Fuggono dalla Siria, dall’Iraq, dall’Africa Subsahariana.
Fuggono dalle guerre e dalla fame.
Le guerreingaggiate e sponsorizzate dalle potenze occidentali e dai loro complici per spartirsi il
potere sul suolo dell’Africa e del medioriente. La fame dello sfruttamento
neo-coloniale.
Vittime di spietati trafficanti di esseri umani, ci chiedono aiuto.
Sotto accusa per questa ennesima strage, “la più grande di sempre”, come
è stata definita, è l’abbandono dell’operazione umanitaria “Mare Nostrum” da parte
del governo italiano e la vergognosa indifferenza degli altri governi
dell’Unione Europea il cui unico obiettivo, perseguito attraverso il programma
Triton, è quello di difendere, costi quello che costi, la propria
frontiera.
Sul sito della Marina Militare italiana è descritta come una “operazione militare e umanitaria iniziata il 18 ottobre 2013 per fronteggiare
lo stato di emergenza umanitaria in corso nello Stretto di Sicilia, dovuto
all'eccezionale afflusso di migranti”.
Fortemente voluta dal governo
Letta venne iniziata a seguito del tragico naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013,
in cui persero la vita 366 immigrati, con due obiettivi: “garantire la salvaguardia della vita in mare” e “assicurare
alla giustizia coloro che lucrano sul traffico illegale di migranti”.
Vi erano Impegnati mezzi della Marina Militare, della Guardia costiera,
dell’Aeronautica e della Guardia di finanza. 2 corvette, 2 pattugliatori, due
elicotteri, 3 aerei. In particolare poi la Marina partecipava con una nave
anfibia dotata di capacità ospedaliere in cui era presente uno staff
medico per i controlli e gli interventi sanitari e il personale degli uffici
immigrazione per l’identificazione dei migranti direttamente a bordo.
E’ importante considerare che le
navi d'altura si spingevanoper
operare i soccorsi fino a ridosso delle coste libiche dadove
parte ormai la stragrande maggioranza delle carrette del marestracolme
di migrantie dove avviene circa il 99% (!) dei salvataggi.
Ciò significa che nel caso accaduto la notte del 18 aprile, in cui il
naufragio avvenne davanti alla Libia, sarebbe stato
possibile evitare un'ecatombe intervenendo in modo tempestivo ed efficace con navi attrezzate e personale competente, anziché, come è avvenuto, lasciare che ai primi soccorsi provvedesse
una nave mercantile di passaggio, assolutamente impreparata.
Durante l’operazione “Mare Nostrum” sono stati oltre 160mila i migranti
soccorsi, oltre 500 gli scafisti consegnati all'autorità giudiziaria e 3 le
“navi madre” sequestrate. Fu lo stesso Ministro Alfano durante
l’informativa del 16 ottobre 2014 alla Camera sugli sviluppi delle iniziative
in materia di gestione dei flussi di migranti nel Mediterraneo, a riconoscere i
brillanti risultati dell’operazione (Fonte: lastampa) .
L’operazione Mare Nostrum è stata chiusa dal governo italiano il 31
ottobre 2014, quando è partita l’operazione Triton gestita
dall’Unione Europea, accampando che
quest’ultima avrebbe perseguito gli stessi obiettivi. Così ebbe a
dichiarare il presidente del consiglio Matteo Renzi durante l’intervista
rilasciata alla trasmissione di RAI 2 "Virus" il 9 ottobre scorso:“...l’ha
spiegato molto bene il ministro Alfano che l’operazione Mare Nostrum viene
sostituita da un intervento complessivo dell’Unione Europea”.
Ma in realtà, come ben sapeva il governo
italiano, non era così: lo stesso direttore
esecutivo di Frontex, Gil Arias
Fernandez, in settembre aveva
messo in chiaro che l’operazione Triton non avrebbe sostituito Mare Nostrum,
impegnata nella ricerca e nel soccorso dei migranti, trattandosi di due missioni con obiettivi diversi(Fonte: ilfattoquotidiano)
Ed infatti:
TRITON –
Istituita a partire dal primo novembre 2014 dall’Unione Europea é un’operazione
svolta nell’ambito di Frontex, Agenzia europea per il controllo delle frontiere
europee. Il suo mandato non è salvare le vite in mare, ma operare il controllo delle frontiere, che
e' la mission istituzionale di Frontex. Sebbene in caso di necessità
possano realizzarsi anche interventi di ricerca e soccorso (Sar).
Per rispondere al suo mandato, le navi di Triton si mantengono in
un'area entro 30 miglia dalle coste italiane, senza spingersi a Sud
verso le coste libiche come accadeva con i pattugliamenti di Mare Nostrum e
dove di fatto avviene circa il 99% dei salvataggi. I mezzi impiegati sono due
aerei, un elicottero, tre navi d'altura, quattro motovedette (Fonte: ilsole24ore).
In conclusione Triton è un’attività
di polizia che serve a proteggere i confini europei da
narcotrafficanti e terroristi, non già a gestire l’emergenza umanitaria prodotta dall’immigrazione, emergenza
umanitaria di fronte a alla quale l’Unione Europea resta assolutamente indifferente.
