luglio 31, 2016

TERRORISMO. Le dure parole di condanna da parte del mondo musulmano:"atti sacrileghi e blasfemi".


All’indomani della strage di Nizza del 14 luglio che costò la vita a 84 persone Roberto Cataldo, docente di Teologia e prassi del dialogo interreligioso presso l’Istituto Universitario Sophia, in un articolo pubblicato su Cittanuova, ci ha dato conto delle numerose e dure parole di condanna dell’accaduto pronunciate dagli Imam e dalle più prestigiose autorità religiose del mondo musulmano.
 
Condanne che non esitano a definire questi atti di violenza come sacrileghi e blasfemi, etichettano l’islamismo come malattia del secolo che prende in ostaggio l’Islam e fanno appello all’unità dei musulmani per liberare l’Islam dal cancro del terrorismo.
 
Riportiamo qui sotto alcuni brani dell’articolo
    
“Purtroppo anche questa volta, sebbene le agenzie di stampa abbiano dato ampio spazio alle dichiarazioni di rappresentanti delle varie comunità musulmane in Europa e nel mondo, il rimbalzo sui quotidiani è stato piuttosto limitato.
 
Eppure leaders musulmani sono intervenuti in maniera chiara e a volte assai dura, senza dubbio inequivocabile, sull’accaduto.
 
ll Consiglio francese del culto musulmano (Cfcm) e della grande Moschea di Parigi ha dichiarato immediatamente: «La Francia è stata colpita ancora una volta da un attentato di un’estrema gravità». Invitando i francesi a rimanere uniti, il Cfcm ha assicurato «la sua totale solidarietà agli abitanti di Nizza» e, allo stesso tempo, ha voluto far giungere «la sua profonda compassione alle famiglie delle numerose vittime, augurando anche un pronto ristabilimento ai feriti». A tutti i musulmani francesi viene rivolto perciò l’invito a dedicare la preghiera del venerdì alla «memoria delle vittime di questo barbaro attacco». Il rettore della moschea ed ex presidente del Cfcm, Dalil Boubakeur, ha dichiarato di essere profondamente costernato, chiamando «all’unità tutti i cittadini davanti a questa nuova terribile prova che mette in lutto tutta la comunità nazionale».
 
«Una persona che prende un camion e uccide così le persone è un animale selvaggio»– ha dichiarato Mahmoud Benzami, l’imam della moschea En Nour di Nizza, nel corso di una intervista a La Stampa di Torino. «I musulmani ne hanno abbastanza di dover dire ogni volta ‘non abbiamo nulla a che fare’: siamo tutti minacciati, i miei figli ieri sera erano là, volevano uscire, grazie a Dio sono rimasti a casa». «Io – ha ribadito Benzami – non cesso di distinguere e precisare che questi atti di terrorismo e radicalizzazione non hanno niente a che vedere con l’islam, che è una religione di pace, tolleranza e misericordia. Noi nel nostro istituto lavoriamo in collaborazione con la prefettura per combattere la radicalizzazione. Sappiamo bene che ci sono persone che ci cascano: la nostra priorità è la de-radicalizzazione».
 
Altrettanto ferme le condanne espresse dalle comunità musulmane e dai loro leaders in Italia. Chiara e netta, come sempre, la posizione di Abdellah Redouanne, segretario generale del Centro islamico culturale d’Italia (che ospita la grande moschea di Roma), personalità nota per l’equilibrio e la chiarezza delle posizioni oltre che per l’impegno per dialogo fra fedeli di diverse religioni.  «E’ un atto ignobile e abietto che nessuna religione o morale può giustificare». Redouanne con equilibrio e sguardo aperto ha saputo collegare la tragedia francese alle molte che si sono verificate recentemente in diverse parti del mondo. «Negli ultimi giorni – ha affermato - il terrorismo ha colpito Baghdad, Dacca, Aden, Gedda, El-Qatif e Medina. Ieri, 14 Luglio (data simbolo dei tre principi di fratellanza, uguaglianza e libertà) Nizza è stata insanguinata per mano di un terrorista che ha commesso una strage che non ha risparmiato neanche i bambini. Fedele ai nobili principi e valori dell’Islam, che rifiuta ogni forma di aggressione e incita gli individui e i popoli a convivere nella pace, il Centro islamico culturale d’Italia esprime la sua ferma e assoluta condanna di ogni atto di terrorismo e i sensi di vicinanza e cordoglio a coloro che sono stati così gravemente colpiti nella città di Nizza».
 
Sempre restando in Italia, non si può non apprezzare la dichiarazione immediata dell’Imam di Firenze Izzedine Elzir, presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII). Raggiunto dalla Radio Vaticana, Izzedine Elzir, oltre al «grande dolore» per la strage ha affermato: «Di fronte a chi sul web considera questo massacro una vittoria del Daesh, o sedicente Stato islamico, ribadiamo che nessuna fede, nessuna religione, nessuna persona che abbia un pensiero equilibrato, può celebrare l’uccisione di un suo fratello, di un altro essere umano». L’Ucoii ha chiamato, poi, i musulmani e tutti gli uomini e le donne a reagire «con fermezza»di fronte a questa nuova tragedia, appellandosi all’unità «in questa dura prova che colpisce ancora una volta la comunità nazionale francese». «Tutti i nostri pensieri, il nostro cordoglio e la nostra preghiera vanno alle famiglie delle vittime e ai loro cari», ha affermato ancora Izzedine. L’Imam fiorentino ha, poi, sottolineato come ancora una volta l’autore di una strage non provenga da ambienti religiosi. «Purtroppo, nella nostra realtà europea abbiamo dei mostri, delle persone che sono cresciute senza conoscere la loro fede, che sono avviate allo spaccio, alla criminalità; che entrano in prigione e ne escono non soltanto come criminali, ma anche come assassini». Izzedine ha invitato tutti a riflettere seriamente e a dire con sincerità: ‘Abbiamo fallito! Ciascuno ha la sua responsabilità’. Solo così riusciremo a dare una risposta efficace e non rimanere nella trappola di questi criminali, questi assassini».
 
