Il 12 febbraio scorso le donne egiziane hanno celebrato la
campagna internazionale “Protesta globale contro il terrorismo sessuale esercitato sulle
manifestanti egiziane”.
Questo evento costituisce l’epilogo di una serie di mobilitazioni
e proteste organizzate da collettivi di donne e organizzazioni dei diritti
umani, nonché dall’ONU, per denunciare le sistematiche molestie sessuali che
soffrono le donne egiziane che partecipano alle manifestazioni.
L’ondata di sdegno che questi abusi hanno prodotto dopo la
diffusione delle numerose testimonianze fatte attraverso i media e il web e le denunce da parte delle vittime, ha
creato una rete di solidarietà tanto nei paesi arabi come a livello
internazionale. Diversi collettivi di donne e attivisti dei diritti umani hanno
così sincronizzato una manifestazione internazionale di protesta davanti
alle ambasciate egiziane dei rispettivi paesi.
A partire dall’inizio della rivoluzione egiziana il fenomeno
delle molestie sessuali è cresciuto notevolmente
fino a diventare un fenomeno sociale allarmante. Le violenze si verificano in
piena luce del giorno, negli agglomerati di popolazione delle manifestazioni e con
la partecipazione di gruppi di molestatori che circondano la loro vittima
infliggendole ogni tipo di vessazione.
Le associazioni di donne e dei diritti umani hanno allertato
del pericolo che rappresenta questo comportamento sempre più aggressivo e
violento nei confronti della donna e hanno denunciato il silenzio e la complicità delle autorità e degli agenti di polizia che
giungono ad incolpare le stesse donne delle violenze subite.
Negli ultimi anni grazie alla lotta delle donne e dei
movimenti femminili e dei diritti umani è stato possibile rompere il tabù che la violenza sessuale rappresenta. La violenza sessuale è diventata così un argomento di pubblico dibattito trattato in
diversi ambiti e perfino sullo schermo, come nel film "Cairo 678", basato sulla storia reale di tre donne vittime di
violenza sessuale.
Awatef Ketiti,
giornalista tunisina e attualmente docente presso il dipartimento di
Comunicazione Audiovisiva dell’Università di Valencia (Spagna), sottolinea che “La violenza sistematica contro le donne nel
mondo arabo di oggi dopo le rivoluzioni in forma di molestie sessuali, abusi,
aggressioni, fisiche e verbali, sia in pubblico che privato, è senza dubbio il continuum
della violenza esercitata da tutte quelle forze reazionarie che non hanno mai
accettato le conquiste e i diritti-minimi che le donne hanno raggiunto negli
ultimi 50 anni (diritto all'istruzione, al lavoro, voto, ecc.). La violenza e
l'intimidazione esercitata sulle donne nelle manifestazioni in molti paesi
della primavera araba è una strategia deliberata per terrorizzare le donne,
escluderle dalla partecipazione politica e costringerle a rimanere a casa…Non
ci sarà libertà, né democrazia, né cambiamento sociale nel mondo arabo fino a
quando le donne non otterranno il riconoscimento autentico e completo della loro
cittadinanza”lasvocesdelmundo.com
Lamaera una
bimba di cinqueanni, figlia di una donna egiziana
immigrata in Arabia Saudita da oltre 25anni e dello sceiccoFayhan al-Ghamdi,
predicatore e ospite abituale di trasmissioni tv sull’islam. Dopo il divorzio dei genitori viene affidata al padre.
La storia inizia nel dicembre del 2011 quando la bambina viene trasportata
nell’ospedale di Riad col cranio fracassato, le costole rotte, lividi e
bruciature su tutto il corpo e segni di stupro. Il 22 ottobre 2012, dopo una
lunga agonia, Lama muore. (v. la notizia su mailonline; bbc.news.world-middle-east;
arabpress.eu;saudiwoman)
L’assassino, reo confesso, è il padre chegiustifica il suo orrendo crimine affermando
che la bimba non era più vergine e di averla voluta punire per il “reato di
fornicazione”.