Nella
sua audizione al Senato del
9 dicembre scorso il capo di stato maggiore della Marina, l’ammiraglio
Giuseppe De Giorgi,
esprimeva dure critiche sull’abbandono da parte dell’Italia dell’operazione
“Mare Nostrum” (qui il video della seduta) e indicava le nefaste conseguenze che già potevano
configurarsi ove l’operazione fosse lasciata in mano a Triton (Fonte: Internazionale):
Con l’introduzione di Triton, affermava De
Giorgi, la filosofia dell’intervento è radicalmente cambiata. Triton si limita
a controllare le coste e a pattugliare le acque territoriali. Viene meno il
monitoraggio in alto mare, fin quasi davanti alle coste della Libia in fiamme,
come avvenuto per tutta la durata dell’operazione precedente, lasciando così
scoperto proprio il tratto di mare in cui gli immigrati sono esposti maggior
pericolo:
nell’arco dell’anno in cui ha operato “Mare Nostrum” infatti vi sono
state 439 operazioni di salvataggio in cui il 99% dei salvati è stato
intercettato in mare.
Viene altresì meno, aggiungeva De Giorgi, quel
lavoro di controllo sanitario che è stato svolto a bordo delle navi militari
italiane. In pratica, con Triton si è ridotta del 65 per cento l’area
controllata e sono stati depotenziati i compiti della marina.
L’Ammiraglio smontava anche l’equazione più soccorsi uguale più sbarchi
teorizzata da certe forze politiche.
Con la chiusura di Mare Nostrum, affermava,
gli sbarchi non sono affatto diminuiti, anzi sono aumentati.E di molto.
Nel novembre del 2013, in piena Mare Nostrum,
sono arrivati in Italia 1.883 migranti. Nel novembre di quest’anno, dopo la
conclusione dell’operazione, sono stati registrati 9.134 arrivi, con un aumento netto del 485 per cento.
“Di questi”, continuava l’ammiraglio, “3.810 migranti sono stati soccorsi dalla
marina e sottoposti a controllo sanitario prima dello sbarco nel corso di 22
eventi sar (ricerca e soccorso). I restanti 5.324 sono arrivati direttamente
sul territorio nazionale senza controllo sanitario. Di questi ultimi, infatti,
1.534 sono stati intercettati e soccorsi dalla capitaneria di porto e 2.273 da
mercantili commerciali non attrezzati per quel tipo di attività, ma obbligati
dal diritto del mare a intervenire”.
"Insomma, gli sbarchi continuano, ma in maniera più caotica e
disordinata", aggiungeva De Giorgi. Venendo meno una
politica razionale di intervento, possono anche apparire più invisibili (salvo
che sulla stampa locale delle regioni meridionali, o in occasione dell’ennesimo
naufragio). Ma in realtà stanno aumentando, “e il contesto geopolitico attuale non
consente di prevedere la loro attenuazione”.
Triton è un’arma spuntata, concludeva l’ammiraglio. Piaccia o non piaccia, per governare il
fenomeno bisogna andare molto al di là delle proprie acque territoriali, molto
al di là delle 30 miglia di mare che circondano la Sicilia, la Calabria, la
Puglia.
Delle nefaste conseguenze che
ha prodotto l’operazione Triton e l’abbandono dell’operazione “Mare Nostrum” ci
parlano i numeri!
The Guardian ha realizzato una grafica in cui ha elaborato il rapporto tra persone
morte nei naufragi e migranti sbarcati. I primi tre mesi del 2015
sono stati il periodo con più morti degli ultimi anni: per ogni mille migranti
sbarcati 46,2 sono morti in mare. La cifra per lo stesso periodo del 2014 (con Mare Nostrum) era
dieci volte inferiore: 4,2 morti morti ogni mille persone sbarcate.
L’inattività dell’Unione Europea la rende complice di strage.
Questi i provvedimenti essenziali e
assolutamente praticabili che da tempo e da più partisi chiede che l’Unione
Europea adottiper fermare i massacri:
l’istituzione di un’operazione “Mare Nostrum
Europea”;
l’apertura di un canale umanitario per il
diritto d’asilo europeo affinché chi fugge dalla guerra possa chiedere asilo
alle istituzioni europee nel proprio paese, o nei paesi di transito, senza
doversi imbarcare alimentando il traffico di essere umani e rischiare la vita;
la sospensione del regolamento Dublino per
consentire ai rifugiati di scegliere il Paese dove andare sostenendo
economicamente con un fondo europeo ad hoc l’accoglienza in quei Paesi sulla
base della distribuzione dei profughi.
"Sajjel
Ana Arabi" ("Registra, Io sono
un arabo!", pubblicata in inglese con il titolo "Carta d'identità")
è il titolo di questa canzone, trasposizione musicale della poesia del celebre
poeta palestinese Mahmud Darwish, qui eseguita dal cantante libanese George Qurmouz.
Affermazione
di un’identità negata, è diventata un inno in tutto il mondo arabo.
E la mia carta d'identità è la numero
cinquantamila
Ho otto bambini
E il nono arriverà dopo l'estate.
V'irriterete?
Ricordate!
Sono un arabo,
impiegato con gli operai nella cava
Ho otto bambini
Dalle rocce
Ricavo il pane,
I vestiti e I libri.
