminileposto che il femminismo occidentale, secondo un malinteso concetto di libertà (o meglio "liberismo") sessuale, arriva al punto di giustificarne il commercio nell’industria del sesso.

Ci sia consentita infine un’osservazione riguardo all’atteggiamento di superiorità e all’immagine stereotipata che molte donne occidentali hanno nei confronti delle donne africane e/o islamiche. Immagine stereotipata che non tiene conto di una realtà complessa e in continuo movimento e di cui viene fatta un’insopportabile strumentalizzazione a livello internazionale e che, a giusto titolo, alcune femministe occidentali indicano come il prodotto dell’intreccio tra sessismo e razzismo.

Le donne occidentali dimenticano che l’emancipazione femminile, ovvero il processo grazie al quale alle donne non è più applicato il trattamento giuridico riservato ai “soggetti incapaci”, è stato nel mondo occidentale  un fatto piuttosto recente. Fino a poco più di un secolo fa in Italia e in molti altri regimi c.d. liberali, quali Gran Bretagna e Stati Uniti, Francia le donne non potevano votare né ricoprire incarichi pubblici, le donne sposate non erano libere di disporre del denaro che guadagnavano con il proprio lavoro e non potevano promuovere un'azione legale. In Italia solo nel 1919 fu promulgata la legge sulla capacità giuridica della donna che abrogava l’istituto della potestà maritale.

Le donne occidentali non tengono conto delle difficili condizioni geopolitiche dei paesi in cui le donne africane e/o islamiche sono costrette a vivere, in uno status che è tra i più precari del mondo. Non tengono conto del fatto che lo stesso integralismo islamico che considera la donna araba come l’ultimo baluardo da difendere dell’identità musulmana trova origine soprattutto nella strumentalizzazione politica che dei dettami religiosi viene fatta dal mondo arabo in chiave antioccidentale e anti colonialista.
 
Non si interrogano, infine, sulle responsabilità che i governi dei loro paesi hanno e hanno avuto nel creare certe situazioni di instabilità, conflitto e antagonismo. Al riguardo ci sembra opportuno riportate le incisive parole di Aïcha El Hajjami, giurista marocchina, nell’articolo “A proposito del sedicente Stato Islamico”, recentemente pubblicato dalla Libreria delle donne:  “c’è di che interrogarsi sulle conseguenze di una lunga serie di aggressioni e umiliazioni subite dal mondo arabo-musulmano fin dai tempi della colonizzazione; del sostegno occidentale ai regimi corrotti e tirannici nella nostra area (Saddam Hussein, Gheddafi, fintanto che servivano i loro interessi!); della rapina delle ricchezze di questi paesi da parte delle multinazionali; del perdurare dell’occupazione israeliana e del massacro della popolazione palestinese; della guerra in Afghanistan, di quella in Iraq, di quella in Libia… Senza dimenticare che l’islamismo radicale è anche una creatura degli Stati Uniti ai tempi della guerra fredda contro l’ex-URSS: Bin Laden era stato armato da loro”.

A proposito dell’immagine stereotipata delle donne africane pochi sanno che nel continente africano è in vigore dal 2005 il Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa.  Una convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione e violenza verso le donne e per l’avvio di una politica di parità fra i sessi  che prende in considerazione alcuni aspetti di fondamentale importanza per l’emancipazione e l’empowerment delle donne africane coprendo un’ampia varietà di temi.


Noi Donne. L'8 marzo è una giornata ancora "internazionale"? O resta, ad oggi, una data per le femministe europee e perlopiù americane?

Casa Africa. L’idea di fissare una giornata della donna (Woman's Day) ebbe effettivamente origine negli Stati Uniti, nel 1909, su iniziativa del Partito socialista americano in appoggio alle manifestazioni per il diritto di voto delle donne che la fissò l’ultima domenica di febbraio. La ricorrenza ebbe all’inizio una connotazione fortemente politica e venne proclamata dai partiti socialisti europei in occasione di  eventi e lotte sociali in date diverse. La data dell’8 marzo venne fissata per prima volta nel 1921 come “Giornata internazionale dell'operaia“ dalla Conferenza internazionale delle donne comuniste tenutasi a Mosca. Nel secondo dopoguerra, con la guerra fredda, la ricorrenza perse lo stretto ancoraggio alla cultura dei partiti socialisti e si aprì alle nuove tematiche portate avanti dai movimenti femminili. Venne tuttavia mantenuta l’idea che dovesse celebrare le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne. Fu così che in molti paesi, per lo più occidentali, venne fissata la data dell’8 marzo in ricordo del tragico epilogo con cui si concluse la mobilitazione portata avanti dalle operaie di una fabbrica tessile di New York, morte nel rogo della loro fabbrica.

