ottobre 22, 2017
settembre 11, 2017
AFRICA. Un corpo vivo dalle vene aperte: il sistema della fatturazione mendace delle multinazionali.
In questo articolo, pubblicato su Avvenire e che qui
riportiamo, Francesco Gesualdi rende manifeste, con numeri alla mano, le
modalità con cui le multinazionali saccheggiano le ricchezze dell’Africa, il
continente più ricco e più affamato del mondo.
"Evocando lo «sbarco» di migliaia di africani sulle nostre coste, c’è chi non si fa scrupolo a definire l’Africa un parassita che vive alle spalle della nostra generosità. È davvero così? Uno studio pubblicato da Global Justice Now e da varie altre organizzazioni britanniche, sotto il titolo emblematico "Conti onesti 2017" (Honest Accounts 2017), dimostra che ancora oggi l’Africa elargisce al mondo più ricchezza di quanta ne riceva.
L’anomalia si nota fin dai primi numeri citati dal dossier: nel
2015 il continente ha ricevuto 31 miliardi di dollari per rimesse degli
emigranti, ma contemporaneamente ne ha persi 32 per espatrio di profitti da
parte delle imprese estere operanti sul suo territorio. Nello stesso anno, ha
ricevuto 19 miliardi di dollari come "aiuto allo sviluppo", ma ne ha
restituiti 18 per interessi su prestiti pregressi.
Gli
esborsi più gravosi, tuttavia sono quelli illegittimi. Ad esempio si stima che
tramite il sistema della fatturazione mendace, ogni anno le multinazionali
trasferiscano abusivamente 67 miliardi di dollari dall’Africa ai vari paradisi
fiscali.
Per non parlare del commercio illegale di legname, pesce e specie protette che
complessivamente procura al continente una perdita annua di 28 miliardi di
dollari. Per finire, il rapporto britannico inserisce fra le perdite altri 36
miliardi di dollari spesi per fronteggiare i cambiamenti climatici provocati
dai Paesi ricchi.
La
conclusione è che nel 2015 a fronte di introiti finanziari per 161 miliardi di
dollari, l’Africa ha avuto un esborso di 202 miliardi, risultando un creditore
netto per 42 miliardi di dollari. Ognuna delle pratiche abusive di spoliazione del continente ha
gravi ripercussioni sulla condizione economica e sociale delle popolazioni.
Ma una
delle forme più odiose è rappresentata dalla sotto-fatturazione dei beni
esportati,
perché provoca ammanchi importanti alle casse degli Stati di origine. Il
sistema, ampiamente collaudato, consiste nella vendita di minerali, petrolio o
derrate alimentari con una doppia
fatturazione. La prima, emessa dall’impresa produttrice verso una filiale
del gruppo localizzata in un paradiso fiscale, ha lo scopo di fare uscire
ricchezza dai Paesi di origine dichiarando prezzi inferiori a quelli reali, in
modo da pagare poche tasse e bassi diritti di estrazione. La seconda, emessa
dalla filiale collocata nel paradiso fiscale verso il cliente finale, ha lo
scopo di fatturare a prezzi reali e magari anche più alti in modo da trattenere
i guadagni dove c’è una bassa tassazione dei redditi.
A quanto ammonti il gettito fiscale perso dagli Stati africani a
causa della fatturazione mendace, nessuno lo sa di preciso, ma uno studio
condotto dall’istituto Global Financial Integrity relativo al 2008-2010 stima che la perdita complessiva
del periodo esaminato sia stata dell’ordine di 38 miliardi di dollari,
all’incirca il 2% della spesa pubblica dell’intero continente. Ma se possibile,
la situazione è anche peggiore.
Nel 2016, quando apparvero i documenti relativi a Panama, si
seppe che una sola multinazionale aveva sottratto alla Stato ugandese 404
milioni di dollari, due volte e mezzo ciò che il Paese spende ogni anno per la
sanità pubblica.