Non chiedo la carità alle vostre porte
Né mi umilio ai gradini della vostra camera
Perciò, sarete irritati?
Ricordate!
Sono un arabo,
Ho un nome senza titoli
E resto paziente nella terra
La cui gente è irritata.
Le mie radici
furono usurpate prima della nascita del tempo
prima dell'apertura delle ere
prima dei pini, e degli alberi d'olivo
E prima che crescesse l'erba.
Mio padre… viene dalla stirpe dell'aratro,
Non da un ceto privilegiato
e mio nonno, era un contadino
né ben cresciuto, né ben nato!
Mi ha insegnato l'orgoglio del sole
Prima di insegnarmi a leggere,
e la mia casa è come la guardiola di un
sorvegliante
fatta di vimini e paglia:
siete soddisfatti del mio stato?
Ho un nome senza titolo!
Ricordate!
Sono un arabo.
E voi avete rubato gli orti dei miei antenati
E la terra che coltivavo
Insieme ai miei figli,
Senza lasciarci nulla
se non queste rocce,
E lo Stato prenderà anche queste,
Come si mormora.
Perciò!
Segnatelo in cima alla vostra prima pagina:
Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell'usurpatore diverrà il mio cibo.
Prestate attenzione!
Prestate attenzione!
Alla mia collera
Ed alla mia fame!
Mahmud
Darwish محمود درويش (al-Birweh, 13 marzo 1941 – Houston, Texas, 9 agosto 2008)
è considerato tra i maggiori poeti in lingua araba.
Autore
di circa venti raccolte di poesie e sette opere in prosa, è stato altresì giornalista, direttore della rivista letteraria "al-Karmel" (Il Carmelo) e membro
del Parlamento dell’Autorità Nazionale Palestinese. I suoi libri sono stati
tradotti in più di venti lingue e diffusi in tutto il mondo. Solo una minima
parte di essi, però, è stata tradotta in italiano.
La
sua produzione letteraria ha ricevuto riconoscimenti internazionali e numerosi
premi, ma, ciò che più conta, è stato il riconoscimento che Darwish ha ricevuto dal
popolo palestinese. I suoi libri circolano di mano in mano e gente di tutte le
età ripete i suoi versi.
Trascorse
la sua vita tra arresti ed esili. Nel 1948, anno della Nabka, quando aveva solo
sette anni, la sua famiglia dovette scappare dalla città natale bombardata dal
neo-costituito stato di Israele che da allora
divenne potenza occupante. mg
Riportiamo nel nostro blog il testo dell’intervista che Casa Africa ha
rilasciato sulla complessità dell’universo femminile che si affaccia nel
continente africano alla rivista “Noi Donne”
in occasione della giornata internazionale della donna
"Noi Donne"è la storica rivista italiana
dei movimenti femminili che a partire dal luglio 1944, uscita dalla
clandestinità, racconta le attività, i pensieri e i movimenti delle donne.
Noi Donne. Casa Africa realtà associativa vivace e impegnata, si affaccia su un
continente davvero complesso, guarda e tutela gli interessi di molte etnie, ha
un'ottica necessariamente multiculturale e interreligiosa, associazionista
prima ancora che femminista. Per questo è a Casa Africa che abbiamo posto le
domande più interessanti, suscitate da questa giornata dell'8 marzo.
Noi Donne. In quali battaglie sono impegnate le donne africane? E' possibile
riassumerne il senso e lo spirito?
Casa
Africa.
Quando si parla di donne africane si fa riferimento ad una realtà complessa ed estremamente variegata dal punto di vista
culturale, ma soprattutto geopolitico, su cui occorre fare chiarezza.
Parliamo delle donne dei paesi arabi del Nord
Africa (dal Marocco all’Egitto) e di alcuni paesi del Centro Africa (Mauritania
e Sudan) a maggioranza islamica. Parliamo delle donne dei paesi Sub Sahariani e
del Centro Africa (come Mali, Nigeria,
etc.) che arabi non sono ma che sono a maggioranza islamica. Infine
facciamo riferimento alle donne che vivono nei paesi dell’Africa Centrale e del
Sud (Congo, Angola, Ruanda etc.) a maggioranza cristiana.
Le donne dei paesi arabo/islamici del
continente africano condividono poi le esperienze e le battaglie delle donne di
altri paesi arabo/islamici che non fanno parte del continente africano (dalla
Palestina all’Arabia Saudita, dalle Monarchie del Golfo all’Iraq e alla Siria),
nonché di altri paesi islamici che arabi non sono (come Iran, Pakistan e
Afganistan).
L’appartenenza
allo stesso mondo islamico caratterizza la peculiarità delle battaglie di queste
donne che, seppure in misura diversa quanto agli obiettivi, all’intensità e
agli esiti a seconda del sistema politico che governa i paesi in cui vivono
(dalla monarchia assoluta dell’Arabia Saudita alla repubblica parlamentare
laica della Tunisia), perseguono i diritti di uguaglianza senza rinnegare il
loro credo religioso, ma disponendosi a una rilettura dei sacri testi in chiave
paritaria. Si parla perciò di movimento
femminile islamico. Un’operazione ermeneutica quella della rilettura dei
testi sacri nella prospettiva della parità di genere che appare forse più
agevole nella religione islamica di quanto non lo sarebbe (se venisse fatta)
nella religione cristiana tenuto conto che nella prima mancano alcune premesse
fondamentali che penalizzano la donna e che invece sono presenti nella seconda:
il racconto coranico, infatti, non demonizza Eva e non conosce il peccato
originale.
