Anche quest'anno ci siamo e vi aspettiamo.
giugno 17, 2017
aprile 28, 2017
Progetto AISHA. Le donne musulmane contro la violenza e la discriminazione di genere.
Domenica 23 aprile Casa Africa ha organizzato ad Imperia un incontro con Progetto AISHA.
Si tratta di un progetto pilota,
unico in Italia, che vuole promuovere progetti gemelli sul
territorio nazionale.
Nel corso dell’incontro la relatrice, dott. Bianca Guarino, del
direttivo di Progetto Aisha, ha illustrato le ragioni per cui è nata
l’associazione, le sue finalità e come si articola la sua attività.
Perché un focus particolare sulle donne musulmane?
Le ragioni, ci spiega Progetto AISHA, sono molteplici e tra queste le più
rilevanti sono:
· "Barriere
linguistiche: incapacità di comunicare con immediatezza alle autorità
giudiziarie, forze dell’ordine e servizi sociali i disagi causati da qualunque
forma di violenza subita.
· Barriere
culturali: concezione differente dei ruoli afferiti agli enti giudiziari, alle
forze dell’ordine e i servizi sociali (paese d’origine vs Italia).
· Timore da parte
della vittima di non essere capita, compresa e considerata la sua appartenenza
culturale e religiosa.
· Retaggi
tradizionali: giustificazione da parte di alcune tradizioni delle violenze di
genere a causa di interpretazioni fuorvianti e obsolete rispetto alla garanzia
e la tutela dei diritti fondamentali del genere umano.
· Isolamento
sociale: assenza totale di contatti con l’esterno la cui causa la si può
ritrovare nei punti sopraindicati.
· Inoltre
riconosciamo in maniera del tutto trasversale che l’assenza di una rete sociale
è determinata da azioni da parte del partner, in una dimensione di coppia,
volte a sradicare qualunque forma di contatto tra la vittima e il mondo
esterno.
· Paura: timore
della diffamazione, disapprovazione sociale e stigmatizzazione. Rientra la
questione dei retaggi tradizionali e la considerazione e i valori attribuiti
alla figura della donna oltre la non conoscenza delle istituzioni territoriali,
garanti della tutela e la protezione delle donne"
Di fatto, come mette in rilievo Progetto AISHA, a causa dei fattori
sociali sopraindicati, le donne musulmane che non denunciano le violenze o la
loro discriminazione sono un numero significativo.
L’attività di Progetto AISHA è molto articolata e si svolge su diversi
livelli che tengono conto della specificità del vissuto delle donne musulmane.
1-
Sensibilizzazione, tra cui, in
particolare, va messa in rilievo:
· l’attività che vuole stimolare
un processo di riflessione interna alla comunità islamica riguardo il tema violenza
e discriminazione contro le donne, frutto di retaggi culturali e
interpretazioni estremiste che vanno contro i principi della tutela della
persona sanciti nella tradizione islamica.
2-
Formazione, tra cui, in
particolare, vanno messe in rilievo le seguenti iniziative:
- i corsi di formazione rivolti agli Imam e responsabili dei centri islamici per insegnare loro come riconoscere una violenza e/o discriminazione, come assistere chi ne è vittima, e come avviare le procedure di aiuto;
- i corsi di educazione all'affettività e al rispetto della parità di genere rivolti ai giovani;
- i
corsi che trattano gli elementi dottrinali che
rifiutano la violenza sulle donne e la loro discriminazione, individuando i
retaggi culturali o interpretazioni che invece giustificano la violenza e o la
discriminazione contro le donne;
3-
Assistenza e
prevenzione, tra cui, in particolare, segnaliamo:
- la formazione di mediatori linguistici e culturali destinati ai Centri o Enti che operano sul tema;
- la creazione di
uno o più punti di ascolto e
orientamento in strutture pubbliche e/o private e/o presso Centri Islamici
e moschee del territorio;
- la promozione di incontri rivolti ai genitori per sensibilizzare e prevenire i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali femminili grazie al contributo di Imam ed esperti del settore.
- la promozione di incontri rivolti ai genitori per sensibilizzare e prevenire i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali femminili grazie al contributo di Imam ed esperti del settore.
