febbraio 17, 2016

PROSTITUZIONE. Le ragioni per dire NO alla legalizzazione del commercio del corpo femminile



In Italia ultimamente sono state avanzate numerose proposte legislative per  legalizzare la prostituzione e introdurre quartieri a luci rosse nelle periferie delle grandi città.

A sostegno della legalizzazione si afferma che le nuove norme garantirebbero una maggior protezione della donna prostituita, un più incisivo controllo della tratta e infine sancirebbero la libertà della donna di scegliere se esercitare, o meno, la prostituzione, da considerarsi un lavoro come un altro secondo una visione economicista e neoliberista dei rapporti umani.

Si afferma inoltre che essendo questo il mestiere più antico del mondo come tale va mantenuto e regolamentato. Ma la circostanza non è vera. Le prostitute anticamente non svolgevano alcun mestiere, ma erano in genere schiave straniere.  

Peraltro, come sottolinea il filosofo Umberto Galimberti, quand'anche fosse il mestiere più vecchio del mondo bisognerebbe aggiungere che "dunque è un fossile della nostra cultura, il sintomo di epoche passate che potrebbe benissimo essere superato. E invece no! L'argomento viene invocato per dire che il problema è insuperabile” (leggi l'articolo completo).

Schiave straniere quindi, ieri come oggi:

In Italia l'industria del sesso travolge fino a 120 mila donne schiave di cui il 37% minorenni, secondo i dati dell'Associazione Papa XXIII di don Benzi. Un commercio che muove, secondo Transcrime (Centro interuniversitario sulla criminalità transnazionale) tra i 2 e i 7,5 miliardi di euro, e che prospera di anno in anno, come fosse la più normale delle industrie. Un giro d’affari che con spregiudicato cinismo la politica ha deciso di includere (insieme a quello generato dal mercato della droga) nel calcolo del PIL. Un messaggio devastante.

Secondo il rapporto "Catene invisibili" pubblicato nel 2011 dalla Regione Lombardia e dall’ISMU, la provenienza delle donne prostituite, contattate da unità di strada nel periodo 2006-2011, sarebbe per il 58,4% dall’est europeo, di cui il  71,5 % dalla Romania; per il 32,3 % dall’Africa sub-sahariana, di cui il 95,5% dalla Nigeria. Solo lo 0,4% proverrebbero da paesi a sviluppo avanzato e solo l’1,3% sarebbero  italiane.

Contro la legalizzazione della prostituzione e a smentita delle ragioni che la sostengono si sono mosse le principali organizzazioni attive sul piano internazionale in difesa dei diritti della donna. Le quali, analizzando gli effetti prodotti dai diversi sistemi legislativi in vigore in diversi paesi, hanno messo in evidenza che là dove esistono leggi che legittimano l’esercizio della prostituzione continua ad esistere il fenomeno della tratta ai fini di sfruttamento sessuale e della violenza di genere dal momento che si offrono opportunità di mercato che vengono intercettate dalla criminalità organizzata, mentre, viceversa, là dove esistono normative che  la proibiscono (in particolare il modello nordico) si mette in atto un potente deterrente che riduce sia la tratta che la violenza di genere.

Analisi queste confermate da autorevoli studi scientifici. Axel Dreher, professore di politica internazionale e di sviluppo presso l’Università di Heidelberg, ha raccolto i dati di 150 Paesi, riuscendo ad evidenziare un’interessante costante: il flusso del traffico di esseri umani è più grande in tutti quei Paesi dove il sesso a pagamento è legalizzato (QUI il testo integrale della ricerca).

Nella famosa Raccomandazione Generale n. 19 del 1992 il Comitato Cedaw  metteva in guardia sul rapporto che esiste tra sfruttamento commerciale del corpo femminile e violenza: “Gli atteggiamenti tradizionali che attribuiscono alla donna funzioni stereotipate …e contribuiscono alla diffusione della pornografia…e ad altri tipi di sfruttamento commerciale come oggetto sessuale…contribuiscono alla violenza”.

E’ recente la  petizione contro la legalizzazione della prostituzione dei bordelli e del commercio di sesso lanciata a livello globale dalla Coalizione contro il traffico delle donne (Coalition Against Trafficking in Women, CATW), organizzazione internazionale non governativa per la promozione dei diritti umani delle donne, con status consultivo presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite.