Gli
obiettivi e i risultati sono, come si è detto, assai diversi e si scontrano
spesso anche con l’ignoranza diffusa in certe regioni, per lo più rurali e
governate da culture tribali, in cui sono frantumati alcuni Paesi (come il
Pakistan o l’Afganistan). E così mentre in Pakistan la battaglia delle donne è
per il diritto allo studio (Malala), in Iranil 65% degli
studenti universitari sono donne. Mentre in Arabia Sauditale donne sono
costrette a portare il burka e hanno bisogno di un tutore per esercitare
qualsivoglia diritto ed attualmente si mobilitano per il diritto di guidare
l’automobile (il "Women to drive movement"che simboleggia il diritto di condurre la propria vita), in Tunisiale donne hanno conquistato una Costituzione laica che garantisce la parità di
genere e in Maroccohanno ottenuto la riforma del diritto di famiglia e
l’abolizione dell’articolo del codice
penale sulle nozze riparatrici (norma che in Italia è stata abrogata solo nel
1981).
Impossibile elencare tutti i nomi delle
numerose intellettuali, professioniste, attiviste, giornaliste, blogger che in
questi paesi hanno costruito associazioni, siti e blog con il lemma parità e
dignità. Donne che durante la primavera arabasono scese in piazza
insieme agli uomini per rovesciare dittature corrotte. Che diffondono la nuova
immagine femminile attraverso i social media. Che nelle università organizzano
seminari, corsi e conferenze per divulgare e dibattere i risultati delle loro
ricerche sui testi sacri.
Le
battaglie per la dignità e la giustizia sono costate la vita a molte donne. Amina Filali, sedicenne marocchina, nel
marzo del 2012 si tolse la vita perché non poteva più tollerare di vivere
insieme al marito che era stata costretta a sposare in virtù delle ”nozze
riparatrici". Un anno prima la marocchina Fadoua Laroui, nubile e madre di due figli si era tolta la vita
dandosi fuoco per denunciare col suo gesto estremo le condizioni sociali e le
ingiustizie che subiscono in Marocco le ragazze madri, considerate alla stregua
di prostitute. In Iran Reyhaneh Jabbariuccise colui che aveva tentato di usarle violenza. Processata
non venne creduta. Accusata di omicidio volontario fu giustiziata per essersi
rifiutata di ritrattare l’accusa di tentato stupro come richiedevano i parenti
della vittima.
Nel
frattempo in molti di questi paesi si sono intensificati gli scenari di guerra, dal Medio Oriente (Iraq, Siria, Yemen) a tutta l’Africa Centrale (Repubblica
Centrafricana, Sud Sudan, Darfur, Mali, Nigeria, Congo...). Conflitti questi
ultimi che i media occidentali per lo più liquidano come tribali, etnici o
religiosi, ma che in realtà sono scatenati dalle lotte di potere anche di ex
potenze coloniali e delle multinazionali ad esse legate per il controllo di
ricchezze naturali come il petrolio, l’uranio, i diamanti, l’oro e il coltan.
Ci piace ricordare al riguardo le parole di Papa Francesco nell’omelia
pronunciata durante la visita al Sacrario dei Caduti della Prima Guerra
Mondiale a Redipuglia il 13 settembre scorso, parole con cui ha puntato il dito
contro coloro che ha definito i "pianificatori
del terrore".“Dietro le quinte,
ha detto, ci sono interessi, piani
geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c’è l’industria delle armi, che
sembra essere tanto importante!”.
La
stessa Primavera Araba, l’insieme di proteste e rivolte che nel corso del 2011
hanno sconvolto il mondo arabo e in pochi mesi hanno fatto cadere dittature
decennali, è stata spazzata via da contrapposti interessi di potere, anche di
potenze straniere. Allo stato attuale solo la rivoluzione dei gelsomini
tunisina è risultata vittoriosa. Anche se ha destato sconcerto il fatto che sui
42 membri del neo-costituito governo solo 8 donne hanno ricevuto un incarico,
di cui solo tre di tipo ministeriale.
In questi scenari di conflitti e di
instabilità politica si è poi andato affermando il terrorismo dell’Isis, quello di Boko Haram e di Al-Qaeda.
Difficile in tali contesti per le donne che lottano per la sopravvivenza far
sentire la loro voce.
Come Aminata Traorè, ex
ministra della cultura del Mali, una delle voci più autorevoli
dell’antiglobalizzazione che ultimamente ha condotto una grande campagna a
livello internazionale lanciando diversi appelli contro la guerra nel suo paese
e contro il predominio degli organismi finanziari che dettano l’agenda politica
ai governi eletti democraticamente. Rivendica l’autodeterminazione dei popoli
africani da costruire attraverso l’unità
e il dialogo. O come Catherine
Samba-Panza presidente della Repubblica Centrafricana col difficile compito
di riportare la pace in un paese in balia delle violenze.