Tutte queste attività vengono svolte nell'ambito di
5 Dipartimenti:
Dipartimento Assistenza
Dipartimento salute e benessere
Dipartimento per l’empowerment / micro imprenditorialità
Dipartimento sensibilizzazione e prevenzione
Dipartimento Formazione
Vanno poste in rilievo le funzioni svolte dal dipartimento salute e benessere, destinato ad attivare interventi
mirati al fine di sviluppare nelle donne assistite una migliore gestione
cognitiva ed emotiva dei vissuti drammatici attraverso la cura e il sostegno psicologico
con percorsi di psicoterapia, arteterapia, e omeopatia.
Nonché quelle del dipartimento
per l’empowerment / micro imprenditorialità, finalizzato alla promozione e
realizzazione di percorsi per l’indipendenza economica femminile, veicolo
necessario contrastare e prevenire la violenza di genere e facilitare
l’integrazione sociale.
mg
marzo 31, 2017
PALESTINA. Nuovi insediamenti israeliani. Superata la linea rossa verso l'annessione della Cisgiordania da parte di Israele?
Attualmente, circa 621.000 coloni israeliani risiedono nei così detti insediamenti, costruiti in violazione del diritto internazionale nei territori
palestinesi occupati .
Si tratta di comunità di civili israeliani costruite all’interno
della Cisgiordania (in inglese West Bank, "la sponda occidentale") quindi su territori palestinesi secondo i confini tracciati nel 1967. Gli insediamenti si
trovano per lo più nell’ Area C della Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nei
territori siriani occupati del Golan. Il più grosso insediamento è Ariel, abitato
da circa 16 700 persone e che ospita un’università con circa 8.500 studenti.
Lo scorso 23 Dicembre, il Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite con la Risoluzione n. 2334, ha riaffermato lo status di territori
occupati per Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e dichiarato illegali le
colonie israeliane qui insediate.
Sorprendentemente, l’amministrazione Obama, allora in carica, non esercitò il proprio diritto di veto.
Sorprendentemente, l’amministrazione Obama, allora in carica, non esercitò il proprio diritto di veto.
Questa risoluzione potrebbe conferire ai palestinesi il
diritto di appellarsi alla Corte Penale Internazionale per violazione
del diritto internazionale umanitario e crimini di guerra ai sensi della Quarta convenzione di Ginevra del 1949, il cui art. 49
stabilisce che "La potenza occupante non potrà procedere alla deportazione
o al trasferimento di una parte della sua propria popolazione civile nel
territorio da essa occupato".
Dal 20 gennaio 2017, giorno
dell’inaugurazione della presidenza statunitense di Donald Trump, il governo
israeliano ha incrementato la politica degli insediamenti autorizzando la
costruzione di altri 6219 nuclei abitativi illegali, 719 dei quali a
Gerusalemme Est.
Poco più di un mese fa, il 6 Febbraio 2017, il parlamento ha poi votato una legge che consente al
governo di requisire terreni privati palestinesi e regolarizza
retroattivamente 4000 strutture costruite su tali terreni. Strutture che –
oltre ad essere, come si è detto, illegali per il diritto internazionale- erano
state considerate tali anche dalla stessa legge israeliana.
![]() |
| LIMES 2012 |
L’espropriazione di terre per edificarvi anelli di insediamenti rendono
sempre più difficile la vita dei palestinesi dato che interrompono la
continuità territoriale tra i loro quartieri. Agli insediamenti veri e
propri si aggiungono poi i terreni per le attività commerciali e agricole che vi gravitano
intorno e che
rischiano di incentivare nuovi espropri. Forte è inoltre la presenza militare e numerosi i checkpoint.
Le violazioni dei diritti umani connesse alla costruzione e
all’espansione degli insediamenti sono una caratteristica costante dei 50 anni
di occupazione israeliana della Cisgiordania e sono state denunciate anche di recente da Amnesty International: limitazioni arbitrarie al
movimento, demolizioni, trasferimenti forzati di comunità palestinesi,
restrizioni all’accesso dei palestinesi alle risorse naturali e attacchi
violenti e non contrastati dei coloni israeliani contro i palestinesi e le loro
proprietà.