E’una storia orrenda, ma l'orrore non finisce col calvario e con la
morte di Lama. Prosegue di fronte all’impunità
del suo carnefice. Lo sceicco e predicatore Fayhan al-Ghamdi viene infatti condannato a
soli 4 mesi di prigione e al pagamento di una multa (circa 36.000€) da pagare
alla mamma della bambina: il così detto ”prezzo del sangue”.
Non si tratta di un errore giudiziario. Il verdetto non è che l'applicazione della normativa saudita che riconosce al MALE GUARDIAN - l’uomo guardiano-, generalmente un marito e un
padre, pieni diritti sulle donne della propria famiglia.
Secondo Suhalia Zainalabdeen, membro della National Society for
Human Rights, in tutta la sua carriera c’è stato un solo caso in cui un padre è
stato severamente punito per aver torturato ed ucciso sua figlia. Aggiunge che questa indulgenza viene estesa anche a quelli che uccidono le loro
mogli. Ha fornito un paio di esempi. Uno in cui un marito ha sgozzato la moglie
mentre stava allattando i loro figli ed è stato condannato ad appena 5 anni di
carcere. Un altro in cui ha legato la moglie alla sua auto e l’ha trascinata per
strada fino ad ucciderla. Ha ottenuto solo 12 anni di prigione.
Un assistente sociale che ha dodici anni di esperienza nel campo
ha descritto cosa avviene quando una donna subisce violenza: si rivolge alla
polizia che a quel punto chiama la Commission for the Promotion of Virtue and
Prevention of Vice (CPVPV) e il male guardian, che nella maggioranza dei casi è
proprio l’abusatore. La donna si trova così circondata da poliziotti, religiosi
e dal suo abusatore: lo scopo di quell’incontro è di “riconciliare” la donna e
il suo guardiano. Se la donna si rifiuta di lasciare la stazione di polizia col
suo guardiano, solo a quel punto vengono allertati i servizi sociali e viene
offerta protezione alla vittima. Non ci sono casi registrati in cui gli
abusatori siano stati condannati per aver abusato delle loro figlie o delle loro
mogli. La cosa peggiore che può succedergli è una breve detenzione per un
interrogatorio o l’obbligo di firmare una dichiarazione in cui ci si impegna a
non commettere più quei reati.
A denunciare l’accaduto e a chiedere diritti e giustizia per le
donne saudite sono insorti i movimenti
femminili e in particolarel'associazione delle donne saudite (saudiwoman). La saudita Manal
Al-Sharif esponente di spicco dell’associazione ha lanciato su Twitter una
campagna a favore di una normativa che criminalizzi la violenza contro donne e
bambini con l’hashtag “Ana Lama” (in
arabo, “io sono Lama”).
Nessuna nota di protesta è invece arrivata
dagli Stati Uniti, la cui battaglia in difesa dei diritti umani si ferma
evidentemente alle frontiere dell’Arabia Saudita, suo storico e fedele alleato. mg
Il decreto reale di re Abdullah, pubblicato l’11 gennaio
scorso, ha stabilito che d’ora in avanti il 20%dei 150componenti della Shura
saranno donne. Si tratta di un Consiglio Consultivo i cui membri sono designati
ogni quattro anni dal re. L'organismo non ha poteri legislativi ma può
solo sottoporre proposte di legge al monarca, che è l'unico ad avere il potere
di legiferare. Può inoltre esprimere pareri su questioni, anche di politica estera,
sottoposte dal re, dare interpretazioni delle leggi e convocare i ministri per avere spiegazioni
sulla loro politica.