Scendendo
più a sud nel continenteafricano troviamo
poi le donne in prima linea nella costruzione di paesi usciti da crisi e guerre
civili, come a dire che una volta che gli uomini hanno fallito nel compito di
governare sono le donne a prendere in mano il controllo della situazione. Pochi
forse sanno che mentre oggi nel mondo la rappresentanza femminile nei
parlamenti è solo del 19%, l’Africa rappresenta un dato in controtendenza con
una percentuale femminile in alcuni paesi africani in media del 35%. Il primato
è del Ruanda che con il 54,9% di
presenza femminile nel parlamento supera il 46,5% della Svezia. Vi sono
poi donne capi di stato come Ellen Johnson Sirleaf, per due volte
presidente della Liberia, un paese sconvolto da 27 anni di guerra civile.
Considerata donna di ferro contro la corruzione il suo lavoro consiste
soprattutto nel mettere le basi di un discorso di riconciliazione, recuperare
l’autorità del governo minata dalla figura del precedente presidente Charles
Taylor processato dal Tribunale Penale Internazionale per crimini di guerra,
cancellare il debito e ristabilire i servizi basici per la popolazione. Altre donne si sono avvicendate come capi di
governo in altri paesi africani, come Joyce
Banda in Malawi, Aminata Touré in Senegal.
In Liberia, Guinea e Sierra Leone un gruppo
di donne ha costituito la «Rete delle
donne del Mano River per la pace» (MARWOPNET). Il Mano è il fiume che
attraversa i tre paesi interessati. La loro azione ha rafforzato la pace tra i
paesi della Sierra Leone e della Liberia che avevano conosciuto 10 anni di
guerra. Questa rete oggi riconcilia famiglie e clan e favorisce il ritorno dei
rifugiati.
In Sud Africa Ashwin Desai, professore
di sociologia nell’Università di
Johannesburg, nel libro "Noi siamo
i poveri. Lotte comunitarie nel nuovo Apartheid", racconta le
esperienze comunitarie nelle township e le forme di lotta adottate dalla
popolazione (come quelle consistenti nel riallaccio delle forniture dei servizi
di acqua e luce precedentemente disconnessi, nel boicottaggio del pagamento dei
servizi e degli affitti e nell’opposizione agli sfratti) sottolineando come in
questi movimenti in prima linea ci siano le donne.
Noi Donne. Queste battaglie hanno dei punti in comune con le nuove sfide del
femminismo europeo ed occidentale? Se sì, quali? Se no, in cosa si discostano?
Casa Africa. Occorre premettere che tutte le battaglie delle donne
per la parità hanno un fondamentale punto in comune, almeno in linea teorica. Sono innanzitutto battaglie contro quella cultura patriarcale da cui
traggono linfa le strutture di potere che si manifestano nel colonialismo e
nelle varie forme di razzismo, sessismo e classismo. Sono battaglie per la
costruzione di un diverso sistema di valori fondati sull’uguaglianza e il
rispetto della persona e su cui poggia, in ultima analisi, la cultura della
pace. La prospettiva di genere costituisce in altri termini un parametro di
riferimento ed uno strumento di valutazione dei criteri su cui è fondata la
società ed è capace di mettere a fuoco ogni altro tipo di disuguaglianza e di
esclusione anche non di genere. Queste furono le importanti conclusioni a cui
pervennero i movimenti femminili mondiali chiamati a raccolta nelle Conferenze
Mondiali sulle donne convocate dalle Nazioni Unite negli anni ’70, ’80 e ’90
del secolo scorso. Momenti che segnarono l’incontro delle donne Nord/Sud e in
cui vennero definiti progetti politici a vasto raggio per una strategia globale
dei diritti umani fondati sull’uguaglianza.
Detto questo ci sembra che, di fatto, le battaglie
portate avanti dalle donne africane e/o arabe e/o islamiche si differenzino da
quelle delle donne europee e occidentaliper un impegno ed un’attenzione maggiori verso il sociale nell’ottica
di una riorganizzazione dei loro paesi su altri sistemi di valori. Il movimento
femminile islamico per esempio, coglie nella rilettura dei testi sacri principi che non riguardano solo
la donna, ma sono universali. Le donne che lavorano nei paesi sconvolti dai
conflitti o usciti dai conflitti si preoccupano soprattutto di realizzare un
nuovo tipo di società fondato sull’autodeterminazione, sull’uguaglianza e sulla
lotta alla corruzione. Si tratta a ben vedere di battaglie che veicolano la democrazia e la pace.
Ci sembra invece che
ultimamente le battaglie delle donne europee e occidentali abbiano tradito
l’universalismo dei movimenti femminili originari e siano diventate per lo più
autoreferenziali. Disattente e a volte perfino contrapposte alle battaglie che
altri soggetti conducono per l’affermazione dei loro diritti fondati
sull’uguaglianza.
Un’altra caratteristica
che connota il movimento femminile delle donne africane e arabe da quello delle
donne occidentali consiste nel fatto che le loro battaglie non vanno a
detrimento dell’attaccamento ai vincoli
familiari e alle tradizioni del proprio paese di cui, anzi, vogliono
recuperare l’identità troppo spesso deturpata dal colonialismo.