A ciò si aggiunga la crescente povertà della popolazione araba e
l’incuria nella quale la municipalità mantiene i suoi quartieri, ai quali
assegna il 10% del budget benché vi risieda il 37% degli abitanti.
Le Nazioni Unite hanno definito questa legge il superamento della linea rossa verso l'annessione della Cisgiordania, mentre il nuovo
segretario generale Guterres ha parlato di “atto
fuorilegge” che viola il diritto internazionale.
I coloni israeliani scelgono di vivere negli insediamenti
per una serie di ragioni che vanno dai vantaggi economici e dagli incentivi
governativi, a motivazioni più ideologiche e religiose, come la convinzione che
Dio abbia destinato quella terra al popolo ebraico. Circostanza quest’ultima che
peraltro ha ricevuto puntuale smentita in recenti studi compiuti proprio da storici
e archeologi israeliani.
Sulla questione palestinese vedi anche, nel nostro blog:
mg
febbraio 28, 2017
SUDAN. I conflitti in Sudan: etnia o economia?
Prima della secessione del Sud, la Repubblica del Sudan,
stato dell'Africa subsahariana, era il
più grande stato del continente africano, con una superficie pari a 2.505.810
km².(circa 9 volte l’Italia) e 40milioni di abitanti[1].
Dopo la secessione la sua superficie venne ridotta a 1 886 068 km², ed è
diventato il terzo stato per superficie del continente africano (dopo l'Algeria
e la Repubblica Democratica del Congo). Ne fa parte la regione occidentale e
semidesertica del Darfur[2].
Il 9 luglio del 2011 la regione meridionale del paese
diventava stato indipendente col nome di Repubblica del Sudan del Sud dopo un
referendum nel quale il 98,8% della popolazione votava a favore della
secessione.
Il referendum era parte di un accordo di pace, il
Comprehensive Peace Agreement (2005) che aveva posto fine a 22 anni di guerra civile
tra il governo centrale del Sudan e il movimento ribelle del Sud (il Sudan
People's Liberation Movement/Army, SPLAM) per l’accaparramento delle risorse
petrolifere scoperte nella parte sudoccidentale del paese agli inizi degli anni
ottanta. Una guerra iniziata nel maggio
del 1983, costata circa 2 milioni di morti e
più di 4 milioni di sfollati, in larghissima parte sfollati interni[3].
Nel 2013, come si dirà in seguito, è nato un conflitto fra
opposte fazioni all’interno del neostato del Sud, conflitto che ha già prodotto
decine di migliaia di morti e circa un milione e mezzo di sfollati[4]. Attualmente una grave carestia provocata soprattutto dai danni
all'agricoltura causati dalla guerra civile rischia di far morire letteralmente
di fame. centinaia di persone. Così hanno dichiarato le Nazioni Unite il 20
febbraio scorso[5].
La contesa delle risorse petrolifere
Nelle semplificazioni mediatiche la guerra civile in Sudan è
da sempre un conflitto tra le popolazioni arabe e musulmane del nord e quelle
nere e cristiano-animiste del sud. In sostanza, un conflitto etnico e
soprattutto religioso. In realtà, la guerra civile che ha insanguinato il più grande paese del continente africano, è
principalmente un conflitto per le risorse, in particolare per una risorsa
strategica: il petrolio. Ancora una volta, in Africa, una risorsa che potrebbe
essere una ricchezza per la popolazione si trasforma in una maledizione. La
situazione sudanese è complessa, a causa di interessi locali, regionali e
internazionali, che si intrecciano e si influenzano a vicenda, ma che ruotano
essenzialmente intorno ad un problema di fondo: lo sfruttamento e la destinazione
finale del greggio sudanese (così SMA, Società delle Missioni Africane [6]).
I conflitti che Nord e Sud hanno sperimentato fin dall’epoca
post-coloniale (un primo conflitto iniziato nel 1956 dopo l’indipendenza è
terminato nel 1972) e che trovavano la loro ragione d’essere nella situazione
di marginalizzazione economica e politica del Sud e nelle conseguenti recriminazioni
di discriminazioni nello sfruttamento delle risorse locali, con la scoperta del petrolio avvenuta negli
anni ottanta si sono andati via via aggravando grazie anche all’ingresso sulla scena
di partner internazionali.