La forma di governo dell'Arabia Saudita è la monarchia assoluta, governata dai
discendenti del sultano del Najd, ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd (Dinastia Saudita) chenel 1924-1925, con l’appoggio britannico, mosse
alla conquista del Hijaz assicurandosi il controllo dei luoghi santi della Mecca,
e nel 1927 ottenne dalla Gran Bretagna l’indipendenza del regno (Trattato di
Jedda). La scoperta nel 1938 di ingenti giacimenti petroliferi nel Najd, sfruttati grazie ai capitali e ai tecnici
americani, ha reso l’Arabia Saudita il principale produttore di greggio. L’Arabia
saudita è ancora oggi il principale alleato mediorientale degli Stati Uniti. Enciclopedia Treccani.it (Dizionario-di-Storia).
Nel paese non esistono elezioni parlamentari né esistono
partiti politici. Le leggi fondamentali del Regno si basano su quella islamica,
Sharīʿa. Tuttavia re Abdullah
bin Abdul Aziz, definito un cauto progressista, nel 2005 ha introdotto le elezioni municipali (l'unico
tipo di elezioni permesse), e nel settembre del 2011 ha annunciato che le donne
(forse) potranno votare e addirittura candidarsi a quelle del 2015 osservarioiraq
Il vento della primavera araba lambisce l'inaccessibile Arabia Saudita. Nel 2011 un gruppo di 60 intellettuali lanciò una mobilitazione
in Rete, per boicottare le elezioni allora in corso, dopo che il Majlis al
Shura, l'Assemblea consultiva che propone riforme al re, raccomandò di autorizzare
il voto alle donne, ma non di farle candidare alle elezioni locali.
Il 17 giugno 2011 si tenne la prima giornata nazionale di
protesta contro il divieto alla guida, capeggiata dalla giovane
attivista Manal al-Sharif,
fondatrice del movimento “Women to
Drive” divenuto poi parte della più ampia iniziativa “My Right to Dignity”.
Il
dicembre scorso il Ministero del
Commercio e dell’Industria ha permesso la registrazione all’Ufficio di Gestione
dei servizi pubblici di donne saudita. Anche
questo rappresenta un passo avanti in un paese dove sono numerosele donne imprenditrici con lauree e
specializzazioni in ingegneria, business legale e altro, ma a cui non viene data la
possibilità di esercitare tali professioni arabpress.eu.
Nel maggio del 2010 il re e il
principe Sultan si sono fatti fotografare insieme a quaranta donne partecipanti
al National Dialogue Forum, quasi tutte a volto scoperto. Secondo Siraj
Wahab, un caporedattore di Arab News, “molte persone dicono che la foto
è un messaggio simbolico alla nazione, che è venuto il momento per le donne di
essere riconosciute”asianews.
A smuovere le acque stagnanti della società saudita ha
contribuito anche la componente femminile della famiglia reale
tra cui, in particolare, la giovane figlia del re Adila, nota per il suo
impegno per i diritti delle donne contro le violenze domestiche, nonché alcune
ricche e potenti donne saudite come l’imprenditrice Khood al Dukheil o Lubna
Olayan a capo di una grande banca unimondo.org
L’ingresso delle donne in politica è un passaggio molto
importante in un Paese in cui le donne non possono ancora viaggiare, lavorare o
subire interventi medici senza il permesso formale di un maschio di famiglia ed
alle quali è vietato guidare l'automobile.
Tuttavia Human Rights Watch denuncia che il decreto del re, al di
là dell'apertura alle donne, non cambia nulla, in un Paese dove la monarchia
assoluta non è stata scalfita dalla Giornata dellaCollera, duramente repressa
e poi messa a tacere con una manovra economica da 15 miliardi di dollari che ha ignorato del tutto la transizione richiesta verso la monarchia costituzionale lettera43.it .
Il
17 dicembre 2010 il tunisino Mohammed Bouazizi, venditore ambulante di Sidi
Bouzid, si dava fuoco per chiedere dignità e protestare contro la polizia corrotta
del dittatore tunisino Ben Ali che gli aveva sequestrato la merce. Quel gesto
portò in strada migliaia e migliaia di persone in tutta la Tunisia dando inizio
alla cosiddetta Primavera araba, l’insieme di proteste e rivolte che hanno
sconvolto il mondo arabo e che in pochi mesi hanno fatto cadere dittature
decennali in Egitto, Libia, Yemen e Tunisia. Rivolte dai percorsi accidentati e
dagli esiti ancora incerti, strette come sono tra genuine manifestazioni di
popolo che chiedono libertà e giustizia e le strategie di potenze straniere. Rivolte
sanguinose che ancora proseguono contro i regimi del Bahrain e della Siria.
