FOLI è il termine
che significa ritmo nella lingua dei Malinke, un
popolo che vive nell'Africa occidentale, in particolare Guinea, Mali, Gambia.
Fondatori tra il XIII e il XVII secolo dell’ Impero africano del Mali, uno dei più potenti imperi dell’Africa Occidentale, i Malinke furono vittime del traffico di schiavi che alimentò le economie
europee nelle Americhe, e successivamente per circa un secolo (1864-1960) furono sudditi
dell'impero coloniale francese.
FOLI nella cultura Malinke significa però molto più del ritmo creato da strumenti
musicali a percussione come il djembe (da questa regione provengono i
migliori percussionisti del mondo), significa il ritmo creato da ogni gesto della
vita quotidiana.
Tutto, ogni passo, ogni azione, ogni parola è ritmo, è FOLI, bisogna saperlo ascoltare.
In questo breve video girato da Thomas Roebers e Floris Leeuwenberg in un villaggio Malinke vicino alla città di Baro in Guinea, si possono ritrovare i ritmi del lavoro e della vita del villaggio.
La rivista di educazione musicale "Musicheria"ha
realizzato la trascrizione approssimativa del FOLI eseguibile con le voci e/o con
strumenti a piacere.
“Ottobre Africano” è un festival itinerante che si tiene ogni
anno nel mese di ottobre in alcune delle principali città Italiane, tra cui Roma,
Milano, Torino, Parma, Reggio Emilia, Lecce, Napoli e Crotone
Un fitto programmadi convegni, eventi letterari,teatrali
e musicali, mostre di pittura e fotografia che ha come protagonistiartisti e intellettuali del
continente africano.
Ci racconta Cleophas Adrien Dioma, direttore e fondatore del Festival, scrittore e documentarista originario
del Burkina Faso ma da anni residente a Parma, che il Festival è nato 11 anni fa a Parma su iniziativa dell’associazione di
promozione sociale "Le Réseau", costituita per favorire la reciproca conoscenza e
la collaborazione fra immigrati e italiani e una convivenza fondata sul
rispetto, la comunicazione e lo scambio culturale. E’ presto uscito però dai confini
di Parma e a fine 2013 ha vinto il premio dedicato ai migliori eventi africani
in Italia, l’Africa-Italy Excellence Award.
L’obiettivo dell’edizione
2014, spiega ancora Adrien Dioma, “è
riflettere sulla cultura o le culture che conoscerà l’Italia del domani, sui cambiamenti futuri del paese, sulle
possibili chiavi di lettura che contribuiranno alla creazione di un’Italia che appartenga a tutti coloro che
la vivono e che ci vivono: l’Italia degli italiani, dei nuovi italiani e delle
seconde generazioni.
Con la nascita di tanti
eventi e realtà culturali ideati e promossi da persone di origini e cultura non
italiane ma residenti in Italia, con la voglia di partecipazione politica,
culturale, economica e sociale dei nuovi italiani, non è più possibile non
cercare di immaginare l’Italia del futuro, un’Italia che sarà sempre più ricca
di mescolanze, incontri e colori”
Tra le novità di quest’anno,
l’evento "Se solo mi guardassi"“: due giornate di musica, cibo e arte, nate su proposta della madrina del festival
Fiorella Mannoia. Tra i numerosi protagonisti presenti al Festival possiamo citare: Saidou Dicko - Burkina Faso.
All’età di 5 anni, piccolo pastore Fulani, impara a disegnare le ombre delle “sue” pecore sui
suoli aridi del Sahel. Artista autodidatta, ha iniziato nella fotografia dal
2005, la sua specialità, le ombre….i suoi amici gli hanno dato il soprannome di
“le voleur d’ombres” (il ladro di ombre).
Samia Yaba Christina Nkrumah – Ghana
Politica,
presidente del Convention People’s Party, nel 2008 è stata eletta alle elezioni
parlamentari del suo paese. Attualmente ha dato le dimissioni dal posto di parlamentare con
il progetto di presentarsi alle prossime elezioni presidenziali. A Roma e a
Torino ha parlato della sua lotta per l’indipendenza e l’unità del popolo
africano
Cheikh Tidiane Gaye - Senegal.
Poeta e scrittore, è membro
di Pen Club Internazionale Lugano Retoromancia Svizzera. È il primo africano a
tradurre Senghor in italiano.