Manovre e interessi stranieri
La secessione del Sud, in cui si trova l’80% del petrolio
sudanese, è stata fortemente sponsorizzata dall’occidente pur rappresentando
un’eccezione assoluta al principio dell’intangibilità delle frontiere ereditate
dal colonialismo, principio sancito dalla Carta dell’Organizzazione dell’Unità
Africana (OUA) nel 1963 e confermato nel 1964 dai capi di stato e di governo
africani al Cairo.
Il Sud Sudan è nato con una forte apertura di credito da
parte della comunità internazionale, Stati Uniti in testa, ed è stato il terzo
beneficiario dell’aiuto americano dopo l’Afghanistan e il Pakistan[7].
Washington è stata tra i principali sostenitori del SPLAM,
il fronte armato dei secessionisti del Sud Sudan ed ha supportato dagli anni ’90 in poi una
coalizione di stati filo-occidentali a maggioranza cristiana ostili al Sudan,
quali Uganda, Kenya ed Etiopia, per contrastare l’influenza di Khartoum. Con la
deflagrazione del conflitto nella regione occidentale sudanese del Darfur
(2003), collegato a sua volta al conflitto nel Sudan meridionale, anche i mass
media e alcune organizzazioni non-governative statunitensi hanno concentrato la
loro attenzione su ciò che stava accadendo in Sudan, provocando una grande
partecipazione emotiva nell’opinione pubblica statunitense e occidentale[8].
L’appoggio ugandese e americano allo SPLAM e agli altri
movimenti di opposizione sudanesi è stato decisivo per il loro successo
politico-militare. È quindi lecito affermare che in quanto stato il Sud Sudan è
in buona misura figlio dell’ingerenza degli Stati Uniti negli affari africani,
i quali nel nome di interessi geostrategici (contrasto dell’influenza della
Cina, principale acquirente del petrolio del Sudan) e della politica di
interventismo umanitario ha sacrificato il consolidato principio della
non-modificabilità delle frontiere africane, creando un precedente pericoloso
per la stabilità politica del continente[9].
La Cina un temibile
concorrente
La Repubblica del Sudan è tra i governi africani quello che
ha maggiormente aperto i propri mercati e il proprio territorio alla Cina.
Pechino ha ottenuto concessioni miliardarie per l’estrazione e lo sfruttamento
del petrolio in particolare nel sud del paese dove sono concentrate le maggiori
riserve petrolifere (circa i tre quarti). Inoltre in tutto il paese la Cina sta
costruendo strade, dighe, ponti, e a Khartoum, la capitale, fioriscono
cavalcavia, edifici, snodi autostradali, in gran parte realizzati da imprese
cinesi. La Chinese National petroleum corporation (CNPC), compagnia petrolifera
statale è attiva in Sudan dal 1996[10].
Questa apertura al concorrente cinese non è stata ovviamente
gradita agli occidentali che hanno visto progressivamente mettere fuori gioco
le proprie imprese multinazionali, di qui l’appoggio ai secessionisti del Sud.
La Cina rappresenta un concorrente pericoloso per le imprese
occidentali stante la diversa strategia che utilizza nei rapporti con l’Africa
fondata su tre pilastri “la narrazione su una storia condivisa, la creazione di
un’alleanza internazionale e lo scambio commerciale”. Coerentemente alla sua
strategia la Cina è riuscita a conquistare la fiducia di molti paesi africani,
dimostrando di conseguire condizioni reciprocamente vantaggiose per mezzo di
investimenti, scambi commerciali, aiuti, assistenza per l’agricoltura, ecc.
