aprile 28, 2017

Progetto AISHA. Le donne musulmane contro la violenza e la discriminazione di genere.




Domenica 23 aprile Casa Africa ha organizzato ad Imperia un incontro con Progetto AISHA.

Si tratta di un progetto pilota, unico in Italia, che vuole promuovere progetti gemelli sul territorio nazionale.

Nel corso dell’incontro la relatrice, dott. Bianca Guarino, del direttivo di Progetto Aisha, ha illustrato le ragioni per cui è nata l’associazione, le sue finalità e come si articola la sua attività.

Progetto Aisha nasce in grembo alla comunità islamica, il CAIM (Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano, Monza e Brianza), con l’obiettivo operare sul tema della violenza e della discriminazione di genere, con focus  particolare sulle donne musulmane.







Perché un focus particolare sulle donne musulmane?






Le ragioni, ci spiega Progetto AISHA, sono molteplici e tra queste le più rilevanti sono:

·  "Barriere linguistiche: incapacità di comunicare con immediatezza alle autorità giudiziarie, forze dell’ordine e servizi sociali i disagi causati da qualunque forma di violenza subita.
·   Barriere culturali: concezione differente dei ruoli afferiti agli enti giudiziari, alle forze dell’ordine e i servizi sociali (paese d’origine vs Italia).
·  Timore da parte della vittima di non essere capita, compresa e considerata la sua appartenenza culturale e religiosa.
·   Retaggi tradizionali: giustificazione da parte di alcune tradizioni delle violenze di genere a causa di interpretazioni fuorvianti e obsolete rispetto alla garanzia e la tutela dei diritti fondamentali del genere umano.
·   Isolamento sociale: assenza totale di contatti con l’esterno la cui causa la si può ritrovare nei punti sopraindicati.
·   Inoltre riconosciamo in maniera del tutto trasversale che l’assenza di una rete sociale è determinata da azioni da parte del partner, in una dimensione di coppia, volte a sradicare qualunque forma di contatto tra la vittima e il mondo esterno.
·    Paura: timore della diffamazione, disapprovazione sociale e stigmatizzazione. Rientra la questione dei retaggi tradizionali e la considerazione e i valori attribuiti alla figura della donna oltre la non conoscenza delle istituzioni territoriali, garanti della tutela e la protezione delle donne"


Di fatto, come mette in rilievo Progetto AISHA, a causa dei fattori sociali sopraindicati, le donne musulmane che non denunciano le violenze o la loro discriminazione sono un numero significativo.
 



L’attività di Progetto AISHA è molto articolata e si svolge su diversi livelli che tengono conto della specificità del vissuto delle donne musulmane.







1-    Sensibilizzazione, tra cui, in particolare, va messa in rilievo:

· l’attività che vuole stimolare un processo di riflessione interna alla comunità islamica riguardo il tema violenza e discriminazione contro le donne, frutto di retaggi culturali e interpretazioni estremiste che vanno contro i principi della tutela della persona sanciti nella tradizione islamica.

2-    Formazione, tra cui, in particolare, vanno messe in rilievo le seguenti iniziative:

- i corsi di formazione rivolti agli Imam e responsabili dei centri islamici per insegnare loro come riconoscere una violenza e/o discriminazione, come assistere chi ne è vittima, e come avviare le procedure di aiuto;
-  i corsi di educazione all'affettività e al rispetto della parità di genere rivolti ai giovani;
i corsi che trattano gli elementi dottrinali che rifiutano la violenza sulle donne e la loro discriminazione, individuando i retaggi culturali o interpretazioni che invece giustificano la violenza e o la discriminazione contro le donne;

3-    Assistenza e prevenzione, tra cui, in particolare, segnaliamo:

la formazione di mediatori linguistici e culturali destinati ai Centri o Enti che operano sul tema;
- la creazione di uno o più punti di ascolto e orientamento in strutture pubbliche e/o private e/o presso Centri Islamici e moschee del territorio;
- la promozione di incontri rivolti ai genitori per sensibilizzare e prevenire i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali femminili grazie al contributo di Imam ed esperti del settore.
 




