agosto 16, 2014

PALESTINA. Ebrei contro la politica colonialista e segregazionista del governo israeliano: "Israele non vuole la pace"


Non sono pochi gli ebrei che hanno preso le distanze dalla politica colonizzatrice e segregazionista di Israele e dalle operazioni militari che il suo governo sistematicamente e periodicamente compie per portarla avanti  (quella di quest’anno è la quarta operazione nella striscia di Gaza dal  2006, anno in cui Hamas vinse le elezioni ai danni di Fatah, il partito fondato da Yasser Arafat e retto oggi dal presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas -noto in Italia come Abu Mazen-).



Tra i dissidenti figurano i nomi di alcuni dei più autorevoli intellettuali e artisti di fama internazionale

Zygmunt Bauman, è tra i più noti ed influenti pensatori del nostro tempo, sociologo e filosofo, professore emerito nelle Università di Varsavia e Leeds. Nato in Polonia da famiglia ebraica e sfuggito all'Olocausto quando la Polonia fu invasa dalle truppe naziste prima della seconda guerra mondiale, così si esprime nei confronti della politica di Israele mettendone in evidenza il sistema segregazionista.

"Ciò  a cui stiamo assistendo oggi è uno spettacolo triste: i discendenti delle vittime dei ghetti nazisti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un altro ghetto...Israele pratica l'apartheid ricorrendo a "due sistemi giudiziari palesemente differenti: uno per i coloni israeliani illegali e un altro per i palestinesi 'fuorilegge': una giustizia che cambia in base alle persone. Per non parlare dei territori e delle strade riservate solo a pochi. E io aggiungo: i governanti israeliani insistono, giustamente, sul diritto del proprio paese di vivere in sicurezza. Ma il loro tragico errore risiede nel fatto che concedono quel diritto solo a una parte della popolazione del territorio che controllano, negandolo agli altri" (leggi tutto).

Lo stesso Dipartimento di Stato degli USA in un rapporto del 2009 ha riconosciuto che la società israeliana è strutturata in modo da essere "intollerante" e che "Israele discrimina i musulmani, gli ebrei progressisti, i cristiani, le donne e i beduini".



Noam Chomsky, di famiglia ebraica originaria dell'Europa dell'Est, eminente linguista e filosofo, professore emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology, non usa mezzi termini nel mettere a nudo l'obiettivo che Israele persegue con le sue c.d. "operazioni difensive":

"In mezzo a tutti gli orrori che caratterizzano l'ultima offensiva israeliana a Gaza, l'obiettivo di Israele è semplice: calma in cambio di calma, un ritorno alla norma. Per la Cisgiordania la norma è che Israele continui la costruzione illegale di insediamenti e infrastrutture in modo che possa integrare al suo territorio tutto quello che potrebbe essere di valore, relegando nel frattempo i palestinesi in cantoni non redditizi e sottoponendoli alla repressione e alla violenza. Per Gaza, la norma è un'esistenza miserabile sotto un assedio crudele e distruttivo che Israele amministra per consentire la nuda sopravvivenza, ma niente di più" (leggi tutto 

Chomsky ha definito Gaza la prigione a cielo aperto più grande del mondo



Abraham Yehoshoua è uno dei più influenti e apprezzati scrittori israeliani, professore universitario vive ad Haifa dove insegna letteratura comparata e letteratura ebraica. In una recente intervista rilasciata a Rainews (che potete ascoltare QUI) contesta in modo deciso le scelte compiute dal governo israeliano e ne sottolinea l’errore “gravissimo” di essersi rifiutato di intavolare negoziati di pace con il governo di Unità Nazionale Palestinese (costituito il 2 giugno scorso e nato dal processo di riconciliazione tra Hamas e Fatah) e aggiunge: “il governo israeliano non vuole arrivare alla pace in realtà, poiché vuole prendersi la metà del territorio della Cisgiordania, questo è quello che vogliono” .