    Contro l’approccio che finirebbe per legittimare e incrementare il commercio del corpo femminile si è espressa recentemente la Commissione per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere del Parlamento Europeo nella Proposta di Risoluzione presentata dall’eurodeputata Mary Honeyball (Regno Unito) di cui riportiamo le motivazioni:

       “La prostituzione è un fenomeno difficile da quantificare, in quanto illegale nella maggior parte degli Stati membri. Secondo una relazione del 2012 della fondazione Scelles, la prostituzione ha una dimensione globale che coinvolge circa 40-42 milioni di persone, di cui il 90% dipende da un protettore. La prima relazione Eurostat in assoluto con dati ufficiali sulla prostituzione è stata pubblicata nell'aprile 2013. Il documento era incentrato sulla tratta di esseri umani nell'UE nel periodo compreso tra il 2008 e il 2010.

Quello che è comunque certo è che la prostituzione e lo sfruttamento sessuale sono aspetti definitivamente legati al genere, con donne e ragazze che vendono i loro corpi, volontariamente o sotto coercizione, a uomini che pagano il servizio offerto. La maggior parte delle vittime della tratta a fini di sfruttamento sessuale sono donne e ragazze.

  • Una forma di violenza contro le donne e una violazione della dignità umana e della parità di genere
La prostituzione e lo sfruttamento sessuale di donne e ragazze sono forme di violenza e in quanto tali ostacolano la parità tra donne e uomini. Praticamente tutti coloro che acquistano servizi sessuali sono uomini. Lo sfruttamento nell'industria del sesso è causa e conseguenza della disparità di genere e perpetua l'idea che i corpi di donne e ragazze siano in vendita.

 La prostituzione è un'inequivocabile e terribile violazione della dignità umana. Considerando che la dignità umana è espressamente citata nella Carta dei diritti fondamentali, il Parlamento europeo ha il dovere di riferire in merito alla prostituzione nell'UE e di esplorare soluzioni che consentano di rafforzare la parità di genere e i diritti umani a tale riguardo.

  • Un legame diretto con la tratta e la criminalità organizzata
Nell'Unione europea e nel mondo, la prostituzione è direttamente collegata con la tratta di donne e ragazze. Il sessantadue per cento delle donne vittime della tratta sono oggetto di sfruttamento sessuale.

Un numero sempre più elevato di donne e ragazze diventa vittima della tratta, con un traffico proveniente non solo da paesi terzi ma anche da alcuni Stati membri (per esempio Romania e Bulgaria) e diretto verso altre parti dell'Unione europea. L'UE deve pertanto affrontare con urgenza il problema della tratta da est verso ovest e adottare misure forti per contrastare questa particolare forma di violenza contro le donne.

La prostituzione è un fattore importante nel crimine organizzato, secondo soltanto alla droga in termini di portata, diffusione e volume di denaro interessato. Secondo le stime riportate sul sito di Havocscope la prostituzione genera entrate a livello mondiale pari a circa 186 miliardi di dollari l'anno.

Poiché la prostituzione è, in effetti, gestita dalla criminalità organizzata con una portata così ampia, e funziona come un mercato con la domanda che stimola l'offerta, le autorità di contrasto dell'UE devono adottare un'azione forte e adeguata per intercettare i criminali proteggendo al tempo stesso le vittime, le persone che praticano la prostituzione e le donne e ragazze oggetto di tratta a fini di sfruttamento sessuale. Altra materia distinta, benché correlata, e che richiede attenzione è quella della prostituzione su Internet, che è in aumento e in alcuni casi è collegata a siti che offrono pornografia.

  • Coercizione economica
Anche la disperazione finanziaria può portare le donne a entrare nel circuito della prostituzione. L'attuale crisi finanziaria sta facendo sentire i suoi effetti in quanto sono sempre più le donne (soprattutto madri sole) che entrano nel mondo della prostituzione nel proprio paese o arrivano dai paesi più poveri del sud dell'Unione europea per prostituirsi al nord. La prostituzione è quindi legata alla parità di genere in quanto è direttamente correlata al ruolo e al posto delle donne nella società, al loro accesso al mercato del lavoro, al processo decisionale, alla salute e all'istruzione, nonché alle alternative loro offerte, considerata la strutturale disparità di genere.

