Filastin in arabo significa Palestina. Naji Al-Ali è uno dei
suoi figli e ancora bambino ha dovuto lasciarla per diventare profugo, come la
maggioranza del popolo palestinese, a causa dell’occupazione da parte dello
Stato di Israele dei territori della Palestina, la Nakba.
Filastin è la terra
in cui non ha potuto fare ritorno,
Nato in un villaggio della Galilea nel 1936 e cresciuto in
un campo profughi nel sud Libano, Naji Al-Ali è stato assassinato nel 1987 a
Londra da una mano a tutt'oggi rimasta ignota mentre sostava di fronte alla
sede del giornale per cui lavorava. A tre decenni di distanza il
controterrorismo della Metropolitan police ha riaperto l'inchiesta.
Naji Al-Ali è sicuramente uno dei vignettisti più importanti
della storia del mondo arabo e alla sua morte ha lasciato un’eredità di oltre
40mila vignette che gli attirarono addosso numerose minacce di morte. Ancora
oggi le sue opere sono tra le più conosciute in Palestina e in Medio Oriente. I
campi profughi dentro e fuori la Palestina sono tappezzati da murales che
ripropongono le sue vignette, atto di accusa contro l’occupazione israeliana ma
anche contro le complicità politiche dei leader arabi. Ilvolume pubblicato in Italia,“Filastin. L’arte di resistenza del
vignettista palestinese Naji Al-Ali”, ne raccoglie oltre 175.
Il suo personaggio più famoso, HANDALA, è una vera e propria
icona della resistenza palestinese.
Un profugo palestinese che una volta andato via dalla sua
terra ha smesso di crescere. Un bambino scalzo, mal vestito, con pochi peli in
testa e senza scarpe, con le mani incrociate dietro la schiena che Al-Alì ha
sempre voluto rappresentare di spalle senza mai offrire il suo volto in segno di sdegno nei
confronti di ciò che sta accadendo alla sua terra.
Al-Alidichiarò che Handala
avrebbe cominciato a crescere e si sarebbe girato solo quando il problema
palestinese si sarebbe risolto.
Maher Shawamreh è un palestinese di Ramallah, città
della Cisgiordania e capitale de facto dello Stato di Palestina. All’età
di 14 anni, giovane studente partecipò alla prima Intifadae trascorse
tre anni e mezzo (1989-1991) nelle prigioni israeliane. All'uscita continuò i suoi
studi diventando ingegnere elettrico e quindi
manager della compagnia elettrica municipale. Ma il suo bisogno di
libertà e la necessità di ritrovare la sua identità in una patria oppressa e
occupata lo portarono ben presto a scoprire la danza, per sentirsi parte dell’universo e superare i confini dell’oppressione e per comunicare attraverso il linguaggio universale dell’arte con tutte le culture del mondo. Come
lui stesso dice alla reporter Antonietta Chiodo nell 'intervistapubblicata nel
sito Pressenza.
Maher è così diventato un famoso ballerino, coreografo, maestro
di danza e direttore della scuola d’arte da lui stesso fondata.
Nel 1999 ha iniziato a fare qualche spettacolo in varie zone
della Palestina e in altri paesi, riuscendo a mantenersi con il lavoro svolto nella
compagnia elettrica municipale. Nel 2002, è entrato a far parte della
formazione "Ramallah contemporary dance group" e successivamente
della prestigiosa compagnia di danza "El Founoun". Gruppi che a partire dagli anni ottanta del
secolo scorso vogliono recuperare la tradizione palestinese della danzae le pratiche di danza andate perse dopo
l’evento traumatico della Nakba. La "catastrofe" che nel 1948 determinò l’espropriazione degli abitanti delle loro terre, la distruzione di
541 villaggi e 11 cittadine, l’esilio forzato di centinaia di migliaia di palestinesi e distrusse la società palestinese, le sue culture e la sua identità.
Nel 2009 Maher ha infine fondato ad Al Bireh, città adiacente a Ramallah, il suo teatro, l"Orient & dance theatre", dando vita a numerosi progetti culturali, tra cui una
scuola di ballo, una scuola per la danza contemporanea e un campo estivo in cui
bambini e adolescenti imparano la danza moderna e la cultura teatrale. Per Maher
promuovere l’arte tra i bambini e gli adolescenti è un investimento fondamentale
per la società palestinese.
