Una canzone di solidarietà con il luogo in cui il cantante è nato e cresciuto.
Intitolato "Alza la testa", il pezzo è accompagnato da un video che mostra le immagini terribili dei bombardamenti ad opera dell'esercito israeliano, che continuano anche in questi giorni a piovere sulla popolazione inerme.
Ma il canto di Mohammed Assaf, il diciannovenne diventato famoso in tutto il mondo per aver vinto l'anno scorso il famoso talent show Arab Idol, vuole essere anche un inno di speranza e di resistenza.
"Alza la testa, è la tua arma / l'origine della dignità è l'essere umano / il figlio della libera terra del sole, tuo figlio, Gaza, non sarà umiliato" dice il ritornello.
Il testo è di Hend Gouda mentre il video, uscito il 17 luglio su Youtube, è diretto da Sameh El-Madhoun e ha segnato oltre mezzo milione di visualizzazioni in pochissimi giorni.
"Prendi il mio sangue e dammi la libertà, la mia terra va dal fiume al mare" canta Assaf, in riferimento alla Palestina storica, che si sviluppa dal Giordano al Mar Mediterraneo.
Con una critica anche al silenzio e immobilità internazionale di fronte ai crimini israeliani commessi nei confronti dei palestinesi della Striscia: "Gaza chiama, ma chi l’ascolta?"
"I bambini sono sotto le bombe, esposti all’attacco e all’assedio, tutte cose che compromettono il loro equilibrio psichico – ha detto il cantante in una recente intervista su Euronews – le istituzioni internazionali devono intervenire, gli organismi umanitari devono aiutarli, devono vedere quello che accade a Gaza".
Nato nel villaggio di Beit Darras, 32 km a nordest di Gaza, Mahmoud Assaf ha sempre manifestato il suo supporto alla Palestina, anche nelle sue canzoni: basti pensare che la canzone che ha scelto di interpretare alla finale di Arab Idol è stata Ali Al-keffiyeh, un inno per il proprio popolo.
Dopo la sua vittoria al talent show, è diventato quasi un eroe nazionale, seguito da oltre 775.000 fan su Twitter, e grazie alla fama conquistata è stato nominato ambasciatore della cultura e delle arti in Palestina, e ambasciatore di pace dell'Unrwa.
Secondo lui, infatti, le parole delle canzoni possono diventare "molto più forti e pesanti del fischio delle pallottole e dei missili". E la sua gente lo vede come un simbolo di speranza, oltre che come portavoce delle proprie sofferenze.
"Oh Gaza, ecco i tuoi uomini...uno solo ne vale cento – canta ancora nel nuovo video – (…) Non importa quanto grande sia diventata l'ingiustizia, noi proteggeremo la terra / 'sia la vittoria o il martirio' hanno detto gli uomini di questa terra / Oh suolo di questa amata terra dimenticata / con il sangue prezioso sei stato irrigato / Terra mia, canta il tuo inno, sii forte e preparati alla libertà".
Un massacro di civili e bambini nella prigione Gaza
il 19 luglio
scorso l’agenziaNena Newspubblicava il numero e i nomi delle vittime
dell’operazione militare israeliana contro la Striscia di Gaza, "Margine protettivo”, iniziata martedì 8 luglio. 357 le vittime palestinesi di cui
i due terzi civili e il 22% bambini. Alla stessa data cinque erano le vittime
israeliane.
Il giorno
successivo il numero delle vittime era già destinato a salire. Ai raid aerei e ai missili
lanciati sulla striscia si era aggiunta l’offensiva di terra dell’esercito
israeliano e in un sol giorno erano più di cento le vittime,in maggior
parte civili. Tredici le vittime israeliane, tutti
militari.
Il 22 luglio
a Ginevra l’Unicef comunicava il più drammatico dei bilanci delle vittime: solo fino al 21 luglio nel corso dei raid e delle operazioni militari erano 121 i bambini palestinesi uccisi.
Alle 8 del mattino del 24 luglio le agenzie internazionali contavano 718 le vittime palestinesi (81,5% civili), e 32 il numero dei soldati israeliani uccisi in combattimento.
Si spara anche sulle ambulanze per
impedire che si presti soccorso ai feriti!
Il governo
israeliano ha dichiarato di aver sollecitato la popolazione di Gaza ad evacuare
le loro case e i loro quartieri. "Ma evacuare dove?", si è chiesto un cooperante norvegese.