Infine occorre
sottolineare che esiste una decisiva differenza fra le culture dei due
movimenti per quanto attiene all’uso del corpo femminile, postocheil femminismo occidentale,secondo un malinteso concetto di
libertà (o meglio "liberismo") sessuale, arriva al punto di giustificarne il
commercio nell’industria del sesso.
Ci sia consentita
infine un’osservazione riguardo all’atteggiamento di superiorità e all’immagine
stereotipata che molte donne occidentali hanno nei confronti delle donne
africane e/o islamiche. Immagine stereotipata che non tiene conto di una realtà
complessa e in continuo movimento e di cui viene fatta un’insopportabile
strumentalizzazione a livello internazionalee che, a giusto titolo, alcune femministe occidentali indicano
come il prodotto dell’intreccio tra sessismo e razzismo.
Le donne occidentali
dimenticano chel’emancipazione femminile, ovvero il
processo grazie al quale alle donne non è più applicato il trattamento
giuridico riservato ai “soggetti incapaci”, è stato nel mondo occidentale un fatto piuttosto recente. Fino a poco più
di un secolo fa in Italia e in molti altri regimi c.d. liberali, quali Gran
Bretagna e Stati Uniti, Francia le donne non potevano votare né ricoprire
incarichi pubblici, le donne sposate non erano libere di disporre del denaro
che guadagnavano con il proprio lavoro e non potevano promuovere un'azione
legale. In Italia solo nel 1919 fu promulgata la legge sulla capacità giuridica
della donna che abrogava l’istituto della potestà maritale.
Le
donne occidentali non tengono conto delle difficili condizioni geopolitiche dei
paesi in cui le donne africane e/o islamiche sono costrette a vivere, in uno
status che è tra i più precari del mondo. Non tengono conto del fatto che lo
stesso integralismo islamico che considera la donna araba come l’ultimo
baluardo da difendere dell’identità musulmana trova origine soprattutto nella
strumentalizzazione politica che dei dettami religiosi viene fatta dal mondo
arabo in chiave antioccidentale e anti colonialista.
Non si
interrogano,
infine, sulle responsabilità che i governi dei loro paesi hanno e hanno avuto
nel creare certe situazioni di instabilità, conflitto e antagonismo. Al
riguardo ci sembra opportuno riportate le incisive parole di Aïcha El Hajjami,
giurista marocchina, nell’articolo “A proposito del sedicente Stato Islamico”,
recentemente pubblicato dalla Libreria delle donne: “c’è
di che interrogarsi sulle conseguenze di una lunga serie di aggressioni e
umiliazioni subite dal mondo arabo-musulmano fin dai tempi della
colonizzazione; del sostegno occidentale ai regimi corrotti e tirannici nella
nostra area (Saddam Hussein, Gheddafi, fintanto che servivano i loro
interessi!); della rapina delle ricchezze di questi paesi da parte delle
multinazionali; del perdurare dell’occupazione israeliana e del massacro della
popolazione palestinese; della guerra in Afghanistan, di quella in Iraq, di
quella in Libia… Senza dimenticare che l’islamismo radicale è anche una
creatura degli Stati Uniti ai tempi della guerra fredda contro l’ex-URSS: Bin
Laden era stato armato da loro”.
A
proposito dell’immagine stereotipata delle donne africane pochi sanno che nel
continente africano è in vigore dal 2005 il Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa.Una
convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione e violenza
verso le donne e per l’avvio di una politica di parità fra i sessi che prende in considerazione alcuni aspetti
di fondamentale importanza per l’emancipazione e l’empowerment delle donne africane coprendo un’ampia varietà di temi.
Noi Donne. L'8 marzo è una giornata ancora "internazionale"? O resta, ad
oggi, una data per le femministe europee e perlopiù americane?
Casa Africa. L’idea di fissare una
giornata della donna (Woman's Day)
ebbe effettivamente origine negli Stati Uniti, nel 1909, su iniziativa del
Partito socialista americano in appoggio alle manifestazioni per il diritto di
voto delle donne che la fissò l’ultima domenica di febbraio. La ricorrenza ebbe
all’inizio una connotazione fortemente politicae venne proclamata dai partiti
socialisti europei in occasione di
eventi e lotte sociali in date diverse. La data dell’8 marzo venne
fissata per prima volta nel 1921 come “Giornata
internazionale dell'operaia“ dalla Conferenza internazionale delle donne comuniste
tenutasi a Mosca.Nel secondo
dopoguerra, con la guerra fredda, la ricorrenza perse lo stretto ancoraggio
alla cultura dei partiti socialisti e si aprì alle nuove tematiche portate
avanti dai movimenti femminili. Venne tuttavia mantenuta l’idea che dovesse
celebrare le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne. Fu così
che in molti paesi, per lo più occidentali, venne fissata la data dell’8 marzo
in ricordo del tragico epilogo con cui si concluse la mobilitazione portata
avanti dalle operaie di una fabbrica tessile di New York, morte nel rogo della
loro fabbrica.
Nel frattempo i
movimenti e le battaglie femminili si andavano diffondendo su scala
internazionale. Fu così che venne decisa l’istituzione di una giornata internazionale. Nel 1977
l'Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò una risoluzione con cui
proponeva ad ogni paese, nel rispetto delle sue tradizioni storiche e dei
costumi locali, di dichiarare un giorno all'anno "Giornata delle Nazioni
Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale".