Ma all"Orient & dance theatre" non si insegna
solo la danza. Quando ha iniziato il suo progetto Maher poteva solo permettersi
di affittare un vecchio edificio abbandonato, ma i costi per i mobili e le
apparecchiature superavano di gran lunga le sue disponibilità. E’ stato così
che con l'aiuto dei suoi amici ha iniziato a raccogliere mobili scartati e a
trasformarli e arricchirli di colori. Oggi, le sale prova e il palco
dell'Orient & Dance Theatre sono attrezzati con mobili e oggetti di scena
riciclati. Questa esperienza è stata all’origine di una vera e propria "accademia del riciclaggio" dove i giovani allievi imparano ad abbellire gli spazi
pubblici di Ramallah contribuendo ad aumentare la qualità della vita in città e
a rafforzare il senso di appartenenza e di responsabilità sociale della
comunità.
La
notizia di un’imminente missione italiana militare in Nigercon lo scopo di combattere il
traffico di migranti e il terrorismo, annunciata ufficialmente dal presidente
del Consiglio Paolo Gentiloni al termine del G5 Sahel di Parigi (l’incontro tra i cinque paesi del
Sahel: Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania e Niger e i capi di stato di
Francia, Germania e Italia) fa accendere i riflettori su quella che è l’attuale
politica dell’UE in questa zona strategica del continente africano e sugli interessi che tale politica cela.
Nell’articolo “In Niger l’UE si traveste da benefattrice
per non fare il lavoro sporco”, pubblicato nel n.11/17 di Limes, Andrea De Gregorio (Ispi Associate Research Fellow su terrorismo nel Shael), spiega come la pletora dei c.d. aiuti ‘allo sviluppo’ erogati al Niger,
abbia in realtà come vero obiettivo quello bloccare i migranti e accaparrarsi
le risorse di questo paese. “Se il
binomio minaccia terroristica globale-gestione dei flussi migratori funge da
pretesto per la crescente
militarizzazione del Niger”, afferma De Gregorio, “gli interessi nascosti di alcune
potenze mondiali qui impegnate sembrano invece rappresentare mire di natura neo-coloniale. Sfruttamento delle risorse locali (uranio, gas naturale,
oro e diamanti, n.r.d.) e creazione di basi militari per il controllo di vasti
territori strategici sono i veri pilastri della «corsa al Niger», una partita
diventata negli ultimi mesi decisiva nella ridefinizione delle sfere
d’influenza nel Sahel e, più in generale, nell’intera Africa occidentale.La pressione della Cinae di altri nuovi attori regionali, quali Sudafrica e India,
sta spingendo le potenze occidentali a un rinnovato impegno militare e
diplomatico in Niger...”. Francia, Stati Uniti e
Germania sono gli attori principali e l’Italia non vuole
rimanere indietro.
Limes, n.11/2017
Il Niger figura fra gli Stati che sono considerati beneficiari “prioritari” degli aiuti “allo
sviluppo” stanziati dal Fondo Fiduciario di Emergenza per l’Africa (EUTF).
Tale Fondo, istituito nell’ottobre
2015 in occasione del vertice euro-africano tenutosi a La Valletta con l’obiettivo di finanziare con rapidità
iniziative per «affrontare le cause profonde delle migrazioni irregolari»,
ammonta ad a 2,8 miliardi di euro di cui l’80% è preso dall’European Development Fund (FES), il fondo
principale per gli aiuti europei allo sviluppo il quale vede conseguentemente
ridotte le sue capacità d’azione nel lungo
periodo.
Sviamento di
fondi
In tal modo quest’ultimo fondo, che per la legge europea dovrebbe
essere deputato alla lotta alla povertà e allo sviluppo sostenibile per affrontare sfide di tipo
strutturale e di lungo periodo dei Paesi
africani, viene usato per un intento sostanzialmente politico, quello di porre
un freno al fenomeno migratorio nel breve
periodo. Ciò che avviene attraverso una vera e
propria militarizzazione del paese che, in ultima analisi, appare destinata al controllo del territorio e delle risorse.