A Gaza non vi è letteralmente alcun posto sicuro per i civili. Le frontiere sono chiuse. Il 23 luglio veniva bombardata la scuola dell'UNRWA, l'organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, che doveva ospitare proprio coloro che avevano dovuto lasciare le loro case quando è iniziata l'operazione. Il bombardamento ha prodotto decine di vittime e di feriti, donne, bambini e funzionari delle Nazioni Unite.
Il giornalista israeliano Noam Sheizafha definitoGaza una prigione di massima sicurezza“è
difficile da visitare e per chi ci vive è impossibile uscirne. Lasciamo entrare
solo cibo (l’essenziale), acqua ed elettricità in modo che i prigionieri non
muoiano".
Acqua e cibo
ormai scarseggiano ed è difficile curare i malati e i feriti per la scarsezza di medicinali e per l’inagibilità e difficile accessibilità alle strutture sanitarie, come denunciano medici senza frontiere.
Il massacro di civili è reso possibile anche dalla diversità delle rispettive forze militari. I palestinesi dispongono di razzi, mentre gli israeliani di missili. Inoltre i razzi palestinesi vengono agevolmente intercettati dal potente sistema di difesa Iron Dome di Israele. La differenza numerica delle vittime lasciate sul campo ne è la riprova.
Non dobbiamo dimenticare che Israele è (insieme a USA, Russia, Cina, Francia,Inghilterra, India, Pakistan e Corea del Nord) tra le maggiori potenze nucleari, nonché tra quelle (con India, Pakistan e Corea del Nord) che non hanno firmato il trattato di non proliferazione.
Il paravento dei
negoziati della diplomazia internazionale.
Tutti i
tentativi di risolvere il conflitto israelo-palestinese attraverso un processo
negoziale risultano ormai destinati al fallimento.
È ormai da
venti anni che i negoziati rappresentano nei fatti non tanto la via per la
pace, quanto piuttosto “un paravento
dietro il qualeil processo di
progressiva annessione della Palestina da parte di Israele va avanti
indisturbato”.
"Secondo
l'ufficio centrale di statistica israeliano, nel 2013 si è iniziata la costruzione di 2.534 nuove unità abitative negli
insediamenti ebraici in Cisgiordania, più del doppio che nell'anno precedente.
Israele ha poi intensificato la
demolizione di edifici palestinesi; ad esempio, secondo dati ONU, nella
valle del Giordano sono state demoliti 390 edifici rispetto ai 170 del 2012, e
590 persone si sono trovate senza casa. Un processo
di colonizzazione che ha, sin dall'inizio, mirato a rendere impossibile il
formarsi di una società palestinese capace di esprimere una comune identità
politica e nazionale, e a rendere sempre più difficile la vita dei palestinesi,
rendendoli dei profughi nella loro stessa terra" (Fonte Scienzaepace,
Università di Pisa,leggi tutto).
Fermare Israele con un embargo militare ed economico
La soluzione del conflitto e la eliminazione delle sue cause vanno ritrovate in
quelle forme di embargo militare ed
economico che a suo tempo furono adottate, con
successo, nei confronti del Sud Africadurante l’apartheid.
In questa direzione si muove il provvedimento (2013/C 205/05) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea il 19 luglio dello scorso anno (v. il nostro post) con cui vengono fissati i limiti
territoriali entro cui potrà realizzarsi la cooperazione
dell’Unione Europea con Israele a partire dal 2014.
Si stabilisce che gli Accordi UE-Israele, i finanziamenti
comunitari, gli scambi finanziari, economici e culturali non saranno applicabili
ai territori occupati da Israele dal 1967, territori che l’Unione
Europea non riconosce come territori di Israele.
Le organizzazioni internazionali si sono mobilitate lanciando una petizione in cui si chiede alle banche,
ai fondi pensione e alle imprese di mettere fine ai loro investimenti in Israele.
Questo è forse l’unico “linguaggio” che il governo di Israele è in grado di capire.
Ma quale è la
politica dell’Italia? Rete Disarmo: il governo italiano sospenda l’invio di
armi ad Israele.
L’Italia
evita di schierarsi e mantiene uno stretto riserbo. E non potrebbe essere
altrimenti visti i rapporti commerciali che intrattiene con Israele in
particolare nel settore militare.