Ilan Pappe, storico  israeliano è professore nel Dipartimento di Storia dell’Università di Exeter (Regno Unito). Fondatore nel 1992 dell’Istituto per la Pace a Givat Haviva (Israele) è autore di libri famosi come “La pulizia etnica della Palestina”,  “Storia della Palestina moderna”, “Israele-Palestina”, “La retorica della coesistenza”. Il 29 luglio scorso, mentre l’operazione israeliana “Margine protettivo” seminava distruzione e morte nella striscia di Gaza, Ilan Pappe ha scritto una lettera aperta alla famiglia della millesima vittima del massacro in cui manifesta tutto il suo sdegno e la sua solidarietà al popolo palestinese: “...l’uccisione del vostro amato, così come la trasformazione dei quartieri di Gaza in macerie e l’allontanamento di 150.000 persone dalle loro case, è parte di una strategia israeliana ben calcolata: questa carneficina distruggerà l’impulso dei palestinesi di Gaza a resistere alle politiche israeliane... Prego e spero che in questo momento, guardando alle rovine di Shujaiya, Deir al-Balah e Gaza City e a ciò che il mio Paese ha prodotto con aerei da guerra israeliani, carri armati e artiglieria, voi non perdiate la speranza nell’umanità. Questa umanità comprende anche i cittadini di Israele non ancora nati, che forse saranno in grado di sfuggire a una macchina di indottrinamento sionista che insegna loro, dalla culla alla tomba, a disumanizzare i palestinesi...”(leggi tutto)


Moni Ovadia, nato in Bulgaria da famiglia ebraica vive in Italia. E’ attore teatrale, drammaturgo, scrittore e compositore di fama internazionale, dedito al recupero e alla rielaborazione del patrimonio culturale degli ebrei dell'Europa orientale. 

E’ stato iscritto alla comunità ebraica di Milano fino al novembre 2013 data in cui ha deciso di lasciarla a causa delle atrocità perpetrate da parte dello Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese e in quanto, egli dice,  “ciò che si chiama comunità ebraica è in realtà un ufficio di propaganda del governo israeliano”.

Strenuo difensore della necessità di una scissione in seno alla comunità da parte degli ebrei democratici e progressisti contro coloro che vogliono “israelizzare” l’ebraismo, rivendica la sua appartenenza alla comunità ebraica soprattutto per l’universalismo e l’umanesimo che caratterizza l’ebraismo.

In un’intervista telefonica rilasciata recentemente a rainews Moni Ovadia spiega con estrema chiarezza le ragioni per cui "Israele non vuole la pace" 

    Intervista a Moni Ovadia che potete ascoltare QUI 
     


Nell'intervista Moni Ovadia fa riferimento a quei coraggiosi giornalisti israeliani che scrivono la verità dalle colonne del giornale progressista haaretz

Fra questi vanno citati Amira Hass e Gideon Levy.



Amira Hass, in un articolo tradotto e pubblicato da Internazionale, scrive: "La nostra sconfitta morale ci perseguiterà per molti anni..." (leggi tutto)  







Gideon Levy, in un articolo tradotto e pubblicato da Nena-News, afferma: "Israele non vuole la pace. L’atteggiamento di rifiuto è intrinseco alle convinzioni più radicate di Israele. Qui risiede, a livello più profondo, il concetto che questa terra è destinata solo agli ebrei. Il dato di fatto più evidente è il progetto di colonizzazione. Fin dalle sue origini, non c’è mai stato una più attendibile o più evidente prova inconfutabile delle reali intenzioni di Israele..." (leggi tutto)

agosto 07, 2014

PALESTINA. L' operazione israeliana "Margine Protettivo" sulla striscia di Gaza. Bilancio dopo 28 giorni.


  • 1.831 le vittime palestinesi di cui 1.312 civili e 408 minori (il 70% minori di 12 anni)
  • 67 le vittime israeliane di cui 3 civili
  • dei 1,8 milioni abitanti di Gaza 520.000 sono sfollati 
  • 65.000 le famiglie la cui casa è stata distrutta

  • 6 scuole dell'URWA, Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, sono state bombardate 






In questa mappa viene illustrata la situazione attuale della "prigione Gaza" (El Pais 04.08.2014)




In questo video raid israeliani radono al suolo Beit Hanoun nel nord della striscia, tutto in un'ora.



luglio 27, 2014

PALESTINA. Da Mohammed Assaf, un inno di resistenza per Gaza





Una canzone di solidarietà con il luogo in cui il cantante è nato e cresciuto.