  • Due diversi approcci alla prostituzione e allo sfruttamento sessuale in Europa
La questione della prostituzione e della parità di genere è complicata dal fatto che vi sono due modelli contrapposti per affrontare il fenomeno. Il primo modello vede la prostituzione come una violazione dei diritti delle donne e uno strumento per perpetuare la disparità di genere. L'approccio legislativo corrispondente è abolizionista e penalizza le attività connesse alla prostituzione, contemplando talvolta l'acquisto di servizi sessuali, mentre la prostituzione non è illegale di per sé. Il secondo modello teorizza che la prostituzione stimola la parità di genere promuovendo il diritto della donna a controllare che cosa vuole fare del suo corpo. I sostenitori di tale modello affermano che la prostituzione è soltanto un'altra forma di lavoro e che il modo migliore di proteggere le donne nella prostituzione è migliorare le loro "condizioni di lavoro" trasformando la prostituzione in una professione, più precisamente un "lavoro sessuale". Ne consegue che nell'ambito di questo modello regolazionista, la prostituzione e le relative attività sono legali e regolamentate, e le donne sarebbero libere di scegliere i loro amministratori, noti anche come protettori. Tuttavia, si potrebbe anche considerare che far diventare la prostituzione e l'intermediazione ad essa legata attività normali, o in qualche modo legalizzarle, significa legalizzare la schiavitù sessuale e la disparità di genere a discapito delle donne.

Nell'Unione europea sono diffusi entrambi i modelli. Fornire prostituzione è legale in vari Stati membri, tra cui Paesi Bassi, Germania, Austria e Danimarca, mentre le persone che si prostituiscono o alcune delle loro attività (come l'adescamento) sono criminalizzati, del tutto o in parte, in alcuni paesi, tra cui Regno Unito, Francia e Repubblica d'Irlanda. Tuttavia, non è possibile combattere con efficacia la disparità di genere e lo sfruttamento sessuale prendendo le mosse da una simmetria di genere nelle attività dell'industria del sesso che in realtà non esiste.

Dove la prostituzione e la sua offerta sono legali, sono sempre più evidenti gli elementi che evidenziano le lacune del sistema. Nel 2007 il governo tedesco ha ammesso che la normativa che legalizza la prostituzione non aveva ridotto la criminalità e che oltre un terzo dei pubblici ministeri tedeschi aveva rilevato come la legalizzazione della prostituzione avesse reso più complesso il loro lavoro finalizzato a perseguire la tratta e lo sfruttamento di esseri umani (leggi la notizia).

Nel 2003 il sindaco di Amsterdam (Paesi Bassi) ha affermato che la legalizzazione della prostituzione non era riuscita a prevenire il fenomeno della tratta aggiungendo che sembrava impossibile creare una zona sicura e controllabile che fosse preclusa agli abusi della criminalità organizzata. Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, i Paesi bassi sono la prima destinazione delle vittime della tratta di esseri umani.


  • L'efficacia del modello nordico
In considerazione del numero sempre maggiore di elementi attestanti che la legalizzazione della prostituzione e dell'attività d'intermediazione per fornirla non promuovono affatto la parità di genere né riducono la tratta degli esseri umani, la relazione conclude che la differenza essenziale tra i due modelli di parità di genere di cui sopra risiede nel fatto che vedere la prostituzione semplicemente come un "lavoro" contribuisce a mantenere le donne nel mondo della prostituzione. Ritenere la prostituzione una violazione dei diritti umani delle donne aiuta queste ultime a rimanerne fuori.

L'esperienza di Svezia, Finlandia e Norvegia, che non aderisce all'UE, dove per affrontare il problema della prostituzione si utilizza il "modello nordico", sostiene questo punto di vista. La Svezia ha modificato la sua legge in materia di prostituzione nel 1999, vietando l'acquisto di sesso e depenalizzando i soggetti che si prostituiscono. In altre parole, è la persona che acquista sesso, in teoria sempre l'uomo, che commette un reato e non la prostituta. La normativa introdotta dalla Svezia fa parte di un'iniziativa generale volta a eliminare tutti gli ostacoli alla parità delle donne nel paese.