Questo denaro, infatti, va a finire per la fornitura di attrezzature
militari, la formazione di forze di polizia, l’istituzione di centri di
detenzione per migranti e sistemi per la raccolta di dati biometrici, anziché per
scuole, acqua potabile, assistenza sanitaria, etc.
Di fatto – come denuncia un rapporto di Global Health Advocates-
alcuni paesi hanno aumentato il proprio bilancio per la
sicurezza e la difesa, a discapito di investimenti in settori chiave come
istruzione e salute. In Niger il Fondo Monetario Internazionale ha registrato
che nel 2015, quando è stata approvata, sotto pressione dei partner europei, una legge ad hoc sulla lotta al traffico
di migranti sono stati tagliati i fondi per la
salute e l’educazione e dirottati sulle politiche di sicurezza.
La piaga
della corruzione: corrotti e corruttori
Una deviazione di fondi quella attuata dal Fondo Fiduciario di Emergenza fortemente criticata dal Parlamento Europeo che ne ha denunciata la poca trasparenza e ha inoltre messo in guardia
circa l'invio di denaro verso Stati autoritari e corrotti.
Durante la conferenza ad alto livello "per un Nuovo Partenariato con l'Africa", organizzata dal Parlamento europeo il 22
novembre scorso ad una settimana dal quinto Vertice Africa–Ue di Abidjan, il
filantropo multimiliardario sudanese Mohammed ‘Mo’ Ibrahim ha messo il dito nella
piaga della corruzione. “Noi africani -ha detto- siamo consapevoli delle nostre
responsabilità. Sappiamo che questa è la nostra battaglia, ma da parte vostra
abbiamo bisogno di più trasparenza. Un
politico africano di certo non si corrompe da solo, no?” (v.p.es. il caso"uranium-gate" che ha coinvolto Areva). Ha quindi
spiegato che se l’Europa non si decide a combattere l’esistenza dei paradisi
fiscali dove i governanti africani nascondono i propri soldi e i casi di corruzione di quegli stessi governanti da
parte dei “businessman europei”, un partenariato tra
Europa e Africa è praticamente inutile. Nonostante le più buone intenzioni.
Una forma di
neocolonialismo
Il
rapporto di monitoraggio sul Fondo Fiduciario d’Emergenza per l’Africa
pubblicato quest’anno da CINI (Coordinamento Italiano NGO Internazionali) e CONCORD (Network delle ONG in Europa per lo
sviluppo e l’emergenza) mette in rilievo quali sono i punti critici della gestione del Fondo che viene per lo più attuata secondo una tipica logica neocoloniale. Ciò a conferma della reale finalità del Fondo, destinato a soddisfare più gli interessi europei che a combattere la povertà dei paesi africani. Infatti, si legge nel rapporto:
“I progetti (finanziati
dal Fondo n.r.d.) sono ideati
direttamente dagli Stati membri e a Bruxelles, riflettendo le priorità nazionali europee.
Il processo di selezione non è trasparente e soggetto a
pressioni da parte degli Stati membri, che spingono per l’ammissione a finanziamento
dei propri progetti.
I fondi ritornano quindi negli Stati e nelle loro agenzie
di attuazione.
Inoltre, spesso, soprattutto nelle fasi iniziali, diversi
progetti possono risultare lontani dai
bisogni locali e privi di una visione a tutto tondo.
Gli attori
locali sono raramente consultati, e comunque questo avviene solo quando le decisioni sono già state prese”
Effetti distorsivi in termini di sviluppo
Il risultato di tale gestione, conclude il rapporto citando i casi studio sulla Libia e sul Niger, è che la politica dell’EUTF,
contestata oltretutto dalla maggioranza delle organizzazioni della
società civile africane, può generare gravi effetti avversi in termini di
sviluppo, di tutela dei diritti umani e della stessa gestione delle migrazioni. I
progetti, essendo frutto delle priorità politiche dei paesi europei, rischiano di alimentare governi
inadeguati, di incoraggiare attività di contrabbando e traffico di esseri umani
più rischiose per i migranti, di facilitare le politiche di detenzione e
violazione dei diritti umani, di limitare l’impatto economico positivo della
migrazione regolare e di impedire ai rifugiati di accedere alla protezione di
cui hanno bisogno.