Intitolato "Alza la testa", il pezzo è accompagnato da un video che mostra le immagini terribili dei bombardamenti ad opera dell'esercito israeliano, che continuano anche in questi giorni a piovere sulla popolazione inerme.
Ma il canto di Mohammed Assaf, il diciannovenne diventato famoso in tutto il mondo per aver vinto l'anno scorso il famoso talent show Arab Idol, vuole essere anche un inno di speranza e di resistenza.

"Alza la testa, è la tua arma / l'origine della dignità è l'essere umano / il figlio della libera terra del sole, tuo figlio, Gaza, non sarà umiliato" dice il ritornello.
Il testo è di Hend Gouda mentre il video, uscito il 17 luglio su Youtube, è diretto da Sameh El-Madhoun e ha segnato oltre mezzo milione di visualizzazioni in pochissimi giorni.
"Prendi il mio sangue e dammi la libertà, la mia terra va dal fiume al mare" canta Assaf, in riferimento alla Palestina storica, che si sviluppa dal Giordano al Mar Mediterraneo.

Con una critica anche al silenzio e immobilità internazionale di fronte ai crimini israeliani commessi nei confronti dei palestinesi della Striscia: "Gaza chiama, ma chi l’ascolta?"
"I bambini sono sotto le bombe, esposti all’attacco e all’assedio, tutte cose che compromettono il loro equilibrio psichico – ha detto il cantante in una recente intervista su Euronews – le istituzioni internazionali devono intervenire, gli organismi umanitari devono aiutarli, devono vedere quello che accade a Gaza".

Nato nel villaggio di Beit Darras, 32 km a nordest di Gaza, Mahmoud Assaf ha sempre manifestato il suo supporto alla Palestina, anche nelle sue canzoni: basti pensare che la canzone che ha scelto di interpretare alla finale di Arab Idol è stata Ali Al-keffiyeh, un inno per il proprio popolo.

Dopo la sua vittoria al talent show, è diventato quasi un eroe nazionale, seguito da oltre 775.000 fan su Twitter, e grazie alla fama conquistata è stato nominato ambasciatore della cultura e delle arti in Palestina, e ambasciatore di pace dell'Unrwa.

Secondo lui, infatti, le parole delle canzoni possono diventare "molto più forti e pesanti del fischio delle pallottole e dei missili". E la sua gente lo vede come un simbolo di speranza, oltre che come portavoce delle proprie sofferenze.

"Oh Gaza, ecco i tuoi uomini...uno solo ne vale cento – canta ancora nel nuovo video – (…) Non importa quanto grande sia diventata l'ingiustizia, noi proteggeremo la terra / 'sia la vittoria o il martirio' hanno detto gli uomini di questa terra / Oh suolo di questa amata terra dimenticata / con il sangue prezioso sei stato irrigato / Terra mia, canta il tuo inno, sii forte e preparati alla libertà". 


di: Anna Toro, Fonte Osservatorioiraq

luglio 24, 2014

PALESTINA. L'operazione israeliana “Margine Protettivo". Un massacro di civili e bambini intrappolati nella "prigione Gaza". Il mondo chiede di fermare Israele con l' embargo economico e militare. Rete Disarmo: il governo italiano sospenda l’invio di armi ad Israele.




Un massacro di civili e bambini nella prigione Gaza

il 19 luglio scorso l’agenzia Nena News pubblicava il numero e i nomi delle vittime dell’operazione militare israeliana contro la Striscia di Gaza, "Margine protettivo”, iniziata martedì 8 luglio. 357 le vittime palestinesi di cui i due terzi civili e il 22% bambini. Alla stessa data cinque erano le vittime israeliane.

Il giorno successivo il numero delle vittime era già destinato a salire. Ai raid aerei e ai missili lanciati sulla striscia si era aggiunta l’offensiva di terra dell’esercito israeliano e in un sol giorno erano più di cento le vittime, in maggior parte civili. Tredici le vittime israeliane, tutti militari.



Il 22 luglio a Ginevra l’Unicef comunicava il più drammatico dei bilanci delle vittime: solo fino al 21 luglio nel corso dei raid e delle operazioni militari erano 121 i bambini palestinesi uccisi.

Alle 8 del mattino del 24 luglio le agenzie internazionali contavano 718 le vittime palestinesi (81,5% civili), e 32 il numero dei soldati israeliani uccisi in combattimento.

Si spara anche sulle ambulanze per impedire che si presti soccorso ai feriti!