L’Africa è forse il continente più ricco del mondo per risorse
naturali. Solo per citare il caso della Repubblica Democratica del Congo, le
sue ricchezze minerarie sono stimate in 24mila miliardi di dollari. Ma l’Africa
è anche il continente con la maggiore incidenza di poveri, affamati, denutriti,
analfabeti. Semplicemente perché è un corpo vivo dalle vene aperte e
saccheggiate da poteri internazionali irresponsabili in accordo con altrettanto
irresponsabili élite locali.
Da tutto questo discende che, se vogliamo porre fine al caos
migratorio, non è con i migranti che dobbiamo prendercela, ma con chi in troppi
Paesi rende la vita così difficile da costringere alla migrazione forzata. Un
punto irrinunciabile è la lotta ai paradisi fiscali. La battaglia si può e si
deve vincere, ma per riuscirci, per prima cosa, dobbiamo smettere di scambiare
le vittime per i carnefici."
mg
Leggi anche nel nostro blog:
agosto 31, 2017
Vandana Shiva: la crescita economica crea povertà
Vandana Shiva è un’attivista politica e ambientalista indiana che si è
battuta per cambiare pratiche e paradigmi nell'agricoltura e
nell'alimentazione; si è occupata anche di questioni legate ai diritti sulla
proprietà intellettuale, alla biodiversità, alla bioetica, alle implicazioni
sociali, economiche e geopolitiche connesse all'uso di biotecnologie,
ingegneria genetica. È tra i principali leader dell'International Forum on
Globalization.
Vi proponiamo questo suo articolo pubblicato nel sito del Centro Studi Sereno Regis. Più sotto inseriamo anche il video del famoso discorso sul PIL tenuto nel marzo del 1968 da Robert Kennedy tre mesi prima di essere ucciso.
“Il PIL o
Prodotto Interno Lordo, è risultato essere il concetto dominante dei nostri
tempi. Tanto da ritenerlo il metro di misura del benessere delle nazioni. La crescita senza limiti, una
fantasia di economisti, uomini d’affari e politici, è invece vista come
sinonimo di progresso. Questo nonostante crei povertà attraverso la distruzione
sia della natura che della capacità di intere comunità di auto-sostentarsi. La
“crescita” ed il PIL si basano sulla creazione di un confine artificiale e
fittizio, assumendo che se consumi ciò che produci, allora non produci. In effetti, la “crescita” misura la
conversione della natura in denaro, e dei beni comuni in merci.
I sorprendenti cicli di rinnovamento della natura, come quello
dell’acqua, non sono visti come produttivi. Secondo il paradigma della
“crescita”, i contadini di tutto il
mondo, che forniscono il 72% del cibo, non producono, e le donne che svolgono
la maggior parte del lavoro non lavorano. Una
foresta vivente che cresce non contribuisce alla crescita, ma quando gli alberi
vengono uccisi, abbattuti e venduti come legname, allora abbiamo crescita. Società
e comunità sane non contribuiscono alla crescita, mentre la malattia crea la
crescita attraverso gli ospedali e le vendite di medicine brevettate.
L’acqua
disponibile come bene comune, condivisa liberamente e tutelata da tutti non
genera “crescita”, ma quando un’azienda produttrice di bibite gassate
crea piantagioni, estrae l’acqua e la mette in bottiglie di plastica, c’è
crescita economica. Eppure l’acqua estratta oltre le capacità della natura di
rinnovare e rigenerare crea carestie idriche, e le donne percorrono distanze
più lunghe alla ricerca di acqua potabile. Nel villaggio di Plachimada, in
Kerala, quando il cammino per l’acqua arrivò a 10km, Mylamma, una donna di una
tribù locale, disse “quando è troppo è troppo: non possiamo camminare di più.
Lo stabilimento della bibita gassata deve chiudere”. E il Movimento che le
donne attivarono portò alla chiusura dello stabilimento.