Nell'articolo che qui pubblichiamo, l' ASGI, Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, spiega le ragioni per cui l'Italia va considerata, oltre che moralmente e politicamente, giuridicamenteresponsabile dei respingimenti messi in atto dalle autorità libiche nel Mediterraneo verso la Libia dove i migranti sono sottoposti a detenzione e torture.
Si tratta di una forma di esternalizzazione delle frontieree cioè dell'appalto alle autorità libiche del controllo delle nostre frontiere e delle politiche di respingimento, attuato in aperta violazione di norme imperative di diritto internazionale. Violazione per cui L'Italia è già stata condannata in passato dalla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU), organo giurisdizionale del Consiglio d'Europa(organizzazione estranea all'Unione Europea e da con confondere con il Consiglio Europeo).
Ecco il testo dell'articolo:
"Quanto accaduto il 6 novembre nel Mediterraneo centraleconferma l’idea già sostenuta dall’Asgi in tante altre occasioni: la Guardia Costiera libica e le autorità libiche non sono interlocutori affidabili, né tanto meno hanno la possibilità o la volontà di effettuare operazioni di ricerca e salvataggio con le attrezzature fornite dall’Italia. Essi costituiscono, invece, lo strumento cui Italia e Ue hanno appaltato le politiche di respingimento dei migranti che cercano di raggiungere l’Europa.
E’ importante sottolineare che l’episodio si inserisce all’interno del coordinamento da parte del Comando Generale di Guardia Costiera italiano di una operazione di ricerca e salvataggio, evidentemente gestita senza il rispetto e le precauzioni della Convenzione di Amburgo del 1979.
Inoltre, tutti sanno che i migranti che si imbarcano in condizioni così precarie lo fanno per necessità, cercano di trovare rifugio da violenze e condizioni degradanti che subiscono in Libia e prima ancora nei loro paesi: tale circostanza è stata ancheaccertata recentemente dalla Corte di Assise di Milano. Ciononostante è proprio in Libia che essi sono respinti per essere nuovamente sottoposti a detenzione ed a torture, nonostante le autorità italiane abbiano positiva e diretta conoscenza delle torture e delle violazioni dei diritti delle persone ai quali sono sottoposti i migranti nei centri di detenzione in Libia.
E’ importante sottolineare, peraltro, che ciò avviene esclusivamente grazie ed in esecuzione del finanziamento e dei mezzi, anche navali, forniti dall’Italia alla Libia in esecuzione dell’accordo stipulatolo scorso 2 febbraio dal governo Gentiloni con Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj; dunque per attuare uno dei tanti accordi e partenariati stipulati dall’Italia, spesso senza alcun controllo parlamentare ed in spregio all’art. 80 Cost., con governi dittatoriali o istituzioni fantoccio (tra i quali anche il Sudan, il Niger, l’Afghanistan, la Turchia), totalmente incapaci di garantire l’incolumità e i diritti delle persone.
Lo stesso Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha chiesto al governo italiano,con nota del 28 settembre scorso, chiarimenti in merito a tali respingimenti e alla natura dell’accordo con la Libia:la risposta del Ministro dell’interno italiano, On.le Minniti (per il quale non è l’Italia a respingere le persone, ma la Libia) risulta essere sostanzialmente vuota e certamente irrispettosa a fronte della conoscenza delle reali politiche di delega, aiuto e supporto dell’Italia alla Libia e al contemporaneo ostacolo posto alle attività di ricerca e salvataggio in mare da parte delle ONG operanti nel Mediterraneo centrale.
Occorre, dunque, certamente ricordare le responsabilità della Libia in quanto occorso. Al contempo, tuttavia, occorre sottolineare la responsabilità dell’Italia e dell’Unione Europea per quanto avvenuto il 6 novembre o in occasioni similari, perché tali eventi si generano solo grazie alla delega delle attività di respingimento da loro fornita alla Libia, al loro coordinamento pratico, alle loro politiche, alla fornitura di mezzi finanziari e risorse strumentali, dunque grazie all’aiuto e al sostegno alla commissione di crimini da parte della Libia o di altri regimi non democratici.
