marzo 31, 2017

PALESTINA. Nuovi insediamenti israeliani. Superata la linea rossa verso l'annessione della Cisgiordania da parte di Israele?






Attualmente, circa 621.000 coloni israeliani risiedono nei così detti insediamenti, costruiti in violazione del diritto internazionale nei territori palestinesi occupati .

Si tratta di comunità di civili israeliani costruite all’interno della Cisgiordania (in inglese West Bank, "la sponda occidentale") quindi su territori palestinesi secondo i confini tracciati nel 1967. Gli insediamenti si trovano per lo più nell’ Area C della Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nei territori siriani occupati del Golan. Il più grosso insediamento è Ariel, abitato da circa 16 700 persone e che ospita un’università con circa 8.500 studenti.

Lo scorso 23 Dicembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la Risoluzione n. 2334, ha riaffermato lo status di territori occupati per Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e dichiarato illegali le colonie israeliane qui insediate.

Sorprendentemente, l’amministrazione Obama, allora in carica, non esercitò il proprio diritto di veto.

Questa risoluzione potrebbe conferire ai palestinesi il diritto di appellarsi alla Corte Penale Internazionale per  violazione del diritto internazionale umanitario e crimini di guerra ai sensi della Quarta convenzione di Ginevra del 1949, il cui art. 49 stabilisce che "La potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della sua propria popolazione civile nel territorio da essa occupato". 

Dal 20 gennaio 2017, giorno dell’inaugurazione della presidenza statunitense di Donald Trump, il governo israeliano ha incrementato la politica degli insediamenti autorizzando la costruzione di altri 6219 nuclei abitativi illegali, 719 dei quali a Gerusalemme Est.

Poco più di un mese fa, il 6 Febbraio 2017, il parlamento ha poi votato una legge che consente al governo di requisire terreni privati palestinesi e regolarizza retroattivamente 4000 strutture costruite su tali terreni. Strutture che – oltre ad essere, come si è detto, illegali per il diritto internazionale- erano state considerate tali anche dalla stessa legge israeliana.


LIMES 2012
L’espropriazione di terre per edificarvi anelli di insediamenti rendono sempre più difficile la vita dei palestinesi dato che interrompono la continuità territoriale tra i loro quartieri. Agli insediamenti veri e propri si aggiungono poi i terreni per le attività commerciali e agricole che vi gravitano intorno e che rischiano di incentivare nuovi espropri. Forte è inoltre la presenza militare e numerosi i checkpoint.

Le violazioni dei diritti umani connesse alla costruzione e all’espansione degli insediamenti sono una caratteristica costante dei 50 anni di occupazione israeliana della Cisgiordania e sono state denunciate anche di recente da Amnesty Internationallimitazioni arbitrarie al movimento, demolizioni, trasferimenti forzati di comunità palestinesi, restrizioni all’accesso dei palestinesi alle risorse naturali e attacchi violenti e non contrastati dei coloni israeliani contro i palestinesi e le loro proprietà.

A ciò si aggiunga la crescente povertà della popolazione araba e l’incuria nella quale la municipalità mantiene i suoi quartieri, ai quali assegna il 10% del budget benché vi risieda il 37% degli abitanti.

Le Nazioni Unite hanno definito questa legge il superamento della linea rossa verso l'annessione della Cisgiordaniamentre il nuovo segretario generale Guterres ha parlato di “atto fuorilegge” che viola il diritto internazionale.

I coloni israeliani scelgono di vivere negli insediamenti per una serie di ragioni che vanno dai vantaggi economici e dagli incentivi governativi, a motivazioni più ideologiche e religiose, come la convinzione che Dio abbia destinato quella terra al popolo ebraico. Circostanza quest’ultima che peraltro ha ricevuto puntuale smentita in recenti studi compiuti proprio da storici e archeologi israeliani.



Sulla questione palestinese vedi anche, nel nostro blog:








mg


febbraio 28, 2017

SUDAN. I conflitti in Sudan: etnia o economia?

Prima della secessione del Sud, la Repubblica del Sudan, stato dell'Africa subsahariana,  era il più grande stato del continente africano, con una superficie pari a 2.505.810 km².(circa 9 volte l’Italia) e 40milioni di abitanti[1]. Dopo la secessione la sua superficie venne ridotta a 1 886 068 km², ed è diventato il terzo stato per superficie del continente africano (dopo l'Algeria e la Repubblica Democratica del Congo). Ne fa parte la regione occidentale e semidesertica del Darfur[2].

Il 9 luglio del 2011 la regione meridionale del paese diventava stato indipendente col nome di Repubblica del Sudan del Sud dopo un referendum nel quale il 98,8% della popolazione votava a favore della secessione.

Il referendum era parte di un accordo di pace, il Comprehensive Peace Agreement (2005) che aveva posto fine a 22 anni di guerra civile tra il governo centrale del Sudan e il movimento ribelle del Sud (il Sudan People's Liberation Movement/Army, SPLAM) per l’accaparramento delle risorse petrolifere scoperte nella parte sudoccidentale del paese agli inizi degli anni ottanta.  Una guerra iniziata nel maggio del 1983, costata circa 2 milioni di morti e  più di 4 milioni di sfollati, in larghissima parte sfollati interni[3].