Ferma anche la condanna dell’attacco da parte dell’ Università di al-Azhar, la massima istituzione del mondo sunnita con sede al Cairo, che ha espresso un secco rifiuto ad ogni forma di violenza e ha condannato l’attentato facendo appello all’unità per «liberare il mondo dal terrorismo». «Questi abominevoli attentati terroristici — sottolinea un comunicato — contraddicono gli insegnamenti dell’islam». Nei mesi scorsi il grande imam di al-Azhar, al termine di una fruttuosa visita a papa Francesco aveva rilasciato una interessante intervista alla Radio Vaticana, conclusa con un appello al mondo intero «affinché possa unirsi e serrare i ranghi per affrontare e porre fine al terrorismo, perché credo che se questo terrorismo viene trascurato, non solo gli orientali ne pagheranno il prezzo, ma orientali e occidentali potrebbero soffrire insieme, come abbiamo visto. Pertanto questo è il mio appello al mondo e agli uomini liberi del mondo: mettetevi d’accordo subito e intervenite per porre fine ai fiumi di sangue»”.
 
 
Pochi giorni dopo la strage di Nizza un altro efferato delitto, il barbaro e vile assassinio di padre Jacques nella chiesa a Saint Etienne de Rouvray, ha nuovamente scosso il mondo musulmano che ha manifestato il suo sgomento con dure parole. Le riportiamo dall’articolo pubblicato su Cittanuova il 28 luglio scorso da Roberto Catalano.
 
“La Radio Vaticana ha trasmesso i commenti del rettore della Grande moschea di Parigi, Dalil Boubakeur. L’esponente musulmano ha definito l’attacco alla chiesa un “sacrilegio blasfemo contrario a ogni insegnamento della nostra religione”. Boubaker, che ha partecipato ad una riunione governativa con rappresentanti cristiani, dell'ebraismo e dell'Islam, ha sottolineato come sia necessario che "i luoghi di culto siano oggetto di una attenzione rafforzata, perché anche il più umile dei luoghi di culto è bersaglio di un'aggressione". "C'è una contraddizione di valori – ha insistito il leader musulmano. - Abbiamo sperato nell'avvenire, sarebbe tempo per i musulmani di assumere la consapevolezza di ciò che non funziona in questa visione mondiale dell'Islam e che i musulmani di Francia prendano l'iniziativa, l'iniziativa di una formazione molto più attenta dei nostri religiosi e anche la sensazione che si debba mettere in agenda anche una certa riforma delle nostre istituzioni".
 
Ma non solo in Francia si sono levate voci di condanna. Ahmad Al-Tayyib, il grande imam di Al-Azhar, ha avuto parole dure definendo l’accaduto come un "attacco contro valori Islam". "Gli autori di questo attacco barbaro – ha dichiarato Al-Tayyib - si sono spogliati dei valori dell'umanità e dei principi tolleranti dell'Islam che predica la pace e ordina di non uccidere gli innocenti". "L'Islam ordina il rispetto di tutti i luoghi di culto dei non musulmani", ha aggiunto, rinnovando l' appello a unirsi per far fronte al "cancro del terrorismo". Sempre dal Cairo il Gran Mufti d'Egitto, Sheik Shawki Allam, ha dichiarato che si è trattato di un "atto terrorista e criminale" e che è stato "commesso da estremisti". "Tale atto viola tutti gli insegnamenti dell'Islam", ha aggiunto Allam, che ha poi offerto le condoglianze al popolo francese e alle famiglie delle vittime.
 
Significativa anche la serie di condanne riportate dall’agenzia di stampa cattolica AsiaNews. Fra tutti i messaggi giunti, l’agenzia pubblica quelli dell’imam di Nimes, Hocine Drouiche, vicepresidente degli imam di Francia, e Kamel Abderrahmani, giovane studente universitario algerino in Francia. Entrambi con coraggio etichettano l’islamismo come la “malattia del secolo”, che “prende in ostaggio l’islam” stesso e chiedono a tutti i musulmani di “muoversi” e fare dei gesti di unità con gli altri francesi e le altre religioni”.
 
 Ancora una volta le forze oscurantiste colpiscono e questa volta un sacerdote è stato ucciso. In modo selvaggio, egli è stato decapitato in nome di Dio – afferma Abderrahmani. “In quanto giovane musulmano, faccio appello a tutti i musulmani a combattere questa ideologia con tutti i mezzi possibili”. Il giovane, infatti, mette in guardia i musulmani che “questa ideologia costituisce prima di tutto un pericolo per loro stessi. Di recente in Afghanistan, i mercenari di questa ideologia hanno commesso un genocidio: 70 musulmani uccisi. In Iraq, qualche giorno prima, più di 200 persone sono state massacrate. (…) Essa ha colpito anche i luoghi sacri dell’islam”."
 
 
 
Anche il mondo cattolico ha reagito per voce ferma e chiara del Papa. Papa Francesco intervenendo sull’attentato alla chiesa di Rouen .ha usato parole dure contro quelli che in altra occasione ha definito i pianificatori del terrore, i veri terroristi: «Non parlo di guerra di religione. Le religioni, tutte le religioni, vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri. Capito! ... Quando parlo di guerra parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione. C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli, questa è la guerra».
 