Il governo israeliano ha dichiarato di aver sollecitato la popolazione di Gaza ad evacuare le loro case e i loro quartieri. "Ma evacuare dove?", si è chiesto un cooperante norvegese. A Gaza non vi è letteralmente alcun posto sicuro per i civili. Le frontiere sono  chiuse. 

Il 23 luglio veniva bombardata la scuola dell'UNRWA, l'organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, che doveva ospitare proprio coloro che avevano dovuto lasciare le loro case quando è iniziata l'operazione. Il bombardamento ha prodotto decine di vittime e di feriti, donne, bambini e funzionari delle Nazioni Unite. 


Siamo di fronte all'ennesimo sistematico massacro perpetrato dalle truppe israeliane sul territorio di Gaza, un territorio che è stato definito la prigione a cielo aperto più grande del mondo dove è impossibile nascondersi e da cui è impossibile fuggire.

Il giornalista israeliano Noam Sheizaf  ha definito Gaza  una prigione di massima sicurezza “è difficile da visitare e per chi ci vive è impossibile uscirne. Lasciamo entrare solo cibo (l’essenziale), acqua ed elettricità in modo che i prigionieri non muoiano".


Acqua e cibo ormai scarseggiano ed è difficile curare i malati e i feriti per la scarsezza di medicinali e per l’inagibilità e difficile accessibilità alle strutture sanitarie, come denunciano medici senza frontiere.



In una riunione convocata d’urgenza il 23 luglio il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione in cui condanna Israele per la sua offensiva militare e crea una Commissione per investigare sui crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani che Israele abbia potuto commettere. La risoluzione è stata approvata con 29 voti a favore. Gli Stati Uniti hanno votato contro e i paesi europei membri del consiglio, tra cui l'Italia, si sono astenuti


Un conflitto asimmetrico

Il massacro di civili è reso possibile anche dalla diversità delle rispettive forze militari. I palestinesi dispongono di razzi, mentre gli israeliani di missili. Inoltre i razzi palestinesi vengono agevolmente intercettati dal potente sistema di difesa Iron Dome di Israele. La differenza numerica delle vittime lasciate sul campo ne è la riprova. 

Non dobbiamo dimenticare che Israele è (insieme a USA, Russia, Cina, Francia,Inghilterra, India, Pakistan e Corea del Nord) tra le maggiori potenze nuclearinonché tra quelle (con India, Pakistan e Corea del Nord) che non hanno firmato il trattato di non proliferazione.


Il paravento dei negoziati della diplomazia internazionale.

Tutti i tentativi di risolvere il conflitto israelo-palestinese attraverso un processo negoziale risultano ormai destinati al fallimento.

È ormai da venti anni che i negoziati rappresentano nei fatti non tanto la via per la pace, quanto piuttosto “un paravento dietro il quale il processo di progressiva annessione della Palestina da parte di Israele va avanti indisturbato”.


"Secondo l'ufficio centrale di statistica israeliano, nel 2013 si è iniziata la costruzione di 2.534 nuove unità abitative negli insediamenti ebraici in Cisgiordania, più del doppio che nell'anno precedente. Israele ha poi intensificato la demolizione di edifici palestinesi; ad esempio, secondo dati ONU, nella valle del Giordano sono state demoliti 390 edifici rispetto ai 170 del 2012, e 590 persone si sono trovate senza casa. Un processo di colonizzazione che ha, sin dall'inizio, mirato a rendere impossibile il formarsi di una società palestinese capace di esprimere una comune identità politica e nazionale, e a rendere sempre più difficile la vita dei palestinesi, rendendoli dei profughi nella loro stessa terra" (Fonte Scienzaepace, Università di Pisa, leggi tutto).

Fermare Israele con un embargo militare ed economico 

La soluzione del conflitto e la eliminazione delle sue cause vanno ritrovate in quelle forme di embargo militare ed economico che a suo tempo furono adottate, con successo, nei confronti del Sud Africa durante l’apartheid. 

In questa direzione si muove il provvedimento (2013/C 205/05) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea il 19 luglio dello scorso anno (v. il nostro post)  con cui vengono fissati i limiti territoriali entro cui potrà realizzarsi la cooperazione dell’Unione Europea con Israele a partire dal 2014.