"Con o senza primavere, è però sul
corpo delle donne che si combatte la vera battaglia di libertà. E sebbene ad
innescare le rivolte sia stato un uomo - il venditore ambulante Mohamed
Bouazizi - la vera rivoluzione sarà sicuramente al femminile". Viaggio nel Maghreb delle donne
Quasi tutte le Rivolte arabe hanno infatti un volto femminile, le grida delle donne si sono alzate nelle piazze del
Bahrain, dello Yemen, dell’Egitto, della Libia e della Tunisia. Le donne sono scese
a migliaia nelle strade con ruoli diversi e su tutti i fronti: come dottori e
infermiere hanno soccorso i feriti, hanno guidato cortei, cantato gli inni e i
canti di liberazione, fronteggiato le forze militari, sfidato il coprifuoco
imposto dalle autorità, affrontato i gas lacrimogeni, infine sono state
arrestate, talvolta violentate e perfino uccise.
Oltre ad essere in
prima linea nelle piazze le donne sono diventate anche protagoniste
della comunicazione. Tramite l’uso dei nuovi media hanno fornito un apporto fondamentale alla
informazione e alla controinformazione. Le bloggers hanno rappresentato uno
strumento per costruire movimenti, reti di movimenti e chiamare alla
mobilitazione in difesa dello Stato di diritto e dei diritti delle donne come
paradigma di cambiamento e di risveglio democratico. Le donne arabe hanno
così preso le redini dell’informazione on-line, della gestione dei blog e di
Facebook, che hanno reso possibile la diffusione a livello mondiale delle
notizie sulla Primavera araba, in chiave pienamente femminile.
Estremamente significativa è l’iniziativa
che quattro attiviste arabe, Diala
Haidar e Yalda Younes (libanesi), Farah Barqawi (palestinese) e Sally Zohney
(egiziana), hanno lanciato il primo ottobre 2011 aprendo su Facebook la pagina
The uprising of women in the Arab world, con cui si prefiggono di far conoscere
“la rivolta delle donne arabe” e i problemi che queste devono affrontare nei
loro Paesi ancora soggiogati dal potere degli uomini. Seguendo lo slogan
“Together for fearless, free & independent women in the arab world”, le
blogger invitano le persone a inviare una propria foto realizzata tenendo in
mano un cartello con il messaggio “Io sono con la rivolta delle donne del mondo
arabo perché…” per comunicare e diffondere il proprio sostegno alla loro lotta.
Sono davvero tante le avanguardie
dell’attivismo femminile diventate motore di cambiamento per l’intera
società araba, tra queste vanno ricordate:
Asmaa Mahfouz - Egitto
E' la giovane donna che ha favorito
l'inizio della rivoluzione in Egitto. In prima linea all’interno del movimento giovanile egiziano, di fronte alla fortissima repressione del regime nei confronti della stampa decise di utilizzare le piattaforme multimediali di Facebook, Twitter e Youtube per sostenere le manifestazioni di protesta del suo paese, facendole conoscere così anche al mondo occidentale e spiegandone le ragioni censurate dal regime. In un video diffuso alla vigilia
della rivoluzione, Asmaa chiamava alla mobilitazione popolare con queste parole:
This
is a summary what Ms. Asma Mahfouz is saying on "I'm making this video to
give you one simple message. We want to go down to Tahrir Square on January 25
. If we still have honor and we want to live in dignity on this land, we have
to go down on January 25… Whoever says it's not worth it because there will
only be a handful of people, I want to tell him you are the reason behind this,
and you are a traitor just like the president or any security cop who beats us
in the streets. Your presence with us will make a difference, a big difference!