In Svezia questa legislazione ha avuto un impatto estremamente forte. Nel paese, il numero di persone che si prostituiscono è un decimo rispetto alla vicina Danimarca, dove acquistare sesso è legale e la popolazione è inferiore. La legge ha anche modificato l'opinione pubblica in merito. Nel 1996 il 45% delle donne e il 20% degli uomini erano a favore della criminalizzazione dell'acquisto di sesso da parte degli uomini. Nel 2008 il 79% delle donne e il 60% degli uomini erano favorevoli alla normativa. La polizia svedese conferma inoltre che il modello nordico ha esercitato un notevole effetto deterrente sulla tratta a fini di sfruttamento sessuale.

L'efficacia di tale modello nel ridurre la prostituzione e la tratta di donne e ragazze e nel promuovere la parità di genere è sempre più evidente. Nel frattempo, i paesi in cui fornire prostituzione è un'attività legale si trovano a dover ancora affrontare problemi in relazione alla tratta di esseri umani e alla criminalità organizzata, due fenomeni legati alla prostituzione. La presente relazione è pertanto a favore del modello nordico ed esorta i governi degli Stati membri che adottano altri approcci per affrontare la questione della prostituzione a riesaminare la loro legislazione alla luce dei successi ottenuti in Svezia e in altri paesi che hanno introdotto il modello nordico. Tale scelta comporterebbe significativi progressi per la parità di genere nell'Unione europea.

La relazione non è contro le donne che si prostituiscono. È contro la prostituzione, ma a favore delle donne che ne sono vittime. Raccomandando di considerare colpevole l'acquirente, ossia l'uomo che compra servizi sessuali, anziché la prostituta, il presente testo costituisce un altro passo sul cammino che porta alla totale parità di genere nell'Unione europea”

La risoluzione è stata approvata dal Parlamento Europeo il 26 febbraio 2014


Sul tema dello sfruttamento sessuale leggi in questo Blog

Brasile. Mondiali di Calcio. E' allarme turismo sessuale infantile

mg


 

gennaio 01, 2016

TERRORISMO. Uniti contro il terrorismo. Per un nuovo anno nel segno dell'amicizia e della fratellanza.


Care  amiche e cari amici di Casa Africa,
nell'anno che si è chiuso abbiamo vissuto con angoscia e sgomento gli episodi che hanno insanguinato l’Europa, il Maghreb e il Medio Oriente.  Atrocità messe in atto dallo Stato del terrore (e di chi lo appoggia) sedicente islamico, ma le cui matrici religiose vengono puntualmente smascherate dall’analisi geopolitica degli osservatori di politica internazionale.

In realtà l’Islam è oggi preso in ostaggio per giustificare logiche di potere. Da chi vuole colmare il vuoto di potere lasciato da dittatori cacciati a furor di popolo durante la primavera araba, o eliminati a seguito di guerre dissennate.  Dietro questi scenari non c'è la religione, ma - per dirlo con le parole di Papa Francesco – “interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c’è l’industria delle armi...”.
Tuttavia questo marchio religioso, sebbene decisamente contestato dalle più autorevoli autorità religiose del mondo musulmano, alimenta la montante islamofobia che intossica il mondo occidentale con conseguenze nefaste per la civile convivenza e per la pace.
"Estremismo cancrena dell’Islam. Dobbiamo immunizzare la gioventù contro i fanatismi, gli estremisti e i terroristi che minano la nostra religione”. Questa è la parola d’ordine che è più volte circolata nei più importanti meeting dove si è riunito il ghota religioso del mondo islamico. Parola d’ordine a cui hanno fatto seguito iniziative concrete, come quella dell’Accademia per imam anti-jihadisti fondata in Marocco da re Mohammed VI.



Anche in Europa e in diverse città italiane la comunità musulmana si è mobilitata ed è scesa in piazza per gridare la propria  ferma condanna di chi usa l'Islam per commettere questi crimini. Ricordiamo in particolare il movimento not in my name (Video) e le manifestazioni di Roma e Milano   
Unità, fratellanza e rispetto nella diversità, è questa la strada per sconfiggere il terrorismo, il fanatismo e la islamofobia  che oggi ammorbano la nostra società e che si alimentano reciprocamente. Di fronte alle strategie geopolitiche dei grandi della terra sembra poco, ma da qui bisogna partire. 
Ecco alcune iniziative che si sono svolte in periodo natalizio in alcune città italiane nel segno dell'unità:

Milano
due giovani musulmani augurano buon Natale alla popolazione in piazza del Duomo.



Genova
Natale in moschea: un gruppo di cattolici ospiti del centro culturale islamico, Video.