Tutte queste attività vengono svolte nell'ambito di 
5 Dipartimenti:






Dipartimento Assistenza
Dipartimento salute e benessere
Dipartimento per l’empowerment / micro imprenditorialità
Dipartimento sensibilizzazione e prevenzione
Dipartimento Formazione

Vanno poste in rilievo le funzioni svolte dal dipartimento salute e benessere, destinato ad attivare interventi mirati al fine di sviluppare nelle donne assistite una migliore gestione cognitiva ed emotiva dei vissuti drammatici attraverso la cura e il sostegno psicologico con percorsi di psicoterapia, arteterapia, e omeopatia.

Nonché quelle del dipartimento per l’empowerment / micro imprenditorialità, finalizzato alla promozione e realizzazione di percorsi per l’indipendenza economica femminile, veicolo necessario contrastare e prevenire la violenza di genere e facilitare l’integrazione sociale.
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Imperia, Casa Africa incontra Progetto AISHA


mg

marzo 31, 2017

PALESTINA. Nuovi insediamenti israeliani. Superata la linea rossa verso l'annessione della Cisgiordania da parte di Israele?






Attualmente, circa 621.000 coloni israeliani risiedono nei così detti insediamenti, costruiti in violazione del diritto internazionale nei territori palestinesi occupati .

Si tratta di comunità di civili israeliani costruite all’interno della Cisgiordania (in inglese West Bank, "la sponda occidentale") quindi su territori palestinesi secondo i confini tracciati nel 1967. Gli insediamenti si trovano per lo più nell’ Area C della Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nei territori siriani occupati del Golan. Il più grosso insediamento è Ariel, abitato da circa 16 700 persone e che ospita un’università con circa 8.500 studenti.

Lo scorso 23 Dicembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la Risoluzione n. 2334, ha riaffermato lo status di territori occupati per Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e dichiarato illegali le colonie israeliane qui insediate.

Sorprendentemente, l’amministrazione Obama, allora in carica, non esercitò il proprio diritto di veto.

Questa risoluzione potrebbe conferire ai palestinesi il diritto di appellarsi alla Corte Penale Internazionale per  violazione del diritto internazionale umanitario e crimini di guerra ai sensi della Quarta convenzione di Ginevra del 1949, il cui art. 49 stabilisce che "La potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della sua propria popolazione civile nel territorio da essa occupato". 

Dal 20 gennaio 2017, giorno dell’inaugurazione della presidenza statunitense di Donald Trump, il governo israeliano ha incrementato la politica degli insediamenti autorizzando la costruzione di altri 6219 nuclei abitativi illegali, 719 dei quali a Gerusalemme Est.

Poco più di un mese fa, il 6 Febbraio 2017, il parlamento ha poi votato una legge che consente al governo di requisire terreni privati palestinesi e regolarizza retroattivamente 4000 strutture costruite su tali terreni. Strutture che – oltre ad essere, come si è detto, illegali per il diritto internazionale- erano state considerate tali anche dalla stessa legge israeliana.


LIMES 2012
L’espropriazione di terre per edificarvi anelli di insediamenti rendono sempre più difficile la vita dei palestinesi dato che interrompono la continuità territoriale tra i loro quartieri. Agli insediamenti veri e propri si aggiungono poi i terreni per le attività commerciali e agricole che vi gravitano intorno e che rischiano di incentivare nuovi espropri. Forte è inoltre la presenza militare e numerosi i checkpoint.

Le violazioni dei diritti umani connesse alla costruzione e all’espansione degli insediamenti sono una caratteristica costante dei 50 anni di occupazione israeliana della Cisgiordania e sono state denunciate anche di recente da Amnesty Internationallimitazioni arbitrarie al movimento, demolizioni, trasferimenti forzati di comunità palestinesi, restrizioni all’accesso dei palestinesi alle risorse naturali e attacchi violenti e non contrastati dei coloni israeliani contro i palestinesi e le loro proprietà.