""Sto facendo questo video per darvi un messaggio semplice. Vogliamo
scendere in piazza Tahrir il 25 gennaio. Se abbiamo ancora l'onore e vogliamo
vivere in dignità su questa terra, dobbiamo andare in piazza, il 25 gennaio ...
A chi dice che non ne vale la pena perché ci sarà solo una manciata di persone,
voglio dirgli: tu sei la causa di ciò, tu sei un traditore, proprio come il
presidente o un poliziotto della sicurezza che ci batte per le strade. La tua
presenza con noi può fare la differenza, una grande differenza! "www.asmamahfouz.com
Israa
Abdel Fattah - Egitto
Attivista e bloggerè stata tra i fondatori delMovimento 6 aprile che riunisce giovani contestatori del regime di Mubarak.Un movimento nato su Facebook, ma che
è presto passato dalla realtà virtuale alla strada attraverso continui appelli
alla mobilitazione popolare. Invitata allaVII Assemblea per la democrazia(14-17
ottobre 2012) tenutasi in Perù ha così evidenziato gli obiettivi
per raggiungere una vera democrazia in Egitto."Abbiamo bisogno di una
Costituzione per tutti gli egiziani che rappresenti la diversità del nostro paese,
abbiamo bisogno, attraverso di essa, di avere la vera libertà e la democrazia
per tutti e che la gente conosca il valore di questa costituzione”. Attualmente
Israa continua la sua lotta in difesa dei diritti delle donne e afferma:
“Purtroppo i diritti delle donne non sono contemplati nella costituzione
attuale per cui dobbiamo continuare a lavorare a questo scopo, abbiamo bisogno
di cambiare le mentalità, migliorare l’educazione e i mezzi di comunicazione”
Bothaina
Kamel - Egitto
Giornalista
televisiva Il suo è un volto molto noto in Egitto, è stata per anni la presentatrice
di uno dei tg più seguiti ma ha subito varie censure per la sua continua
opposizione al regime di Mubarak. Si
è candidata alla presidenza dell'Egitto del dopo Mubarak ciò cheha suscitato molte polemiche da parte dell'opinione
pubblica, ma lei motiva la sua scelta “Penso che la mia
candidatura non sia assolutamente una provocazione, è tempo per le donne di
mirare anche alle cariche più alte e dunque alla presidenza.”
Lina Ben Mhenni - Tunisia
con il suo blog Tunisian girl(da cui è nato un libro edito in Italia) ha denunciato abusi, contestato prepotenze e coordinato azioni di protesta fino a conquistarsi un ruolo di pericolosa dissidente già a 27 anni. Il suo attivismo sul web l'ha portata alla nomina a Premio Nobel per la Pace.
Le donne Tunisine sono state in prima linea nella battaglia, poi vinta, contro la riforma della costituzione proposta dall’ala fondamentalista del partito islamico-conservatore al governo, Ennahda, che stabiliva il principio di "complementarietà" della donna rispetto all’uomo pretendendo in tal modo di cancellare l'impianto normativo esistente nella legislazione tunisina fondato sulla parità di genere e di cui la Tunisia vanta un primato nel mondo arabo fin dall’epoca di Habib Bourguiba.
Tawakkol Karman – Yemen
Nel 2011 ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per “la sua battaglia
non violenta per la sicurezza delle donne e per il loro diritto a partecipare
alla costruzione della pace”. Durante
le sommosse popolari nello Yemen Tawakkul Karman ha organizzato
raduni di studenti nella capitale yemenita, ha guidato gli scontri contro il dittatore
ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ (poi dimessosi il 27.02.2012) ed è stata più volte
arrestata. E’tra le componenti di spicco del partito di
opposizione Al-Islah
(Congregazione Yemenita per la Riforma, affiliata ai Fratelli musulmani, e che
dal 2002 fa parte dei Joint Meeting Parties, coalizione formata da partiti di
opposizione, tra cui il Partito Socialista Yemenita e altri tre minori, per
chiedere riforme, meno corruzione, e un governo più democratico). Nel 2005 ha creato
il gruppo Ṣaḥafiyyāt bilā quyūd (Giornaliste senza catene) per difendere in prima istanza la
libertà di pensiero e d'espressione.