  

Roma
Uniti per Natale Canti e Poesie Euro-mediterranee.




Mazara del Vallo
Mohammed El Mriéh, responsabile della Moschea di Mazara Vallo, assiste alla messa
di Natale nella chiesa di San Francesco, Link.


mg


 

dicembre 22, 2015

Islam e Cristianesimo. Festeggiati nello stesso giorno il Mawlid e il Natale 2015





La luna quest’anno ci offre un dono prezioso: la coincidenza tra la festa islamica del Mawlidal-Nabī, la natività del Profeta Maometto, e il Natale cristiano.
 
Il  Mawlid verrà infatti celebrato la sera del 24 dicembre nella totalità del mondo arabo. Non accadeva da 457 anni. Bisogna infatti risalire al 1558 per trovare una configurazione simile.
 
Da giorni i media tunisini, algerini e marocchini ne parlano. La trasmissione “Islam de France” del 27 dicembre sarà dedicata a questo tema. Alcune diocesi, si sono mobilitate attorno all’avvenimento. Cristiani e musulmani, in Belgio come in Maghreb, se ne rallegrano.
 
 
A dirlo è padre Vincent Feroldi, direttore del Servizio nazionale per le relazioni con i musulmani, in un articolo diffuso sul sito della Conferenza episcopale francese (leggi l'articolo nella versione francese e italiana).
 
Le comunità cristiane e musulmane avranno così il cuore in festa nello stesso giorno.  Felici di poter dare ai loro contemporanei un grande segnale del “vivere insieme” in quest’epoca in cui, in nome della religione e di Dio, alcuni predicano odio.
 

dicembre 20, 2015

TERRORISMO. Incontro "il terrorismo non ha religione" Foto e video




Il 31 ottobre scorso a Sanremo, a villa Ormond, presso l’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario, si è tenuto l’incontro sul tema : “Il terrorismo non ha religione. Cosa c’è dietro il sedicente Stato Islamico?”, iniziativa, promossa da Casa Africa insieme alla Caritas Diocesana e al Centro Culturale Islamico e di cui vi abbiamo dato notizia su questo blog.
Scusandoci per il ritardo dovuto a problemi tecnici vi proponiamo i video degli interventi e una selezione delle foto scattate dove potete rendervi conto della notevole affluenza di pubblico all’incontro.
VIDEO DELLE RELAZIONI

Hamza Piccardo,

è fondatore dell’Unione Comunità Islamiche in Italia, traduttore ed esegeta del Corano.




Fiorenzo de Molli,

è direttore esecutivo e cofondatore, insieme a don Virginio Colmegna, della Casa della Carità di Milano





Loretta Napoleoni,

economista, è tra le più grandi esperte di terrorismo a livello internazionale. MPhil in terrorismo alla London School of Economics, e’ stata la prima ad analizzare i flussi finanziari del terrorismo ed a studiare l’economia di questo fenomeno. E’ autrice di numerosi saggi, tra cui Terrorismo S.p.A, Economia Canaglia,  Maonomics, "Al Zarqawi - Storia e mito di un proletario giordano" e “Isis lo stato del terrore”.







SELEZIONE FOTOGRAFICA
 




TUNISIA. Il Nobel per la Pace ai rappresentanti della società civile che hanno garantito il successo della rivoluzione dei gelsomini. La cantautrice tunisina Amel Mathlouthi canta al concerto dopo la consegna del premio.