Nel 2013, come si dirà in seguito, è nato un conflitto fra opposte fazioni all’interno del neostato del Sud, conflitto che ha già prodotto decine di migliaia di morti e circa un milione e mezzo di sfollati[4]. Attualmente una grave carestia provocata soprattutto dai danni all'agricoltura causati dalla guerra civile rischia di far morire letteralmente di fame. centinaia di persone. Così hanno dichiarato le Nazioni Unite il 20 febbraio scorso[5].

La contesa delle risorse petrolifere

Nelle semplificazioni mediatiche la guerra civile in Sudan è da sempre un conflitto tra le popolazioni arabe e musulmane del nord e quelle nere e cristiano-animiste del sud. In sostanza, un conflitto etnico e soprattutto religioso. In realtà, la guerra civile che ha insanguinato  il più grande paese del continente africano, è principalmente un conflitto per le risorse, in particolare per una risorsa strategica: il petrolio. Ancora una volta, in Africa, una risorsa che potrebbe essere una ricchezza per la popolazione si trasforma in una maledizione. La situazione sudanese è complessa, a causa di interessi locali, regionali e internazionali, che si intrecciano e si influenzano a vicenda, ma che ruotano essenzialmente intorno ad un problema di fondo: lo sfruttamento e la destinazione finale del greggio sudanese (così SMA, Società delle Missioni Africane [6]).

I conflitti che Nord e Sud hanno sperimentato fin dall’epoca post-coloniale (un primo conflitto iniziato nel 1956 dopo l’indipendenza è terminato nel 1972) e che trovavano la loro ragione d’essere nella situazione di marginalizzazione economica e politica del Sud e nelle conseguenti recriminazioni di discriminazioni nello sfruttamento delle risorse locali,  con la scoperta del petrolio avvenuta negli anni ottanta si sono andati via via aggravando grazie anche all’ingresso sulla scena di partner internazionali.

 Manovre e interessi stranieri

La secessione del Sud, in cui si trova l’80% del petrolio sudanese, è stata fortemente sponsorizzata dall’occidente pur rappresentando un’eccezione assoluta al principio dell’intangibilità delle frontiere ereditate dal colonialismo, principio sancito dalla Carta dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) nel 1963 e confermato nel 1964 dai capi di stato e di governo africani al Cairo.

Il Sud Sudan è nato con una forte apertura di credito da parte della comunità internazionale, Stati Uniti in testa, ed è stato il terzo beneficiario dell’aiuto americano dopo l’Afghanistan e il Pakistan[7].

Washington è stata tra i principali sostenitori del SPLAM, il fronte armato dei secessionisti del Sud Sudan ed ha  supportato dagli anni ’90 in poi una coalizione di stati filo-occidentali a maggioranza cristiana ostili al Sudan, quali Uganda, Kenya ed Etiopia, per contrastare l’influenza di Khartoum. Con la deflagrazione del conflitto nella regione occidentale sudanese del Darfur (2003), collegato a sua volta al conflitto nel Sudan meridionale, anche i mass media e alcune organizzazioni non-governative statunitensi hanno concentrato la loro attenzione su ciò che stava accadendo in Sudan, provocando una grande partecipazione emotiva nell’opinione pubblica statunitense e occidentale[8].

L’appoggio ugandese e americano allo SPLAM e agli altri movimenti di opposizione sudanesi è stato decisivo per il loro successo politico-militare. È quindi lecito affermare che in quanto stato il Sud Sudan è in buona misura figlio dell’ingerenza degli Stati Uniti negli affari africani, i quali nel nome di interessi geostrategici (contrasto dell’influenza della Cina, principale acquirente del petrolio del Sudan) e della politica di interventismo umanitario ha sacrificato il consolidato principio della non-modificabilità delle frontiere africane, creando un precedente pericoloso per la stabilità politica del continente[9].

La Cina un temibile concorrente

La Repubblica del Sudan è tra i governi africani quello che ha maggiormente aperto i propri mercati e il proprio territorio alla Cina. Pechino ha ottenuto concessioni miliardarie per l’estrazione e lo sfruttamento del petrolio in particolare nel sud del paese dove sono concentrate le maggiori riserve petrolifere (circa i tre quarti). Inoltre in tutto il paese la Cina sta costruendo strade, dighe, ponti, e a Khartoum, la capitale, fioriscono cavalcavia, edifici, snodi autostradali, in gran parte realizzati da imprese cinesi. La Chinese National petroleum corporation (CNPC), compagnia petrolifera statale è attiva in Sudan dal 1996[10].

Questa apertura al concorrente cinese non è stata ovviamente gradita agli occidentali che hanno visto progressivamente mettere fuori gioco le proprie imprese multinazionali, di qui l’appoggio ai secessionisti del Sud.

La Cina rappresenta un concorrente pericoloso per le imprese occidentali stante la diversa strategia che utilizza nei rapporti con l’Africa fondata su tre pilastri “la narrazione su una storia condivisa, la creazione di un’alleanza internazionale e lo scambio commerciale”. Coerentemente alla sua strategia la Cina è riuscita a conquistare la fiducia di molti paesi africani, dimostrando di conseguire condizioni reciprocamente vantaggiose per mezzo di investimenti, scambi commerciali, aiuti, assistenza per l’agricoltura, ecc.