Nel frattempo i movimenti e le battaglie femminili si andavano diffondendo su scala internazionale. Fu così che venne decisa l’istituzione di una giornata internazionale. Nel 1977 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò una risoluzione con cui proponeva ad ogni paese, nel rispetto delle sue tradizioni storiche e dei costumi locali, di dichiarare un giorno all'anno "Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale".

In molti paesi africani e in alcuni paesi arabi viene dedicata alla donna, in date diverse, una giornata che celebra episodi significativi delle battaglie femminili ed è l’occasione per fare un bilancio dei progressi fatti, mobilitarsi per rivendicare nuovi diritti e denunciare le discriminazioni ancora subite.

In Sud Africa il 9 agosto si commemora la mobilitazione con cui nel 1956, in pieno apartheid rischiando la vita, 20.000 donne si radunarono davanti la sede del governo per protestare contro l’imposizione dei “pass”.

La giornata della donna viene celebrata in Tunisia il 13 agosto. In tale giorno, nel 2012, migliaia di donne si riversarono nelle strade di Tunisi  per chiedere l’immediato ritiro della norma inserita nel progetto di riforma della costituzione che voleva cancellare il principio di parità tra i sessi riducendo la donna a semplice complemento dell’uomo nell’ambito della famiglia e della società.

In Marocco la giornata della donna si celebra il 10 ottobre, in Gabon il 17 aprile, in Niger il 13 maggio. Mentre si celebra l’8 marzo in Senegal (dove è festa nazionale), in Congo, in Burkina Faso (dove, dal 1984, è stata proclamata festa nazionale per decisione del compianto presidente Thomas Sankara), in Algeria e in Camerun, dove la giornata viene vissuta come una grande mobilitazione delle donne in tutto il paese, dalle campagne alla capitale.

Una curiosità: in Iran il 19 aprile dello scorso anno la moglie del presidente Rouhani volle celebrare una giornata della donna organizzando una cena tutta al femminile nel giorno dell'anniversario della nascita di Fatima, figlia del Profeta Maometto. L’iniziativa fu fortemente criticata come immorale dal deputato ultraconservatore Ruhollah Hosseinian che venne perciò sbeffeggiato sui social network da numerosi internauti.

Nel 1974 durante la Conferenza di Dakar dell’Organizzazione delle Donne Africane, organizzazione fondata in Tanzania nel 1962, venne designato il 31 luglio come “giornata della donna africana” (African Day Women).



Quanto detto prova come sia sentita dalle donne di tutto il mondo l’esigenza di disporre di una giornata in cui incontrarsi, confrontarsi per fare il punto dei progressi fatti e delle rivendicazioni ancora da portare avanti. Una giornata in cui scendere in piazza per far sentire la propria voce coinvolgendo così anche il mondo maschile. Il fatto che ciò avvenga in date diverse può essere il segnale di perduranti contrapposizioni che stentano a ritrovare quei punti unificanti e universali di cui abbiamo parlato sopra e che dovrebbero orientare tutte le battaglie femminili. Contrapposizioni che a volte traggono origine da una perdurante subordinazione ideologica delle donne alla cultura maschile. La giornata della donna dovrebbe essere veramente internazionale, unificante e, si aggiunga, scevra da condizionamenti commerciali...


Noi Donne. Secondo voi, l'ottica femminista occidentale sta dimenticando di combattere delle battaglie più urgenti e più "globali"? Se sì, quali?

Casa Africa. Ci sembra che il femminismo occidentale si sia uniformato alla visione economicista e utilitarista del sistema neoliberista che si è andato affermando in Europa e negli Stati Uniti e ai modelli culturali su cui questo sistema poggia. E’ così diventato autoreferenziale e si è chiuso in se stesso perché ha perso di vista quei progetti politici a vasto raggio per una strategia globale dei diritti umani fondati sull’uguaglianza e sulla tutela dei diritti dei più vulnerabili di cui abbiamo parlato sopra. Il fatto di riappropriarsi di questi valori significa per le donne valorizzare la propria diversità e far valere la propria capacità (empowerment) di contribuire ad una diversa organizzazione dei rapporti sociali.

mg e rk

Il testo pubblicato sulla rivista digitale “Noi Donne” a cura di Marta Mariani si può leggere qui




marzo 29, 2015

TUNISIA. Una marea umana oggi a Tunisi marcia contro il terrorismo: #lemondeestbardo









Una marea umana è scesa oggi per le strade di Tunisi per la marcia contro il terrorismo che lo scorso 18 marzo ha attaccato il Museo del Bardo uccidendo 22 persone. 