Si dice che la primavera araba abbia fallito, in realtà è stata fatta fallire dagli interessi e dalle strategie geopolitiche di potenze straniere (occidentali e loro alleati medio orientali) che hanno voluto colmare il vuoto di potere lasciato da dittatori cacciati a furor di popolo.
In questo scenario la Tunisia, che nel dicembre del 2010 fu patria della primavera araba, rappresenta un’eccezione.  “Il popolo ha vinto una rivoluzione pacifica che illumina il mondo”, commentò Rached Ghannouchi, Presidente di Ennahda, il partito islamico moderato che era maggioranza all’Assemblea Costituente, all’indomani dell’approvazione della nuova Costituzione del Paese, una delle più avanzate del mondo arabo, approvazione avvenuta con un consenso quasi plebiscitario nel gennaio 2014.
Ai rappresentanti della società civile che hanno collaborato come mediatori per la democratizzazione del Paese garantendo il successo della “rivoluzione dei gelsomini” è stato assegnato quest’anno il premio Nobel per la Pace. Si tratta del “Quartetto per il dialogo nazionale tunisino” costituito da quattro importanti organizzazioni: l’Unione generale tunisina del lavoro, la Confederazione dell’industria del commercio e dell’artigianato, la Lega tunisina per i diritti dell’uomo e l’Ordine nazionale degli avvocati.
Va detto tuttavia che la strada per la democratizzazione del Paese non può dirsi del tutto compiuta e si presenta irta di ostacoli. Ancora oggi  la popolazione è costretta a scendere in piazza per difendere le sue conquiste che sono messe a dura prova da ripetuti e cruenti attacchi di gruppi fondamentalisti che premono dalla vicina Libia, ma che trovano spesso complicità anche all’interno del Paese. Gruppi appoggiati e finanziati da quelle potenze (in particolare Qatar e Arabia Saudita) che desiderose di accrescere in Nordafrica e nel Maghreb la loro influenza all’indomani della rivoluzione erano piombate nel Paese nel tentativo di aprirsi un varco attraverso la religione. Considerazioni queste che hanno portato ultimamente il governo a chiudere 80 moschee che erano andate fuori controllo statale.
Ma oggi il popolo tunisino è orgoglioso di questo riconoscimento internazionale con cui mostra al mondo un nuovo volto dell'Islam e applaude Amel Mathlouthi, cantautrice tunisina, che al concerto organizzato dopo la consegna del premio canta la canzone da lei scritta: “كلمتي حرة, Kelmti Horra, Ma parole est libre”.


Il testo completo e la traduzione italiana della canzone QUI


mg

novembre 29, 2015

NIGERIA. "Accuso le compagnie petrolifere di praticare il genocidio degli Ogoni"



Vent’anni fa, nel novembre del 1995, lo scrittore e poeta nigeriano Ken Saro-Wiwa, da anni schierato contro le attivita' della Shell in Nigeria, fu condannato a morte e impiccato da un tribunale militare insieme altri otto attivisti ogoni.
Quale la sua colpa? Quella di aver usato la sua visibilità di scrittore e di produttore televisivo per puntare i riflettori sulla devastazione ambientale messa in atto dalla Shell nella sua terra, la regione degli Ogoni nel delta del Niger. Ken Saro Wiwa sottolineava che quello che la Shell faceva nella sua terra mai e poi mai sarebbe stato lecito in occidente.
La accusava di razzismo ambientale e di genocidio.
Con il suo impegno e la sua determinazione, Saro-Wiwa fondò il MOSOP, il Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni. Il 4 maggio 1993, in occasione della giornata delle popolazioni indigene proclamata dalle Nazioni Unite, riuscì a far scendere per le strade dell’Ogoniland, oltre 300mila persone. Uomini, donne e bambini che, cantando canzoni di protesta, dichiararono la sussidiaria della Shell in Nigeria persona non grata.
Prima di morire disse: "Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra" (leggi il suo testamento e la sua poesia).
Nel 2009, quattordici anni dopo la sua morte, il colosso petrolifero anglo-olandese Shell accettò di pagare 15 milioni e mezzo di dollari per evitare di comparire in un clamoroso processo in cui era accusata di complicità con l’ex regime militare nigeriano per quel che riguarda l’esecuzione di Ken Saro-Wiwa e degli altri otto attivisti che si opponevano ai suoi metodi di estrazione del petrolio.
Purtroppo negli ultimi due decenni la situazione nel delta del Niger non sembra essere mutata, come certificano autorevoli studi di organizzazioni internazionali.
Il rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l'Ambientebasato su 14 mesi di ricerche e pubblicato nell’agosto del 2011, illustra il devastante impatto dell’inquinamento prodotto da mezzo secolo di attività petrolifera sulla vita della popolazione del Delta del Niger.
“L’inquinamento -si legge nel rapporto- è penetrato molto in profondità, più di quanto si poteva immaginare, ed il sottosuolo è avvelenato anche in zone che in superficie sembrano pulite;
almeno 10 comunità bevono acqua contaminata da idrocarburi e in una comunità la popolazione prende l’acqua da pozzi contaminati con benzene, noto cancerogeno, ad un livello che supera di 900 volte quella massima stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità;
l’impatto del petrolio sulla vegetazione di mangrovie è stato disastroso, ha lasciato le piante prive di foglie e steli, con radici rivestite di uno strato di sostanze bituminose spesso anche un centimetro e più; le perdite di petrolio causano frequenti incendi che distruggono la vegetazione e la compromettono anche per gli anni a venire;
l’habitat dei pesci è stato distrutto e molti pescatori e chi si dedicava alla pisci-cultura è stato rovinato da una cappa galleggiante e permanente di olio;
la contaminazione dell’aria derivante dalle operazioni dell’industria petrolifera colpisce circa un milione di persone…
Il rapporto conclude che per pulire l’area saranno necessari 25 o 30 anni e almeno un miliardo di dollari che dovrebbero essere erogati dal governo e dalle compagnie petrolifere, entrambi sotto accusa: il primo per l’inadeguatezza della normativa in materia di attività estrattiva e le seconde per l’inadeguatezza di controlli e manutenzione delle infrastrutture petrolifere”