“La Cina offre all’Africa modalità di sviluppo e finanziamento alternative all’Occidente, senza interferenze nella politica interna e rispettosa della sovranità nazionale (contrariamente agli aiuti occidentali concessi in cambio di aggiustamenti strutturali talvolta dimostratisi disastrosi). Il modello cinese si concentra sui diritti economici, piuttosto che su quelli politici, sulla deregolamentazione graduale guidata dallo stato e ai fini di una maggiore concorrenza interna e, infine, sul contestuale impegno a investire nel settore pubblico, sotto forma di infrastrutture, sanità e istruzione Nel complesso si può concludere che nelle relazioni contemporanee tra Cina e Africa i benefici reciproci sembrano prevalere. L’Africa è riuscita ad esempio guadagnare tecnologia, prodotti, competenze, posti di lavoro e imprese” (cosi CeSEM, Centro studi “Eurasia-Mediterraneo”[11])

Il Sud Sudan, uno stato nato morto

Il  Sud Sudan occupa circa un quarto della superficie di quello che è oggi il Sudan e detiene circa tre quarti delle riserve di petrolio dell’intero paese. Tuttavia è uno stato che deve fare i conti con grossi limiti geografici e infrastrutturali: una nazione senza sbocchi al mare e con una rete di trasporti praticamente inesistente. Non solo, anche le infrastrutture per il trattamento e il transito del petrolio si trovano a Nord, e piani alternativi che prevedono la costruzione di un oleodotto che termini in Kenya, a Lamu, sono ancora in fase preliminare. Il paese inoltre neppure ha certezza dei propri confini, la cui delimitazione non è stata ancora concordata definitivamente. In particolare i due stati si contendono la regione di Abyei situata a cavallo dei loro confini e ricca di giacimenti petroliferi[12].

Il Sud Sudan ha quindi sancito la propria indipendenza in condizioni socio-economiche assai precarie, tanto che vi è il timore che il paese ben presto possa diventare uno stato fallito. 

In un articolo pubblicato l’8 gennaio 2011, Domenico Quirico, inviato de La Stampa, così descriveva la situazione del Sud Sudan alla vigilia dell’indipendenza: “Lo diventerà una capitale questa Juba di argilla, senza luce elettrica, senza condutture per l’acqua, senza fogne né strade, dove persino i pomodori sono importati...l’America, grande regista di questa nascita di una nazione non si è fatta spaventare da una rischiosa autodeterminazione affidata a elettori che escono dall’età della pietra...”

Dal conflitto Nord-Sud a quello interno nel Sud Sudan

I contrasti con il vicino del Nord per il petrolio si erano appena sopiti (i negoziati sul tracciato esatto del confine non sono però ancora conclusi), quando alla fine del 2013 sono sorti contrasti interni tra due fazioni (armate) del partito al potere nel Sud, l’una guidata dal presidente Salva Kiir, l’altra dal vicepresidente Riek Machar. Ne è nato un conflitto violento, che ha via via preso le pieghe di uno scontro etnico, visto che il presidente e i suoi seguaci sono in maggioranza di etnia dinka, mentre il gruppo facente capo a Machar è di etnia nuer. Per preservare i propri interessi i due contendenti hanno fatto leva sulle rispettive appartenenze etniche e regionali e così la distribuzione della ricchezza e l’accesso al potere politico ed economico sono stati ridefiniti sul calco di antiche divisioni[13].

Dopo una lunga e turbolenta mediazione internazionale sotto l'egida dell'IGAD-PLUS (una formazione rinforzata dell'IGAD che prevedeva la partecipazione di rappresentanti dell'Unione Africana, Stati Uniti, Regno Unito, Norvegia, Cina ed Unione Europea), le parti hanno firmato di malavoglia un accordo di pace nell'agosto 2015. Tuttavia gli scontri sono continuati sino al fragilissimo cessate il fuoco dichiarato nel luglio del 2016 ma ripetutamente violato[14].

Si teme quindi che la popolazione civile, già colpita pesantemente dalle conseguenze del conflitto, tra cui il recente conclamato stato di carestia, possa divenire sempre più oggetto di rappresaglie da parte di milizie che, come purtroppo spesso accade, non distinguono tra truppe combattenti e civili disarmati

Etnia o economia?

Nell’articolo “Etnia o economia? I nuovi conflitti in Africa nel caso del Sud Sudan”, presentato a conclusione del corso “Dal Peacekeeping al Peacebuilding: gestire i conflitti per costruire la pace” presso la Scuola di Aggiornamento e Alta Formazione “Giuseppe Arcaroli” di Roma e pubblicato nella rivista del Centro Studi Difesa Civile, Matteo Landricina (PhD) così spiega le ragioni che portano i commentatori occidentali a leggere i conflitti africani in chiave etnica:

"Con la svolta etnica che sembra avere preso il conflitto armato tra le due fazioni politico-militari dello SPLA la situazione in Sud Sudan è rientrata, dal punto di vista del racconto mediatico, nell’alveo, inquietante ma tutto sommato più “confortevole” per i media, dell’etnicismo. Inizialmente, quando nei mesi dopo l’indipendenza le milizie del neonato Sud Sudan si scontravano con l’esercito di Khartoum a causa delle dispute sulla linea di demarcazione del confine tra i due stati, non c’era altro modo di analizzare la problematica che dal punto di vista economico: i due paesi, rivali storici, si contendevano il controllo dei giacimenti di petrolio situati a cavallo della frontiera. L’interpretazione economicista dei conflitti africani tuttavia risulta sgradevole alle orecchie dell’opinione pubblica dei paesi industrializzati. Sapere che in paesi poverissimi, che sono stati in epoca moderna colonizzati dalle potenze imperialiste europee, le popolazioni civili soffrono a causa di scontri per il controllo di materie prime che vanno poi ad alimentare le economie dei paesi ricchi, può creare problemi di coscienza e sollevare critiche al modello vigente delle relazioni internazionali e dell’economia globale. È molto più “rassicurante” pensare alle guerre africane come a qualcosa dovuto ad odi innati, atavici, “etnici” per l’appunto, cioè legati ad ostilità tribali e di sangue che affondano le proprie radici in un passato pre-storico da cui l’Africa, continente dell’arretratezza per antonomasia, non si è a quanto pare mai liberato. Ragionare in questi termini libera i paesi industrializzati, ad Occidente ma anche ad Oriente, dalle proprie responsabilità" [15].