La responsabilità dell’Italia per la violazione (tra gli altri) degli artt. 3, 5, 8 e 13 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, del principio di non refoulement e di numerose norme di diritto internazionale anche a tutela dei rifugiati non è solo morale e politica, ma altresì giuridica, derivando dalla violazione della Costituzione italiana e dalla normativa internazionale sulla responsabilità degli Stati nella violazione del diritto internazionale (cfr. art. 16 del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati).
Diviene dunque improcrastinabile e necessario attuare una seria revisione della politica in materia di immigrazione che ponga quale prioritaria l’esigenza di tutelare la vita e la dignità delle persone.
Per fare questo l’Unione Europea e l’Italia devono, quantomeno:
Rivedere le politiche di chiusura delle frontiere dell’Unione, perché ciò costringe le persone nelle mani di trafficanti senza scrupoli, eassicurare il principio di libertà di circolazione delle persone, consentendo l’ingresso delle persone straniere in Italia in condizioni di sicurezza e garantendo un idoneo titolo di soggiorno temporaneo in vista della possibile integrazione sociale e lavorativa e, solo a seguito di un ragionevole periodo di tempo, prevedere la possibilità di revocarlo o non rinnovarlo dando luogo alle politiche di rimpatrio;
Disdettare accordi e partenariati con Stati (o loro presunti rappresentanti) che non garantiscano i diritti umani e non siano firmatari delle principali convenzioni internazionali in materia. Italia ed Ue non devono delegare l’uso della forza e di trattamenti inumani a tali Stati o a compagini straniere al fine di limitare o impedire il diritto di una persona o un richiedente asilo di lasciare un certo paese per accedere agli ordinamenti democratici europei;
Abbandonare l’utilizzo di forze marittime o militari armate straniereper limitare o impedire il diritto di lasciare un certo paese da parte di migranti e richiedenti asilo. Non fornire assistenza a paesi africani o di altre regioni che impediscono alle persone di lasciare i loro paesi di nazionalità o di residenza abituale o, comunque, a paesi i cui regimi non siano democratici;
Abbandonare definitivamente l’ideadi potere definire alcun paese come “sicuro”a meno che tale paese : a) preveda nella sua legislazione e nella
prassi la possibilità di riconoscere lo status di rifugiato o uno status ad esso
equivalente secondo quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati
del 1951 e dal Protocollo del 1967; b) garantisca un regime giuridico e
procedurale tale da escludersi la possibilità che un migrante non sia
rimpatriato in un paese che sia o sia stato recentemente scenario di conflitti
armati e violenza indiscriminata nei confronti dei civili, nonché ove vi siano
seri rischi di violazione dei diritti umani fondamentali, o la loro vita o la
loro libertà potrebbero essere posti in pericolo, anche a seguito di
persecuzioni, torture o trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti; c) riconosca, assicuri e protegga il diritto
al lavoro dei rifugiati e delle persone a esse assimilate, sia pur con permessi
temporanei; d) riconosca, assicuri e protegga il diritto
alla salute e all’istruzione e fornisca l’accesso ai servizi sociali delle
stesse persone, in condizioni di parità con i propri cittadini; e) riconosca, assicuri e protegga le libertà
fondamentali e la sicurezza delle stesse persone.
Contribuire alla riforma del Regolamento Dublino, perfezionando il testo approvato dalla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento Europeo, che riforma profondamente il Regolamento n. 604/2013.
In ogni caso al fine di contrastare l’attuale politica italiana ed europea che arma e sostiene le autorità libiche e liberticide, l’ASGI ha articolato una serie di iniziative anche giudiziarie tra cui la notifica di un ricorso al Tribunale Amministrativo del Lazio contro il Ministero degli Affari Esteri e del Ministero dell’Interno, di cui si darà completa notizia la prossima settimana, quando il ricorso sarà depositato presso l’autorità giudiziaria".
Testo originale: ASGI Leggi anche: su Internazionale:Perché l’accordo tra l’Italia e la Libia sui migranti è sotto accusa.