Nel maggio
2005 – durante il governo Berlusconi III – ha ratificato un “Accordo generale di cooperazione nel
settore militare e della difesa” (qui il testo della Legge 17 maggio 2005, n.94 di ratifica).
All’accordo
sopraccitato ne ha fatto seguito un altro ben più consistente. Si tratta accordo firmato il 19 luglio 2012, durante il governo Montisulla cooperazione militare “per la fornitura ad Israele di velivoli M346 per
l’addestramento al volo e dei relativi sistemi operativi di controllo del volo,
ed all’Italia di un sistema satellitare ottico ad alta risoluzione per
l’osservazione della Terra (OPTSAT -3000) e di sottosistemi di comunicazione
con standard NATO per alcuni velivoli dell’AMI”. Un accordo che ha visto
impegnato in prima persona l’ex premier Monti che lo ha definito un “salto di
qualità”. Salto di qualità peraltro mai discusso (né approvato) in Parlamento
non solo per i termini del contratto (che favoriscono i profitti privati di Alenia
Aermacchi, gruppo Finmeccanica) ma soprattutto per le rilevanti implicazioni
sulla politica mediorientale del nostro paese". (Fonte Unimondo)
l’Italia è il maggiore esportatore dell’Unione
europea di sistemi militari e di armi leggere verso Israele: si tratta
di oltre 470 milioni di euro di autorizzazioni per l’esportazione di sistemi
militari rilasciate nel 2012 (dati del Rapporto UE) ed oltre 21 milioni di
dollari di “armi leggere” esportate nel
quinquennio dal 2008 al 2012 (dati Comtrade). (Fonte Unimondo)
Ciò avviene in aperto contrasto con la nostra
legislazione (Legge 185 del 1990) relativa all'export di armamenti, che prevede l’impossibilità di fornire armamenti a Paesi
in stato di conflitto armato o i cui governi sono responsabili di gravi
violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani.
la Rete Italiana per il Disarmoche raggruppa le principali organizzazioni italiane impegnate sui temi del
disarmo e del controllo degli armamenti, chiede che “Il governo italiano
sospenda immediatamente l’invio di armi e sistemi militari a Israele e si
faccia promotore di una simile misura presso l’Unione europea”.
E' la
seconda volta che il FORUM SOCIALE MONDIALE si svolge in un paese
arabo.
E’ la
seconda volta che sceglie la Tunisia.
Già nel 2013 Tunisi
ospitò questo eventodi straordinaria importanza
che ogni anno chiama a raccolta migliaia di movimenti provenienti da
tutte le parti del globo per discutere dei problemi del mondo in
un’ottica anti-liberista e anti-consumista. Per la pace, la giustizia e peruna globalizzazione
alternativa.
Il lemma dell'edizione 2013 era "dignità". La dignità che chiedeva il popolo tunisino della "rivoluzione dei gelsomini".
La scelta
della Tunisia ancora una volta ha un grande significato.
Dopo aver
dato origine a quella che è stata definita “primavera araba” e, cioè, a
quell'insieme di rivolte popolari che in pochi mesi hanno scosso
l’intero mondo arabo, la Tunisia, dopo soli tre anni da quei tragici
eventi, è stata capace di dotarsi di una delle
Costituzioni più avanzate del mondo, in cui costituiscono assi portanti l’uguaglianza di
genere, la libertà di coscienza e di credo e lo stato di diritto. Ciò mentre in altri paesi quelle rivolte popolari
sono state spazzate via da conflitti scatenati da contrapposti interessi economici ed equilibri
geopolitici.
“Il popolo ha vinto una rivoluzione pacifica
che illumina il mondo”. Così ha commentato
Rached Ghannouchi, Presidente di Ennahda, il partito islamico
moderato,maggioranza all'Assemblea Costituente.
La Tunisia
è stata definita il il volto nuovo dell'Islam. La punta avanzata della società araba
contro le dittature corrotte dagli interessi neo-coloniali. Una bandiera per
tutto il continente africano.
Un altro Magreb-Mashreq
è possibile
Un’altra Africa è
possibile
Un altro mondo è
possibile
Con questo slogan il comitato organizzatore del FORUM ha lanciato
un appello ai movimenti sociali affinché si mobilitino in vista del prossimo
FORUM che si terrà a Tunisi dal 24 al 28 marzo 2015
L'appello è stato pubblicato in quattro lingue. Potete trovare il testo in lingua araba cliccando qui
“Continuo a deliziarmi con i bocconcini di cui può godere
chi ha il disonesto vantaggio del senno di poi: sapere cos'è successo e andare
a vedere le previsioni di chi ha osato fare pronostici.