Alla marcia hanno partecipato anche molti capi di stato e di governo, tra i quali il presidente del consiglio italiano Renzi e il presidente francese Hollande che hanno scoperto una targa con i nomi delle 22 vittime incisi su una stele posizionata all'ingresso del museo. 

Migliaia i partecipanti al corteo. "Tunisia libera, fuori il terrorismo", “le monde est bardo”, hanno scandito i manifestanti.


Intanto il presidente tunisino Beji Caid Essebsi ha annunciato che le forze di sicurezza hanno ucciso ieri il terzo autore della strage insieme ad altri 8 miliziani in un raid nella regione di Gafsa. Si tratta di Khaled Chaib, leader del gruppo terrorista locale Ukba Ibn Nafi la cui roccaforte è nelle montagne Chaambi al confine con l'Algeria.

marzo 24, 2015

TUNISIA. Al via il Forum Sociale Mondiale con una marcia al museo Bardo: "non un passo indietro, non cediamo il passo al terrorismo"





Una marcia sotto la pioggia sino al museo Bardo ha dato inizio al Forum Sociale Mondiale di Tunisi.

Al corteo hanno partecipato oltre agli esponenti delle migliaia di associazioni presenti al Forum  anche molta gente comune e in prima fila il movimento delle donne.

Una folla determinata che ha detto "non cediamo il passo al terrorismo".



marzo 07, 2015

TUNISIA. Dal 24 al 28 marzo Casa Africa all'edizione 2015 del Forum Sociale Mondiale



Come avevamo preannunciato lo scorso mese di luglio nel nostro blog si terrà  nuovamente in Tunisia, dal 24 al 28 marzo,  l’edizione 2015 del Forum Sociale Mondiale (World Social Forum).



"Il World Social Forum è uno spazio di dibattito democratico di idee, di approfondimento, di riflessione, di formulazioni di proposte, di scambio di esperienze dei movimenti, reti, ONG e  altre organizzazioni della società civile che si oppongono al neo-liberismo e alla dominazione del mondo da parte del capitalismo e di tutte le forme di imperialismo". Questa è la definizione contenuta nella Carta dei Principi del Forum (leggi tutto).

Nato nel 2001 in contrapposizione al World Economic Forum, il meeting che ogni anno riunisce a Davos (Svizzera) il gotha finanziario e politico mondiale, tenne la sua prima edizione a Porto Alegre in Basile.

Nel 2007 fece tappa per la prima volta sul suolo africano, a Nairobi (Kenya), dove ritornò nel 2011, a Dakar (Senegal).

Nel 2013 per la prima volta si tenne in un paese arabo, anche in questo caso in Tunisia.



Il lemma dell'edizione 2013 era "dignità". La dignità che chiedeva il popolo tunisino della "rivoluzione dei gelsomini"(leggi tutto) 

La scelta della Tunisia ancora una volta ha un grande significato.  

La Tunisia è stata definita il  il volto nuovo dell'Islam. La punta avanzata della società araba contro le dittature corrotte dagli interessi neo-coloniali. Una bandiera per tutto il continente africano.
Dopo aver dato origine a quella che è stata definita “primavera araba” e, cioè, a quell'insieme di rivolte popolari che in pochi mesi hanno scosso l’intero mondo arabo, a soli tre anni da quei tragici eventi è stata capace di dotarsi di una delle Costituzioni più avanzate del mondo, in cui costituiscono assi portanti l’uguaglianza di genere, la libertà di coscienza e di credo e lo stato di diritto (leggi tutto).
Ciò mentre in altri paesi quelle rivolte popolari sono state spazzate via da conflitti scatenati da contrapposti interessi economici ed equilibri geopolitici.

Leggiamo nella presentazione del Forum 2015 che “la decisione del Consiglio Internazionale del Forum di organizzare l’edizione del 2015 nuovamente in Tunisia risponde ad una domanda formulata dai movimenti sociali regionali e internazionali che dopo aver valutato l’impatto del Forum 2013 in Tunisia hanno ritenuto che era necessario: consolidare le dinamiche del cambiamento nate dalla rivoluzione tunisina e dai movimenti democratici attivi nella regioneapprofondire i dibattiti sulla crisi del modello neo-liberista e sulla crisi de la civiltà; approfondire i dibattiti sulle nuove problematiche geopolitiche; promuovere le alternative che rispettino il diritto dei popoli e che siano basate sulla pace e la giustizia sociale"(leggi tutto).