A ciò si aggiunga la crescente povertà della popolazione araba e l’incuria nella quale la municipalità mantiene i suoi quartieri, ai quali assegna il 10% del budget benché vi risieda il 37% degli abitanti.

Le Nazioni Unite hanno definito questa legge il superamento della linea rossa verso l'annessione della Cisgiordaniamentre il nuovo segretario generale Guterres ha parlato di “atto fuorilegge” che viola il diritto internazionale.

I coloni israeliani scelgono di vivere negli insediamenti per una serie di ragioni che vanno dai vantaggi economici e dagli incentivi governativi, a motivazioni più ideologiche e religiose, come la convinzione che Dio abbia destinato quella terra al popolo ebraico. Circostanza quest’ultima che peraltro ha ricevuto puntuale smentita in recenti studi compiuti proprio da storici e archeologi israeliani.



Sulla questione palestinese vedi anche, nel nostro blog:








mg


febbraio 28, 2017

SUDAN. I conflitti in Sudan: etnia o economia?

Prima della secessione del Sud, la Repubblica del Sudan, stato dell'Africa subsahariana,  era il più grande stato del continente africano, con una superficie pari a 2.505.810 km².(circa 9 volte l’Italia) e 40milioni di abitanti[1]. Dopo la secessione la sua superficie venne ridotta a 1 886 068 km², ed è diventato il terzo stato per superficie del continente africano (dopo l'Algeria e la Repubblica Democratica del Congo). Ne fa parte la regione occidentale e semidesertica del Darfur[2].

Il 9 luglio del 2011 la regione meridionale del paese diventava stato indipendente col nome di Repubblica del Sudan del Sud dopo un referendum nel quale il 98,8% della popolazione votava a favore della secessione.

Il referendum era parte di un accordo di pace, il Comprehensive Peace Agreement (2005) che aveva posto fine a 22 anni di guerra civile tra il governo centrale del Sudan e il movimento ribelle del Sud (il Sudan People's Liberation Movement/Army, SPLAM) per l’accaparramento delle risorse petrolifere scoperte nella parte sudoccidentale del paese agli inizi degli anni ottanta.  Una guerra iniziata nel maggio del 1983, costata circa 2 milioni di morti e  più di 4 milioni di sfollati, in larghissima parte sfollati interni[3].

Nel 2013, come si dirà in seguito, è nato un conflitto fra opposte fazioni all’interno del neostato del Sud, conflitto che ha già prodotto decine di migliaia di morti e circa un milione e mezzo di sfollati[4]. Attualmente una grave carestia provocata soprattutto dai danni all'agricoltura causati dalla guerra civile rischia di far morire letteralmente di fame. centinaia di persone. Così hanno dichiarato le Nazioni Unite il 20 febbraio scorso[5].

La contesa delle risorse petrolifere

Nelle semplificazioni mediatiche la guerra civile in Sudan è da sempre un conflitto tra le popolazioni arabe e musulmane del nord e quelle nere e cristiano-animiste del sud. In sostanza, un conflitto etnico e soprattutto religioso. In realtà, la guerra civile che ha insanguinato  il più grande paese del continente africano, è principalmente un conflitto per le risorse, in particolare per una risorsa strategica: il petrolio. Ancora una volta, in Africa, una risorsa che potrebbe essere una ricchezza per la popolazione si trasforma in una maledizione. La situazione sudanese è complessa, a causa di interessi locali, regionali e internazionali, che si intrecciano e si influenzano a vicenda, ma che ruotano essenzialmente intorno ad un problema di fondo: lo sfruttamento e la destinazione finale del greggio sudanese (così SMA, Società delle Missioni Africane [6]).