Ara Compaoré - Burkina Faso
La sua passione per i bellissimi
tessuti del suo paese la spinge a diffonderli anche fuori dall’Africa e a creare
così un nuovo stile nato dalla combinazione Occidente- Africa.
Reda Zine – Marocco
E’ stato uno dei fondatori
del più grande festival di musica indipendente dell’Africa, L’Boulevard di
Casablanca, e della sua rivista L’Kounache Magazine (urban music and street
culture).
Cristina Ubax Ali Farah – Somalia
Scrittrice e poetessa (padre
somalo e madre italiana) si laurea in Lettere a Roma. Al festival Ottobre Africano ha presentato il suo ultimo libro (Il
comandante del fiume) e per parlare con i giovani di seconde generazioni che
stanno crescendo nel paese di immigrazione dei loro genitori ma che è
semplicemente il loro paese.
Gabin Dabiré – Burkina Faso
Cantante, chitarrista,
compositore. Ha creato con alcuni artisti milanesi il gruppo multimediale CORRENTI
MAGNETICHE, suoni ed immagini dai primitivi all'elettronica. Imponente è il suo
impegno culturale che lo porta nel 1984 a fondare a Milano il “CENTRO PER LA
PROMOZIONE E LA DIFFUSIONE DELLA CULTURA AFRICANA”, patrocinato dall’UNESCO.
Laurell Boyers-Bastiani - Sud Africa
Giornalista radioteleva. Nel
2009 ha vinto il Vodacom Journalist of the year: regional winner come producer
di documentari e programmi televisivi di approfondimento per la Tv indipendente
nazionale sudafricana E-tv (Enca). Successivamente è passata a lavorare
per Summit Tv, canale televisivo dedicato al mondo economico.
Jean Claude Mugabo
Uwihangannye - Ruanda
Il suo nome vuol dire “l’uomo
che ha pazienza”. Scrittore e ricercatore, in Italia da 25 anni, scrive favole e
racconti interculturali ed è ricercatore delle tradizioni popolari e della
filosofia africana. Realizza per le scuole programmi e animazione in chiave di “mondialità” con temi attuali e sensibili: ambiente, alimentazione, pace,
solidarietà…Attualmente è presidente di “Immigrazionisti”, che pubblica il “libroagendadei cittadini del mondo”
un’agenda annuale a tema con ricorrenze, proverbi, personaggi, poesie, storie,
concetti di tutte le culture di tutto il mondo.
Nyny-ryke Goungou – Togo
Cresciuta in Italia e
diplomata in Fashion Design alla NABA di Milano, ha conseguito il Diploma Master
in Modellistica industriale presso l’istituto “Carlo Secoli”. Le sue creazioni
rappresentano un connubio fra la tenacia e la forza dei colori delle sue origini
con la purezza, l’eleganza e i volumi Europei.
Lemnaouer Ahmine - Algeria
Documentarista. Vive in
Italia e realizza documentari trasmessi dalle reti RAI e LA7. Molti dei suoi
lavori trattano del difficile rapporto tra mondo arabo e occidentale
Dagmawi Yimer - Etiopia
Regista di documentari, ha
esordito in Italia
con Andrea Segre come coautore di “Come un uomo sulla terra” per il quale ha ricevuto una Menzione
speciale al Bif&st 2009. Dal 2010 collabora con l’AMM -Archivio delle
memorie migranti-, associazione di cui è vicepresidente che promuove forme di
autonarrazione da parte di migranti.
Nato da un'idea di Roberto
Davide Papini e Attilio Valenti in partenariato con l'Ufficio per la Pace a
Gerusalemme del Comune di Roma e in collaborazione con le Municipalità di
Raanana (Israele) e di Qalqilia (Palestina) il cartone è stato realizzato dagli studenti di due scuole, la Aviv Secondary School (Raanana, Israele) e la
Al Sadia Secondary School (Qalqilia, Palestina). La supervisione artistica è stata
svolta da due tra i più prestigiosi autori italiani, Giulio Gianini e Emanuele
Luzzati, due volte nomination allOscar”. Si ringrazia Mariem Mastouri del direttivo di Casa Africa per la segnalazione
Il
giovane popolo della “Terra degli uomini integri” (Burkina Faso) ha messo fine ai 27 anni del regime neoliberista di
Blaise Compaoré che ha portato il paese alla miseria.