Un altro Magreb-Mashreq è possibile
Un’altra Africa è possibile
Un altro mondo è possibile

Questo è il motto che contraddistingue l’edizione 2015 del Forum  che vede la partecipazione di 3771 organizzazioni provenienti da tutti i continenti che lavorano su 10 assi tematici in materia di diritti umani, civili, economici, sociali.



Anche quest’anno Casa Africa parteciperà proponendo un momento di riflessione e dibattito sull'importanza dell’uguaglianza di genere e dell'empowerment femminile per la costruzione della pace (v. QUI e QUI). 
Un tema oggi cruciale nel mondo arabo, dilaniato da conflitti nei quali le donne non hanno voce.







mg e rk

febbraio 28, 2015

PALESTINA. Gaza. I graffiti di Bansky sugli edifici distrutti.





Banksy, è l'anonimo artista di strada di origine britannica  che dipinge i muri degli edifici distrutti di Gaza. 

Nella sua pagina ufficiale l'artista ha pubblicato un breve documentario sulla sua ultima serie di lavori. Si filma mentre entra a Gaza passando dai tunnel sotterranei che collegano la striscia all'Egitto. Il video finge di proporre una nuova destinazione turistica allo spettatore occidentale: "Make this the year you discover a new destination", ovvero "Fai in modo che quest'anno tu scopra una nuova destinazione".

Fra gli edifici distrutti dall'esercito israeliano durante l'ultima operazione militare si ergono i graffiti dell'artista, donne che piangono, bambini che giocano su una giostra costruita attorno a una torre di vedetta dell'esercito di Tel Aviv e un gattino che osserva un cumulo di rifiuti nascosto fra i detriti della città distrutta.

Il mini documentario si conclude con una frase scritta su un muro crivellato dai colpi: "If we wash our hands of the conflict between the powerful and the powerless we side with the powerful, we don't remain neutral", " Se ci laviamo le mani del conflitto fra potenti e oppressi stiamo dalla parte dei potenti e non possiamo rimanere neutrali".



IRAQ-SIRIA. Isis, una barbarie che umilia l'Islam e ne tradisce i valori





Il 29 giugno dello scorso anno, due giorni prima dell’inizio del Ramadan, un portavoce del gruppo fondamentalista Isis -Stato islamico dell’Iraq e del Levante- (denominazione assunta dopo la fusione dell’Isi- Stato islamico dell’Iraq- con il gruppo Jabhat al Nursa affiliato ad al Qaeda), rivolgendosi ad una platea costituita dai musulmani di tutto il mondo annunciava la creazione del Califfato.

Il 5 luglio Abu Bakr al-Baghdadi, già leader di al Qaeda in Iraq e successore di al Zarqawi, ucciso nel 2006 da un raid aereo americano, si autoproclamava Califfo e con l’ausilio delle più moderne tecnologie e i canali dei social media diffondeva in tutto il mondo un video che lo ritraeva mentre durante la preghiera del venerdì, dalla Grande Moschea di Mosul città dell’Iraq conquistata il precedente 10 giugno, ordinava ai fedeli musulmani di obbedirgli.

L’autoproclamazione veniva peraltro considerata illegittima dalla stessa comunità sunnita che il califfato pretende di rappresentare. In tal senso si esprimeva, il Mufti egiziano Yusuf al Qaradawi che giudicava "nulla" e "non valida" la dichiarazione di Abū Bakr al-Baghdādī. e potenzialmente dannosa per i musulmani sunniti.




Il progetto dell’Isis è quello di abbattere i confini nazionali imposti dalle potenze coloniali britanniche e francesi con gli accordi di Sykes-Picot e di costruire uno stato islamico per i musulmani (ma non per tutti, solo per coloro che condividono l’interpretazione dei sacri testi imposta dal gruppo terrorista) che riproduca i confini e lo splendore dell’antico califfato in cui i musulmani possano ritrovare la salvezza dopo secoli di umiliazione, razzismo e sconfitte per mano degli infedeli, le potenze straniere e i loro alleati musulmani.

Avverte Loretta Napoleoni, nel suo recente libro "Lo Stato del Terrore": “Dimenticate i talebani che tenevano l’Afghanistan nel medioevo. Dimenticate al Qaeda, che aleggiava senza una vera e propria potenza militare, capace solo di gesti isolati, di scarso valore geopolitico. Questa nuova minaccia punta a un ambiziosissimo obiettivo: far nascere dalle ceneri dei conflitti mediorientali non un gruppo terroristico, ma un vero e proprio stato- con un suo territorio, una sua economia e un’enorme forza di attrazione per i musulmani fondamentalisti di tutto il mondo.