In molti paesi africani
e in alcuni paesi arabi viene dedicata alla donna, in date diverse, una
giornata che celebra episodi significativi delle battaglie femminili ed è
l’occasione per fare un bilancio dei progressi fatti, mobilitarsi per
rivendicare nuovi diritti e denunciare le discriminazioni ancora subite.
In Sud Africa il 9 agosto si commemora la mobilitazione con cui nel
1956, in pieno apartheid rischiando la vita, 20.000 donne si radunarono davanti
la sede del governo per protestare contro l’imposizione dei “pass”.
La giornata della donna
viene celebrata in Tunisia il 13
agosto. In tale giorno, nel 2012, migliaia di donne si riversarono nelle strade
di Tunisi per chiedere l’immediato
ritiro della norma inserita nel progetto di riforma della costituzione che
voleva cancellare il principio di parità tra i sessi riducendo la donna a
semplice complemento dell’uomo nell’ambito della famiglia e della società.
In Marocco la giornata della donna si celebra il 10 ottobre, in Gabon il 17 aprile, in Niger il 13 maggio. Mentre si celebra
l’8 marzo in Senegal (dove è festa
nazionale), in Congo, in Burkina Faso (dove, dal 1984, è stata
proclamata festa nazionale per decisione del compianto presidente Thomas Sankara), in Algeria e in Camerun, dove la giornata viene
vissuta come una grande mobilitazione delle donne in tutto il paese, dalle
campagne alla capitale.
Una curiosità: in Iran il 19 aprile dello scorso anno la moglie del
presidente Rouhani volle celebrare una giornata della donna organizzando una
cena tutta al femminile nel giorno dell'anniversario della nascita di Fatima,
figlia del Profeta Maometto. L’iniziativa fu fortemente criticata come immorale
dal deputato ultraconservatore Ruhollah Hosseinian che venne perciò
sbeffeggiato sui social network da numerosi internauti.
Nel 1974 durante la
Conferenza di Dakar dell’Organizzazione delle Donne Africane, organizzazione
fondata in Tanzania nel 1962, venne designato il 31 luglio come “giornata della donna africana” (African Day Women).
Quanto detto prova come sia sentita dalle donne di tutto
il mondo l’esigenza di disporre di una giornata in cui incontrarsi, confrontarsi per fare il punto dei progressi fatti e delle rivendicazioni
ancora da portare avanti. Una giornata in cui scendere in piazza per far
sentire la propria voce coinvolgendo così anche il mondo maschile. Il fatto che
ciò avvenga in date diverse può essere il segnale di perduranti
contrapposizioni che stentano a ritrovare quei punti unificanti e universali di
cui abbiamo parlato sopra e che dovrebbero orientare tutte le battaglie
femminili. Contrapposizioni che a volte traggono origine da una perdurante
subordinazione ideologica delle donne alla cultura maschile. La giornata della
donna dovrebbe essere veramente internazionale, unificante e, si aggiunga,
scevra da condizionamenti commerciali...
Noi Donne. Secondo voi, l'ottica femminista occidentale sta dimenticando di
combattere delle battaglie più urgenti e più "globali"? Se sì, quali?
Casa Africa. Ci sembra che il femminismo occidentale si sia
uniformato alla visione economicista e utilitarista del sistema neoliberista che si è andato affermando in Europa e negli Stati Uniti e ai modelli
culturali su cui questo sistema poggia. E’ così diventato autoreferenziale e si
è chiuso in se stesso perché ha perso di vista quei progetti politici a vasto
raggio per una strategia globale dei diritti umani fondati sull’uguaglianza e
sulla tutela dei diritti dei più vulnerabili di cui abbiamo parlato sopra. Il
fatto di riappropriarsi di questi valori significa per le donne valorizzare la propria diversità efar valere la propria capacità (empowerment)di contribuire ad una diversa organizzazione dei rapporti sociali.
mg e rk
Il testo pubblicato sulla rivista digitale “Noi Donne” a cura di Marta
Mariani si può leggere qui
Una marea umana è scesa oggi
per le strade di Tunisi per la marcia contro il terrorismo che lo scorso 18
marzo ha attaccato il Museo del Bardo uccidendo 22 persone.
Alla marcia hanno
partecipato anche molti capi di stato e di governo, tra i quali il presidente del consiglio
italiano Renzi e il presidente francese Hollande che hanno scoperto una targa con i nomi delle 22 vittime incisi su una stele
posizionata all'ingresso del museo.
Migliaia i partecipanti al corteo.
"Tunisia libera, fuori il terrorismo", “le monde est bardo”, hanno
scandito i manifestanti.
Intanto il presidente tunisino
Beji
Caid Essebsi ha annunciato che le forze
di sicurezza hanno ucciso ieri il terzo autore della strage insieme ad altri 8
miliziani in un raid nella regione di Gafsa. Si tratta di Khaled Chaib, leader
del gruppo terrorista locale Ukba Ibn Nafi la cui roccaforte è nelle montagne
Chaambi al confine con l'Algeria.