I conflitti che Nord e Sud hanno sperimentato fin dall’epoca post-coloniale (un primo conflitto iniziato nel 1956 dopo l’indipendenza è terminato nel 1972) e che trovavano la loro ragione d’essere nella situazione di marginalizzazione economica e politica del Sud e nelle conseguenti recriminazioni di discriminazioni nello sfruttamento delle risorse locali,  con la scoperta del petrolio avvenuta negli anni ottanta si sono andati via via aggravando grazie anche all’ingresso sulla scena di partner internazionali.

 Manovre e interessi stranieri

La secessione del Sud, in cui si trova l’80% del petrolio sudanese, è stata fortemente sponsorizzata dall’occidente pur rappresentando un’eccezione assoluta al principio dell’intangibilità delle frontiere ereditate dal colonialismo, principio sancito dalla Carta dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) nel 1963 e confermato nel 1964 dai capi di stato e di governo africani al Cairo.

Il Sud Sudan è nato con una forte apertura di credito da parte della comunità internazionale, Stati Uniti in testa, ed è stato il terzo beneficiario dell’aiuto americano dopo l’Afghanistan e il Pakistan[7].

Washington è stata tra i principali sostenitori del SPLAM, il fronte armato dei secessionisti del Sud Sudan ed ha  supportato dagli anni ’90 in poi una coalizione di stati filo-occidentali a maggioranza cristiana ostili al Sudan, quali Uganda, Kenya ed Etiopia, per contrastare l’influenza di Khartoum. Con la deflagrazione del conflitto nella regione occidentale sudanese del Darfur (2003), collegato a sua volta al conflitto nel Sudan meridionale, anche i mass media e alcune organizzazioni non-governative statunitensi hanno concentrato la loro attenzione su ciò che stava accadendo in Sudan, provocando una grande partecipazione emotiva nell’opinione pubblica statunitense e occidentale[8].

L’appoggio ugandese e americano allo SPLAM e agli altri movimenti di opposizione sudanesi è stato decisivo per il loro successo politico-militare. È quindi lecito affermare che in quanto stato il Sud Sudan è in buona misura figlio dell’ingerenza degli Stati Uniti negli affari africani, i quali nel nome di interessi geostrategici (contrasto dell’influenza della Cina, principale acquirente del petrolio del Sudan) e della politica di interventismo umanitario ha sacrificato il consolidato principio della non-modificabilità delle frontiere africane, creando un precedente pericoloso per la stabilità politica del continente[9].

La Cina un temibile concorrente

La Repubblica del Sudan è tra i governi africani quello che ha maggiormente aperto i propri mercati e il proprio territorio alla Cina. Pechino ha ottenuto concessioni miliardarie per l’estrazione e lo sfruttamento del petrolio in particolare nel sud del paese dove sono concentrate le maggiori riserve petrolifere (circa i tre quarti). Inoltre in tutto il paese la Cina sta costruendo strade, dighe, ponti, e a Khartoum, la capitale, fioriscono cavalcavia, edifici, snodi autostradali, in gran parte realizzati da imprese cinesi. La Chinese National petroleum corporation (CNPC), compagnia petrolifera statale è attiva in Sudan dal 1996[10].

Questa apertura al concorrente cinese non è stata ovviamente gradita agli occidentali che hanno visto progressivamente mettere fuori gioco le proprie imprese multinazionali, di qui l’appoggio ai secessionisti del Sud.

La Cina rappresenta un concorrente pericoloso per le imprese occidentali stante la diversa strategia che utilizza nei rapporti con l’Africa fondata su tre pilastri “la narrazione su una storia condivisa, la creazione di un’alleanza internazionale e lo scambio commerciale”. Coerentemente alla sua strategia la Cina è riuscita a conquistare la fiducia di molti paesi africani, dimostrando di conseguire condizioni reciprocamente vantaggiose per mezzo di investimenti, scambi commerciali, aiuti, assistenza per l’agricoltura, ecc.