Per realizzare il suo progetto l’Isis ha aperto un fronte interno. I suoi nemici non sono più soltanto quelli degli storici gruppi jihadisti, gli USA e le potenze occidentali, ma anche i musulmani “infedeli”. Ovvero tutti quelli che non condividono l’interpretazione dei testi sacri imposta dal radicalismo sunnita salafita, tra cui gli sciiti (Iran) e gli alauiti (Siria).

Interpretazioni che peraltro sono contraddette dalle sacre scritture. Una per tutte, la libertà religiosa: 

“Non c'è costrizione nella religione. La retta via ben si distingue dall'errore. Chi dunque rifiuta l'idolo e crede in Allah, si aggrappa all'impugnatura più salda senza rischio di cedimenti. Allah è audiente, sapiente” (Corano 2.256).
 
Scopo dell’Isis è quindi quello di realizzare la pulizia religiosa dell’Islam  con ogni mezzo, compreso lo sterminio. Come accadde subito dopo la presa di Mosul quando i terroristi dell’Isis uccisero centinaia di sciiti, donne e bambiniscaricandone i cadaveri in fosse comuni, confiscarono quattromila case come bottino di guerra e fecero saltare santuari e moschee sciite (leggi).

Dal 2012 l'Isis pubblica relazioni annuali (Al Naba) in cui, con un livello di precisione degno della contabilità di una società per azioni, indica il numero e la posizione geografica delle sue operazioni, il numero di attentati, omicidi, posti di blocco, missioni suicide e perfino gli "apostati" convertiti. Nel solo 2013 la relazione ha dichiarato quasi 10.000 operazioni in Iraq, 1.000 omicidi, 4.000 azioni con ordigni esplosivi e centinaia di suoi prigionieri liberati.

Fonte Ansa. Tre miliziani stanno per decapitare un curdo a Mosul


Uno Stato quindi che fonda la propria autorità sulla violenza, la pulizia etnica e la barbarie e  tradisce i veri valori dell’Islam. Una nuova forma di nazismo. 

Un’ideologia condannata da tutto il mondo islamico (QUI)
Dai più autorevoli esponenti politici (QUIQUIQUI) e influenti organizzazioni della società civile (QUI) alle più prestigiose autorità religiose, anche sunnite (QUIQUIQUI), che rivendicano all’Islam il ruolo di una religione che favorisce la compassione, la coesistenza, la giustizia e la pace: 

"E così facemmo di voi una comunità equilibrata affinché siate testimoni di fronte ai popoli e il Messaggero sia testimone di fronte a voi... "(Corano 2.143); "O Gente della scrittura, non esagerate nella vostra religione. Non seguite le stesse passioni che seguirono coloro che si sono traviati e che hanno traviato molti altri, che hanno perduto la retta via"(Corano 5.77).




Se diverso è il suo progetto politico l’Isis condivide però con i talebani e al Qaeda la genesi e gli sponsor originari

La genesi va ricercata nella partizione postbellica del Medio Oriente per mano delle potenze coloniali ed è profondamente intrecciata con decenni di scriteriata politica occidentale in epoca postcoloniale: 

  • la guerra afghana degli anni ottanta del secolo scorso (leggi), che vide la costituzione dell’Alleanza Islamica in funzione antisovietica sponsorizzata dagli USA e dalle monarchie del Golfo sue alleate e l’apparizione dei principali gruppi e leader terroristi: al Qaeda, O.Bin Laden e al Zarqawi; 
  • l'invasione dell'Afghanistan del 2001 da parte degli USA e della NATO (leggi) che dopo 13 anni di guerra (21mila morti tra i civili e 3.500 tra i soldati) ha riconsegnato il paese ai talebani (leggi); 
  • la guerra in Iraq iniziata dagli USA nel 2003 per ragioni di strategia geopolitica per mantenere il controllo sull’intera regione mediorientale (leggi), ma dichiarata sul presupposto falso che Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa e proteggesse i terroristi (leggi)Conflitto ufficialmente dichiarato cessato nel 2011, ma che di fatto ha gettato il paese nella guerra civile consegnandolo ai gruppi radicali sunniti-salafiti che nel frattempo si erano andati consolidando dopo la caduta di Saddam e che si opponevano al governo sciita corrotto e inefficiente di al Maliki (2005-2014), imposto dagli USA.

Un terreno fertile per la nascita e il consolidamento dei gruppi fondamentalisti sunniti anti Bashar al Assad che hanno poi proliferato nella Siria sciita usurpando le genuine rivolte popolari della primavera araba in questo paese.