Ho un gran timore post-coloniale. In Brasile, le squadre del Nuovo Mondo che gli imperi portoghese,
spagnolo e britannico hanno depredato di più, si stanno bevendo coppe di
vendetta intelligentemente gelata.
Il Cile ha eliminato la Spagna. L'Uruguay ha eliminato
l'Inghilterra...”
Così Miguel Esteves Cardoso articolista del periodico
portoghese “Público”. Leggi tutto
Le organizzazioni per i diritti dell’infanzia si preparano a
dare battaglia al turismo sessuale minorile, un crimine che troppo spesso
funesta le grandi competizioni internazionali soprattutto nei paesi dove esistono sacche di povertà.
L’Istituto Brasiliano di Studi, Ricerche e Formazione per l’Innovazione
Sociale (IBEPIS), capofila di un gruppo di organizzazioni governative e non governative, nazionali e internazionali, ha lanciato la
campagna “Turismo
e Protezione dell’Infanzia – Un’alleanza strategica”con cui invita
i turisti a diventare paladini dei diritti dei bambini e degli adolescenti e a
denunciare i casi di prostituzione minorile di cui vengano a conoscenza chiamando
il numero verde nazionale 100.
IBEPIS e le altre organizzazioni partner hanno
invitato al concentramento che si terràl’11
giugno a partire dalle ore 10,30 nell’aeroporto internazionale di São
Gonçalo do Amarante (NATAL) per il lancio della campagna.
In Brasile il cliente
di prostituzione minorile può essere condannato alla reclusione da 4 a 10 anni.
Peraltro la legge italiana prevede la punibilità in patria del cittadino
italiano che commetta questo crimine all'estero (art. 604 c.p.). Al suo rientro
in Italia quest’ultimo potrà quindi essere condannato, a seconda dell’età della
vittima, con la reclusione da uno a 14 anni.
Durante i mondiali negli aeroporti, negli hotel, nei taxi, nei bar etc. i turisti riceveranno questo
trittico:
COS'E' IL TURISMO SESSUALE MINORILE
L’utilizzo di bambini a fini sessuali da parte degli adulti
non è un fenomeno nuovo, esiste da secoli in molte società. Tuttavia negli
ultimi decenni ha cessato di essere un fenomeno occasionale e marginale per
diventare un fenomeno di massa, un mercato organizzato e strutturato che vede
spesso l’implicazione della delinquenza organizzata.
Si inserisce nel più ampio contesto del mercato del sesso,
diventato un settore trainante dell'economia mondiale che muove annualmente una
quantità di denaro superiore al totale di tutti i bilanci militari nel mondo
(tra 5000 e 7000 miliardi di dollari americani),
un mercato in cui operano multinazionali e imprese quotate in borsa...leggi tutto e guarda i video
Shlomo Sand, professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Tel Aviv, nel
libro "L'invenzione del popolo ebraico"(Pubblicato in Israele nel 2008 e in Italia, da Rizzoli, nel 2010)
nega che gli ebrei siano un popolo dall’origine comune discendente da una
comunità arcaica unita da legami di sangue e riunificatasi dopo successive
diaspore in diversi paesi del mondo. Una costruzione questa, egli dice, che ha fornito fondamento e
giustificazione all’impresa di colonizzazione sionista e che è stata resa
possibile grazie alla falsificazione della storia da parte della storiografia
di stampo nazionalista che prese l’avvio nel XIX secolo. Con rigore e coraggio scientifico Shlomo Sand
intraprende un viaggio a ritroso nella storia e nella storiografia ebraiche
basandosi su fonti e reperti archeologici per ricostruire la verità.
Lo anima la speranza in una società
israeliana aperta e multiculturale perché “se il passato della nazione è stato
soprattutto un sogno perché non cominciare a sognare un nuovo futuro, prima che
il sogno si trasformi in un incubo?”.
In un articolo apparso su Le Monde Diplomatique (v.la traduzione italiana nel blog tuttouno) all'indomani della pubblicazione del suo libro, Sand illustra brevemente i risultati della sua ricerca.