 
Ma l’assassinio di padre Jacques ha fatto emergere un fatto nuovo di estrema importanza: la volontà di combattere il terrorismo uniti, indipendentemente dall’appartenenza religiosa. Si è fatto appello alla fratellanza che deve unire il popolo Cristiano e Musulmano con un’iniziativa davvero eccezionale: l' invito rivolto dagli Imam francesi ai fedeli musulmani di partecipare alla messa cattolica il 31 luglio nella chiesa più vicina. Decisione presa dal Conseil Français du Culte Musulman, organismo ufficiale che riunisce gli esponenti religiosi islamici in Francia e fatta propria poi anche dagli Imam italiani.
 
 
mg

giugno 19, 2016

CASA AFRICA. Con il "Coro per la Pace" alla Festa dei Popoli di Sanremo- 23 e 25 giugno-



Da diversi anni Casa Africa è tra le associazioni promotrici della Festa dei Popoli di Sanremo, evento che si tiene ogni anno verso la fine del mese di giugno.
Ogni anno le comunità immigrate provenienti da diverse parti del globo (Sud America, Asia, Africa) e che vivono e lavorano nella provincia di Imperia si incontrano per offrire e far conoscere brani della cultura del loro paese al numeroso pubblico che affolla la storica Piazza San Siro di Sanremo.  Balli, musiche, canzoni, poesie che le singole comunità preparano nel corso dell’anno sacrificando il loro tempo libero.
Quest’anno la Festa dei Popoli cade durante il Ramadan, il mese di digiuno e di preghiera celebrato dalla comunità musulmana di tutto il mondo.
La comunità musulmana di Sanremo ha voluto tuttavia essere presente e portare i suoi saluti alla Festa con la canzone Assalamu Alaika che significa “La pace sia su di te”, il tradizionale saluto dei musulmani. La canterà la sera del 25 giugno sul palco di  piazza San Siro il “Coro per la pace” che un gruppo di giovani studentesse di origine marocchina e tunisina ha deciso recentemente di costituire sotto la direzione del maestro Diego di Caro.

Qui sotto potete leggere il nutrito programma della Festa che prevede la sera del 23 giugno una  riflessione e un confronto sul drammatico problema dei rifugiati.  



maggio 30, 2016

ISLAM. Il protagonismo delle donne in terra d'Islam. Un excursus storico e geopolitico


La condizione della donna nel mondo islamico è un tema oggi fortemente dibattuto e non solo dagli islamologi. 

Anche gli islamofobi sono interessati all'argomento per presentarne una visione appiattita e mantenere in vita quegli stereotipi che fanno giustizia della complessità dell'universo femminile islamico e dei numerosi movimenti femminili che da anni lottano per la parità di genere e si dedicano all'analisi dei diritti della donna dal punto di vista dell'esegesi del Corano. Vedi sul punto l'interessante intervista all'attivista politica e scrittrice iraniana Jila Movahed Sahriat Panahi pubblicata da Pressenza.

Recentemente in Italia sono stati pubblicati diversi studi che hanno portato alla ribalta le mille sfaccettature del “femminismo” nei vari contesti geopolitici del mondo islamico, studi che testimoniano altresì che la lotta per l’emancipazione femminile non è un’esperienza esclusiva dell’Occidente. Tra questi il libro "Le donne di Allah", un viaggio per incontrare chi crede nel Corano come simbolo di libertà e di progresso, di Anna Vanzan, iranista e islamologa, docente di Cultura Araba nell’Università di Milano, e Femminismi musulmani Un incontro sul Gender Jihad, curato da Ada Assirelli, Marisa Iannucci, Marina Mannucci, Maria Paola Patuelli, di cui abbiamo parlato in questo blog.


Particolarmente interessante è da ultimo il recente studio,"Il protagonismo delle donne in terra d’Islam", curato da Biancamaria Scarcia Amoretti, docente di islamistica all’Università La Sapienza di Roma, coadiuvata da Laila Karami, di origini iraniane, studiosa della storia delle donne in contesti musulmani. Un testo di storia  che parte dalla centralità della realtà delle donne nel mondo musulmano e ricolloca il loro movimento emancipatorio nei diversi contesti storici e geografici dei singoli paesi, i cui confini geopolitici sono sempre mutati, dalla stagione degli Imperi al periodo coloniale e post coloniale. Ne riportiamo qui sotto la recensione pubblicata da Arabpress. Nostri sono i rinvii.

"Il lavoro delle due studiose è stato strutturato suddividendo questo vasto mondo in tre grandi contesti geopolitici: l’area mediterranea, l’area mediorientale e l’area del Golfo Persico e dell’Oceano Indiano.


Nell’ambito di ciascuna area sono state approfondite le tematiche legate alla condizione femminile nei singoli paesi, focalizzando l’attenzione su un excursus storico politico necessario per contestualizzare la realtà in cui viene a determinarsi il ruolo delle donne, la loro condizione all’interno del nucleo sociale e familiare.

Questo articolato e complesso lavoro di contestualizzazione appare particolarmente importante in quanto permette di differenziare le singole situazioni che altrimenti, nell’immaginario collettivo occidentale, verrebbero accomunate in una sterile generalizzazione. Inquadrare storicamente le evoluzioni sociali e politiche dei singoli paesi aiuta a cogliere meglio e con maggiore obiettività i risvolti in tema di condizione femminile.

Difficilmente infatti si può accomunare la condizione delle donne tunisine con quelle dell’Arabia Saudita, o di quella delle donne marocchine con quelle indonesiane.

Scopriamo quindi che in Tunisia le donne sono parte attiva della vita politica e sociale del paese più che altrove, l’associazionismo femminile ha radici antiche e la presenza femminile nelle professioni liberali è molto diffusa. Le donne tunisine godono di diritti molto simili a quelli delle donne occidentali e questo aspetto di modernità trae linfa proprio dalla spiccata vocazione alla laicità che contraddistingue il paese.

Un percorso simile caratterizza la situazione in Marocco e negli altri paesi del Maghreb. Probabilmente, questa tendenza alla modernità va in parte imputata anche all’esperienza coloniale che di fatto ha segnato la storia recente dei paesi che si affacciano sulla sponda sud del Mediterraneo.