Tutti gruppi finanziati e sostenuti dalle "petromonarchie del Golfo", Arabia Saudita, Kuwait e Qatar, storici alleati dell’Occidente. Paesi portatori della stessa ideologia radicale dei gruppi jihadisti che hanno continuato a sostenere allo scopo di minare il potere dell’Iran (paese sciita) per la conquista  della leadership nella regione (leggi).



L’Isis da  parte sua ha saputo sfruttare la proliferazione di questi gruppi per ampliare la propria organizzazione.

In pochi mesi ha conquistato metà dell'intera superficie della Siria e oltre il 40 per cento di quella irachena. Un territorio, grande quanto tutta l'Italia esclusa la sola Sardegna, con una popolazione stimata in 11 milioni di persone.



Un’avanzata che pare abbia preoccupato perfino i suoi vecchi sponsor che hanno preso le distanze dal gruppo terrorista denunciandone la violenza (leggi). Nell’autunno dello scorso anno i sauditi hanno costruito una muraglia per difendere La Mecca e Medina dalla furia dell’Isis (leggi).

Sono state conquistate città importanti, come Mosul e Falluja, ma soprattutto regioni strategiche ricche di risorse quali i giacimenti petroliferi della Siria orientale, ciò che ha consentito al gruppo terrorista di avviare il processo di indipendenza dagli storici sponsor; dotarsi di un efficiente arsenale militare; finanziare la macchina amministrativa dello Stato e perfino un sistema di welfare, necessario per accaparrarsi il consenso delle popolazioni conquistate.

In breve l’Isis è diventato il gruppo terrorista più ricco al mondo con un patrimonio stimato sui due miliardi di dollari (leggi). La sola vendita del petrolio dei giacimenti vicino a Mosul porta nelle casse dell’Isis oltre 3 milioni di dollari al giorno. Si aggiunga un sistema di tassazione che sconfina nell'estorsione organizzata su una popolazione di 11 milioni di persone. E una serie di attività ancor meno presentabili, come rapimenti e riscatti, saccheggi e contrabbando. Un ente che si considera inoltre dotato di una struttura aziendale che fa affari (leggi)

Amanda Rogersdocente nella University of Wisconsin-Madison, ritiene che: “L'ISIS si comporta come un'azienda perché si muove e procede con logiche aziendali, così come una amministrazione condurrebbe o adotterebbe un marchio. La 'bandiera nera' è d'impatto sia per l'opinione pubblica, terrorizzata da un'imminente proliferazione globale del Califfato, sia per coloro che bramano la sua diffusione nel mondo. I 'consumatori' saranno in grado di identificare il brand, e ciò ne favorirebbe l'espansione



Sta di fatto che “Stato Islamico”, anche grazie ad un’abile macchina propagandistica tecnologicamente avanzata -di stampo squisitamente occidentale-, sta agendo come un magnete per i gruppi jihadisti fondamentalisti di tutto il mondo (leggi). 

Estremisti islamici leali al Califfato sono presenti in Marocco, in Mali e in Nigeria. In Egitto, nella regione del Sinai, agiscono piccole cellule di jihadisti, anch'essi fedeli alla causa dell'Isis, Nell’estate dello scorso anno la bandiera dell’Isis è comparsa su alcuni villaggi giordani e militanti dell’Isis hanno sconfinato in Libano. In Libia, paese anch’esso frantumato dall’incursione bellica occidentale, l’Isis ha ottenuto dai gruppi jihadisti che si contendono il ricco territorio del paese il riconoscimento della propria leadership attraverso l’uso dei suoi marchi, simboli, parole d’ordine. Una sorta di franchising come è stato recentemente definito. 




Un messaggio potente quello dell’Isis che arriva ai giovani musulmani che vivono nel vuoto politico e nell'ingiustizia creati da strutture di potere corrotte. 

Non solo, ma l’Isis è stato capace di sedurre anche migliaia di combattenti stranieri (leggi).
Alla fine di settembre dell’anno scorso ne sono stati contati 12.000 di cui 2.200 provenienti dall'Europa. Immigrati di 2° o 3° generazione, ma anche giovani europei. dall’Europa.

Giovani che fuggono dal fondamentalismo economico dell’occidente che li ha resi vite di scarto. Spinti forse dal miraggio di una società incorruttibile e di una comunità solidale. Dalla ricerca del religioso che non troveranno.