“La Cina offre all’Africa modalità di sviluppo e finanziamento alternative all’Occidente, senza interferenze nella politica interna e rispettosa della sovranità nazionale (contrariamente agli aiuti occidentali concessi in cambio di aggiustamenti strutturali talvolta dimostratisi disastrosi). Il modello cinese si concentra sui diritti economici, piuttosto che su quelli politici, sulla deregolamentazione graduale guidata dallo stato e ai fini di una maggiore concorrenza interna e, infine, sul contestuale impegno a investire nel settore pubblico, sotto forma di infrastrutture, sanità e istruzione Nel complesso si può concludere che nelle relazioni contemporanee tra Cina e Africa i benefici reciproci sembrano prevalere. L’Africa è riuscita ad esempio guadagnare tecnologia, prodotti, competenze, posti di lavoro e imprese” (cosi CeSEM, Centro studi “Eurasia-Mediterraneo”[11])

Il Sud Sudan, uno stato nato morto

Il  Sud Sudan occupa circa un quarto della superficie di quello che è oggi il Sudan e detiene circa tre quarti delle riserve di petrolio dell’intero paese. Tuttavia è uno stato che deve fare i conti con grossi limiti geografici e infrastrutturali: una nazione senza sbocchi al mare e con una rete di trasporti praticamente inesistente. Non solo, anche le infrastrutture per il trattamento e il transito del petrolio si trovano a Nord, e piani alternativi che prevedono la costruzione di un oleodotto che termini in Kenya, a Lamu, sono ancora in fase preliminare. Il paese inoltre neppure ha certezza dei propri confini, la cui delimitazione non è stata ancora concordata definitivamente. In particolare i due stati si contendono la regione di Abyei situata a cavallo dei loro confini e ricca di giacimenti petroliferi[12].

Il Sud Sudan ha quindi sancito la propria indipendenza in condizioni socio-economiche assai precarie, tanto che vi è il timore che il paese ben presto possa diventare uno stato fallito. 

In un articolo pubblicato l’8 gennaio 2011, Domenico Quirico, inviato de La Stampa, così descriveva la situazione del Sud Sudan alla vigilia dell’indipendenza: “Lo diventerà una capitale questa Juba di argilla, senza luce elettrica, senza condutture per l’acqua, senza fogne né strade, dove persino i pomodori sono importati...l’America, grande regista di questa nascita di una nazione non si è fatta spaventare da una rischiosa autodeterminazione affidata a elettori che escono dall’età della pietra...”

Dal conflitto Nord-Sud a quello interno nel Sud Sudan

I contrasti con il vicino del Nord per il petrolio si erano appena sopiti (i negoziati sul tracciato esatto del confine non sono però ancora conclusi), quando alla fine del 2013 sono sorti contrasti interni tra due fazioni (armate) del partito al potere nel Sud, l’una guidata dal presidente Salva Kiir, l’altra dal vicepresidente Riek Machar. Ne è nato un conflitto violento, che ha via via preso le pieghe di uno scontro etnico, visto che il presidente e i suoi seguaci sono in maggioranza di etnia dinka, mentre il gruppo facente capo a Machar è di etnia nuer. Per preservare i propri interessi i due contendenti hanno fatto leva sulle rispettive appartenenze etniche e regionali e così la distribuzione della ricchezza e l’accesso al potere politico ed economico sono stati ridefiniti sul calco di antiche divisioni[13].

Dopo una lunga e turbolenta mediazione internazionale sotto l'egida dell'IGAD-PLUS (una formazione rinforzata dell'IGAD che prevedeva la partecipazione di rappresentanti dell'Unione Africana, Stati Uniti, Regno Unito, Norvegia, Cina ed Unione Europea), le parti hanno firmato di malavoglia un accordo di pace nell'agosto 2015. Tuttavia gli scontri sono continuati sino al fragilissimo cessate il fuoco dichiarato nel luglio del 2016 ma ripetutamente violato[14].

Si teme quindi che la popolazione civile, già colpita pesantemente dalle conseguenze del conflitto, tra cui il recente conclamato stato di carestia, possa divenire sempre più oggetto di rappresaglie da parte di milizie che, come purtroppo spesso accade, non distinguono tra truppe combattenti e civili disarmati

Etnia o economia?