Razan Zaitouneh – Siria
vincitrice del prestigioso Premio Anna Politkovskaya 2011,
istituito nel 2007 dall'organizzazione RAR in WAR (Reach All Women in War) e
destinato a una difensora dei diritti umani impegnata dalla parte delle vittime
nelle zone di conflitto. Zaitouneh, 34 anni, giornalista e avvocata impegnata
in favore dei diritti umani dal 2001, è stata tra le protagoniste delle prime
manifestazioni contro il governo siriano prima di essere costretta a entrare in
clandestinità per evitare l'arresto e la tortura. Ha monitorato e denunciato,
per conto dei Comitati di coordinamento locali, le violazioni dei diritti umani
perpetrate dalle forze di sicurezza siriane. Suo marito, Wa'el Hammada, è stato
arrestato il 30 aprile 2011 ed è stato rilasciato il 1° agosto successivo dopo mesi di
torture, in attesa del processo.
Razan Gazzawi - Siria
dal 2009, anima il blog razaniyyat e dalle pagine del suo
blog ha più volte denunciato la repressione nel suo paese ad opera del
governo siriano. Più volte arrestata oggi è costretta a nascondersi, mentre il
marito e il fratello minore sono stati arrestati.
Nasrin
Sotoudeh - Iran
avvocata, combatte da sempre contro le
ingiustizie del regime del suo Paese, difendendo politici dell’opposizione e
attivisti incarcerati, nonché i condannati a morte e le donne ingiustamente
detenute. Dal 2010 è in carcere per scontare una condanna di 6 anni con
l’accusa di propaganda contro il sistema e cospirazione volta a minare la
sicurezza dello Stato. Recentemente è stata ricordata dalle cronache
internazionali per lo sciopero della fame che ha iniziato dopo che le è stato
imposto di poter vedere i propri figli solo dietro una vetrata. Firma l'appello di Amnesty International
Amina
Megheirbi – Libia
Eletta in parlamento alle ultime
elezioni con The National Force Alliance è una delle le donne impegnate oggi in politica che la Libia ha visto crescere in modo esponenziale dopo la caduta del regime
di Gheddafi. I seggi conquistati in parlamento dalle donne sono stati il 16,5%,
un risultato straordinario se si considera l’eredità del regime durato più di
40 anni durante i quali le donne hanno sperimentato un grande isolamento e un
ruolo di esclusione. Amina è professora associata presso l’Università di Bengasi,
ha co-fondato il Centro Libico per la Democrazia e lo Stato di Diritto ed è
membro della Piattaforma delle Donne Libiche per la Pace (LWPP) e del movimento Voce delle Donne Libiche VLW
Una decisione storica e densa di importanti conseguenze sul
piano della politica e del diritto internazionale
quella con cui l’Assemblea Generale ha votato ieri l’ammissione alle Nazioni
Unite della Palestina come Stato osservatore approvando il progetto di risoluzione che le era stato presentato da numerosi Stati, per lo più facenti
parte del così detto sud del mondo (Afghanistan,
Algeria, Argentina, Bahrain, Bangladesh, Bolivia, Brazil, Brunei Darussalam,
Chile, China, Comoros, Cuba, Democratic People’s Republic of Korea, Djibouti,
Ecuador, Egypt, Guinea-Bissau, Guyana, Iceland, India, Indonesia, Iraq, Jordan,
Kazakhstan, Kenya, Kuwait, Lao People’s Democratic Republic, Lebanon, Libya,
Madagascar, Malaysia, Maldives, Mali, Mauritania, Morocco, Namibia, Nicaragua,
Nigeria, Oman, Pakistan, Peru, Qatar, Saint Vincent and the Grenadines, Saudi
Arabia, Senegal, Seychelles, Sierra Leone, Somalia, South Africa, Sudan,
Tajikistan, Tunisia, Turkey, United Arab Emirates, Uruguay, Venezuela
(Bolivarian Republic of), Yemen, Zimbabwe and Palestine).