Si tratta di giovani che “hanno tagliato il legame con un mondo che per loro è bruciato da una malattia che distrugge la fede..., figli delle nostre omissioni, delle nostre ipocrisie, della nostra viltà. Ci tendono questo specchio dal fondo delle loro tragedie, e vi vediamo riflesso il nostro viso”(Così Domenico Quirico, "Il Grande Califfato")


mg



     


gennaio 31, 2015

EUROPA. Ridisegnare i confini della libertà di espressione? La Comunicazione può umiliare e uccidere



"il terrorismo non ha religione" su arabpress.eu
In un articolo pubblicato sul blog della Società Italiana di Diritto Internazionale all’indomani della strage di Charlie Hebdo, Luca Pasquet, dottorando in diritto internazionale presso il Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra, riflettendo sul significato e la portata della libertà di espressione, osservava:


“Qualche mese fa, paesi come il Regno Unito e l’Italia discutevano se criminalizzare l’istigazione all’omofobia e alla transfobia. Oggi, dopo l’attentato al settimanale umoristico Charlie Hebdo, la parola d’ordine, nei media e nel discorso politico, sembra essere: la libertà d’espressione è assoluta; bisogna tollerare di tutto nel nome della democrazia e della libertà. Infine, pochi giorni dopo il bagno collettivo di retorica sulla libertà d’espressione, il discusso comico francese Dieudonné è stato arrestato per aver postato su twitter la frase: “je suis Charlie Coulibaly”.


Un’osservazione questa che mette in rilievo quanto sia ipocrita e contraddittorio il discorso occidentale sulla libertà di espressione, che viene censurata o considerata assoluta a seconda dei casi (in alcuni paesi il negazionismo è reato), ma che all’indomani dei fatti di Parigi viene sfoderata come una spada per un nuovo scontro di civiltà.


E così mentre tutto l'Islam condanna (se ne parlerà in un prossimo post) senza mezzi termini il terrorismo che da mesi miete vittime, non solo in Europa, ma, in proporzioni macroscopiche, in tutto il mondo islamico e fa progetti per fermare queste orde di barbari sanguinari additandoli come “cancrena dell'Islam", in Europa si insiste nel voler difendere ad oltranza un altro tipo di fondamentalismo quello della libertà di espressione, utilizzata in appoggio alla diffusa retorica anti-islamica e in modo irresponsabile come supporto alla diffusione di discorsi d’odio.


Osserva ancora Luca Pasquet che “se è innegabile che nessuna espressione d’opinione, in nessuna forma, può giustificare un plurimo omicidio (ma non dovrebbe giustificarlo neanche il crimine più efferato) è al tempo stesso legittimo porsi alcune domande sui limiti della libertà d’espressione, anche con riguardo alla forma della caricatura umoristica: questa libertà è davvero assoluta, è bene che lo sia, e, infine, l’applicazione degli eventuali limiti è selettiva o uguale per tutti? I due livelli (la condanna di un omicidio arbitrario e i limiti della libertà d’espressione) sono distinti, e confonderli non aiuta a comprendere”.

Riportiamo alcuni passaggi del discorso fatto da Pasquet.


In primo luogo, egli afferma , bisogna sfatare un mito, rinforzato dalla retorica post-attentato degli ultimi giorni: la parola, e persino l’immagine in forma di caricatura, non sono sempre innocenti ed innocue. La comunicazione può umiliare ed uccidere…


Sono gli slogan, le idee, le convinzioni che circolano nella nostra società a fare di un omosessuale un lussurioso ammalato, di una donna una creatura debole e stupida, di una persona di colore un selvaggio ed uno schiavo, di un ebreo un venale senza cuore, di un musulmano un terrorista. Ciò grazie alla comunicazione di slogan semplici che il ricevente ripete meccanicamente, illudendosi di aver compreso un concetto, in uno splendido esempio di “pensiero pigro”. E, a meno che non vengano istituzionalizzati dei meccanismi sociali capaci di limitare questa diffusione, gli slogan continueranno ad essere riprodotti, perché non costano né denaro né sforzo intellettuale, e permettono di conquistare consenso e potere".


Non tutto può essere trasmesso, aggiunge l’autore. In nessuna democrazia liberale la libertà d’espressione è assoluta ed illimitata. I diritti umani sono uno dei possibili meccanismi sociali volti a limitare le esternalità negative della comunicazione. Essi funzionano come filtri, e rendono possibile una “contro-comunicazione” espressa in termini di divieto giuridico.: la tortura, la discriminazione e altri tipi analoghi di comunicazione vanno bloccati e sanzionati. In molti casi, la risposta è stata formulata in termini di criminalizzazione di alcune condotte come l’istigazione all’odio razziale, o fondato sull’orientamento di genere, o sulla preferenza sessuale, o sulla religione, fino al crimine di negazionismo. Tali limiti alla libertà d’espressione sono giustificati in base all’argomento per cui anche la comunicazione verbale, scritta, o per immagini, può essere violenta e portare a ferire, uccidere, umiliare..