Una marcia sotto la pioggia sino al museo Bardo ha dato inizio al Forum Sociale Mondiale di Tunisi.
Al corteo hanno partecipato oltre agli esponenti delle migliaia di associazioni presenti al Forum anche molta gente comune e in prima fila il movimento delle donne.
Una folla determinata che ha detto "non cediamo il passo al terrorismo".
Come avevamo preannunciato lo scorso mese di luglio nel nostro blog si terrà nuovamente in Tunisia, dal 24 al 28 marzo, l’edizione 2015 del Forum Sociale Mondiale (World Social Forum).
"Il World Social Forum è uno spazio di dibattito democratico di idee, di
approfondimento, di riflessione, di formulazioni di proposte, di scambio di
esperienze dei movimenti, reti, ONG e altre
organizzazioni della società civile che si oppongono al neo-liberismo e alla
dominazione del mondo da parte del capitalismo e di tutte le forme di
imperialismo". Questa è la definizione contenuta nella Carta dei Principi del
Forum (leggi tutto).
Nato nel 2001 in contrapposizione al World Economic Forum, il meeting che ogni anno riunisce a Davos (Svizzera) il gotha finanziario e politico mondiale, tenne la sua prima edizione a Porto
Alegre in Basile.
Nel 2007 fece
tappa per la prima volta sul suolo africano, aNairobi (Kenya), dove ritornò nel 2011, a Dakar (Senegal).
Nel 2013 per la
prima volta si tenne in un paese arabo, anche in questo caso in Tunisia.
Il lemma dell'edizione 2013 era "dignità".
La dignità che chiedeva il popolo tunisino della "rivoluzione dei gelsomini"(leggi tutto)
La scelta della Tunisia ancora una volta ha un grande
significato.
La
Tunisia è stata definita il il volto nuovo
dell'Islam. La punta avanzata della società araba
contro le dittature corrotte dagli interessi neo-coloniali. Una bandiera per
tutto il continente africano.
Dopo
aver dato origine a quella che è stata definita “primavera araba” e, cioè,
a quell'insieme di rivolte popolari che in pochi mesi hanno scosso l’intero
mondo arabo, a soli tre anni da quei tragici eventi è stata capace di
dotarsi di una delle
Costituzioni più avanzate del mondo, in
cui costituiscono assi portanti l’uguaglianza di genere, la libertà di
coscienza e di credo e lo stato di diritto(leggi tutto).
Ciò mentre in altri paesi quelle
rivolte popolari sono state spazzate via da conflitti scatenati da
contrapposti interessi economici ed equilibri geopolitici.
Leggiamo
nella presentazione del Forum 2015 che “la decisione del Consiglio Internazionale
del Forum di organizzare l’edizione del 2015 nuovamente in Tunisia risponde ad
una domanda formulata dai movimenti sociali regionali e internazionali che dopo
aver valutato l’impatto del Forum 2013 in Tunisia hanno ritenuto che era
necessario:consolidare le dinamiche del cambiamento nate dalla
rivoluzione tunisina e dai movimenti democratici attivi nella regione; approfondire i dibattiti sulla crisi del modello
neo-liberista e sulla crisi de la civiltà;approfondire i dibattiti sulle nuove problematiche
geopolitiche;promuovere le alternative che rispettino il diritto
dei popoli e che siano basate sulla pace e la giustizia sociale"(leggi tutto).
Un
altro Magreb-Mashreq è possibile
Un’altra
Africa è possibile
Un
altro mondo è possibile
Questo è il motto che contraddistingue l’edizione 2015 del Forum che vede la partecipazione di 3771
organizzazioni provenienti da tutti i continenti che lavorano su 10 assi
tematici in materia di diritti umani, civili, economici, sociali.
Anche quest’anno Casa
Africa parteciperà proponendo un momento di riflessione e dibattito sull'importanza dell’uguaglianza di genere e dell'empowerment
femminile per la costruzione della pace(v. QUI e QUI).
Un tema oggi cruciale nel mondo arabo, dilaniato da conflitti nei quali le donne non hanno voce.
Banksy, è l'anonimo artista di strada di origine britannica che dipinge i muri degli edifici distrutti di
Gaza.
Nella sua pagina ufficiale l'artista ha pubblicato un breve
documentario sulla sua ultima serie di lavori. Si filma mentre entra a Gaza
passando dai tunnel sotterranei che collegano la striscia all'Egitto. Il video finge
di proporre una nuova destinazione turistica allo spettatore occidentale:
"Make this the year you discover a new destination", ovvero "Fai
in modo che quest'anno tu scopra una nuova destinazione".
Fra gli edifici distrutti dall'esercito israeliano durante
l'ultima operazione militare si ergono i graffiti dell'artista, donne che
piangono, bambini che giocano su una giostra costruita attorno a una torre di
vedetta dell'esercito di Tel Aviv e un gattino che osserva un cumulo di rifiuti
nascosto fra i detriti della città distrutta.
Il mini documentario si conclude con una frase scritta su un
muro crivellato dai colpi: "If we wash our hands of the conflict between
the powerful and the powerless we side with the powerful, we don't remain
neutral", " Se ci laviamo le mani del conflitto fra potenti e
oppressi stiamo dalla parte dei potenti e non possiamo rimanere neutrali".