Schiacciante la maggioranza dei paesi che hanno votato a favore. Stati Uniti e Israele isolati.
La risoluzione (A/RES/67/19) è stata adottata con una schiacciante maggioranza: 138 gli Stati (asiatici, africani, sudamericani, europei) che hanno votato a favore su 193 facenti parte dell’ONU, tra questi 15 paesi dell’Unione Europea a 27, tra cui i paesi rivieraschi di Italia, Francia e Spagna; contrari solo 9 Stati (Stati Uniti, Israele, Canada, Repubblica Ceca, Isole Marshall, gli Stati federati di Micronesia, Nauru, Panama, Palau); 41 gli astenuti tra cui Germania e Gran Bretagna (vedi nel dettaglio i risultati delle votazioni). Ciò mette in luce un cambiamento dei rapporti di forza nella politica internazionale dopo la fine delle dittature neo-coloniali spazzate via delle rivoluzioni arabe, e dopo l’affacciarsi in tutto il Sudamerica di nuove formazioni politiche che si sono affrancate dallo storico predominio nordamericano.
Perché semplice Stato
osservatore e non Stato membro a pieno titolo?
Poiché ai sensi dell’art. 4 della Carta istitutiva delle Nazioni Unitel’ammissione di uno Stato come membro da parte dell’Assemblea Generale
avviene solo su proposta del Consiglio di Sicurezza, presupposto quest’ultimo per
il momento non realizzabile stante la posizione assunta dagli Stati Uniti che oggi
hanno votato contro la risoluzione e che nel Consiglio di Sicurezza vantano
(insieme a Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, cioè le cinque potenze uscite
vincitrici della seconda guerra mondiale), come è noto, il diritto di veto.
Peraltro, nella risoluzione approvata oggi l’Assemblea Generale
esprime l'auspicio che il Consiglio di Sicurezza voglia considerare
favorevolmente la domanda già presentata da parte dello Stato della Palestina
per l'ammissione come membro a pieno titolo delle Nazioni Unite (vedi sotto il
punto 3)
Importante il
contenuto della risoluzione: Palestina Stato indipendente e sovrano, Israele paese
occupante.
Il testo della risoluzione contiene affermazioni di notevole
importanza sul piano del diritto internazionale anche per le conseguenze che ne
possono scaturire: riconosce la Palestina come Stato indipendente e sovrano,
ribadisce il suo diritto all’integrità
territoriale, qualifica Israele come paese occupante e sottolinea la
necessità che quest’ultima si ritiri dai territori occupati e cessi tutte le
attività di colonizzazione.
Questi al riguardo i punti salienti della risoluzione (v. il
testo integrale in inglese e spagnolo)
“L’Assemblea Generale
(…omissis)
·Riaffermando
il principio, sancito dalla Carta, della inammissibilità
dell'acquisizione di territori con la forza;
·Riaffermando
anche le sue risoluzioni 43/176 del 15 dicembre 1988 e 66/17 del 30 novembre
2011 e tutte le risoluzioni pertinenti in merito alla soluzione pacifica della
questione palestinese le quali, tra l'altro, sottolineano la necessità del ritiro di Israele dai territori
palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, la realizzazione
dei diritti inalienabili del popolo palestinese, in primo luogo il diritto
all'autodeterminazione e il diritto al suo Stato indipendente, una giusta
soluzione del problema dei profughi palestinesi in conformità con la
risoluzione 194 ( III) dell'11 dicembre 1948 e la completa cessazione di tutte le attività di colonizzazione
israeliana nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est;
·Ribadendo
la sua risoluzione 58/292 del 6 maggio 2004, affermando, tra l'altro, chelo
stato del territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est,
rimane uno stato di occupazione militare e che, in conformità del diritto
internazionale e delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, il popolo
palestinese ha diritto all'autodeterminazione e alla sovranità sul suo
territorio;
(…omissis)
1.Ribadisce il diritto del
popolo palestinese all'autodeterminazione e all'indipendenza nel suo Stato di
Palestina nel territorio palestinese occupato dal 1967;
2.Decide
di accordare alla Palestina lo status di Stato osservatore non membro presso le
Nazioni Unite, fatti salvi i diritti acquisiti, i privilegi e il ruolo
dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina nelle Nazioni Unite in
qualità di rappresentante del popolo palestinese, in conformità delle
pertinenti risoluzioni ;
3.Esprime l'auspicio che il
Consiglio di Sicurezza voglia considerare favorevolmente la domanda presentata
il 23 settembre 2011 da parte dello Stato della Palestina per l'ammissione a
pieno titolo delle Nazioni Unite.