In questo articolo, pubblicato su Avvenire e che qui
riportiamo, Francesco Gesualdi rende manifeste, con numeri alla mano, le
modalità con cui le multinazionali saccheggiano le ricchezze dell’Africa, il
continente più ricco e più affamato del mondo.
"Evocando lo «sbarco» di migliaia di africani sulle nostre coste,
c’è chi non si fa scrupolo a definire l’Africa un parassita che vive alle spalle della nostra
generosità. È davvero così? Uno studio pubblicato da Global Justice Now e da varie altre organizzazioni
britanniche, sotto il titolo emblematico "Conti onesti 2017" (Honest Accounts 2017), dimostra che ancora oggi l’Africa
elargisce al mondo più ricchezza di quanta ne riceva.
L’anomalia si nota fin dai primi numeri citati dal dossier: nel
2015 il continente ha ricevuto 31 miliardi di dollari per rimesse degli
emigranti, ma contemporaneamente ne ha persi 32 per espatrio di profitti da
parte delle imprese estere operanti sul suo territorio. Nello stesso anno, ha
ricevuto 19 miliardi di dollari come "aiuto allo sviluppo", ma ne ha
restituiti 18 per interessi su prestiti pregressi.
Gli
esborsi più gravosi, tuttavia sono quelli illegittimi. Ad esempio si stima che
tramite il sistema della fatturazione mendace, ogni anno le multinazionali
trasferiscano abusivamente 67 miliardi di dollari dall’Africa ai vari paradisi
fiscali.
Per non parlare del commercio illegale di legname, pesce e specie protette che
complessivamente procura al continente una perdita annua di 28 miliardi di
dollari. Per finire, il rapporto britannico inserisce fra le perdite altri 36
miliardi di dollari spesi per fronteggiare i cambiamenti climatici provocati
dai Paesi ricchi.
La
conclusione è che nel 2015 a fronte di introiti finanziari per 161 miliardi di
dollari, l’Africa ha avuto un esborso di 202 miliardi, risultando un creditore
netto per 42 miliardi di dollari. Ognuna delle pratiche abusive di spoliazione del continente ha
gravi ripercussioni sulla condizione economica e sociale delle popolazioni.
Ma una
delle forme più odiose è rappresentata dalla sotto-fatturazione dei beni
esportati,
perché provoca ammanchi importanti alle casse degli Stati di origine. Il
sistema, ampiamente collaudato, consiste nella vendita di minerali, petrolio o
derrate alimentari con una doppia
fatturazione. La prima, emessa dall’impresa produttrice verso una filiale
del gruppo localizzata in un paradiso fiscale, ha lo scopo di fare uscire
ricchezza dai Paesi di origine dichiarando prezzi inferiori a quelli reali, in
modo da pagare poche tasse e bassi diritti di estrazione. La seconda, emessa
dalla filiale collocata nel paradiso fiscale verso il cliente finale, ha lo
scopo di fatturare a prezzi reali e magari anche più alti in modo da trattenere
i guadagni dove c’è una bassa tassazione dei redditi.
A quanto ammonti il gettito fiscale perso dagli Stati africani a
causa della fatturazione mendace, nessuno lo sa di preciso, ma uno studio
condotto dall’istituto Global Financial Integrityrelativo al 2008-2010 stima che la perdita complessiva
del periodo esaminato sia stata dell’ordine di 38 miliardi di dollari,
all’incirca il 2% della spesa pubblica dell’intero continente. Ma se possibile,
la situazione è anche peggiore.
Nel 2016, quando apparvero i documenti relativi a Panama, si
seppe che una sola multinazionale aveva sottratto alla Stato ugandese 404
milioni di dollari, due volte e mezzo ciò che il Paese spende ogni anno per la
sanità pubblica.
L’Africa è forse il continente più ricco del mondo per risorse
naturali. Solo per citare il caso della Repubblica Democratica del Congo, le
sue ricchezze minerarie sono stimate in 24mila miliardi di dollari. Ma l’Africa
è anche il continente con la maggiore incidenza di poveri, affamati, denutriti,
analfabeti. Semplicemente perché è un corpo vivo dalle vene aperte e
saccheggiate da poteri internazionali irresponsabili in accordo con altrettanto
irresponsabili élite locali.