I miti fondatori del popolo
ebraico
“Qualsiasi
Israeliano sa, afferma Sand, che il popolo ebraico esiste da quando
ha ricevuto la Torah nel Sinai, e che esso è il discendente diretto ed
esclusivo del popolo eletto. Tutti
noi siamo convinti che questo popolo, fuggito dall’Egitto, si stabilì “sulla terra promessa”, dove fu fondato il
regno glorioso di Davide e di Salomone, diviso in seguito nei regni di Giuda e
di Israele. Inoltre nessuno ignora che questo popolo ha conosciuto l’esilio due volte: dopo la distruzione del primo
tempio, nel VI° secolo prima di Cristo, quindi in seguito a quella del secondo
tempio, nell’anno 70 dopo Cristo.
Più
tardi per il popolo ebraico vi furono peregrinazioni
durante due mille anni: le sue tribolazioni lo condussero nello Yemen, in
Marocco, in Spagna, in Germania, in Polonia e fino in Russia, ma riuscì sempre
a preservare i legami di sangue tra le sue Comunità così lontane fra loro. In
questo modo la sua unicità non fu alterata.
Alla
fine del xx° secolo, le condizioni divennero propizie per il suo ritorno
nell’antica patria. Senza il genocidio nazista, milioni di ebrei avrebbero
ripopolato naturalmente Eretz Israel (la terra di Israele) poiché da venti
secoli essi lo desideravano ardentemente.
Vergine,
la Palestina attendeva che il suo popolo
originario ritornasse per farla rifiorire. Dato che apparteneva solo ad
esso, non a questa minoranza araba, sprovvista di storia, arrivata là per caso.
Giuste erano dunque le guerre condotte dal popolo errante per riprendere
possesso della sua terra; e criminale l’opposizione violenta della popolazione
locale”.
Le smentite della nuova archeologia
“Nel corso degli anni 1980, afferma Sand,questi miti fondatori vacillano.Le scoperte “della nuova archeologia” contraddicono la possibilità di un grande esodo nel XIII° secolo prima della
nostra era. InoltreMosè non ha potuto
fare uscire gli ebrei dell’Egitto e condurli verso la terra promessa per la semplice ragione che all'epoca questa ...era nelle mani degli Egiziani. Non
si trova del resto alcuna traccia di una sommossa di schiavi nell’impero dei
faraoni, né una conquista rapida del paese di Canaan perpetrata da elementi
stranieri.
Non esiste neppure un segno dei sontuosi regni di
Davide e di Salomone. Le scoperte
del decennio passato mostrano l’esistenza, all’epoca, di due piccoli regni:
Israele, più potente, e Juda, la futura Giudea. Gli abitanti di quest’ultimo
regno non subirono nessun esilio nel VI°
secolo prima della nostra era: solo l’élite politica ed intellettuale
dovette installarsi a Babilonia. Da questo decisivo incontro con i culti persiani sorgerà il monoteismo
ebraico.
Quanto all’esilio dell’anno 70 d.C. paradossalmente, questo “evento fondatore” nella storia degli ebrei, da
cui la diaspora trae la sua origine, non ha dato luogo alla minima ricerca. Per
una semplice ragione: i Romani non hanno mai esiliato nessun popolo su
tutto il lato orientale del Mediterraneo. Ad eccezione dei prigionieri ridotti in schiavitù, gli abitanti della giudea continuarono a vivere sulle loro terre, anche
dopo la distruzione del secondo tempio”.
Le origini plurali del popolo ebraico
“Il giudaismo, sostiene Sand, fu
la prima religione proselitista”. “Gli ebrei hanno sempre formato comunità religiose costituite generalmente da conversioni in diverse regioni del mondo: non rappresentano dunque un “etnos” fautore di un’origine unica che si sarebbe spostato dopo un’erranza di venti secoli”, ma sono discendenti di
tribù berbere giudeizzate, dei cittadini del regno ebraico Himyar nello Yemen e dell’immenso regno kazaro
situato tra il Mar Nero e il Mar Caspio etc. etc. Non esiste quindi una sequenza genealogica continua del popolo ebraico come pretende la storiografia asservita all'ideologia dominante sionista."