“La Cina offre all’Africa modalità di sviluppo e
finanziamento alternative all’Occidente, senza interferenze nella politica
interna e rispettosa della sovranità nazionale (contrariamente agli aiuti
occidentali concessi in cambio di aggiustamenti strutturali talvolta
dimostratisi disastrosi). Il modello cinese si concentra sui diritti economici,
piuttosto che su quelli politici, sulla deregolamentazione graduale guidata
dallo stato e ai fini di una maggiore concorrenza interna e, infine, sul
contestuale impegno a investire nel settore pubblico, sotto forma di
infrastrutture, sanità e istruzione Nel complesso si può concludere che nelle
relazioni contemporanee tra Cina e Africa i benefici reciproci sembrano
prevalere. L’Africa è riuscita ad esempio guadagnare tecnologia, prodotti,
competenze, posti di lavoro e imprese” (cosi CeSEM, Centro studi
“Eurasia-Mediterraneo”[11])
Il Sud Sudan, uno
stato nato morto
Il Sud Sudan occupa
circa un quarto della superficie di quello che è oggi il Sudan e detiene circa
tre quarti delle riserve di petrolio dell’intero paese. Tuttavia è uno stato
che deve fare i conti con grossi limiti geografici e infrastrutturali: una nazione
senza sbocchi al mare e con una rete di trasporti praticamente inesistente. Non
solo, anche le infrastrutture per il trattamento e il transito del petrolio si
trovano a Nord, e piani alternativi che prevedono la costruzione di un
oleodotto che termini in Kenya, a Lamu, sono ancora in fase preliminare. Il
paese inoltre neppure ha certezza dei propri confini, la cui delimitazione non
è stata ancora concordata definitivamente. In particolare i due stati si
contendono la regione di Abyei situata a cavallo dei loro confini e ricca di
giacimenti petroliferi[12].
Il Sud Sudan ha quindi sancito la propria indipendenza in
condizioni socio-economiche assai precarie, tanto che vi è il timore che il paese ben
presto possa diventare uno stato fallito.
In un articolo pubblicato l’8 gennaio 2011, Domenico Quirico, inviato de La Stampa, così descriveva la situazione del Sud Sudan alla vigilia dell’indipendenza: “Lo diventerà una capitale questa Juba di argilla, senza luce elettrica, senza condutture per l’acqua, senza fogne né strade, dove persino i pomodori sono importati...l’America, grande regista di questa nascita di una nazione non si è fatta spaventare da una rischiosa autodeterminazione affidata a elettori che escono dall’età della pietra...”
In un articolo pubblicato l’8 gennaio 2011, Domenico Quirico, inviato de La Stampa, così descriveva la situazione del Sud Sudan alla vigilia dell’indipendenza: “Lo diventerà una capitale questa Juba di argilla, senza luce elettrica, senza condutture per l’acqua, senza fogne né strade, dove persino i pomodori sono importati...l’America, grande regista di questa nascita di una nazione non si è fatta spaventare da una rischiosa autodeterminazione affidata a elettori che escono dall’età della pietra...”
Dal conflitto
Nord-Sud a quello interno nel Sud Sudan
I contrasti con il vicino del Nord per il petrolio si erano
appena sopiti (i negoziati sul tracciato esatto del confine non sono però
ancora conclusi), quando alla fine del 2013 sono sorti contrasti interni tra
due fazioni (armate) del partito al potere nel Sud, l’una guidata dal
presidente Salva Kiir, l’altra dal vicepresidente Riek Machar. Ne è nato un
conflitto violento, che ha via via preso le pieghe di uno scontro etnico, visto
che il presidente e i suoi seguaci sono in maggioranza di etnia dinka, mentre
il gruppo facente capo a Machar è di etnia nuer. Per preservare i propri
interessi i due contendenti hanno fatto
leva sulle rispettive appartenenze etniche e regionali e così la distribuzione
della ricchezza e l’accesso al potere politico ed economico sono stati
ridefiniti sul calco di antiche divisioni[13].
Dopo una
lunga e turbolenta mediazione internazionale sotto l'egida dell'IGAD-PLUS (una formazione rinforzata dell'IGAD che prevedeva la
partecipazione di rappresentanti dell'Unione Africana, Stati Uniti, Regno
Unito, Norvegia, Cina ed Unione Europea), le parti hanno firmato di malavoglia
un accordo di pace nell'agosto 2015. Tuttavia gli scontri sono
continuati sino al fragilissimo cessate il fuoco dichiarato nel luglio del 2016
ma ripetutamente violato[14].
Si teme quindi che la popolazione civile, già colpita
pesantemente dalle conseguenze del conflitto, tra cui il recente conclamato stato
di carestia, possa divenire sempre più oggetto di rappresaglie da parte di
milizie che, come purtroppo spesso accade, non distinguono tra truppe
combattenti e civili disarmati
Etnia o economia?