L’evoluzione ci ha
donato i semi, e quelli che i contadini hanno selezionato coltivato e
diversificato per secoli che sono alla base della produzione di cibo. I semi che si
rinnovano e moltiplicano autonomamente producono quelli per la stagione
successiva. Ciononostante il seme conservato e coltivato dal contadino è
considerato non contribuire alla crescita: crea e rinnova la vita, ma non
porta a un profitto. La crescita comincia quando il seme è geneticamente
modificato e brevettato, ai contadini è proibito conservare le sementi e sono
costretti ad acquistarne di nuove ogni stagione. La natura è impoverita e la
biodiversità erosa. I contadini sono impoveriti dato che i semi, da risorsa
libera e gratuita, sono trasformati in una merce brevettata. L’acquisto di
sementi ogni anno è una ricetta per il debito dei contadini più poveri
dell’India, e da quando i monopoli delle sementi sono stati creati, i debiti
dei contadini sono aumentati. In India, oltre 284.000 contadini caduti nella
trappola del debito si sono suicidati, da quando le sementi sono state
privatizzate e monopolizzate, nel 1995.
La privatizzazione dell’acqua, dell’elettricità, della sanità,
dell’istruzione genera crescita e profitti. Ma genera anche povertà, costringendo le
persone a spendere grandi somme di denaro per ciò che, come bene comune, era
invece disponibile e aveva costi accessibili. Quando ogni aspetto della vita è
commercializzato e mercificato, vivere diventa più caro, e la gente diventa più
povera.
Ecologia ed
economia hanno la stessa radice, “oikos”, che è il termine greco che indica
l’uso domestico, la casa, la famiglia. Fino a quando l’economia si concentrava
su questi aspetti, ha rispettato le loro basi poste sulle risorse naturali, sui
limiti del rinnovamento ecologico. Si concentrava sul soddisfare i bisogni
umani all’interno di questi limiti, e l’economia basata sulla casa e la
famiglia era incentrata sulle donne.
Oggi, l’economia è separata dai processi ecologici e si oppone
ai bisogni primari. Mentre la distruzione della natura è stata giustificata dalla
creazione di crescita, per la maggior parte delle persone la povertà e le
espropriazioni sono aumentate. Oltre ad essere insostenibile, ciò è
economicamente ingiusto. Pur essendo promosso come “sviluppo economico”, tutto
questo porta al sottosviluppo, e mentre prevede crescita minaccia la vita
stessa.
Il modello dominante dello “sviluppo economico” è in effetti
diventato contrario alla vita. Quando le economie sono misurate solo in termini di flussi di
denaro, infatti, le disuguaglianze crescono: i ricchi diventano più ricchi, i
poveri più poveri. E i ricchi possono essere tali in termini monetari, ma sono
anche poveri nel contesto più ampio di ciò che significa essere umani.
discorso sul PIL tenuto nel marzo del 1968 da Robert Kennedy tre mesi prima di essere ucciso
discorso sul PIL tenuto nel marzo del 1968 da Robert Kennedy tre mesi prima di essere ucciso
Ho assistito
più e più volte alla mercificazione delle risorse delle persone e alla
commercializzazione delle loro economie. E quando ciò accade, il flusso di
denaro dalla società aumenta, così come il deflusso dalla natura e dalle
persone verso gli interessi commerciali delle multinazionali. L’economia del
denaro cresce, ma l’economia della natura e quella delle persone si riducono.
La crescita della circolazione di denaro attraverso il PIL è
ormai completamente dissociata dal valore reale delle cose, ma coloro che
accumulano risorse finanziarie possono pretendere di contare sulle risorse
reali delle persone – le loro terre e acque, le loro foreste e sementi. Il
denaro “famelico” sta predando l’ultima goccia d’acqua e l’ultimo centimetro di
terra sul pianeta. Non è la fine della povertà, è la fine dei diritti umani e
della giustizia. Le persone sono diventate oggetti che si possono gettare via,
in un mondo in cui il denaro comanda e ha rimpiazzato i valori umani che avevano
portato alla sostenibilità, alla giustizia e alla dignità umana.
È per questo che nazioni come il Bhutan hanno adottato la
Felicità Nazionale Lorda invece del Prodotto Interno Lordo, come metro di
misura del proprio benessere. Persino economisti come Joseph Stiglitz e Amartya
Sen hanno ammesso che il PIL non coglie la condizione umana.