Il
Burkina Faso è stato incluso dall'ONU tra i 25 più poveri Stati del mondo,
sebbene sia il secondo paese produttore di cotone dell’Africa sub-sahariana e
il quinto produttore d’oro della regione.
Un
anno fa l’Agenzia Fides denunciava le condizioni in cui si trova il paese: “Il
46,4% della popolazione burkinabé ha meno di 15 anni, il 59,1% ha meno di 20 anni.
Questa gioventù (...) è insoddisfatta e smarrita a causa dell’assenza di modelli
sociali. L’immagine di chi esercita il potere è offuscata dalla corruzione e
dal clientelismo (...). Il 43,9% della popolazione vive al di sotto della soglia
di povertà, e la ricchezza è detenuta da un piccolo gruppo, che si spartisce il
potere politico e finanziario, attraverso la corruzione e l’uso a fini personali
dei beni dello Stato (Fonte: Agenzia Fides)
Il 30 ottobre scorso Blaise
Campaorè si è dimessoed è stato costretto alla fuga
dopo cruente rivolte popolari che hanno portato all'occupazione e all'incendio del
parlamento, all'occupazione della Radio e della Televisione, alla chiusura dell’aeroporto
e all'occupazione di altri centri nevralgici per la vita politica del paese. Rivolte
che sono costate la vita ad almeno 30 manifestanti (Fonte: Greenreport)
Ma l’esito della
rivoluzione
che Emile Pargui Pare, esponente del partito di opposizione Movement of People
for Progress (Mpp), ha detto essere "la nostra primavera" battezzandola "Primavera Nera", è ancora incerto dopo che alla rivolta popolare è seguito un colpo di stato militare che ha messo al
potere il colonnello Isaac Zida, numero due della guardia presidenziale, un corpo
d’elite ben armato e ben pagato, creato dallo stesso Compaoré. Zida avrebbe il compito
di creare un governo di transizione per portare il paese a libere elezioni entro12
mesi.
L'opposizione
e la società civile hanno rivolto un
appello alla popolazioneperché scenda in piazza per chiedere che latransizione
democratica non sia gestita dai militari. Invocano a gran voceKwamé Lougué, ex ministro della difesa rimosso dal suo incarico nel 2003 perché accusato di
voler deporre Compaorè. Lougué
sarebbe però stato fermato (non si capisce ancora bene da chi) a Ouagadougou
mentre stava tentando di raggiungere piazza della Nazione, nel cuore della
capitale per unirsi ai manifestanti.
Chi è Blaise Compaoré l'uomo
che i burkinabè
non vogliono più come
presidente
E’
stato presidente del Burkina Faso dal 1987, anno in cui salì al potere grazie a
un cruento colpo di Stato finanziato dalla Francia, dalla Libia e dagli Stati
Uniti e sostenuto dai signori della guerra dell'area, il sanguinario liberiano
Charles Taylor e Idriss Déby (Fonte: Panorama).
Dopo
esserne stato ministro e amico fu Compaoré a tramare e organizzare il colpo di
stato contro Thomas Sankara, il carismatico presidente burkinabè (1983-1987) che
aveva imboccato una via autonoma allo sviluppo osteggiata sistematicamente da
Banca Mondiale e FMI e che venne assassinato, secondo numerose testimonianze, proprio su mandato del deposto presidente.
Salito
al potere Compaoré ha dato alla sua politica economica il forte impulso liberista
preteso dal FMI ed è diventato stretto alleato di Stati Uniti e Francia. Il
Burkina Faso ospita una base militare francese e basi aeree per i droni spia americaniche volano principalmente sul Mali e sul Niger, paesi con cui Il Burkina Faso confina e
che sono strategicamente importanti per gli interessi economici occidentali e
in particolare della Francia, ex potenza coloniale (v. il nostro post Mali. Le verità della guerra).