"Con ciò non si vuole affermare che l’odio che si scatena tra gruppi etnici, che magari hanno vissuto insieme per decenni o addirittura per secoli, non sia reale. La storia europea ci insegna che è relativamente facile per i dirigenti di un paese in difficoltà economica o politica istigare le masse ad odiare minoranze (o maggioranze) identificate per appartenenza etnico-razziale, culturale o sociale. È necessario però ricordare che l’etnicismo è principalmente uno strumento manipolativo in contesti di povertà diffusa e grandi disuguaglianze, oltre ad essere una chiave di lettura “facile” per i mass media internazionali, perché relegando i conflitti in questione nella sfera dell’irrazionale pre-moderno, libera le opinioni pubbliche dal compito sgradevole di riflettere sulle cause più profonde di tali dispute" (ibid).

gennaio 28, 2017

TERRORISMO. Che cos'è l'Isis? Come nasce, perché?. Le radici geopolitiche ed economiche. Un'analisi del prof. Franco Cardini



“Che cos’è l’Isis? Come nasce, perché? “ è il tema della relazione che il prof. Franco Cardini ha tenuto al Convegno Internazionale organizzato nel marzo dello scorso anno dall’Università di Bologna dal titolo “Comprendere e dialogare sulla paura del terrorismo e sulle trappole del pregiudizio”. Qui sotto il video della relazione.

Nella relazione vengono messe in evidenza le radici geopolitiche ed economiche che stanno alla base della nascita dell’organizzazione terroristica, nata come soggetto politico/militare destinato a scardinare il vecchio ordine e la divisione di tipo coloniale del Medio Oriente imposti dai vincitori della prima guerra mondiale sulle spoglie dell’Impero Ottomano (Accordo di Sykes-Picot)

Soggetto politico che si propone come Potere Islamico sull’Iraq e su quella che fu la Grande Siria.  Soggetto militare dotato di un esercito ben addestrato e inquadrato dagli ufficiali che gli occupanti USA estromisero da quello che era l’esercito di Saddam Hussein e che utilizza altresì il terrorismo come strumento di una “guerra asimmetrica”.


Il relatore punta inoltre il dito su quella che definisce la radice del male e cioè l’economia mondo, storicamente organizzata dalle potenze coloniali a proprio vantaggio sulla base di uno “scambio asimmetrico” e di cui oggi le popolazioni sfruttate stanno prendendo coscienza. Non manca a questo riguardo una citazione dell’enciclica "Laudato sì" “di Papa Francesco.



Leggi anche 


Per approfondire



mg

dicembre 30, 2016

MIGRAZIONI. Guerre e migrazioni. Di fronte a noi “caoslandia”. Un’analisi di Lucio Caracciolo.


In questo video Lucio Caracciolo, tra i più grandi esperti italiani di geopolitica, analizza con grande chiarezza i fenomeni sociali, demografici e ambientali che contribuiscono a generare i conflitti che portano alla decomposizione degli Stati in quella parte del “sud” del mondo che egli definisce “caoslandia”; fenomeni strutturali che producono i grandi movimenti migratori attualmente in corso con i quali dobbiamo abituarci a convivere. 




Fonte: Limes
Sul tema delle migrazioni vedi l'ultimo rapporto ACNUR del giugno 2016,

nonchè il nostro post sul rapporto ACNUR del giugno 2015.

Sul tema della guerra vedi il nostro post Africa e Medio Oriente, scenari di guerra.

mg

novembre 30, 2016

IRAN. Il poliedrico protagonismo delle donne. Scienziate, registe, scrittrici e... "centaure" alle gare di motocross.



Dalla rivoluzione Khomeinista  del 1979 la popolazione iraniana è praticamente raddoppiata raggiungendo oggi la cifra di 74 milioni. Ciò significa che due iraniani su tre sono giovani al di sotto dei 30 anni. L’85% di questi giovani ha studiato e in molti casi possiede un titolo di studio avanzato.

Frutto della trasformazione demografica è anche la massiccia presenza femminile nella società dove le donne hanno assunto ormai un ruolo da protagoniste.

Oggi il 66 per cento degli studenti universitari è costituito da donne e le donne sono presenti e operano in tutti i settori della società, nel mondo del lavoro (dirigono ospedali e giornali, lavorano come ingegneri dei cantieri di costruzione, sono a capo dei reparti femminili della polizia...), della cultura, dell’arte e, seppure ancora  limitatamente, della politica. All'aumento della partecipazione femminile ha contribuito il concetto del “chador lasciapassare”. Il chador non ha mai impedito il protagonismo delle donne in Iran, anzi.  Questa forma di abbigliamento dopo la rivoluzione del 1979 favorì l’emancipazione delle donne appartenenti alle classi popolari e rurali e agli ambienti tradizionalisti alle quali sarebbe stato vietato uscire di casa. Inoltre, durante la rivoluzione  molte donne progressiste cominciarono a farne uso come simbolo di protesta contro l’eccessiva occidentalizzazione del paese  voluta dallo scià Pahlavi che lo aveva proibito. Oggi a seconda della classe sociale e del livello culturale di appartenenza vi sono differenze nell'abbigliamento femminile: dallo chador ad uno spolverino con il foulard. 