Abbiamo
bisogno di creare parametri che vadano oltre il PIL, economie che vadano oltre
il supermercato globale, che riscoprano la vera ricchezza e l’autentico
benessere. Abbiamo bisogno di ricordare che la vera moneta della vita è la vita
stessa”.
mg
luglio 31, 2017
TUNISIA. Approvata la legge integrale contro la violenza di genere
Il 26 luglio scorso il Parlamento Tunisino ha approvato all'unanimità la legge integrale contro la violenza di genere. Oggi il parlamento tunisino è composto dal 34% di donne.
Si tratta di 43 articoli destinati a contrastare ogni forma di violenza (fisica,
morale e sessuale) basata sul genere attraverso misure efficaci di prevenzione, punizione dei
colpevoli e protezione delle
vittime.
Sono previsti programmi di formazione per il personale
medico affinché sia in grado di riconoscere valutare e prevenire casi di
violenza. Sono altresì instaurati programmi specifici sul tema dell’uguaglianza
di genere nel settore dell’insegnamento per il corpo insegnante nelle scuole.
Si prevede la necessità di predisporre case rifugio e
servizi di sostegno legale e psicologico per le vittime di violenza.
La legge riconosce che il problema della violenza sussiste dentro e fuori le
mura domestiche. Le donne potranno chiedere protezione dalle violenze del
marito e dei familiari (ordini di restrizioni) come anche potranno sporgere
denuncia per molestie in luoghi pubblici. Con la nuova legge i
molestatori per la prima volta vengono multati.
Dopo un vero e proprio braccio di ferro tra progressisti e conservatori viene riscritto l’art. 227bis del codice penale che
prevedeva il matrimonio riparatore
cioè il “perdono” per gli stupratori in caso di matrimonio con la vittima.
Una norma questa dettata a salvaguardia dell’”onore
della famiglia” a cui le giovani difficilmente
riescono a sottrarsi in quanto la violenza è uno stigma e un disonore che
ricade sulla donna, non più vergine e destinata a restare nubile, anziché sul
maschio delinquente. Di fatto in virtù di tale norma i giudici e la famiglia
hanno sempre preferito "giungere a un accordo" col violentatore
per "evitare lo scandalo"
piuttosto che punire.
Una norma che codice penale marocchino ha provveduto
a cancellare già nel 2014, a seguito dello scalpore che suscitò nell'opinione pubblica la tragica morte
di Amina, la sedicenne che si suicidò dopo che fu data in sposa al suo stupratore.
In Italia il “matrimonio riparatore” fu abrogato
nel 1981.
Il nuovo articolo 227bis del codice
penale tunisino cancella il matrimonio riparatore e prevede per chi abbia
rapporti con una minore di 16 anni anche se consenziente la pena di 6 anni
di carcere.
L’età della maturità sessuale al di sopra della quale si riconosce la validità del consenso viene elevata da 13 a 16 anni.
mg
giugno 17, 2017
aprile 28, 2017
Progetto AISHA. Le donne musulmane contro la violenza e la discriminazione di genere.
Domenica 23 aprile Casa Africa ha organizzato ad Imperia un incontro con Progetto AISHA.
Si tratta di un progetto pilota,
unico in Italia, che vuole promuovere progetti gemelli sul
territorio nazionale.
Nel corso dell’incontro la relatrice, dott. Bianca Guarino, del
direttivo di Progetto Aisha, ha illustrato le ragioni per cui è nata
l’associazione, le sue finalità e come si articola la sua attività.
Perché un focus particolare sulle donne musulmane?
Le ragioni, ci spiega Progetto AISHA, sono molteplici e tra queste le più
rilevanti sono:
· "Barriere
linguistiche: incapacità di comunicare con immediatezza alle autorità
giudiziarie, forze dell’ordine e servizi sociali i disagi causati da qualunque
forma di violenza subita.
· Barriere
culturali: concezione differente dei ruoli afferiti agli enti giudiziari, alle
forze dell’ordine e i servizi sociali (paese d’origine vs Italia).