Etnocrazia e apartheid
La
costruzione etnocentrica del giudaismo che costituisce
la base della politica identitaria dello Stato di Israele, alimenta, sottolinea Sand, una segregazioneche mantiene divisi gli ebrei dai non ebrei –
sia Arabi, che immigranti russi e lavoratori immigrati. “In altre parole, si tratta di una etnocrazia
che giustifica la discriminazione rigorosa che pratica nei confronti di una
parte dei suoi cittadini invocando il mito della nazione eterna,
ricostituita per raccogliersi “sulla terra dei suoi antenati”.
V. anche il commento al libro di Shlomo Sand di Paolo Mieli per il Corriere della Sera, pubblicato nel 2010.
Ze'ev Herzog, uno dei più
noti professori alla facoltà di archeologia dell'Università di Tel Aviv, Direttore dell'istituto di Archeologia di questa Università, in un articolo pubblicato anni orsono nel settimanale israeliano Haaretz e commentato recentemente da La Repubblicariportava i risultati delle ricerche che negli ultimi decenni lo avevano impegnato insieme a numerosi altri archeologi israeliani.
"Le nazioni
nuove, dice Herzog, trovano un sostegno nell'archeologia per rafforzare la coesione
nazionale e rifondare la nazione. E così l'archeologia, negli anni 50 e 60 diventò in Israele una passione collettiva, per questo io
stesso sono diventato archeologo. Così abbiamo scavato e scavato. Ma
lentamente sono cominciate ad apparire le prime contraddizioni. Quello che emerge dal lavoro scientifico degli archeologi israeliani che hanno scavato per decenni i siti delle Sacre Scritture è radicalmente diverso da ciò che racconta la Bibbia sulla storia del popolo ebraico."
La grandezza del regno di Davide e
Salomone? Solo epica, non reale: Gerusalemme era un villaggio. La traversata del deserto? Dagli scavi non emergono tracce
relative ad una traversata del deserto. Le mura di Gerico? Le mura di Gerico all'epoca non
esistevano. Le città di Canaan non erano "grandi", né erano
fortificate e non avevano "mura che si levavano alte nel cielo.
Non sono dissimili le conclusioni a cui pervengono due dei
maggiori archeologi biblici: Israel Finkelstein, professore di Archeologia all’Università di Tel Avive Neil Asher Silberman, direttore
del Centre for Public Archeolology and Heritage Presentation in Belgio. Nel
libro "Le tracce di Mosè"(titolo originale: The Bible Unearthed:
Archaeology's New Vision of Ancient Israel and the Origin of Its Sacred Texts.
ossia "La Bibbia disvelata: nuova visione dell'archeologia dell'antica
Israele e dell'origine dei suoi testi sacri"), edito nel 2001 e pubblicato
in Italia nel 2011, i due autori illustrano i risultati di decenni di scavi in Israele e in Egitto, Libano e Siria, e il
loro significato per la nostra comprensione dell'Antico Testamento. Scopo
dichiarato dell’opera è fornire «una dimostrazione archeologica e storica
convincente di una nuova interpretazione della nascita dell’antico Israele»
Scopriamo così, tra l'altro, che i primi libri della Bibbia furono redatti solo nel settimo secolo a.C, a distanza di centinaia di anni dagli eventi narrati e sottoposti a manipolazioni da parte di numerose generazioni di scribi biblici; non ci sono prove storiche sufficienti della fuga dall'Egitto né della conquista di Canaan; gli israeliti non sarebbero un popolo venuto da fuori a conquistare Canaan, bensì la sua componente nomade definitivamente sedentarizzatasi sull'altopiano e differenziatasi religiosamente.
L’assenza di tracce di esseri umani nella penisola del Sinai
nel tardo bronzo smentisce l’esodo.
L’arretrata realtà sociale di Gerusalemme e delle zone limitrofe durante la
prima età del ferro collide con l’immagine del ricco stato unitario governato
da Davide e Salomone intorno al 1000 a.C.
Il monoteismo di
questo popolo, inoltre, affermano i due autori, non può essere fatta risalire all'epoca di Abramo. Il monoteismo non sarebbe stato quindi originario e sottoposto a ricorrenti tentativi
di introdurre altre divinità, ma sarebbe stato viceversa imposto (non senza
contrasti) da una riforma religiosa intesa a supportare le ambizioni politiche
del regno di Giuda, e in particolare del suo re Giosia (639-609 a.C.).