Nell’articolo “Etnia o economia? I nuovi conflitti in Africa nel caso del Sud Sudan”, presentato a conclusione del corso “Dal Peacekeeping al Peacebuilding: gestire i conflitti per costruire la pace” presso la Scuola di Aggiornamento e Alta Formazione “Giuseppe Arcaroli” di Roma e pubblicato nella rivista del Centro Studi Difesa Civile, Matteo Landricina (PhD) così spiega le ragioni che portano i commentatori occidentali a leggere i conflitti africani in chiave etnica:

"Con la svolta etnica che sembra avere preso il conflitto armato tra le due fazioni politico-militari dello SPLA la situazione in Sud Sudan è rientrata, dal punto di vista del racconto mediatico, nell’alveo, inquietante ma tutto sommato più “confortevole” per i media, dell’etnicismo. Inizialmente, quando nei mesi dopo l’indipendenza le milizie del neonato Sud Sudan si scontravano con l’esercito di Khartoum a causa delle dispute sulla linea di demarcazione del confine tra i due stati, non c’era altro modo di analizzare la problematica che dal punto di vista economico: i due paesi, rivali storici, si contendevano il controllo dei giacimenti di petrolio situati a cavallo della frontiera. L’interpretazione economicista dei conflitti africani tuttavia risulta sgradevole alle orecchie dell’opinione pubblica dei paesi industrializzati. Sapere che in paesi poverissimi, che sono stati in epoca moderna colonizzati dalle potenze imperialiste europee, le popolazioni civili soffrono a causa di scontri per il controllo di materie prime che vanno poi ad alimentare le economie dei paesi ricchi, può creare problemi di coscienza e sollevare critiche al modello vigente delle relazioni internazionali e dell’economia globale. È molto più “rassicurante” pensare alle guerre africane come a qualcosa dovuto ad odi innati, atavici, “etnici” per l’appunto, cioè legati ad ostilità tribali e di sangue che affondano le proprie radici in un passato pre-storico da cui l’Africa, continente dell’arretratezza per antonomasia, non si è a quanto pare mai liberato. Ragionare in questi termini libera i paesi industrializzati, ad Occidente ma anche ad Oriente, dalle proprie responsabilità" [15].

"Con ciò non si vuole affermare che l’odio che si scatena tra gruppi etnici, che magari hanno vissuto insieme per decenni o addirittura per secoli, non sia reale. La storia europea ci insegna che è relativamente facile per i dirigenti di un paese in difficoltà economica o politica istigare le masse ad odiare minoranze (o maggioranze) identificate per appartenenza etnico-razziale, culturale o sociale. È necessario però ricordare che l’etnicismo è principalmente uno strumento manipolativo in contesti di povertà diffusa e grandi disuguaglianze, oltre ad essere una chiave di lettura “facile” per i mass media internazionali, perché relegando i conflitti in questione nella sfera dell’irrazionale pre-moderno, libera le opinioni pubbliche dal compito sgradevole di riflettere sulle cause più profonde di tali dispute" (ibid).

gennaio 28, 2017

TERRORISMO. Che cos'è l'Isis? Come nasce, perché?. Le radici geopolitiche ed economiche. Un'analisi del prof. Franco Cardini



“Che cos’è l’Isis? Come nasce, perché? “ è il tema della relazione che il prof. Franco Cardini ha tenuto al Convegno Internazionale organizzato nel marzo dello scorso anno dall’Università di Bologna dal titolo “Comprendere e dialogare sulla paura del terrorismo e sulle trappole del pregiudizio”. Qui sotto il video della relazione.