Altro scenario è quello dell’area mediorientale dove paesi come Iraq, Iran e Afghanistan disegnano una realtà poliedrica. Tuttavia, in tutti sembra delinearsi un percorso comune che vede le donne lottare per i loro diritti, lotte che producono i loro effetti ma che inesorabilmente finiscono per regredire con il mutamento dello scenario politico dei paesi di riferimento. È per esempio il caso dell’Iraq, dove la parità di genere viene riconosciuta con l’entrata in vigore della Costituzione nel 1970, ma dove la condizione femminile subisce una brusca retromarcia all’indomani dell’intervento anglo-americano del 2003.

Un caso a parte è costituito dall’Iran, paese dalla storia millenaria in cui la presenza femminile sulla scena pubblica è tanto determinante quanto apparentemente nascosta. Sotto il regime di Khatami l’attivismo femminile è cresciuto in maniera significativa. Le donne si sono battute per modificare le leggi a loro sfavorevoli anche se i risultati sono stati spesso deludenti perché ogni riforma viene di fatto bloccata dal “Consiglio dei guardiani”. Tuttavia le donne hanno continuato e continuano a presidiare la scena politica, culturale e sociale del paese, assurgendo di conseguenza al ruolo di principale bersaglio della repressione. Una interessante riflessione viene fatta sul tema dell’imposizione dello hijab, da più parti considerato lo strumento di controllo per eccellenza sul corpo femminile. Ma paradossalmente proprio l’imposizione del velo ha permesso in Iran a molte donne di potersi emancipare, uscendo di casa e partecipando alla vita pubblica. Senza velo, molte di queste donne appartenenti a classi sociali popolari e più tradizionaliste, non avrebbero avuto la possibilità di “uscire allo scoperto”.

L’area del Golfo rappresenta un caleidoscopio di differenti situazioni, molte in contraddizione tra loro: dalla rigidità dell’Arabia Saudita, dove comunque le donne hanno, seppur faticosamente, iniziato un percorso di emancipazione, alla modernizzazione dell’ Oman dove le donne vengono considerate importanti attori sociali ed espressamente riconosciute cittadine della nazione al pari degli uomini.

Gli esempi citati servono semplicemente a disegnare un mosaico di situazioni differenti, a volte speculari e quasi mai sovrapponibili, che ci danno la misura della complessità del tema affrontato. L’universo femminile in terra d’Islam presenta coordinate e caratteri differenziati che meritano approfondimenti e contestualizzazioni nello scenario storico e politico che caratterizza ciascun singolo paese.

La dettagliata analisi delle due studiose ci parla quindi di un percorso di emancipazione più o meno complesso e difficile che le donne appartenenti al mondo musulmano hanno compiuto e continuato a compiere, un protagonismo, quello femminile, che non necessariamente va confrontato con le esperienze di emancipazione delle donne occidentali ma che va inserito in un contesto culturale profondamente diverso ed articolato".

Leggi anche in questo blog La primavera araba è donna
mg

aprile 27, 2016

ISLAM. Il Gender Jihad




Quello dell’uguaglianza di genere rappresenta il nodo intorno al quale si articola l’evoluzione ugualitaria della società nel suo complesso. A sua volta l'empowerment femminile, e cioè il pieno accesso e la partecipazione delle donne alle strutture di potere, costituisce un fattore essenziale per la costruzione e il mantenimento della della pace (Risoluzione del CdS delle NU 1325/2000). Un fattore cruciale in un mondo dilaniato da conflitti nei quali le donne non hanno voce. 
Anche nei paesi islamici da decenni movimenti femminili, intellettuali, accademici e militanti, di ispirazione religiosa e laica, denunciano, in varie forme, le discriminazioni di genere; chiedono riforme ai governi, propongono reinterpretazioni coraggiose delle Sure del Corano. Poco spazio però viene concesso a questi attori sociali sui media occidentali, giacché si preferisce mantenere in vita obsoleti stereotipi e lasciare spazio ad analisi che sono funzionali ad una rappresentazione colonialista ed eurocentrica dell’Islam e delle culture arabe che si cerca di stigmatizzare in massa.

"In questo modo, avverte Asma Lamrabet (in atti del “Seminario Islam e Femminismo, stereotipi occidentali e complessità dell’universo femminile islamico”, in questo blog), le donne musulmane nelle loro più varie rappresentazioni restano imprigionate tra due visioni conflittuali e perennemente contrapposte: un approccio musulmano tradizionalista, rigido e anacronistico e un approccio occidentale etnocentrico che veicola stereotipi e clichés semplicistici e sempre più islamofobi. Tra queste due visioni del mondo è soprattutto la parola delle donne musulmane ad essere zittita…L’emancipazione delle donne musulmane non può diventare effettiva senza una vera e propria presa di coscienza e di parola da parte di loro stesse e non di altre che parlino al posto loro!”


Del resto, sottolinea ancora Asma Lamrabet, Il discorso di liberazione portato avanti dall’occidente non può essere credibile da un certo punto di vista islamico perché, oltre ad essere screditato da politiche internazionali fondamentalmente ingiuste nei confronti di un gran numero di paesi musulmani, va a toccare uno degli ultimi baluardi dell’identità musulmana, cioè la donna. In effetti la donna sembra rappresentare per questo mondo islamico dall’identità ferita, l’ultimo baluardo da difendere...La donna musulmana ormai rappresenta la vittima ideale di questa costruzione ideologica speculare e si vede costretta ad incarnare, data la sua posizione di guardiana della morale, il contro modello rispetto a quello veicolato dall’occidente considerato privo di valori”

 
Barbara Mapelli nell'articolo che qui riportiamo invita le "femministe occidentali" ad accostarsi con l’umiltà di chi non sa già tutto alla complessità della realtà femminile islamica e a quello che viene definito il Gender Jihad e cioè l'impegno delle donne musulmane per raggiungere l'emancipazione e l'uguaglianza restando fedeli all'Islam.