In Francia, ci ricorda Pasquet, nelle ore immediatamente successive all’attentato a Charlie Hebdo, qualcuno appiccava il fuoco a due moschee e un chiosco-kebab. Gli slogan prendevano vita, bruciando, umiliando e ferendo. Non si può pensare che, in una “società democratica”, a fronte di tali avvenimenti, regni la più totale assenza di responsabilità, tanto a livello culturale, quanto politico e giuridico. In un sistema giuridico che ha scelto il modello della criminalizzazione, il reato di istigazione all’odio razziale e religioso deve valere anche quando l’offesa è diretta verso l’Islam, anche e soprattutto a fronte di una potente e diffusa retorica anti-islamica.


Del resto, come ammonisce la Corte Europea dei Diritti Umani, è legittimo sanzionare un «comportamento (…) intollerabile che costituisca una negazione dei principi fondamentali della democrazia pluralista», e in caso di «tensione e di conflitto» bisogna evitare che i media diventino «un supporto alla diffusione di discorsi d’odio».


Marvel in difesa dell'Islam sui bus di San Francisco in fumettologica 
È inoltre importante che, qualsiasi compromesso si trovi tra le due esigenze (libertà o censura)  gli stessi limiti, e le stesse libertà tutelino ognuno allo stesso modo.


Come ricorda Shlomo Sand, eminente storico israeliano, la discriminazione antiebraica ha segnato la cultura europea nel modo più ignominioso, è quindi giusto che la società europea rifiuti, sia attraverso l’autolimitazione culturale responsabile, sia attraverso il divieto giuridico, la rappresentazione offensiva della religione ebraica. Quello che Shlomo Sand ed altri si chiedono è perché gli stessi limiti e la stessa attenzione non valgano per i discorsi chiaramente discriminatori rivolti ad altre minoranze religiose.


Il senso profondo e l’origine storica del diritto alla libertà d’espressione risiede nella tutela del debole che critica il potere.
Il Re, la Regina di Inghilterra ed il Principe di Galles siedono attorno ad una scodella piena di ghinee e se le versano in bocca con il mestolo. - Incisione di James Gillray -1787. In no-miedo blogspot
Per questo, se la stessa libertà è invocata dal giornalista influente o dal personaggio politico per mettere alla gogna una minoranza religiosa, o, in generale, la categoria degli immigrati (cioè degli ultimi arrivati, dei più deboli), non solo tale comportamento non ha nulla di civico, ma bisogna allarmarsi, essere sospettosi. Nella maggior parte dei casi, si tratta infatti di una mera scusa per aggirare i limiti imposti dalla legge e le regole sociali della convivenza civile.


Sulle origini e la funzione della satira interviene il recente articolo "Ridisegnare i confini della libertà. Sulla satira di Charlie Hebdo" pubblicato nel sito “Fumettologica” da Tonio Troiani che al riguardo cita una recente sentenza della Cassazione (n. 9246 del 2006). Partendo dal presupposto che si tratta di un diritto di ordine costituzionale (artt. 21 e 23 della Costituzione) la sentenza ne chiarisce la portata e limiti onde evitare che travalichi i limiti della sua stessa funzione:


“[La satira] È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene.”


Le viene riconosciuto un compito di fondamentale importanza, cioè quello di “indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone” con una precisa finalità “correttiva, cioè verso il bene”. La satira quindi ha un fine positivo che la distingue dal semplice vilipendio.


La libertà inseguita e proclamata dalla rivista (Charlie Hebdo), nelle parole di uno dei suoi fondatori, era invece assoluta. Ma, si chiede Troiani, non è anche questa ideologia? Violenza? Una libertà estrema di ridere di tutto e di tutti, ma non della stessa possibilità di ridere? E in virtù di questo principio, non si potrebbe far satira perfino sulla morte dei vignettisti di Charlie Hebdo? – o invece la morte violenta, piuttosto, pone un limite che il buon costume e la dignità personale definiscono chiaramente?


Viene citato l’articolo apparso su The Hooded Utilitarian con cui Jacob Canfield  aveva denunciato l’evidente curvatura “razzista” della rivista soprattutto nei confronti del mondo musulmano con modalità non lontane da quelle con cui i Nazisti rappresentavano gli Ebrei... Cosicché, sottolinea Canfield, al di là della strenua difesa della libertà di cronaca e satira che dichiarava di perseguire, la rivista rischiava di ottenere risultati antitetici alla sua stessa ragion d’essere, utilizzando cioè strumenti in uso nella satira di propaganda dei regimi totalitari. In conclusione ci sembra di poter dire che non di libertà si è trattato, ma, al contrario, di sudditanza al pensiero dominante. 




mg