Nella relazione vengono messe in evidenza le radici geopolitiche ed economiche che stanno alla base della nascita dell’organizzazione terroristica, nata come soggetto politico/militare destinato a scardinare il vecchio ordine e la divisione di tipo coloniale del Medio Oriente imposti dai vincitori della prima guerra mondiale sulle spoglie dell’Impero Ottomano (Accordo di Sykes-Picot)

Soggetto politico che si propone come Potere Islamico sull’Iraq e su quella che fu la Grande Siria.  Soggetto militare dotato di un esercito ben addestrato e inquadrato dagli ufficiali che gli occupanti USA estromisero da quello che era l’esercito di Saddam Hussein e che utilizza altresì il terrorismo come strumento di una “guerra asimmetrica”.


Il relatore punta inoltre il dito su quella che definisce la radice del male e cioè l’economia mondo, storicamente organizzata dalle potenze coloniali a proprio vantaggio sulla base di uno “scambio asimmetrico” e di cui oggi le popolazioni sfruttate stanno prendendo coscienza. Non manca a questo riguardo una citazione dell’enciclica "Laudato sì" “di Papa Francesco.



Leggi anche 


Per approfondire



mg

dicembre 30, 2016

MIGRAZIONI. Guerre e migrazioni. Di fronte a noi “caoslandia”. Un’analisi di Lucio Caracciolo.


In questo video Lucio Caracciolo, tra i più grandi esperti italiani di geopolitica, analizza con grande chiarezza i fenomeni sociali, demografici e ambientali che contribuiscono a generare i conflitti che portano alla decomposizione degli Stati in quella parte del “sud” del mondo che egli definisce “caoslandia”; fenomeni strutturali che producono i grandi movimenti migratori attualmente in corso con i quali dobbiamo abituarci a convivere. 




Fonte: Limes
Sul tema delle migrazioni vedi l'ultimo rapporto ACNUR del giugno 2016,

nonchè il nostro post sul rapporto ACNUR del giugno 2015.

Sul tema della guerra vedi il nostro post Africa e Medio Oriente, scenari di guerra.

mg

novembre 30, 2016

IRAN. Il poliedrico protagonismo delle donne. Scienziate, registe, scrittrici e... "centaure" alle gare di motocross.



Dalla rivoluzione Khomeinista  del 1979 la popolazione iraniana è praticamente raddoppiata raggiungendo oggi la cifra di 74 milioni. Ciò significa che due iraniani su tre sono giovani al di sotto dei 30 anni. L’85% di questi giovani ha studiato e in molti casi possiede un titolo di studio avanzato.

Frutto della trasformazione demografica è anche la massiccia presenza femminile nella società dove le donne hanno assunto ormai un ruolo da protagoniste.

Oggi il 66 per cento degli studenti universitari è costituito da donne e le donne sono presenti e operano in tutti i settori della società, nel mondo del lavoro (dirigono ospedali e giornali, lavorano come ingegneri dei cantieri di costruzione, sono a capo dei reparti femminili della polizia...), della cultura, dell’arte e, seppure ancora  limitatamente, della politica. All'aumento della partecipazione femminile ha contribuito il concetto del “chador lasciapassare”. Il chador non ha mai impedito il protagonismo delle donne in Iran, anzi.  Questa forma di abbigliamento dopo la rivoluzione del 1979 favorì l’emancipazione delle donne appartenenti alle classi popolari e rurali e agli ambienti tradizionalisti alle quali sarebbe stato vietato uscire di casa. Inoltre, durante la rivoluzione  molte donne progressiste cominciarono a farne uso come simbolo di protesta contro l’eccessiva occidentalizzazione del paese  voluta dallo scià Pahlavi che lo aveva proibito. Oggi a seconda della classe sociale e del livello culturale di appartenenza vi sono differenze nell'abbigliamento femminile: dallo chador ad uno spolverino con il foulard. 


Oggi in Iran ci sono circa 400 autrici e sono proprio le donne ad animare la sfera culturale della letteratura contemporanea.  A sottolinearlo è stata l'iranologa Bianca Maria Filippini nel corso di un seminario all'Iran Country Presentation alla Fiera di Roma.