“Credo che molte e molti di noi, leggendo che le prime forme di movimento per la liberazione della donna nel mondo arabo sono nate tra fine Ottocento e inizi Novecento, più o meno contemporaneamente a quanto stava succedendo in Occidente, resteranno stupiti. A me è capitato sfogliando le prime pagine del volume "Femminismi Musulmani. Un incontro sul Gender Jihad".

Stupore salutare per la nostra mente e il nostro giudizio perché avvia a scrostare dall’una e dall’altro i primi strati di persistenti stereotipi che accompagnano le nostre consapevolezze eurocentriche, l’orgoglio di chi ha la convinzione di detenere i soli primati di libertà e democraticità che illuminano il pianeta in cui viviamo. E nulla naturalmente voglio togliere o negare di questa libertà, che tra l’altro mi consente di scrivere senza alcun timore quel che penso, ma è sempre utile che le nostre coscienze occidentali (e femministe) vengano in contatto e si sforzino di comprendere, per quanto possibile, mondi differenti, per non ridurci a un unicum di pensiero semplificato e semplificante, che comprende anche chi si ammanta di veli di purezza e innocenza perché si indigna e si chiama fuori dalle ideologie e dai valori occidentali, di cui peraltro gode tutti i vantaggi.
Allora spazziamo la mente da pregiudizi di destra e di sinistra, apriamo gli occhi e leggiamo alcune pagine con l’umiltà di chi non sa già tutto, ma anzi spera ed è disponibile a lasciarsi disorientare.
Sappiamo, ed è innegabile, che nei paesi islamici le donne vivono limitazioni alla libertà personale e discriminazioni anche sul piano giuridico, oltre che condizioni di povertà, analfabetismo, disagio sociale superiore agli uomini, dai quali peraltro subiscono violenze soprattutto domestiche (ma questa è una storia nota anche da noi). Eppure, come già scrivevo, non è breve la storia che anche il mondo arabo può vantare di movimenti femminili e femministi, spesso nel Novecento affiancati alla lotta per la liberazione dai regimi coloniali. A quest’ultima le donne hanno partecipato attivamente, per poi, quando le cose sono terminate, essere lasciate a casa, ma anche questa è una storia che conosciamo bene.
Entriamo però meglio nelle situazioni della contemporaneità, partendo da un’affermazione necessaria e iniziale che ci consente uno sguardo più libero. Il mondo islamico non è un monolite uguale ovunque, ma è piuttosto un universo complesso, variegato, eterogeneo, nel quale la religione ha un ruolo centrale, ma non è l’unica causa della subordinazione femminile – lo sono ad esempio anche i regimi autarchici, autoritari che ancora vivono o sono stati recentemente rovesciati nel mondo arabo – e dell’impossibilità delle donne musulmane ad avvicinarsi alla modernità, ai mutamenti sociali, al sistema dei diritti. È questa una percezione riduttiva della realtà femminile araba, che paradossalmente accomuna il prevalente giudizio occidentale alle concezioni che guidano su questo terreno gli estremisti islamici, che impongono, in nome della loro religione, le condizioni di inferiorità e di esclusione, oltre che di ignoranza delle donne (ma a questo proposito cerchiamo di ricordare che dal mito della donna ignorante non siamo poi temporalmente troppo lontani neppure noi europei, italiani in particolare). Un buon sistema infatti per noi di contrastare gli stereotipi e liberarci progressivamente dagli strati di pregiudizio è quello di non dimenticare da dove veniamo, quali sono le culture che rappresentano la nostra storia, anche recente. Velo docet.
Torno alla storia dei femminismi islamici: gli attuali, dopo i movimenti di tutta la prima metà del Novecento, si sviluppano intorno agli anni Novanta dello scorso secolo e sono un movimento che si basa, pur con differenze interne, sulla rilettura del Corano in una prospettiva femminile e propone la riforma di leggi e istituzioni patriarcali in nome dell’Islam. La religione non rappresenta dunque per questi movimenti un ritorno al passato, ma una forma di reinvenzione individuale e collettiva che fa i conti con la società contemporanea e si propone di riscrivere le forme della modernità. Altro stereotipo che le donne islamiche ci aiutano a decostruire: il supposto contrasto tra tradizione e modernità. Ed è qui che ci si presenta il cuore e il significato centrale dei movimenti femministi islamici: il lavoro di reinterpretazione del testo sacro, del Corano, sottraendolo alla normatività dei contesti e culture storiche e patriarcali che l’hanno tradizionalmente interpretato.
Occorre distinguere, insegnano le teologhe islamiche, tra il testo e l’esegesi, cioè l’interpretazione che se ne è fatta nella storia. La causa della discriminazione delle donne non è il Corano, ma la religione vissuta in società patriarcali che l’hanno interpretato secondo le culture dominanti e hanno creato una tradizione religiosa sessista. Le femministe islamiche, fin dalle pioniere dello scorso secolo, si sono impegnate nel lavoro di decostruzione delle precedenti interpretazioni maschiliste e di rilettura dei versetti con sguardo di genere (v. Asma Lamrabet, "Femminismo Islamico. I precetti del Corano a partire dalla prospettiva dell'uguaglianza di genere" in atti del Seminario "Islam e Femminismo, stereotipi occidentali e complessità dell'universo femminile islamico", in questo blog, ndr).  Ed è questa soprattutto la differenza con i movimenti dei femminismi occidentali, che per lo più si sono tenuti distanti dalla dimensione religiosa, anche se vi sono ormai in Europa e anche in Italia interessanti scritti e prese di posizione di teologhe femministe, e un coordinamento (CTI) che riunisce le diverse anime della teologia cristiana. Ma credo che questo discorso meriti un’attenzione a parte e una maggiore vicinanza, che il femminismo italiano, generalmente o prevalentemente considerato laico, dovrebbe approfondire.
 In ogni caso, secondo i movimenti delle donne islamiche, la reinterpretazione del Corano ne svela il messaggio più genuino di sostanziale uguaglianza tra donne e uomini, «in verità non farò andare perduto nulla di quello che fate, uomini o donne che siate, che gli uni sono come gli altri» (Corano, III, 195), e la modernità del testo rispetto a temi controversi quali la poligamia o il divorzio, se collocato nei tempi in cui il Corano fu elaborato.
 L’interpretazione femminista parte dal presupposto che il Corano sia un testo polisemico, suscettibile di varie interpretazioni, mentre risulta fuorviante il limitarsi a citazioni singole estrapolate dal contesto. Un esempio molto chiaro può riferirsi alla virilità prodigiosa del Profeta, molto citata naturalmente da alcune interpretazioni maschiliste: in una di esse si afferma che Maometto in una sola notte copulò con tutte e nove le sue mogli. Una potenza maschile che viene direttamente collegata al dono della profezia, come simbolo di una forza virile che può tenere a bada contemporaneamente molte donne. Eppure, sostengono le interpreti femministe, esistono nel Corano immagini di una ben diversa mascolinità, attenta, affettuosa, in grado di prendersi cura – e con reciprocità – della persona che ha accanto.
Il pensiero femminista islamico prende il nome di Gender Jihad: potremmo tradurre il termine, semplificando e con qualche risonanza nella nostra storia, in «lotta femminista», con l’attenzione però che si tratta soprattutto di una lotta della mente, uno sforzo dell’anima e dell’intelligenza e del corpo delle donne per raggiungere l’obiettivo, attraverso la rilettura del Corano, di una società più giusta nei confronti dei soggetti femminili. Le femministe musulmane ci ricordano – è una lezione che risulta (o dovrebbe) molto utile anche a noi – che il luogo della maggiore problematicità nelle relazioni tra donne e uomini non è tanto lo spazio pubblico, quanto il privato, con i nodi assai difficili da sciogliere, per noi e per loro, nelle relazioni tra i due sessi. Ma anche molti uomini partecipano a questo sforzo dei movimenti femministi islamici, che sono – contro ogni residua credenza di contrasto tra modernità e tradizione – diffusi in tutti i paesi a maggioranza o comunque presenza significativa di musulmani (anche da noi quindi) e in rete tra loro.
Ancora due osservazioni prima di chiudere un discorso che in realtà andrebbe ulteriormente aperto. La distanza tra i femminismi islamici e i nostri. Non si tratta solo della centralità della religione per i movimenti musulmani, che in Europa è marginale, come già dicevo, ma di una posizione critica nei nostri confronti da parte delle donne musulmane e il desiderio e la pratica di offrire al termine femminista un’autonomia dall’accezione occidentale per sottolineare percorsi differenti, con obiettivi che si discostano dalle presunte libertà occidentali. Ricordiamo il famoso discorso di Fatima Mernissi sulla taglia 42, intesa come il velo occidentale. E a proposito di velo l’ultima osservazione, anch’essa utile per proseguire il nostro lavoro di liberazione dagli strati sovrapposti di pregiudizio. Il velo è per noi donne occidentali il simbolo più evidente della subordinazione femminile – e ci dimentichiamo che solo un paio di generazioni fa una donna italiana non sarebbe mai uscita di casa senza nulla in testa.
Eppure il velo può essere interpretato in due modi opposti, così ci insegnano le femministe musulmane, può essere indossato per obbligo o passivo adeguamento, ma può anche essere scelto, per costume, per moda, per difesa da una società estranea o per affermare un’identità e un diritto sul proprio corpo, sottraendolo allo sguardo e alla volontà maschile, al modello occidentale di esposizione e di consumo del corpo femminile, quello che è stato definito il velo della nudità. L’uso del velo può essere inteso dunque come un atto politico, di dissidenza anziché di assuefazione a norme dettate da altri, così afferma la femminista marocchina Nadia Yassine.
 E anche qui si riapre un discorso infinito, che può però esserci utile nel dialogo tra donne diverse, se ciascuna, dall’una e dall’altra parte, riesce ad ascoltare veramente, il più possibile libera da quei pregiudizi che nascono soprattutto dalla paura”