· Timore da parte
della vittima di non essere capita, compresa e considerata la sua appartenenza
culturale e religiosa.
· Retaggi
tradizionali: giustificazione da parte di alcune tradizioni delle violenze di
genere a causa di interpretazioni fuorvianti e obsolete rispetto alla garanzia
e la tutela dei diritti fondamentali del genere umano.
· Isolamento
sociale: assenza totale di contatti con l’esterno la cui causa la si può
ritrovare nei punti sopraindicati.
· Inoltre
riconosciamo in maniera del tutto trasversale che l’assenza di una rete sociale
è determinata da azioni da parte del partner, in una dimensione di coppia,
volte a sradicare qualunque forma di contatto tra la vittima e il mondo
esterno.
· Paura: timore
della diffamazione, disapprovazione sociale e stigmatizzazione. Rientra la
questione dei retaggi tradizionali e la considerazione e i valori attribuiti
alla figura della donna oltre la non conoscenza delle istituzioni territoriali,
garanti della tutela e la protezione delle donne"
Di fatto, come mette in rilievo Progetto AISHA, a causa dei fattori
sociali sopraindicati, le donne musulmane che non denunciano le violenze o la
loro discriminazione sono un numero significativo.
L’attività di Progetto AISHA è molto articolata e si svolge su diversi
livelli che tengono conto della specificità del vissuto delle donne musulmane.
1-
Sensibilizzazione, tra cui, in
particolare, va messa in rilievo:
· l’attività che vuole stimolare
un processo di riflessione interna alla comunità islamica riguardo il tema violenza
e discriminazione contro le donne, frutto di retaggi culturali e
interpretazioni estremiste che vanno contro i principi della tutela della
persona sanciti nella tradizione islamica.
2-
Formazione, tra cui, in
particolare, vanno messe in rilievo le seguenti iniziative:
- i corsi di formazione rivolti agli Imam e responsabili dei centri islamici per insegnare loro come riconoscere una violenza e/o discriminazione, come assistere chi ne è vittima, e come avviare le procedure di aiuto;
- i corsi di educazione all'affettività e al rispetto della parità di genere rivolti ai giovani;
- i
corsi che trattano gli elementi dottrinali che
rifiutano la violenza sulle donne e la loro discriminazione, individuando i
retaggi culturali o interpretazioni che invece giustificano la violenza e o la
discriminazione contro le donne;
3-
Assistenza e
prevenzione, tra cui, in particolare, segnaliamo:
- la formazione di mediatori linguistici e culturali destinati ai Centri o Enti che operano sul tema;
- la creazione di
uno o più punti di ascolto e
orientamento in strutture pubbliche e/o private e/o presso Centri Islamici
e moschee del territorio;
- la promozione di incontri rivolti ai genitori per sensibilizzare e prevenire i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali femminili grazie al contributo di Imam ed esperti del settore.
- la promozione di incontri rivolti ai genitori per sensibilizzare e prevenire i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali femminili grazie al contributo di Imam ed esperti del settore.
Tutte queste attività vengono svolte nell'ambito di
5 Dipartimenti:
Dipartimento Assistenza
Dipartimento salute e benessere
Dipartimento per l’empowerment / micro imprenditorialità
Dipartimento sensibilizzazione e prevenzione
Dipartimento Formazione
Vanno poste in rilievo le funzioni svolte dal dipartimento salute e benessere, destinato ad attivare interventi
mirati al fine di sviluppare nelle donne assistite una migliore gestione
cognitiva ed emotiva dei vissuti drammatici attraverso la cura e il sostegno psicologico
con percorsi di psicoterapia, arteterapia, e omeopatia.
Nonché quelle del dipartimento
per l’empowerment / micro imprenditorialità, finalizzato alla promozione e
realizzazione di percorsi per l’indipendenza economica femminile, veicolo
necessario contrastare e prevenire la violenza di genere e facilitare
l’integrazione sociale.
mg
marzo 31, 2017
PALESTINA. Nuovi insediamenti israeliani. Superata la linea rossa verso l'annessione della Cisgiordania da parte di Israele?