Il 25% della produzione filmica iraniana è opera di donne contro un misero 4 per cento della realtà statunitense. Negli ultimi vent’anni il numero delle registe iraniane ha superato quello delle registe pro-capite degli altri paesi occidentali. Ne parla diffusamente Bianca Maria Filippini nella scheda “Il ruolo e l’immagine delle donne nel cinema iraniano” che si può leggere nel libro "Il protagonismo delle donne in terra d'Islam", recentemente pubblicato. L’autrice mette in rilievo la grande influenza che questo cinema al femminile ha nel creare una consapevolezza sulle questioni di genere. In particolare, per ciò che interessa l'aspetto di cui si dirà in seguito, si sofferma sul tema delle automobili che viene trattato da questo cinema al femminile (v. la regista Tahmineh Milani) come strumento di ribellione e come mezzo che può accelerare il cammino verso la libertà (fughe, inseguimenti, gare).


Oggi le donne in Iran guidano taxi, autobus, partecipano a campionati di corse automobilistiche e recentemente sono state ammesse a partecipare anche a gare di motocross, come ci informa Asia News nell'articolo che riportiamo qui sotto.

AsiaNewsLa Federazione dell’automobile e del motociclismo (Mafiri) della Repubblica islamica d’Iran ha aperto le porte ai centauri al femminile. Ora, infatti, anche le donne potranno partecipare alle gare di motocross, specialità - come molte competizioni motoristiche - finora riservate solo agli uomini. A suggellare la svolta è stato il presidente della Federazione sport motoristici iraniana Mahmoud Seydanlou, che ha presenziato a una esibizione di motocross tenuta nei giorni scorsi a Teheran e dedicata al solo “universo rosa”.
  
A margine della manifestazione Seydanlou ha sottolineato che la speranza è quella di “vedere donne iraniane partecipare al campionato nazionale”. Inoltre, questo primo passo potrebbe “aprire le porte del campionato mondiale” per le centaure iraniane con maggiore talento. 

“Vi è molto interesse - ha aggiunto il massimo dirigente degli sport motoristici della Repubblica islamica - da parte delle donne a partecipare a competizioni sportive. Per noi è motivo di soddisfazione compiere passi che permettano loro di praticare il loro sport preferito”. 
La gara evento di motocross al femminile ha avuto grande eco fra gli appassionati del settore del Paese. E ha catturato l’attenzione anche dei media mainstream che, di solito, sono restii a trasmettere competizioni in cui partecipano le donne. Tuttavia, la tv di Stato ha dedicato spazio alla giornata e celebrato le centaure che hanno affollato la pista e si sono sfidate a colpi di curve e salti. 

Fra le pioniere della competizione sulle due ruote al femminile vi è la 27enne Behnaz Shafiei, parte di un gruppo di giovani donne che - prime in assoluto - hanno ricevuto il permesso di fare pratica sui circuiti fuoripista. La giovane è anche la sola ad aver guidato bolidi su pista e aver praticato in modo professionale l’attività sportiva, sebbene finora in luoghi riservati. “Ci sono persone - aveva dichiarato in un’intervista al Guardian - che non credono una donna possa guidare una moto. Però in generale la gente è entusiasta e in gran parte orgogliosa” nel vederla guidare.

Inoltre, la giovane centauro rivendicava con forza la propria appartenenza alla Repubblica iraniana e, pur nutrendo il desiderio di partecipare a una gara, non avrebbe mai accettato di “andare all’estero” per competere: “Voglio rendere orgoglioso l’Iran, il mio Paese e mostrare che anche le donne iraniane possono praticare questo sport”.

mg

Per approfondire v. Felicetta Ferraro, "Una società in movimento"

Felicetta Ferraro è specializzata in studi storico-sociali sull’Iran. Ha insegnato storia dell’Iran presso IUO di Napoli ed è stata addetta culturale in Iran. Dirige la casa editrice “Ponte 33”, specializzata in letteratura contemporanea in Iran e Afghanistan. Ha vissuto in Iran a lungo in diversi periodi. È tra gli organizzatori del “Middle East Festival”.