Barbara Mapelli, dal sito la 27esima ora

Sul tema, in questo blog:
La primavera araba è donna
Vedi anche il recente Progetto Aisha, realizzato dal CAIM, Coordinamento delle associazioni Islamiche di Milano, Monza e Brianza, per contrastare la violenza e la discriminazione di genere. 

mg

marzo 29, 2016

SIRIA. 5 anni di sofferenza e di menzogne: LETTERA APERTA di Padre Daniel Maes della comunità monastica di Mar Yacub in Qara ai governanti occidentali



Nell'anniversario dei 5 anni della 'rivoluzione siriana', padre Daniel Maes, sacerdote dell’abbazia Fiamminga Postel-Mol, scrive dal Monastero di Mar Yacub in Qara (circa 100km.da Damasco) una 'Lettera aperta' al Signor D. Reynders, Ministro belga degli Affari Esteri. 

La lettera, che qui riportiamo, è stata pubblicata nel blog Ora pro Siria per essere indirizzata ai governanti di tutti paesi occidentali.  
"Deir Mar Yakub, Qâra, Siria - 11 marzo 2016
Eccellenza,

Sono un belga residente in Siria, mi riferisco a Lei, onorato ministro del nostro amato paese, per fornirVi informazioni sulla mia situazione e inoltre per chiederVi di continuare a collaborare alla nostra protezione e anche alla protezione del popolo siriano.
Nel 2010, io, padre Daniel Maes, sacerdote norbertino dell’ abbazia Fiamminga Postel-Mol sono venuto in Siria, al servizio della comunità religiosa di Mar Yakub in Qâra, Qalamoun. Ero arrivato con molti pregiudizi e sospetti. Il contatto con la popolazione e il paese, tuttavia, mi ha fatto subire uno shock culturale.