Si stabilisce che gli Accordi UE-Israele, i finanziamenti comunitari, gli scambi finanziari, economici e culturali non saranno applicabili ai territori occupati da Israele dal 1967, territori che l’Unione Europea non riconosce come territori di Israele.

Le organizzazioni internazionali si sono mobilitate lanciando una petizione in cui si chiede alle banche, ai fondi pensione e alle imprese di mettere fine ai loro investimenti in Israele. Questo è forse l’unico “linguaggio” che il governo di Israele è in grado di capire.

Recentemente numerosi premi Nobel, artisti e personalità internazionali hanno pubblicato una lettera aperta per esigere che l’ONU e i governi del mondo impongano un embargo militare totale e giuridicamente vincolante verso Israele.


Ma quale è la politica dell’Italia? Rete Disarmo: il governo italiano sospenda l’invio di armi ad Israele.

L’Italia evita di schierarsi e mantiene uno stretto riserbo. E non potrebbe essere altrimenti visti i rapporti commerciali che intrattiene con Israele in particolare nel settore militare.

Nel maggio 2005 – durante il governo Berlusconi III – ha ratificato un “Accordo generale di cooperazione nel settore militare e della difesa” (qui il testo della Legge 17 maggio 2005, n.94 di ratifica).

All’accordo sopraccitato ne ha fatto seguito un altro ben più consistente. Si tratta accordo firmato il 19 luglio 2012, durante il governo Monti sulla cooperazione militare “per la fornitura ad Israele di velivoli M346 per l’addestramento al volo e dei relativi sistemi operativi di controllo del volo, ed all’Italia di un sistema satellitare ottico ad alta risoluzione per l’osservazione della Terra (OPTSAT -3000) e di sottosistemi di comunicazione con standard NATO per alcuni velivoli dell’AMI”. Un accordo che ha visto impegnato in prima persona l’ex premier Monti che lo ha definito un “salto di qualità”. Salto di qualità peraltro mai discusso (né approvato) in Parlamento non solo per i termini del contratto (che favoriscono i profitti privati di Alenia Aermacchi, gruppo Finmeccanica) ma soprattutto per le rilevanti implicazioni sulla politica mediorientale del nostro paese". (Fonte Unimondo)

l’Italia è il maggiore esportatore dell’Unione europea di sistemi militari e di armi leggere verso Israele: si tratta di oltre 470 milioni di euro di autorizzazioni per l’esportazione di sistemi militari rilasciate nel 2012 (dati del Rapporto UE) ed oltre 21 milioni di dollari di  “armi leggere” esportate nel quinquennio dal 2008 al 2012 (dati Comtrade). (Fonte Unimondo)

Ciò avviene in aperto contrasto con la nostra legislazione (Legge 185 del 1990) relativa all'export di armamenti, che prevede l’impossibilità di fornire armamenti a Paesi in stato di conflitto armato o i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani.

la Rete Italiana per il Disarmo che raggruppa le principali organizzazioni italiane impegnate sui temi del disarmo e del controllo degli armamenti, chiede che “Il governo italiano sospenda immediatamente l’invio di armi e sistemi militari a Israele e si faccia promotore di una simile misura presso l’Unione europea”.











luglio 20, 2014

TUNISIA. Per la seconda volta la Tunisia ospiterà il FORUM SOCIALE MONDIALE. L'appuntamento è a Tunisi dal 24 al 28 marzo 2015



E' la seconda volta che il FORUM SOCIALE MONDIALE si svolge in un paese arabo. 
E’ la seconda volta che sceglie la Tunisia.

Già nel 2013 Tunisi ospitò questo evento di straordinaria importanza che ogni anno chiama a raccolta migliaia di movimenti provenienti da tutte le parti del globo per discutere dei problemi del mondo in un’ottica anti-liberista e anti-consumista. Per la pace, la giustizia e per una globalizzazione alternativa.


Il lemma dell'edizione 2013 era "dignità". La dignità che chiedeva il popolo tunisino della "rivoluzione dei gelsomini".


La scelta della Tunisia ancora una volta ha un grande significato.  