Chi è Thomas
Sankara, il presidente tradito da Compaoré
Thomas
Sankara ha governato il Burkina Faso per
quattro anni (1983-1987) durante i quali è stato alla ricerca del riscatto per
un intero continente: “L’Africa agli africani” (Sankara e il sogno africano di
Carlo Batà, Leggi tutto)
Una
figura rivoluzionaria rispetto all’atteggiamento accondiscendente di tanti
altri leader africani verso le nazioni straniere; rivoluzionaria rispetto ai
diktat di potenze egemoni come la Francia e gli Stati Uniti. Sankara denunciava i ricatti delle potenze
occidentali e invitava i governi africani a non sottostare alle regole delle nazioni straniere e al liberismo globale, causa principale della povertà nei
paesi del Sud del mondo. Povertà alimentata ad hoc dalle nazioni occidentali
per continuare ad accaparrarsi in maniera indiscriminata delle ricchezze
dell’Africa (Fonte: Missioni Africane. org. )
Thomas Sankara aveva
uno stipendio presidenziale in linea con quello degli impiegati statali di
basso livello. Tagliò le retribuzioni di generali, ministri, alti funzionari.
Distribuì la terra ai contadini. Era un uomo integro, che pagò con la vita la
sua integrità e il sogno di riconquistare la sovranità economica per il suo
Paese, saccheggiato dai colonialisti e obbligato a antieconomiche monoculture
in mano alle multinazionali francesi.
Sotto
la sua presidenza Sankara promosse numerose donne a ministro o ai vertici delle
forze armate, incoraggiò le donne a ribellarsi al maschilismo e a rimanere a
scuola in caso di gravidanza, fu il primo presidente africano a mettere in
guardia la popolazione dai rischi dell'AIDS, invitando i suoi compatrioti a
prendere dei contraccettivi, abolì la poligamia e vietò l'infibulazione (Fonte: Panorama)
Per
ridare impulso all’economia decise che il suo paese doveva contare sulle proprie forze e vivere
all’africana, senza farsi abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti
dall’Europa: “Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo
completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno
cercato di venderci per anni”. “Consumiamo burkinabè”, si leggeva sui muri
della capitale.
Durante
i suoi quattro anni di presidenza Sankara aveva invitato i Paesi africani a non
pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica
che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale.
Celebre
è rimasto il discorso sul debito che
tenne nel 1986, durante i lavori della 25esima
sessione dell’Organizzazione per l’Unità
Africana (OUA) tenutasi a Addis Abeba, pochi mesi prima di essere assassinato: “Noi siamo estranei alla creazione di questo
debito e dunque non dobbiamo pagarlo. […] Il debito nella sua forma attuale è
una riconquista coloniale organizzata con perizia. […] Se noi non paghiamo, i
prestatori di capitali non moriranno, ne
siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne
altrettanto certi”:
All’alba
di sabato 25 ottobre la 26enne Reyhaneh Jabbari, nonostante la mobilitazione
internazionale che un mese fa aveva fatto sospendere l’esecuzione, è stata giustiziata con l’impiccagione nel
carcere di Teheran dove era richiusa da sette anni. Arrestata nel 2007 quando
aveva 19 anni, era stata condannata a morte per avere ucciso l’uomo che aveva cercato di violentarla: Morteza Abdoladi Sarbandi, ex dipendente dell'intelligence iraniana
Il
fatto che si fosse trattato di legittima difesa non è stato riconosciuto dal tribunale
che ha giudicato Reyhaneh colpevole di omicidio premeditato a conclusione di un
processo viziato da gravi irregolarità
come aveva denunciato il Relatore Speciale per i Diritti Umani in Iran delle Nazioni Unite
Reyhaneh avrebbe potuto aver
salva la vita se avesse ritrattato l’accusa di aver subito un tentativo di stupro come
le era stato richiesto dalla famiglia della vittima in cambio del perdono, ma
lei ha rifiutato di farlo. L’ordinamento della Repubblica Islamica dell’Iran
prevede infatti che la pena capitale sia annullata se i familiari della vittima
concedono il perdono. E’ l’istituto del qisas del diritto islamico.
Prima di morire Reyhaneh ha
reso questa ultima testimonianza affinché il mondo sappia...
“Io sono Reyhaneh Jabbari e
ho 26 anni. Con la corda dell’impiccagione davanti a me di cui non ho paura. Se
scrivo è solo per raccontare ciò che mi è accaduto, senza aggiungere né
togliere niente.
Voglio dirvi tutto ciò che
ho detto nei tribunali e non hanno voluto capire, tutte le percosse che ho
ricevuto senza pietà da quattro inquisitori che si credevano Dio e non mi sentivano mentre urlavo: ora
voglio dirvelo.