Oggi in Iran ci sono circa 400 autrici e sono proprio le donne ad animare la sfera culturale della letteratura contemporanea.  A sottolinearlo è stata l'iranologa Bianca Maria Filippini nel corso di un seminario all'Iran Country Presentation alla Fiera di Roma.

Il 25% della produzione filmica iraniana è opera di donne contro un misero 4 per cento della realtà statunitense. Negli ultimi vent’anni il numero delle registe iraniane ha superato quello delle registe pro-capite degli altri paesi occidentali. Ne parla diffusamente Bianca Maria Filippini nella scheda “Il ruolo e l’immagine delle donne nel cinema iraniano” che si può leggere nel libro "Il protagonismo delle donne in terra d'Islam", recentemente pubblicato. L’autrice mette in rilievo la grande influenza che questo cinema al femminile ha nel creare una consapevolezza sulle questioni di genere. In particolare, per ciò che interessa l'aspetto di cui si dirà in seguito, si sofferma sul tema delle automobili che viene trattato da questo cinema al femminile (v. la regista Tahmineh Milani) come strumento di ribellione e come mezzo che può accelerare il cammino verso la libertà (fughe, inseguimenti, gare).


Oggi le donne in Iran guidano taxi, autobus, partecipano a campionati di corse automobilistiche e recentemente sono state ammesse a partecipare anche a gare di motocross, come ci informa Asia News nell'articolo che riportiamo qui sotto.

AsiaNewsLa Federazione dell’automobile e del motociclismo (Mafiri) della Repubblica islamica d’Iran ha aperto le porte ai centauri al femminile. Ora, infatti, anche le donne potranno partecipare alle gare di motocross, specialità - come molte competizioni motoristiche - finora riservate solo agli uomini. A suggellare la svolta è stato il presidente della Federazione sport motoristici iraniana Mahmoud Seydanlou, che ha presenziato a una esibizione di motocross tenuta nei giorni scorsi a Teheran e dedicata al solo “universo rosa”.
  
A margine della manifestazione Seydanlou ha sottolineato che la speranza è quella di “vedere donne iraniane partecipare al campionato nazionale”. Inoltre, questo primo passo potrebbe “aprire le porte del campionato mondiale” per le centaure iraniane con maggiore talento. 

“Vi è molto interesse - ha aggiunto il massimo dirigente degli sport motoristici della Repubblica islamica - da parte delle donne a partecipare a competizioni sportive. Per noi è motivo di soddisfazione compiere passi che permettano loro di praticare il loro sport preferito”. 
La gara evento di motocross al femminile ha avuto grande eco fra gli appassionati del settore del Paese. E ha catturato l’attenzione anche dei media mainstream che, di solito, sono restii a trasmettere competizioni in cui partecipano le donne. Tuttavia, la tv di Stato ha dedicato spazio alla giornata e celebrato le centaure che hanno affollato la pista e si sono sfidate a colpi di curve e salti. 

Fra le pioniere della competizione sulle due ruote al femminile vi è la 27enne Behnaz Shafiei, parte di un gruppo di giovani donne che - prime in assoluto - hanno ricevuto il permesso di fare pratica sui circuiti fuoripista. La giovane è anche la sola ad aver guidato bolidi su pista e aver praticato in modo professionale l’attività sportiva, sebbene finora in luoghi riservati. “Ci sono persone - aveva dichiarato in un’intervista al Guardian - che non credono una donna possa guidare una moto. Però in generale la gente è entusiasta e in gran parte orgogliosa” nel vederla guidare.

Inoltre, la giovane centauro rivendicava con forza la propria appartenenza alla Repubblica iraniana e, pur nutrendo il desiderio di partecipare a una gara, non avrebbe mai accettato di “andare all’estero” per competere: “Voglio rendere orgoglioso l’Iran, il mio Paese e mostrare che anche le donne iraniane possono praticare questo sport”.

mg

Per approfondire v. Felicetta Ferraro, "Una società in movimento"

Felicetta Ferraro è specializzata in studi storico-sociali sull’Iran. Ha insegnato storia dell’Iran presso IUO di Napoli ed è stata addetta culturale in Iran. Dirige la casa editrice “Ponte 33”, specializzata in letteratura contemporanea in Iran e Afghanistan. Ha vissuto in Iran a lungo in diversi periodi. È tra gli organizzatori del “Middle East Festival”.



settembre 29, 2016

ARABIA SAUDITA. "Il wahhabismo, la dottrina praticata in Arabia Saudita, è una “deformazione” dell’islam che porta all’estremismo e al terrorismo". Così le conclusioni del congresso di Grozny



In questo articolo , pubblicato da Asianews, il resoconto delle conclusioni del congresso. Più sotto alcuni cenni sul sistema teocratico dell'Arabia Saudita.