Nell’articolo “Etnia o
economia? I nuovi conflitti in Africa nel caso del Sud Sudan”, presentato a
conclusione del corso “Dal Peacekeeping
al Peacebuilding: gestire i conflitti per costruire la pace” presso la
Scuola di Aggiornamento e Alta Formazione “Giuseppe Arcaroli” di Roma e
pubblicato nella rivista del Centro Studi Difesa Civile, Matteo Landricina
(PhD) così spiega le ragioni che portano i commentatori occidentali a leggere i
conflitti africani in chiave etnica:
"Con la svolta etnica che sembra avere preso il conflitto
armato tra le due fazioni politico-militari dello SPLA la situazione in Sud
Sudan è rientrata, dal punto di vista del racconto mediatico, nell’alveo,
inquietante ma tutto sommato più “confortevole” per i media, dell’etnicismo.
Inizialmente, quando nei mesi dopo l’indipendenza le milizie del neonato Sud
Sudan si scontravano con l’esercito di Khartoum a causa delle dispute sulla
linea di demarcazione del confine tra i due stati, non c’era altro modo di
analizzare la problematica che dal punto di vista economico: i due paesi,
rivali storici, si contendevano il controllo dei giacimenti di petrolio situati
a cavallo della frontiera. L’interpretazione economicista dei conflitti
africani tuttavia risulta sgradevole alle orecchie dell’opinione pubblica dei
paesi industrializzati. Sapere che in paesi poverissimi, che sono stati in
epoca moderna colonizzati dalle potenze imperialiste europee, le popolazioni
civili soffrono a causa di scontri per il controllo di materie prime che vanno
poi ad alimentare le economie dei paesi ricchi, può creare problemi di
coscienza e sollevare critiche al modello vigente delle relazioni
internazionali e dell’economia globale. È molto più “rassicurante” pensare alle
guerre africane come a qualcosa dovuto ad odi innati, atavici, “etnici” per
l’appunto, cioè legati ad ostilità tribali e di sangue che affondano le proprie
radici in un passato pre-storico da cui l’Africa, continente dell’arretratezza
per antonomasia, non si è a quanto pare mai liberato. Ragionare in questi
termini libera i paesi industrializzati, ad Occidente ma anche ad Oriente, dalle
proprie responsabilità" [15].
"Con ciò non si vuole affermare che l’odio che si scatena tra
gruppi etnici, che magari hanno vissuto insieme per decenni o addirittura per
secoli, non sia reale. La storia europea ci insegna che è relativamente facile
per i dirigenti di un paese in difficoltà economica o politica istigare le
masse ad odiare minoranze (o maggioranze) identificate per appartenenza etnico-razziale,
culturale o sociale. È necessario però ricordare che l’etnicismo è
principalmente uno strumento manipolativo in contesti di povertà diffusa e
grandi disuguaglianze, oltre ad essere una chiave di lettura “facile” per i
mass media internazionali, perché relegando i conflitti in questione nella
sfera dell’irrazionale pre-moderno, libera le opinioni pubbliche dal compito
sgradevole di riflettere sulle cause più profonde di tali dispute" (ibid).
gennaio 28, 2017
TERRORISMO. Che cos'è l'Isis? Come nasce, perché?. Le radici geopolitiche ed economiche. Un'analisi del prof. Franco Cardini
“Che cos’è l’Isis? Come
nasce, perché? “ è il tema della relazione che il prof. Franco Cardini ha
tenuto al Convegno Internazionale organizzato nel marzo dello scorso anno dall’Università
di Bologna dal titolo “Comprendere e dialogare
sulla paura del terrorismo e sulle trappole del pregiudizio”. Qui sotto il video della relazione.
Nella relazione vengono messe in evidenza le radici
geopolitiche ed economiche che stanno alla base della nascita dell’organizzazione
terroristica, nata come soggetto politico/militare destinato a scardinare il
vecchio ordine e la divisione di tipo coloniale del Medio Oriente imposti dai
vincitori della prima guerra mondiale sulle spoglie dell’Impero Ottomano (Accordo di Sykes-Picot).
Soggetto politico che si propone come Potere Islamico sull’Iraq e su quella che fu la Grande Siria. Soggetto militare dotato di un esercito ben addestrato e inquadrato dagli ufficiali che gli occupanti USA estromisero da quello che era l’esercito di Saddam Hussein e che utilizza altresì il terrorismo come strumento di una “guerra asimmetrica”.