Voglio che le persone
sappiano e poi giudichino, voglio che sentano e poi se vorranno, stringano la
corda più forte intorno al mio collo. Voglio che sappiano cos’è successo a me quando avevo 19 anni e che ora non ho
paura della morte. Voglio parlare, affinché sappiano come si è strozzato in
gola il mio grido. Il motivo per cui oggi vengo chiamata assassina, accusata da
una sentenza ottenuta con menzogne.
Io, Reyhaneh, una ragazza
di 26 anni, mi trovo attualmente dentro il carcere di Shahrerey, aspetto la
fine della mia vita. (...) Diverse volte ho voluto scrivere ma ho sempre
abbandonato perché mettere una lama su questa ferita vecchia fa più male, ma in
questa notte senza fine, reparto due del
carcere di Shahrerey, sotto la luce artificiale e nel silenzio del carcere
vomito il dolore senza rumore. (...) Non ho altre vie che non parlare: se non
parlo muoio. Forse così il dolore finirà. (...) In tutti questi anni ho fatto
finta di esistere, trasformavo solo la notte in giorno e il giorno in notte, la
mia anima è morta. La mia anima pura morì a 19 anni, per molte notti ho
affrontato incubi. (...) In questi anni ho imparato che la morte è la fine del
dolore di molti. E forse un nuovo inizio. Io Reyhaneh Jabbari di 26 anni non ho
paura della morte: però Reyhaneh a 19 anni aveva paura”.
Ed il mondo ancora una
volta ha saputo, attraverso il gesto estremo del sacrificio di una vita, quanto
difficile sia per una donna far valere la verità e ottenere giustizia contro la violenza subita e quanto
la giustizia può diventare altrettanto violenta dello stupratore nei confronti
della donna, come commentò l'avvocata Tina Lagostena Bassi, difensora di parte
civile nel famoso "processo per stupro" celebrato in Italia nel 1978 e trasmesso in TV sotto forma di documentario.
Reyhaneh non è stata creduta a dispetto delle numerose risultanze processuali che provavano la sua versione dei fatti. Non è stata creduta perché l’onore del suo
carnefice veniva prima della verità. E così da vittima è diventata imputata di
un delitto punibile nel suo paese con la pena capitale.
Ancora una volta il mondo è
stato testimone delle aberrazioni a cui può
arrivare “il patriarcato, la dominazione sistemica della donna da
parte dell’uomo” che alligna, seppure con modalità e intensità differenti, a livello globale e attraversa frontiere, razze, classi e religioni (queste le conclusioni a cui
è pervenuto lo "Studio a fondo su tutte le forme di violenza contro la donna" delle Nazioni Unite). Oggi in occidente l’intreccio
fra patriarcato e ultraliberalismo ha prodotto nuove forme moderne di
sfruttamento della donna (tratta, donna oggetto, donna merce), mentre nel mondo
islamico la donna è diventata l’ultimo baluardo dell’identità musulmana da
difendere da parte di società minacciate da altre situazioni di precarietà geopolitica
ed economica (così Asma Lamrabet, Islam e femminismo, in questo blog)
Ma il mondo ha anche
appreso che
persino in un paese blindato come l’Iran le donne sono capaci di lanciare la loro sfida alla violenza del potere patriarcale.
Le donne iraniane non hanno
paura scrive
il premio Nobel Shirin Ebadi
In
migliaia, donne e uomini, hanno manifestato nella città iraniana di Isfahan per
protestare contro la recente ondata di attacchi con l’acido che viene spruzzato
sui volti delle ragazze considerate non adeguatamente vestite secondo i canoni
del regime. Gli attacchi vengono compiuti da bande di motociclisti che si
sospetta siano affiliate e comunque tollerate dalle autorità, versione questa che è stata però categoricamente smentita
dal governo e dai media ufficiali.
A
seguito delle manifestazioni la Magistratura iraniana si è impegnata a prendere seri e tempestivi provvedimenti promettendo la punizione più dura possibile per i colpevoli.
La guerra imperversa ormai in tutto il Medio
Oriente e Nord-Africa: Iraq, Afganistan, Siria, Palestina e Libia sono i
principali scenari.
Ma è anche tutto il Centro Africa ad essere flagellato da
violenti conflitti: nella Repubblica Centroafricana, nel Sud Sudan, in Darfur,
nel Mali, in Nigeria, nel Congo... Conflitti che i media occidentali per lo più
liquidano come tribali, etnici o religiosi, ma che in realtà sono
scatenati dalle lotte di potere di ex
potenze coloniali per il controllo di ricchezze naturali come
il petrolio, l’uranio, i diamanti, l’oro e il coltan (vedi il nostro post Parla la nuova Africa...).