“La notizia è passata sotto silenzio, ma è foriera di importanti sviluppi: il wahhabismo, la dottrina alla base dell’islam praticato in Arabia saudita e finanziata in molte parti del mondo grazie a Riyadh, non fa parte del sunnismo. Esso sarebbe una “deformazione” dell’islam che porta all’estremismo e al terrorismo. È necessario perciò “un cambiamento radicale per poter ristabilire il vero senso del sunnismo”. In Arabia saudita si passa già al contrattacco nel timore che questo sia il primo passo per “mettere al rogo” il Paese e i suoi imam.
La stupefacente dichiarazione è emersa nel comunicato finale di un congresso tenuto a Grozny (Cecenia) il 25-27 agosto scorsi.  Il congresso ha radunato circa 200 dignitari religiosi islamici, dottori coranici e pensatori islamici da Egitto, Siria, Giordania, Sudan, Europa. Fra questi vanno citati personalità come il grande imam di Al-Azhar, Ahmed al-Tayeb; il gran Mufti d’Egitto, Cheikh Chawki Allam; il consigliere del presidente egiziano e rappresentante del Comitato religioso al parlamento del Cairo, Cheikh Oussama al Zahri; il gran Mufti di Damasco Abdel Fattah al Bezm; il predicatore yemenita Ali al Jafri; il pensatore Adnan Ibrahim e molti altri. Lo scopo dell’incontro era cercare di definire l’identità “delle genti del sunnismo e della comunità sunnita”, davanti alla crescita del terrorismo takfirista-wahhabita che pretende di rappresentare l’islam e che soprattutto si vuole affermare come il rappresentante legittimo del sunnismo.
Nel comunicato finale, i partecipanti hanno precisato che “le genti del sunnismo e coloro che appartengono alla comunità sunnita sono gli Ashariti e i Maatiriditi, sia a livello della dottrina che al livello delle quattro scuole della giurisprudenza sunnita, e anche i sufi, sia a livello di conoscenza che a quello della morale dell’etica”. Come si vede dalla lista delle “genti del sunnismo” viene escluso il wahhabismo salafita predicato dall’Arabia saudita. L’esclusione di questo ramo dell’islam – si spiega - è dovuto alla necessità di “un cambiamento radicale per poter ristabilire il vero senso del sunnismo, sapendo che questo concetto ha subito una pericolosa deformazione in seguito agli sforzi degli estremisti di svuotare il suo senso per impossessarsene e ridurlo alla loro percezione”. Una posizione così dura ed esclusiva non è nuova anche se è la prima volta che appare in modo esplicito la posizione anti-wahhabita. Il grande imam di Al Azhar, lo scorso anno, proprio alla Mecca, aveva domandato che si iniziasse una riforma dell’islam per escludere le interpretazioni fondamentaliste e i loro "concetti falsi e ambigui", oltre che violenti.
Le vie per riformare l’islam
Al congresso di Grozny sono emerse anche alcune indicazioni per correggere la piega attuale che pesa sull’islam. Si propone di creare una catena televisiva in Russia [in contrasto con al Jazeera] per “far giungere ai cittadini un messaggio veridico dell’islam e per lottare contro l’estremismo e il terrorismo”. Si raccomanda anche di istituire “un centro scientifico in Cecenia per sorvegliare e studiare i gruppi contemporanei… che permetterà di rifiutare e criticare in modo scientifico il pensiero estremista”. La proposta è che il centro venga chiamato col nome di “Tabsir” (chiaroveggenza). Si suggerisce pure di “ritornare alle scuole della grande conoscenza” (la prestigiosa Al Azhar, la Qarawiyinne e Zaytouna in Tunisia, la Hadermouth), escludendo le istituzioni religiose saudite, in particolare l’università islamica di Medina. Infine si mettono a disposizione delle borse di studio per coloro che sono interessati a studiare la sharia, cercando di contrastare i finanziamenti che l’Arabia saudita eroga in questo campo.
L’Arabia saudita al contrattacco
Il wahhabismo è nato nel XVIII secolo ed è una dottrina sunnita radicale e letteralista fondata da Mohammad ibn Abd al-Wahhab, e utilizzata dall’iniziatore del regno saudita, Mohammed bin Saoud. Esso propone l’uso della violenza contro tutti i nemici dell’islam, compresi i musulmani che non condividono quella interpretazione (takfirismo). L’Arabia saudita, soprattutto dagli anni ’70 in poi, ha lanciato campagne di proselitismo in Asia e in Africa (e in seguito anche in Europa) per diffondere tale interpretazione dell’islam, costruendo moschee e scuole coraniche, e inviando i suoi predicatori. La reazione dell’Arabia saudita non si è fatta attendere. Il giornale al-Manar (libanese) cita il lancio di una campagna mediatica senza precedenti che fa leva sul patriottismo, per difendere “l’attentato alla nostra nazione”. Si cerca di umiliare anche Ahmed al-Tayeb, ricordando che il grande imam di Al Azhar “si è abbeverato per molto tempo” della sapienza degli ulema sauditi” e ora “in alleanza con Putin… vuole escludere l’Arabia saudita dal mondo musulmano”. Il congresso di Grozny è bollato come “deludente” e il presidente ceceno Ramzan Kadyrov, che l’ha ospitato, è accusato di essere “un sufi delirante”. L’imam e predicatore della moschea del re Khaled a Riyadh ha commentato: “La conferenza della Cecenia ci deve servire da campanello d’allarme: il mondo sta per accendere il rogo per bruciarci”.
I commenti
Interrogato da AsiaNews sulla conferenza di Grozny, p. Samir Khalil Samir, gesuita e islamologo non nasconde la sua soddisfazione: “Finalmente! È un fatto davvero straordinario. L'Egitto sembra essere stato l'iniziatore. Comunque è finalmente l'applicazione della richiesta fatta nel dicembre 2014 dal presidente al-Sisi all'Università Al-Azhar del Cairo, che non aveva avuto nessuna applicazione finora". “E’ anche interessante – continua - il fatto che si sia tenuto a Grozny: una città islamica di meno di 300mila abitanti, capitale della Cecenia, facendo parte della Russia, di tendenza laica. Ma cosa più straordinaria è la costituzione di quest'assemblea, molti dei quali sono legati proprio al wahhabismo!” Agli occhi dei musulmani, forse proprio quest’ultimo aspetto rende meno credibile il “divorzio” fra sunnismo e wahhabismo. Kamel Abderrahmani, musulmano, linguista e studioso dell’islam, commenta ad AsiaNews: “Se si guarda bene e si analizza in modo minuzioso la corrente sunnita, non vedremo alcuna differenza fondamentale fra l’uno e l’altro. Malgrado il divorzio proclamato la settimana scorsa, io rimango fermo nel dire che la corrente sunnita e la corrente wahhabita sono identiche. La sola differenza sta nel nome”.
Bernardo Cervelliera da Asianews.it