È vero, le libertà individuali e politiche in Siria non sembravano molto grandi e neanche così importanti (nel frattempo ci sono stati grandi cambiamenti come la creazione di un sistema pluripartitico). Ma dall’altra parte c’era una società armoniosa composta di molti gruppi religiosi ed etnici diversi che già da secoli convivevano in pace. Inoltre c'era l'ospitalità orientale generosa e una sicurezza molto grande, che non abbiamo mai conosciuto nel nostro paese. Furti e violenze erano praticamente inesistenti. Il paese non aveva nessun debito e non c’era nessun senzatetto. Al contrario, centinaia di migliaia di rifugiati dai paesi circostanti erano stati accolti e anche mantenuti come se fossero veri cittadini. Per di più, la vita quotidiana era anche molto economica, come anche gli alimenti. Le scuole, le università e gli ospedali erano tutti gratis, anche per noi stranieri che appartenevamo ad una comunità monastica siriana, come noi stessi abbiamo sperimentato.

Nel frattempo era scoppiata una guerra terribile. Con i nostri occhi abbiamo visto come stranieri (non Siriani) hanno organizzato manifestazioni di protesta contro il governo (vedi anche la relazione del Padre gesuita Frans van der Lugt -ucciso dai ribelli nell’aprile del 2014- sulla situazione a Homs del gennaio 2012,ndr). Questi hanno fotografato e filmato le loro stesse manifestazioni, che in seguito sono stati riprese e distribuite - dalla stazione TV  Al Jazeera in Qatar – e cosi in tutto il mondo con il falso messaggio che il popolo siriano si stava ribellando contro una dittatura. Questi stranieri hanno poi invitato i giovani del nostro villaggio ad unirsi a loro. Ci sono stati attentati e omicidi nelle cerchie sunnite e cristiane per dare l'impressione che si trattasse di una vendetta simile ad una guerra civile interna.  Nonostante questi tentativi di provocare odio e caos, il popolo siriano è rimasto unito. Come una famiglia unita, i siriani hanno protestato contro i gruppi terroristici stranieri e contro i paesi che li supportano. Centinaia di migliaia di persone innocenti sono stati uccise, tra cui molti soldati del governo e uomini della sicurezza. Scuole, ospedali e infrastrutture sono state rase al suolo. Diversi milioni di cittadini sono fuggiti all'estero. La maggior parte tuttavia sono fuggiti nel paese stesso verso le zone che sono protette dall'esercito.

Infatti, il governo aveva deciso di non proteggere i suoi pozzi di petrolio nel deserto, ma aveva messo come priorità assoluta la protezione dei cittadini. 

Nel novembre 2013 anche noi siamo stati il bersaglio di attacchi armati. Gli attacchi e bombardamenti, intorno a noi, di decine di migliaia di uomini armati pesantemente erano così gravi che, umanamente parlando, non c’era nessuna possibilità di scampare alla morte e alla devastazione. Grazie a Dio, la nostra intera comunità è stata salvata in modo miracoloso e fino ad oggi è rimasta illesa, insieme al popolo di Qâra, grazie all'esercito. 

L’intervento russo tempestivo - su richiesta del governo siriano - ha portato una profonda modifica e ha combattuto finalmente in modo esperto tutti i tipi di gruppi terroristici, per il quale il popolo siriano è, e rimane ancora molto grato (il 27 marzo le forze governative con il sostegno russo hanno riconquistato Palmira,  v. anche il video di euronews, ndr). Questo dà speranza. Tuttavia, migliaia di jihadisti stranieri, armati, addestrati e pagati continuano ad arrivare in Siria per provare a rompere ancora la strenua resistenza del popolo.

Ora sperimentiamo  la più grande crisi umanitaria dopo la seconda guerra mondiale. Noi stiamo cercando di contribuire a queste sfide e aiutare tutti i bisognosi. La nostra comunità ha organizzato tre centri: in Damasco, Tartous e qui nel monastero, da dove partono gli aiuti.
Due settimane fa, abbiamo anche potuto offrire aiuto nella città di Aleppo – la città più colpita della Siria - con più di 8.500 pacchi di alimenti, con un'ambulanza e con un quarto "hopitainer", che consiste in un ospedale mobile estremamente costoso. Proprio per quello, Madre Agnes-Mariam fondatrice e superiora di questo monastero, ha recentemente ricevuto a Mosca, a nome della Comunità, l'importante premio “Femida” per la pace e per la giustizia.  

Possiamo continuare a fornire l'assistenza solo grazie al generoso sostegno dei nostri numerosi benefattori, di alcune organizzazioni internazionali e di paesi come l’Olanda, che sono disposti a sostenerci per aiutare le persone più bisognose, indifferenti alla loro appartenenza religiosa o etnica.

Con grande fiducia, ci rivolgiamo a Lei per chiederVi di non farVi ingannare dalle bugie e manipolazioni dei mass media (tra queste, ricordiamola, l’accusa, poi smentita, rivolta ad Assad di aver usato armi chimiche contro il suo popolo, ndr),  ma Vi chiediamo di riconoscere coraggiosamente ciò che realmente accade in Siria. Non dimentichiamo i recenti esempi tragici. Sulla base di gravi menzogne sono già stati massacrati popoli e distrutti interi paesi. Alcune grandi potenze hanno voluto impadronirsi del petrolio, dell'oro, delle banche e dei depositi di armi. Anche il nostro paese belga ha contribuito a destabilizzare alcuni paesi, dove oggi c’è un caos totale. Si tratta di azioni illegali e disumane. E perchè ?