Soggetto politico che si propone come Potere Islamico sull’Iraq e su quella che fu la Grande Siria. Soggetto militare dotato di un esercito ben addestrato e inquadrato dagli ufficiali che gli occupanti USA estromisero da quello che era l’esercito di Saddam Hussein e che utilizza altresì il terrorismo come strumento di una “guerra asimmetrica”.
Il relatore punta inoltre il dito su quella che definisce la
radice del male e cioè l’economia mondo, storicamente organizzata dalle potenze
coloniali a proprio vantaggio sulla base di uno “scambio asimmetrico” e di cui oggi le popolazioni sfruttate stanno
prendendo coscienza. Non manca a questo riguardo una citazione dell’enciclica "Laudato sì" “di Papa Francesco.
Leggi anche
Per approfondire
Medio Oriente, mina vagante fabbricata in Europa nel 1900
Sul nostro blog:
Isis, una barbarie che umilia l'Islam e ne tradisce i valori
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Isis, una barbarie che umilia l'Islam e ne tradisce i valori
mg
dicembre 30, 2016
MIGRAZIONI. Guerre e migrazioni. Di fronte a noi “caoslandia”. Un’analisi di Lucio Caracciolo.
In questo video Lucio Caracciolo, tra i più grandi esperti italiani di geopolitica, analizza con
grande chiarezza i fenomeni sociali, demografici e ambientali che
contribuiscono a generare i conflitti che portano alla decomposizione degli Stati in quella parte del “sud” del mondo che egli definisce “caoslandia”; fenomeni strutturali che producono
i grandi movimenti migratori attualmente in corso con i quali dobbiamo
abituarci a convivere.
Sul tema delle migrazioni vedi l'ultimo rapporto ACNUR del giugno 2016,
nonchè il nostro post sul rapporto ACNUR del giugno 2015.
Sul tema della guerra vedi il nostro post Africa e Medio Oriente, scenari di guerra.
mg
Sul tema della guerra vedi il nostro post Africa e Medio Oriente, scenari di guerra.
mg
novembre 30, 2016
IRAN. Il poliedrico protagonismo delle donne. Scienziate, registe, scrittrici e... "centaure" alle gare di motocross.
Dalla rivoluzione Khomeinista del 1979 la popolazione iraniana è praticamente raddoppiata raggiungendo oggi la cifra di 74 milioni. Ciò significa che due iraniani su tre sono giovani al di sotto dei 30 anni. L’85% di questi giovani ha studiato e in molti casi possiede un titolo di studio avanzato.
Frutto
della trasformazione demografica è anche la massiccia presenza femminile nella
società dove le donne hanno assunto ormai un ruolo da protagoniste.
Oggi
il 66 per cento degli studenti universitari è costituito da donne e le
donne sono presenti e operano in tutti i settori della società, nel mondo del
lavoro (dirigono ospedali e giornali, lavorano come ingegneri dei cantieri di
costruzione, sono a capo dei reparti femminili della polizia...), della
cultura, dell’arte e, seppure ancora limitatamente, della politica. All'aumento
della partecipazione femminile ha contribuito il concetto del “chador
lasciapassare”. Il chador non ha mai impedito il protagonismo delle donne
in Iran, anzi. Questa forma di
abbigliamento dopo la rivoluzione del 1979 favorì l’emancipazione delle donne
appartenenti alle classi popolari e rurali e agli ambienti tradizionalisti alle
quali sarebbe stato vietato uscire di casa. Inoltre, durante la rivoluzione molte donne progressiste cominciarono a farne
uso come simbolo di protesta contro l’eccessiva occidentalizzazione del paese voluta dallo
scià Pahlavi che lo aveva proibito. Oggi a seconda della classe sociale e del
livello culturale di appartenenza vi sono differenze nell'abbigliamento
femminile: dallo chador ad uno spolverino con il foulard.
Oggi
in Iran ci sono circa 400 autrici e sono proprio le donne ad animare la
sfera culturale della letteratura contemporanea. A sottolinearlo è stata l'iranologa Bianca
Maria Filippini nel corso di un seminario all'Iran Country Presentation alla
Fiera di Roma.