Arabia Saudita e wahhabismo
Ibn Sa‛ud, Muhammad, fondatore della dinastia reale saudita, strinse nel 1744 con Abdel al-Wahhab, iniziatore del movimento fondamentalista islamico, un’alleanza per liberare con la forza delle armi saudite la Penisola arabica dalle influenze che corrompevano la religione, in cambio della legittimazione del primato della propria dinastia sulle altre tribù arabe. Lo Stato teocratico che ne derivò, basato sull’islam riformato, fu il modello dello Stato saudita moderno.
La forma di governo dell'Arabia Saudita è la monarchia assoluta, governata dai discendenti del sultano del Najd, ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd (Dinastia Saudita) che nel 1924-1925, con l’appoggio britannico, mosse alla conquista del Hijaz assicurandosi il controllo dei luoghi santi della Mecca, e nel 1927 ottenne dalla Gran Bretagna l’indipendenza del regno (Trattato di Jedda). La scoperta nel 1938 di ingenti giacimenti petroliferi nel Najd,  sfruttati grazie ai capitali e ai tecnici americani, ha reso l’Arabia Saudita il principale produttore di greggio. L’Arabia saudita è ancora oggi il principale alleato mediorientale degli Stati Uniti. Enciclopedia Treccani.it (Dizionario-di-Storia).
Nel paese non esistono elezioni parlamentari né esistono partiti politici. Le leggi fondamentali del Regno, comprese quelle penali, si basano su quella islamica, la Sharīʿa.
A questo proposito è bene rilevare quanto il sistema penale dell’Arabia Saudita sia del tutto simile a quello del sedicente Stato Islamico (ISIS) (vedi l'articolo di Linkiesta).
Nel regno saudita le donne devono avere il consenso di un tutore di sesso maschile il "male guardian", che sia il padre, il fratello o un altro parente, per sposarsi, per ottenere il passaporto, per viaggiare all'estero, per affittare una casa e spesso anche per lavorare o studiare. Alle donne è fatto divieto di guidare.

agosto 28, 2016

SIRIA. 470mila vittime per un pugno di gasdotti



La Siria sta scomparendo a causa di una guerra che è costata più di 470mila vittime dall'inizio del conflitto (2011). In totale, ad oggi oltre l'11,5% della popolazione è morta oppure è rimasta ferita. La metà della popolazione è sfollata. Sono dati agghiaccianti che misurano la tragedia: 1,9 milioni di feriti, l'aspettativa di vita è passata dai 70 ai 55 anni. A fornire questo quadro è un rapporto del Syrian Centre for Policy Research .

Non sono però soltanto i bombardamenti e l'artiglieria a produrre tanta devastazione, ma anche la mancanza di cibo e medicinali, la fame e le malattie causate dall’embargo messo in atto dalla comunità internazionale (Europa compresa), embargo contro cui si sono levate le voci dell’intero mondo cristiano siriano (stop all'assedio del popolo siriano

Il tutto per un pugno di gasdotti: quattro giganteschi progetti che hanno scatenato la competizione globale delle principali potenze.

Qui sotto vi proponiamo l’articolo pubblicato lo scorso settembre dal sito ilprimatointernazionale.it in cui vengono elencati progetti e paesi competitori.

“Doha, Qatar, 12 set – Nel pieno delle crisi, soprattutto quelle che includono confronti armati e catastrofi umanitarie, è spesso facile dimenticare le ragioni che le hanno prodotte e ne sostengono gli sviluppi. Non fa eccezione quella siriana, dall’avvento dell’Isis estesa all’Iraq.

I fondamentali della tragedia che si protrae dal 2011 sono in realtà abbastanza evidenti: in fondo, si tratta di una competizione globale per il controllo delle vie del gas in cui non si è fatto risparmio dell’uso di alcun mezzo, per terribile che possa essere.

L’Unione Europea, in questo quadro, si configura come un attore relativamente passivo, in qualità di “cliente finale” del gas naturale, attualmente legata mani e piedi alla Russia anche in virtù della propria produzione rapidamente declinante, da quella un tempo ricca del Mare del Nord a quella già modesta ma significativa e oggi irrilevante dei campi dell’Adriatico.