Il documentarista Thierry Ragobert (che ha più
volte collaborato in passato con Cousteau) ha realizzato un film documentario
in 4 parti, ognuna delle quali di 52 minuti, ispirato al libro, che è stato intitolato
“La Bible dévoilée”. Israel Finkelstein e Neil Asher Silberman vi hanno
partecipato nella loro veste di archeologi, assieme a due biblisti, tutti
apprezzati specialisti. Il documentario è stato diffuso su France 5 nel
dicembre del 2005. Quello postato qui sotto è la versione integrale in lingua spagnola.
Questo video è stato rimosso da You Tube. Quindi lo sostituiamo con il seguente
(aggiornamento in data 27.03.2015)
Nachman Ben-Yehuda, professore del Dipartimento di Sociologia e Antropologia dell’Università Ebraica di Gerusalemme, nel libro "Il mito di Masada", di cui è riportato un commento nel sito Storia in Rete, riscrive
un mito che ebbe un ruolo fondamentale nel processo di
costruzione della nazione di Israele e nella formazione di una nuova identità
ebraica.
Narra la leggenda riportata dallo scrittore romano di
origine ebraica, Giuseppe Flavio, che nel 73 d.C. 960 ebrei sotto assedio nell’antica
fortezza di Masada si sarebbero suicidati (un caso di
suicidio di massa in contrasto con gli insegnamenti del Giudaismo...) piuttosto
che arrendersi ad una legione romana.
Il luogo, nei primi anni ’60 del secolo
scorso, fu meta di un vero e proprio pellegrinaggio
archeologico. L’archeologo Yigael Yadin guidò infatti le ricerche e gli scavi alla
testa di un piccolo esercito di volontari mossi dal profondo bisogno di
ritrovare le radici guerriere di Israele.
Masada divenne presto un simbolo
ideologico per lo Stato di Israele, argomento di film e miniserie, santuario
venerato da generazioni di sionisti e soldati israeliani, nonchè, ultimamente,
destinazione di una redditizia attrazione turistica.
Senonché i recenti studi di
archeologia hanno ridisegnato ampiamente la vicenda.
“Quando esaminiamo a fondo […] la
Grande Rivolta e Masada, dice Ben-Yehuda, semplicemente non abbiamo alcun
ritratto di eroismo. Al contrario, i racconti narrano la storia di una fatale
(e discutibile) rivolta, di un gigantesco fallimento e della distruzione del
Secondo Tempio e di Gerusalemme, di massacri di ebrei su larga scala, di
differenti fazioni di ebrei che combattevano e si ammazzavano a vicenda.”
Inoltre, l'archeologo Yigael Yadin, prosegue Ben-Yehuda, non si soffermò
sull’origine dei resti umani. Per lui erano i “difensori di Masada”. Il governo
israeliano, addirittura volle che fossero sepolti con gli onori militari, come
poi avvenne nel 1969. Un’ipotesi, tuttavia, indebolita da successive ricerche,
che proverebbero, al contrario, che i corpi ritrovati appartenevano a occupanti
molto più tardi, di epoca bizantina, oppure a romani della Legione Fretense o
della guarnigione che fu presa con l’inganno e massacrata dagli ebrei ribelli
di Elazar, un’ipotesi suffragata anche dal ritrovamento nel 1982 di ossa di
maiale, animale che, com’è noto, è considerato impuro dagli ebrei. Inoltre sono stati ritrovati finora solo 28
corpi, dei quali la maggior parte in caverne alla base della montagna. Gli
altri 932 cadaveri dove sono?.La rampa
costruita dai romani non sarebbe stata alta 375 piedi (125 metri) come preteso
da Giuseppe Flavio, ma appena una dozzina di metri, poiché la legione romana sfruttò uno sperone di roccia. Infine non anni, ma settimane, durò la resistenza di
Masada ai romani.
La voce di un
archeologo palestinese
L’archeologo palestinese Mahmoud Hawari, professore presso la facoltà di Studi Orientali dell’Università di
Oxford, in un’intervistarilasciata in
occasione del ciclo di conferenze organizzato dal "Centro Interdipartimentale di Studi Balcanici e Internazionali di Venezia", manifesta la speranza che anche i
palestinesi si appassionino al loro patrimonio e denuncia l’uso distorto che
dell’ archeologia viene fatto in Israele dove il rigore scientifico cede il
passo alla politica e all'ideologia e dove l'archeologia diventa strumento per il consolidamento e
l’espansione della politica coloniale sionista.