Attualmente, circa 621.000 coloni israeliani risiedono nei così detti insediamenti, costruiti in violazione del diritto internazionale nei territori
palestinesi occupati .
Si tratta di comunità di civili israeliani costruite all’interno
della Cisgiordania (in inglese West Bank, "la sponda occidentale") quindi su territori palestinesi secondo i confini tracciati nel 1967. Gli insediamenti si
trovano per lo più nell’ Area C della Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nei
territori siriani occupati del Golan. Il più grosso insediamento è Ariel, abitato
da circa 16 700 persone e che ospita un’università con circa 8.500 studenti.
Lo scorso 23 Dicembre, il Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite con la Risoluzione n. 2334, ha riaffermato lo status di territori
occupati per Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e dichiarato illegali le
colonie israeliane qui insediate.
Sorprendentemente, l’amministrazione Obama, allora in carica, non esercitò il proprio diritto di veto.
Sorprendentemente, l’amministrazione Obama, allora in carica, non esercitò il proprio diritto di veto.
Questa risoluzione potrebbe conferire ai palestinesi il
diritto di appellarsi alla Corte Penale Internazionale per violazione
del diritto internazionale umanitario e crimini di guerra ai sensi della Quarta convenzione di Ginevra del 1949, il cui art. 49
stabilisce che "La potenza occupante non potrà procedere alla deportazione
o al trasferimento di una parte della sua propria popolazione civile nel
territorio da essa occupato".
Dal 20 gennaio 2017, giorno
dell’inaugurazione della presidenza statunitense di Donald Trump, il governo
israeliano ha incrementato la politica degli insediamenti autorizzando la
costruzione di altri 6219 nuclei abitativi illegali, 719 dei quali a
Gerusalemme Est.
Poco più di un mese fa, il 6 Febbraio 2017, il parlamento ha poi votato una legge che consente al
governo di requisire terreni privati palestinesi e regolarizza
retroattivamente 4000 strutture costruite su tali terreni. Strutture che –
oltre ad essere, come si è detto, illegali per il diritto internazionale- erano
state considerate tali anche dalla stessa legge israeliana.
![]() |
| LIMES 2012 |
L’espropriazione di terre per edificarvi anelli di insediamenti rendono
sempre più difficile la vita dei palestinesi dato che interrompono la
continuità territoriale tra i loro quartieri. Agli insediamenti veri e
propri si aggiungono poi i terreni per le attività commerciali e agricole che vi gravitano
intorno e che
rischiano di incentivare nuovi espropri. Forte è inoltre la presenza militare e numerosi i checkpoint.
Le violazioni dei diritti umani connesse alla costruzione e
all’espansione degli insediamenti sono una caratteristica costante dei 50 anni
di occupazione israeliana della Cisgiordania e sono state denunciate anche di recente da Amnesty International: limitazioni arbitrarie al
movimento, demolizioni, trasferimenti forzati di comunità palestinesi,
restrizioni all’accesso dei palestinesi alle risorse naturali e attacchi
violenti e non contrastati dei coloni israeliani contro i palestinesi e le loro
proprietà.
A ciò si aggiunga la crescente povertà della popolazione araba e
l’incuria nella quale la municipalità mantiene i suoi quartieri, ai quali
assegna il 10% del budget benché vi risieda il 37% degli abitanti.
Le Nazioni Unite hanno definito questa legge il superamento della linea rossa verso l'annessione della Cisgiordania, mentre il nuovo
segretario generale Guterres ha parlato di “atto
fuorilegge” che viola il diritto internazionale.
I coloni israeliani scelgono di vivere negli insediamenti
per una serie di ragioni che vanno dai vantaggi economici e dagli incentivi
governativi, a motivazioni più ideologiche e religiose, come la convinzione che
Dio abbia destinato quella terra al popolo ebraico. Circostanza quest’ultima che
peraltro ha ricevuto puntuale smentita in recenti studi compiuti proprio da storici
e archeologi israeliani.
Sulla questione palestinese vedi anche, nel nostro blog:
mg
Iscriviti a:
Post (Atom)