Nel tentativo di diversificare gli approvvigionamenti, sia per ragioni strategiche alimentate da Washington, sia per motivi riconducibili ai legami sempre più stretti di Mosca con Pechino, e nella previsione di una crescita del proprio fabbisogno, che potrebbe essere anche priva di reale fondamento e comunque contraria agli stessi interessi europei, si sono trovati in competizione quattro giganteschi progetti.

Il primo di questi, che avrebbe legato ancora di più l’Europa alla Russia, era il South Stream, attraverso il Mar Nero e la Grecia, fatto fallire da Bruxelles sotto le pressioni americane (e con il succedaneo Turkish Stream già in grosse difficoltà).

Il secondo è il Nabucco Pipeline, dal Caspio e attraverso Armenia e Turchia, sponsorizzato da oltre-atlantico, che tuttavia prevede un investimento insostenibile finché sarà basato soltanto sui campi dell’Azerbaijan.

Il terzo è il Islamic Pipeline, o Gasdotto Islamico, dal sud dell’Iran (campo principale di South Pars, confinante con il North Field del Qatar), attraverso Iraq e Siria, in grado di raccogliere anche il gas qatariota ed eventualmente quello saudita prelevato in Qatar.

Il quarto è il Gasdotto Qatar-Turchia, attraverso Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia, in grado di raccordarsi con il Nabucco e di raccogliere- a monte – anche il gas iraniano e – lungo il percorso – l’eventuale gas saudita.

Quale prima conseguenza, il gasdotto Nabucco ha bisogno, per la propria realizzazione a guida Usa, del gasdotto Qatar-Turchia, che a sua volta potrebbe convogliare in futuro anche l’eventuale gas saudita. Questa è l’unica opzione sostenuta da Washington, che realizzerebbe, direttamente e per interposti alleati di ferro, un controllo americano diretto su una fondamentale arteria di rifornimento per l’Europa.

Quale seconda conseguenza, la realizzazione del Gasdotto Islamico, alternativo a quello Qatar-Turchia, oltre a tagliare fuori l’insignificante Nabucco, lascerebbe nella mano iraniana alleata della Russia la fondamentale gestione a monte, e alla Siria, alleata – sotto il governo di Bashar El-Assad, sia dell’Iran che della Russia, il controllo della tratta finale prima del Mediterraneo.

Quale terza conseguenza, in ragione dei ricchissimi diritti di transito, all’Iraq converrebbe decisamente la realizzazione del gasdotto Islamico proveniente dall’Iran (sciita, come la maggioranza degli iracheni e sempre più alleato di Baghdad), mentre ad Ankara converrebbe la realizzazione del gasdotto Qatar-Turchia, doppiamente in quanto questo si porterebbe dietro anche il Nabucco e il suo migliaio di chilometri di passaggio sul territorio turco.

Il rifiuto della Siria, tra il 2010 e il 2011, di consentire il passaggio sul proprio territorio del gasdotto Qatar-Turchia è da solo del tutto sufficiente a spiegare le origini del tentativo di sovvertimento del regime di Assad, al quale non possono essere imputate persecuzioni o anche discriminazioni etniche o religiose, né una malagestione dell’economia interna di natura socialista. (v.anche EL PAIS. La guerra de gasoductos que se esconde tras el conflicto sirios). 

Così come questa mortale competizione spiega il sostegno ai tagliagole del cosiddetto Esercito libero siriano, ad Al-Nusra (Al-Quaida in Iraq e Siria) e infine all’Isis da parte degli Stati Uniti, degli Stati del consiglio di cooperazione del golfo (Gcc) dominato da Arabia Saudita e Qatar, con la partecipazione più defilata della Giordania e quella invece sempre più diretta di Israele, di fatto alleato del Gcc oltre che ovviamente degli Usa, infine della Turchia anche col doppio scopo di colpire i Curdi.

Al contrario, il coinvolgimento crescente dell’Iran a sostegno del legittimo governo siriano, sia direttamente sia attraverso la formazione libanese di Hezbollah, e il più recente intervento – almeno in forma diretta – della Russia, tanto attivo da suscitare la concreta preoccupazione per un confronto diretto con le forze americane e degli altri Stati avversi al regime di Assad, possono vedersi più chiaramente alla luce degli interessi di questi paesi nel quadro della competizione per i gasdotti.

Ci si potrebbe chiedere se la posta in gioco valga la pena infernale di centinaia di migliaia di vittime civili e milioni di profughi tra reali e potenziali. Pare proprio di si, almeno sul freddo piano economico.”...(continua a leggere)
di Francesco Meneguzzo, pubblicato da ilprimatonazionale.it


Per approfondire:

* Padre Daniel Maes. Cinque anni di sofferenza e di menzogne; Un giorno anche i sassi grideranno la verità

* Sharmine Narwani. La narrazione che ha ucciso il popolo siriano

* Mons. Nazzaro, già vescovo emerito di Aleppo (2015). La vera ragione della guerra alla Siria; La primavera siriana, dai prodromi al califfato

* Samir Khalil, gesuita islamologo.Combattere lo stato islamico non Assad

* Mons. Khazen, vicario apostolico di Aleppo dei Latini. In Siria non esiste opposizione moderata 

* Armi chimiche. Anche il MIT smentisce Obama & C. sull'attacco chimico a Ghouta; Non fu la Siria a usare le armi chimiche

mg