Da tutto questo discende che, se vogliamo porre fine al caos
migratorio, non è con i migranti che dobbiamo prendercela, ma con chi in troppi
Paesi rende la vita così difficile da costringere alla migrazione forzata. Un
punto irrinunciabile è la lotta ai paradisi fiscali. La battaglia si può e si
deve vincere, ma per riuscirci, per prima cosa, dobbiamo smettere di scambiare
le vittime per i carnefici."
Vandana Shiva è un’attivista politica e ambientalista indiana che si è
battuta per cambiare pratiche e paradigmi nell'agricoltura e
nell'alimentazione; si è occupata anche di questioni legate ai diritti sulla
proprietà intellettuale, alla biodiversità, alla bioetica, alle implicazioni
sociali, economiche e geopolitiche connesse all'uso di biotecnologie,
ingegneria genetica. È tra i principali leader dell'International Forum on
Globalization.
Vi proponiamo questo suo articolo pubblicato nel sito del Centro Studi Sereno Regis. Più sotto inseriamo anche il video del famoso discorso sul PIL tenuto nel marzo del 1968 da Robert Kennedy tre mesi prima di essere ucciso.
“Il PIL o
Prodotto Interno Lordo, è risultato essere il concetto dominante dei nostri
tempi. Tanto da ritenerlo il metro di misura del benessere delle nazioni. La crescita senza limiti, una
fantasia di economisti, uomini d’affari e politici, è invece vista come
sinonimo di progresso. Questo nonostante crei povertà attraverso la distruzione
sia della natura che della capacità di intere comunità di auto-sostentarsi. La
“crescita” ed il PIL si basano sulla creazione di un confine artificiale e
fittizio, assumendo che se consumi ciò che produci, allora non produci. In effetti, la “crescita” misura la
conversione della natura in denaro, e dei beni comuni in merci.
I sorprendenti cicli di rinnovamento della natura, come quello
dell’acqua, non sono visti come produttivi. Secondo il paradigma della
“crescita”, i contadini di tutto il
mondo, che forniscono il 72% del cibo, non producono, e le donne che svolgono
la maggior parte del lavoro non lavorano. Una
foresta vivente che cresce non contribuisce alla crescita, ma quando gli alberi
vengono uccisi, abbattuti e venduti come legname, allora abbiamo crescita. Società
e comunità sane non contribuiscono alla crescita, mentre la malattia crea la
crescita attraverso gli ospedali e le vendite di medicine brevettate.
L’acqua
disponibile come bene comune, condivisa liberamente e tutelata da tutti non
genera “crescita”, ma quando un’azienda produttrice di bibite gassate
crea piantagioni, estrae l’acqua e la mette in bottiglie di plastica, c’è
crescita economica. Eppure l’acqua estratta oltre le capacità della natura di
rinnovare e rigenerare crea carestie idriche, e le donne percorrono distanze
più lunghe alla ricerca di acqua potabile. Nel villaggio di Plachimada, in
Kerala, quando il cammino per l’acqua arrivò a 10km, Mylamma, una donna di una
tribù locale, disse “quando è troppo è troppo: non possiamo camminare di più.
Lo stabilimento della bibita gassata deve chiudere”. E il Movimento che le
donne attivarono portò alla chiusura dello stabilimento.
L’evoluzione ci ha
donato i semi, e quelli che i contadini hanno selezionatocoltivato e
diversificato per secoli che sono alla base della produzione di cibo. I semi che si
rinnovano e moltiplicano autonomamente producono quelli per la stagione
successiva. Ciononostante il seme conservato e coltivato dal contadino è
considerato non contribuire alla crescita: crea e rinnova la vita, ma non
porta a un profitto. La crescita comincia quando il seme è geneticamente
modificato e brevettato, ai contadini è proibito conservare le sementi e sono
costretti ad acquistarne di nuove ogni stagione. La natura è impoverita e la
biodiversità erosa. I contadini sono impoveriti dato che i semi, da risorsa
libera e gratuita, sono trasformati in una merce brevettata. L’acquisto di
sementi ogni anno è una ricetta per il debito dei contadini più poveri
dell’India, e da quando i monopoli delle sementi sono stati creati, i debiti
dei contadini sono aumentati. In India, oltre 284.000 contadini caduti nella
trappola del debito si sono suicidati, da quando le sementi sono state
privatizzate e monopolizzate, nel 1995.