La Siria è un paese sovrano, la culla delle civiltà più antiche e culla della preziosa fede cristiana . La Siria ha un governo legittimo e un presidente legittimamente eletto dalla stragrande maggioranza del popolo con le sue varie comunità religiose e gruppi etnici. Nessuna legge internazionale può giustificare alcuna interferenza straniera in Siria. La decisione sul futuro o sul governo della Siria riguarda solo i Siriani stessi.
Sulla base di bugie grossolane, Lei collaborerà  ad uccidere e distruggere ulteriormente questo popolo, contro ogni diritto internazionale e contro la dignità umana? I campi dei rifugiati devono diventare ancora più grandi? 

Volete buttare un intero popolo in una miseria senza speranza solo perché le superpotenze vogliono costruire un “pipeline” e vogliono anche impadronirsi del petrolio, del gas e altre ricchezze naturali e vogliono conquistare il territorio della Siria per la sua posizione molto strategica?

Pace e sicurezza per questo popolo richiedono il riconoscimento dell'inviolabilità del suo territorio, della sua indipendenza, della sua unità nazionale e dell’identità culturale. 

Inoltre, una tregua fragile momentanea deve essere rotta da nuovi interventi illegali militari?

Eccellenza, uno statista degno e capace si prepara per il futuro; uno statista degno e capace rispetta il diritto internazionale e la sovranità di altri paesi; uno statista degno e capace vuole che anche il  proprio paese sia rispettato e uno statista degno e capace serve il suo popolo (la parola latina “minister” significa “servitore).

Eccellenza, siate coraggioso, prendete contatto con il governo siriano, ripristinate le relazioni diplomatiche e rimuovete immediatamente tutte le sanzioni contro il popolo siriano, perché sono niente altro che terrorismo economico, offrite generosamente il vostro aiuto e il sostegno a nome del popolo belga.

Chi serve invece gli interessi delle potenze straniere per trascinare altri popoli nella miseria più profonda, è un leader terrorista, è anche indegno di essere chiamato uno statista.

Possiamo chiederVi di non schierarVi dalla parte degli assassini, ma dalla parte delle vittime innocenti? 

E’ questo che noi, il popolo siriano e tantissimi uomini di buona volontà in Belgio e altrove, si aspettano da Lei. Per questo, noi Vi saremo molto grati e il futuro Vi ricorderà e Vi onorerà come uno statista degno.

Vorrete accettare non solo il nostro grido d’allarme ma anche i nostri rispettosi saluti,
Padre Daniel Maes (da Postel-Mol)”  


 

febbraio 27, 2016

EGITTO. Women on Walls: graffiti di lotta e di emancipazione




Women on Walls, o Sit al-hita (in arabo), è un progetto nato al Cairo nel 2012 con lo scopo di utilizzare i graffiti e l'unicità della street art (arte di strada) per una campagna sull'emancipazione e i diritti delle donne.
L'idea che ha portato alla nascita di WOW è stata l'esigenza di utilizzare lo spazio pubblico e di lasciarvi un segno per denunciare la violenza contro le donne. La forza dell’arte di strada sta infatti proprio in questo: non richiede un ruolo attivo da parte dello spettatore (andare al museo. etc), ma arriva a tutti, che risulti gradita o meno.
Nel piccolo documentario che vi proponiamo qui sotto, girato al Cairo nel febbraio 2014, le artiste Khadiga El Ghawas, Enas Awad, Salma El Gamal, Radua Radz Fouda, Nour Shokry e tante altre affrontano uno degli argomenti a tutt'oggi più scottanti in Egitto, ovvero le molestie sessuali.
Ecco che il muro, come veicolo di denunce e rivendicazioni, assume un significato fondamentale: “Perché proprio la strada è, si può dire, la scena del crimine – spiega una delle ragazze nel documentario - Dobbiamo parlare alla gente dove ci può vedere e sentire, e dove questi incidenti accadono”.

Di cruciale importanza è l'enorme graffito disegnato dall’egiziana Mira Shihadeh intitolato “Circle of Hell”, il Cerchio dell'Inferno, che racconta il caso di efferata violenza di cui fu vittima una manifestante durante le manifestazioni che si tennero al Cairo il 25 gennaio 2013 per il secondo anniversario della rivoluzione egiziana: una donna venne chiusa in un cerchio da un centinaio di uomini in piazza Tahrir e brutalmente violentata con un coltello. Nessuno - anche se la piazza era piena di gente - potè videre e sentire quello che succedeva. La donna era intrappolata in un cerchio infernale.



"Storie di donne, dalla paura alla libertà", è stato il tema scelto dall'organizzazione egiziana Women on Walls per il più famoso festival della street art femminile di tutto il Medio Oriente che si è tenuto nell’ottobre 2014 ad Amman in Giordiania. Ventiquattro artiste e artisti provenienti da paesi come l'Egitto, la Palestina, Bahrain, Yemen, Qatar e Giordania si sono unite per creare il muro dipinto più lungo di tutta Amman.
  

Questo bellissimo graffito di Mariam Haji (Bahrain), in cui l'artista si rappresenta con efficacia plastica in un corpo a corpo con un enorme leone, esprime tutta la forza di cui è capace la donna nel vincere la paura  di affrontare i pericoli e gli ostacoli che minacciano la sua sopravvivenza e la sua identità quando imbocca il cammino per l'emancipazione e la libertà.  









Anche nei graffiti di Laila Ajjawi, palestinese, che vive in un campo di rifugiati in Giordania, emergono donne forti. “Mi piace raccontarci in positivo. Non rappresentarci come vittime o deboli, ma dire alle altre donne: hai una voce nel mondo e deve essere ascoltata”, afferma Laila in questo video.
Sul tema delle violenze di genere in Egitto leggi in questo blog:
mg