“Abbiamo
la realtà israeliana, dice Hawari, dove gli archeologi operano all’interno
della loro realtà politica, geo-politica e ideologica. Mi spiego, lo Stato di
Israele è il risultato del movimento sionista: un popolo che cercava
un’identità, una terra nazionale, attraverso il processo della colonizzazione
ha conquistato -e talvolta comprato- un territorio e, grazie anche alle forze
internazionali, ne ha preso il controllo. In questo scenario l’archeologia ha
giocato un ruolo preciso che è differente da quello di molti altri posti nel
mondo, forse simile ad altri contesti coloniali. La sua funzione è diventata
quella di fornire radici al popolo ebraico. Per ottenere questo obiettivo si è
concentrata sui siti menzionati nella narrazione biblica”
“Questa
si è rivelata, col tempo, un’operazione problematica, afferma Hawari. A
segnalare l’esistenza di incongruenze non siamo stati solo noi archeologi
palestinesi. Oggi ci sono anche archeologi israeliani, soprattutto giovani, che
riscontrano problemi. E vi sono anche un certo numero di studiosi europei e
internazionali, storici della Bibbia, teologi, storici e anche archeologi, che
denunciano molti problemi in questa disciplina che si chiama "archeologia
biblica”. I primi sono stati un gruppo di teologi, la cosiddetta"Scuola di Copenhagen".
“Ormai,
per tanti studiosi di tutto il mondo, continua Hawari, l’archeologia biblica è
considerata parziale e poco oggettiva, perché in archeologia noi esploriamo,
facciamo ricerche, lavoriamo sul campo e poi analizziamo i risultati traendone
le conclusioni. Siamo aiutati dalle fonti storiche. Mentre nell’archeologia
biblica, si prendono le fonti storiche e si cerca di adattarle ai risultati
dello scavo”....”Masada è uno degli esempi più significativi di questo
approccio. L’archeologo che ha scavato il sito, Yigael Yadin, non trovando
molte prove a supporto del mito, le ha inventate”.
“La
stessa cosa è stata fatta a Gerusalemme. Secondo le narrazioni bibliche, Davide
e Salomone costruirono il cosiddetto Primo tempio. Bene, dopo centocinquanta
anni di ricerche archeologiche a Gerusalemme non è mai stato trovato nulla, e tuttavia il sito dell’Antica Gerusalemme viene chiamato dagli israeliani la
"città di Davide”. Hanno creato una nuova mitologia, come se Gerusalemme
fosse esistita ai tempi di Davide e Salomone. Hanno creato un "parco archeologico" che vorrebbero espandere a discapito delle case palestinesi
circostanti. L’area è stata subappaltata ad una organizzazione di estrema
destra israeliana che attualmente sta scavando sul sito, per cercare la
cosiddetta "città di Davide”...Moltissime famiglie palestinesi sono state
allontanate dalla zona ed è già stata pianificata la requisizione di
qualcosa come altri ottanta edifici: mille persone perderebbero la loro
casa... per creare, in questo modo, "realtà coloniali” sul campo e
perseguire una vera pulizia etnica. In questo caso l'archeologia diventa uno strumento nelle mani del colonialismo, a scapito dei palestinesi che vivono in quei luoghi da secoli."
Anche in Italia la storia mitica
di Israele è stata oggetto di revisionismo scientifico. Mario Liverani, storico e archeologo delle religioni, Professore ordinario di Storia del
Vicino Oriente antico presso l'Università "La Sapienza" di Roma e
accademico dei Lincei, nel libro "Oltre la Bibbia"(Laterza 2003) ricostruisce la storia antica del territorio oggi
occupato da Israele secondo
i criteri della moderna metodologia storiografica.
“Partendo dalla constatazione che il racconto biblico è
frutto di una elaborazione molto tardiva, Liverani riporta i materiali testuali
all’epoca della loro redazione, ricostruisce l’evoluzione delle ideologie
politiche e religiose in progressione di tempo, inserisce saldamente la storia
d’Israele nel suo contesto antico-orientale. Emerge così la ‘storia normale’ dei due piccoli regni
di Giuda e d’Israele, analoga a quella di tanti altri piccoli regni locali, e una ‘storia inventata’...". Vedi anche, su questo blog, Palestina. Capire la questione palestinese, pagina nera del colonialismo mg