La privatizzazione dell’acqua, dell’elettricità, della sanità,
dell’istruzione genera crescita e profitti. Ma genera anche povertà, costringendo le
persone a spendere grandi somme di denaro per ciò che, come bene comune, era
invece disponibile e aveva costi accessibili. Quando ogni aspetto della vita è
commercializzato e mercificato, vivere diventa più caro, e la gente diventa più
povera.
Ecologia ed
economia hanno la stessa radice, “oikos”, che è il termine greco che indica
l’uso domestico, la casa, la famiglia. Fino a quando l’economia si concentrava
su questi aspetti, ha rispettato le loro basi poste sulle risorse naturali, sui
limiti del rinnovamento ecologico. Si concentrava sul soddisfare i bisogni
umani all’interno di questi limiti, e l’economia basata sulla casa e la
famiglia era incentrata sulle donne.
Oggi, l’economia è separata dai processi ecologici e si oppone
ai bisogni primari. Mentre la distruzione della natura è stata giustificata dalla
creazione di crescita, per la maggior parte delle persone la povertà e le
espropriazioni sono aumentate. Oltre ad essere insostenibile, ciò è
economicamente ingiusto. Pur essendo promosso come “sviluppo economico”, tutto
questo porta al sottosviluppo, e mentre prevede crescita minaccia la vita
stessa.
Il modello dominante dello “sviluppo economico” è in effetti
diventato contrario alla vita. Quando le economie sono misurate solo in termini di flussi di
denaro, infatti, le disuguaglianze crescono: i ricchi diventano più ricchi, i
poveri più poveri. E i ricchi possono essere tali in termini monetari, ma sono
anche poveri nel contesto più ampio di ciò che significa essere umani. discorso sul PIL tenuto nel marzo del 1968 da Robert Kennedy tre mesi prima di essere ucciso
La domanda di risorse dell’attuale modello economico porta anche
alla guerra per le risorse: guerre per il petrolio, guerre per l’acqua, guerre per il
cibo. Ci sono tre livelli di violenza nello sviluppo non-sostenibile: il primo
è la violenza contro la Terra, che è espresso attraverso la crisi ecologica; il
secondo è la violenza contro le persone, espresso attraverso la povertà, la
miseria e le dislocazioni; il terzo è la violenza della guerra, dato che i
potenti si accaparrano le risorse di altre nazioni più deboli a causa del loro
illimitato appetito e della loro smania di crescita illimitata.
Ho assistito
più e più volte alla mercificazione delle risorse delle persone e alla
commercializzazione delle loro economie. E quando ciò accade, il flusso di
denaro dalla società aumenta, così come il deflusso dalla natura e dalle
persone verso gli interessi commerciali delle multinazionali. L’economia del
denaro cresce, ma l’economia della natura e quella delle persone si riducono.
La crescita della circolazione di denaro attraverso il PIL è
ormai completamente dissociata dal valore reale delle cose, ma coloro che
accumulano risorse finanziarie possono pretendere di contare sulle risorse
reali delle persone – le loro terre e acque, le loro foreste e sementi. Il
denaro “famelico” sta predando l’ultima goccia d’acqua e l’ultimo centimetro di
terra sul pianeta. Non è la fine della povertà, è la fine dei diritti umani e
della giustizia. Le persone sono diventate oggetti che si possono gettare via,
in un mondo in cui il denaro comanda e ha rimpiazzato i valori umani che avevano
portato alla sostenibilità, alla giustizia e alla dignità umana.
È per questo che nazioni come il Bhutan hanno adottato la
Felicità Nazionale Lorda invece del Prodotto Interno Lordo, come metro di
misura del proprio benessere. Persino economisti come Joseph Stiglitz e Amartya
Sen hanno ammesso che il PIL non coglie la condizione umana.
Abbiamo
bisogno di creare parametri che vadano oltre il PIL, economie che vadano oltre
il supermercato globale, che riscoprano la vera ricchezza e l’autentico
benessere. Abbiamo bisogno di ricordare che la vera moneta della vita è la vita
stessa”.