4.Afferma
la sua determinazione a contribuire alla realizzazione dei diritti inalienabili
del popolo palestinese e al raggiungimento di una soluzione pacifica in Medio
Oriente che ponga fine all'occupazione iniziata nel 1967 e che renda
possibile la visione di due Stati: con uno Stato di Palestina indipendente,
sovrano, democratico, transitabile e contiguo che
coesista in pace e sicurezza la fianco di Israele sulla base dei confini
precedenti al 1967;
5.(…omissis)
6.Esorta
tutti gli Stati, le agenzie specializzate e le organizzazioni del sistema delle
Nazioni Unite a continuare a sostenere ed aiutare il popolo palestinese nella
realizzazione iniziale del suo diritto all'autodeterminazione;
7.(…omissis)”
Le conseguenze del
riconoscimento della Palestina come Stato e della sua ammissione all’ONU sul piano del diritto internazionale (Tratto da El Pais).
Tra tutte le conseguenze la più importante è la possibilità
per l'Autorità palestinese di deferire Israele al Tribunale Penale
Internazionale per presunto genocidio, crimini di guerra o crimini contro
l'umanità commessi dalle autorità israeliane.
Il "trasferimento da parte di una potenza occupante di
parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa" è definito
p.es. come un crimine di guerra. Ciò che Israele potrebbe aver commesso creando
insediamenti ebraici in Cisgiordania e anche nel settore orientale e arabo di
Gerusalemme.
Tre anni fa l'Autorità Palestinese chiese al Tribunale
Penale Internazionale di aprire un’ inchiesta per presunti crimini di guerra commessi da Israele
durante la sua offensiva militare Piombo Fuso a Gaza (2008-2009), ma il
procuratore sostenne che prima di prendere in considerazione la richiesta gli
organismi competenti dell'ONU avrebbero dovuto determinare se la Palestina era
uno Stato.
Se si confermasse che il presidente palestinese Yasser
Arafat è stato avvelenato, lo Stato palestinese potrebbe chiedere al procuratore
del Tribunale Penale Internazionale di aprire un'inchiesta sull'assassinio. Il
corpo di Arafat, morto nel 2004, è stato appena riesumato a Ramallah
(Cisgiordania).
Con il voto odierno la Palestina non può votare
all'Assemblea Generale e presentare candidati per gli uffici delle Nazioni
Unite, tuttavia può aderire alle principali convenzioni internazionali e
aderire alle agenzie delle Nazioni Unite, come la FAO, l'Organizzazione
internazionale del lavoro l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni,
l'Organizzazione Mondiale della Sanità e così via
Il fatto di votare a favore della Palestina e di riconoscerla
come Stato implica, per paesi come ad. es. la Spagna, la Francia o l'Italia, la posssibilità di
aprire relazioni diplomatiche col nuovo Stato, trasformare in Ambasciate le
delegazioni tuttora esistenti e riconoscere i passaporti rilasciati dall’autorità
palestinese. mg