Nel 2013 la compagnia petrolifera Shell è stata condannata da un tribunale olandese con una sentenza storica a risarcire un contadino le cui terre erano state inondate dal petrolio.

Ma la lotta intrapresa da Ken Saro Wiwa oltre 20 anni fa non è ancora finita.
E’ di pochi giorni fa la notizia che governo nigeriano ha confiscato un’opera d’arte in forma di bus a lui dedicata e che doveva essere insediata nella città di Bori ."The Bus", questo è il nome della scultura in metallo che riproduce a grandezza naturale un autobus stilizzato sui cui lati è inciso il celebre j’accuse dell’attivista: “accuso le compagnie petrolifere di praticare un genocidio contro gli ogoni” (Fonte: unimondo). 
Guarda i video "Il petrolio della Nigeria" nel nostro blog
mg

novembre 11, 2015

"We are many", il documentario sulla protesta globale del 15 febbraio 2003 contro la guerra in Iraq.




Il 15 febbraio 2003 milioni di persone in 800 città del mondo manifestarono contro l’imminente (e poi realizzata) invasione americana dell’Iraq, nella più grande protesta globale della storia.

Dall’Asia, passando per la Russia, fino all’Africa e al Medio Oriente, per arrivare in Europa e poi su, in America, per le strade di New York. Una manifestazione lunga un week end, con le città che si riempivano seguendo i fusi orari.

In Italia 3 milioni di bandiere della pace riempirono il Circo Massimo.

Era in gioco il sistema dei valori universali riconosciuti. L’opinione pubblica mondiale quel giorno rese evidente che la guerra era immorale, ingiusta e illegale. Aveva capito che celava interessi e piani geopolitici che andavano ben al di là delle dichiarazioni rese dai capi di governo.

“No blood for oil” era lo slogan scandito nelle piazze. Il 17 febbraio 2003 il New York Times scrisse che la mobilitazione del 15 lanciava un messaggio chiaro: “Nel mondo esistono due superpotenze: gli Stati Uniti d’America, e l’opinione pubblica mondiale”.

Il 12 settembre 2002 il presidente George W. Bush, davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, aveva accusato il governo di Saddam Hussein di nascondere “armi di distruzione di massa” e definito “necessaria la liberazione del paese”.
L’accusa, di nascondere “armi di distruzione di massa” venne, come è noto, ben presto clamorosamente smentita. Lo stesso Tony Blair, all’epoca alleato di ferro di  George W. Bush, ammette oggi che l'aver abbattuto Saddam Hussein ha contribuito alla creazione dell’ISIS!

Nonostante l’opposizione mondiale, le manifestazioni di massa e le resistenze dell’Onu, il 20 marzo 2003 gli Stati Uniti – con il sostegno di Gran Bretagna, Australia e Polonia, e affiancati da una ‘coalizione di volenterosi’ composta da 48 paesi, tra cui l’Italia – invadevano l’Iraq.


Il nuovo documentario "We Are Many", del regista inglese di origini iraniane Amir Amirani, candidato all’Oscar nella categoria di miglior documentario, ripercorre quegli eventi e dimostra come quell’apparente fallimento abbia in realtà cambiato per sempre il mondo (Fonte: Pressenza. Continua a leggere).


Sul tema leggi anche 

Africa e Medio Oriente. Scenari di guerra

L'esodo epocale dei rifugiati che marciano verso l'Europa. Ma quali sono le cause?

mg