Dopo aver dato origine a quella che è stata definita “primavera araba” e, cioè, a quell'insieme di rivolte popolari che in pochi mesi hanno scosso l’intero mondo arabo, la Tunisia, dopo soli tre anni da quei tragici eventi,  è stata capace di dotarsi di una delle Costituzioni più avanzate del mondo, in cui costituiscono assi portanti l’uguaglianza di genere, la libertà di coscienza e di credo e lo stato di diritto.   Ciò mentre in altri paesi quelle rivolte popolari sono state spazzate via da conflitti scatenati da contrapposti interessi economici ed equilibri geopolitici.


“Il popolo ha vinto una rivoluzione pacifica che illumina il mondo”. Così ha commentato Rached Ghannouchi, Presidente di Ennahda, il partito islamico moderato, maggioranza all'Assemblea Costituente.

La Tunisia è stata definita il  il volto nuovo dell'Islam. La punta avanzata della società araba contro le dittature corrotte dagli interessi neo-coloniali. Una bandiera per tutto il continente africano.





Un altro Magreb-Mashreq è possibile
Un’altra Africa è possibile
Un altro mondo è possibile

Con questo slogan il comitato organizzatore del FORUM ha lanciato un appello ai movimenti sociali affinché si mobilitino in vista del prossimo FORUM che si terrà a Tunisi dal 24 al 28 marzo 2015


L'appello è stato pubblicato in quattro lingue. Potete trovare il testo in lingua araba cliccando qui


mg

giugno 23, 2014

BRASILE. Campionati di calcio. Una vendetta Mondiale?



“Continuo a deliziarmi con i bocconcini di cui può godere chi ha il disonesto vantaggio del senno di poi: sapere cos'è successo e andare a vedere le previsioni di chi ha osato fare pronostici.

Ho un gran timore post-coloniale. In Brasile, le squadre del Nuovo Mondo che gli imperi portoghese, spagnolo e britannico hanno depredato di più, si stanno bevendo coppe di vendetta intelligentemente gelata.

Il Cile ha eliminato la Spagna. L'Uruguay ha eliminato l'Inghilterra...”

Così Miguel Esteves Cardoso articolista del periodico portoghese “Público”. Leggi tutto

giugno 09, 2014

BRASILE. Mondiali 2014. Parte la campagna contro il turismo sessuale minorile



Le organizzazioni per i diritti dell’infanzia si preparano a dare battaglia al turismo sessuale minorile, un crimine che troppo spesso funesta le grandi competizioni internazionali soprattutto  nei paesi dove esistono sacche di povertà.

L’Istituto Brasiliano di Studi, Ricerche e Formazione per l’Innovazione Sociale (IBEPIS)capofila di un  gruppo di organizzazioni governative e non governative, nazionali e internazionali, ha lanciato la campagna “Turismo e Protezione dell’Infanzia – Un’alleanza strategica” con cui invita i turisti a diventare paladini dei diritti dei bambini e degli adolescenti e a denunciare i casi di prostituzione minorile di cui vengano a conoscenza chiamando il numero verde nazionale 100.


IBEPIS  e le altre organizzazioni partner hanno invitato al concentramento che si terrà l’11 giugno a partire dalle ore 10,30 nell’aeroporto internazionale di São Gonçalo do Amarante (NATAL) per il lancio della campagna.



In Brasile il cliente di prostituzione minorile può essere condannato alla reclusione da 4 a 10 anni. Peraltro la legge italiana prevede la punibilità in patria del cittadino italiano che commetta questo crimine all'estero (art. 604 c.p.). Al suo rientro in Italia quest’ultimo potrà quindi essere condannato, a seconda dell’età della vittima, con la reclusione da uno a 14 anni.

Durante i mondiali negli aeroporti, negli hotel, nei taxi, nei bar etc. i turisti riceveranno questo trittico:





COS'E' IL TURISMO SESSUALE MINORILE

L’utilizzo di bambini a fini sessuali da parte degli adulti non è un fenomeno nuovo, esiste da secoli in molte società. Tuttavia negli ultimi decenni ha cessato di essere un fenomeno occasionale e marginale per diventare un fenomeno di massa, un mercato organizzato e strutturato che vede spesso l’implicazione della delinquenza organizzata.

Si inserisce nel più ampio contesto del mercato del sesso, diventato un settore trainante dell'economia mondiale che muove annualmente una quantità di denaro superiore al totale di tutti i bilanci militari nel mondo (tra 5000 e 7000  miliardi di dollari americani), un mercato in cui operano multinazionali e imprese quotate in borsa... leggi tutto e guarda i video


mg