Il 25% della produzione filmica iraniana è opera di donne contro un misero 4
per cento della realtà statunitense. Negli ultimi vent’anni il numero delle
registe iraniane ha superato quello delle registe pro-capite degli altri paesi
occidentali. Ne parla diffusamente Bianca Maria Filippini nella scheda “Il ruolo
e l’immagine delle donne nel cinema iraniano” che si può leggere nel libro "Il protagonismo delle donne in terra d'Islam", recentemente pubblicato. L’autrice mette
in rilievo la grande influenza che questo cinema al femminile ha nel creare una
consapevolezza sulle questioni di genere. In particolare, per ciò che interessa l'aspetto di cui si dirà in seguito, si sofferma sul tema delle
automobili che viene trattato da questo cinema al femminile (v. la regista
Tahmineh Milani) come strumento di ribellione e come mezzo che può accelerare
il cammino verso la libertà (fughe, inseguimenti, gare).
Oggi
le donne in Iran guidano taxi, autobus, partecipano a campionati di corse automobilistiche e recentemente sono state ammesse a partecipare anche a gare di motocross, come ci informa Asia News nell'articolo che riportiamo qui sotto.
AsiaNews. La Federazione dell’automobile e del motociclismo (Mafiri) della
Repubblica islamica d’Iran ha aperto le porte ai centauri al femminile. Ora,
infatti, anche le donne potranno partecipare alle gare di motocross, specialità - come molte competizioni
motoristiche - finora riservate solo agli uomini. A suggellare la svolta è
stato il presidente della Federazione sport motoristici iraniana Mahmoud
Seydanlou, che ha presenziato a una esibizione di motocross tenuta nei giorni
scorsi a Teheran e dedicata al solo “universo rosa”.
A margine della manifestazione Seydanlou ha sottolineato che la speranza
è quella di “vedere donne iraniane partecipare al campionato nazionale”.
Inoltre, questo primo passo potrebbe “aprire le porte del campionato mondiale”
per le centaure iraniane con maggiore talento.
“Vi è molto interesse - ha aggiunto il massimo dirigente degli sport
motoristici della Repubblica islamica - da parte delle donne a partecipare a
competizioni sportive. Per noi è motivo di soddisfazione compiere passi che
permettano loro di praticare il loro sport preferito”.
La gara evento di motocross al femminile ha avuto grande eco fra gli
appassionati del settore del Paese. E ha catturato l’attenzione anche dei media
mainstream che, di solito, sono restii a trasmettere competizioni in cui
partecipano le donne. Tuttavia, la tv di Stato ha dedicato spazio alla
giornata e celebrato le centaure che hanno affollato la pista e si sono sfidate
a colpi di curve e salti.
Fra le pioniere della competizione sulle due ruote al femminile vi è la 27enne Behnaz Shafiei, parte di un gruppo di giovani donne che - prime in assoluto - hanno ricevuto il permesso di fare pratica sui circuiti fuoripista. La giovane è anche la sola ad aver guidato bolidi su pista e aver praticato in modo professionale l’attività sportiva, sebbene finora in luoghi riservati. “Ci sono persone - aveva dichiarato in un’intervista al Guardian - che non credono una donna possa guidare una moto. Però in generale la gente è entusiasta e in gran parte orgogliosa” nel vederla guidare.
Inoltre, la giovane centauro rivendicava con forza la propria
appartenenza alla Repubblica iraniana e, pur nutrendo il desiderio di
partecipare a una gara, non avrebbe mai
accettato di “andare all’estero” per competere: “Voglio rendere orgoglioso
l’Iran, il mio Paese e mostrare che anche le donne iraniane possono praticare
questo sport”.
mg
Per approfondire v. Felicetta Ferraro, "Una società in movimento"
Felicetta Ferraro è specializzata in studi storico-sociali
sull’Iran. Ha insegnato storia dell’Iran presso IUO di Napoli ed è stata
addetta culturale in Iran. Dirige la casa editrice “Ponte 33”, specializzata in
letteratura contemporanea in Iran e Afghanistan. Ha vissuto in Iran a lungo in
diversi periodi. È tra gli
organizzatori del “Middle East Festival”.
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