Papa Francesco, nell’omelia pronunciata
durante la visita al Sacrario dei Caduti della Prima Guerra Mondiale a
Redipuglia il 13 settembre scorso, ha puntato il dito contro coloro che ha
definito i "pianificatori del terrore".
“Dietro
le quinte, ha detto, ci sono interessi,
piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c’è l’industria delle
armi, che sembra essere tanto importante!”
Un appello e un monito che confermano quella
leadership spirituale mondiale di Papa Francesco riconosciuta anche dalla
maggioranza del mondo islamico
I pianificatori del terrore
Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio
permanente sulle armi leggere di Brescia (Opal) fornisce
alcune cifre sul mercato internazionale delle armi, in particolare
destinato al Medio Oriente.
“Chi sta armando il Medio Oriente non è qualche “paese canaglia”, ma le
maggiori potenze occidentali.”
“Gli Stati Uniti sono in assoluto il maggior
esportatore di armamenti verso i Paesi mediorientali: nell’ultimo decennio ne hanno inviati
per quasi 25 miliardi, cioè praticamente la metà di tutte le forniture di
armi al Medio Oriente è di provenienza statunitense. Segue la Russia, ma con
cifre quanto mai lontane (circa 5,5 miliardi di dollari) e poi una serie di
Paesi dell’Unione europea: la Francia (più di 5 miliardi), la Germania (3,3
miliardi), il Regno Unito (3,1 miliardi) e l’Italia (più di 1 miliardo)”.
“Il Medio Oriente è la zona nel mondo verso
cui – secondo l’autorevole istituto di ricerca svedese SIPRI (Stockholm
International Peace Research Institute) – è diretta la maggior parte di sistemi
militari: nell’ultimo decennio ne sono stati inviati per oltre 51 miliardi di dollari, che rappresentano più del
20 per cento di tutti i trasferimenti mondiali di armamenti. Un quinto di tutti i sistemi militari
venduti nel mondo va quindi a finire proprio in Medio Oriente”.
“I governi dei Paesi dell’UE nel decennio 2003-2012 hanno autorizzato esportazioni di sistemi militari verso il Medio
Oriente per oltre 71 miliardi di euro. Nel solo 2012 queste autorizzazioni sono state di oltre 9,7 miliardi di euro che fanno del
Medio Oriente il principale destinatario esterno di sistemi militari prodotti
nei paesi dell’Unione”.
“L’Italia nell'ultimo quinquennio ha autorizzato esportazioni di sistemi militari verso i paesi del Medio
Oriente per oltre 5 miliardi di euro. Non
va dimenticato che l’Italia è stata il
maggior fornitore europeo di sistemi militari alla Libia di Gheddafi”. Fonte Città Nuova
Leggiamo poi nella Scheda "Armamenti" di Unimondo “che l’Italia è il secondo maggior
esportatore di “armi leggere” superata solo dagli USA. Armi facili da
smerciare e che possono alimentare il mercato illegale.
In Africa sono proprio le armi leggere le vere armi di distruzioni di
massa.
La connessione tra il traffico di armi, i
conflitti armati e le modalità con cui spesso avviene lo sfruttamento delle
risorse nei paesi africani da parte società straniere è stata oggetto di studio
da parte del gruppo ad hoc di esperti
incaricato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di indagare su tale
fenomeno nella Repubblica Democratica del Congo,
paese ricchissimo di risorse minerarie, segnato da decenni di instabilità e di
conflitti sanguinosi che hanno prodotto oltre
3 milioni di morti e 2 milioni di profughi, secondo stime del Consiglio di
Sicurezza al 2003. (vedi il nostro post Parla la nuova Africa...)
“Il complesso militare-finanziario-industriale internazionale”. Le
scelte politiche cedono il passo alla logica del profitto.
“All’espansione del mercato degli armamenti
stanno contribuendo in modo crescente i recenti processi di privatizzazione e
internazionalizzazione delle maggiori imprese militari occidentali e il ruolo sempre più preponderante dei
gruppi bancari e finanziari sulle attività delle aziende del settore
militare che necessitano ingenti investimenti per la ricerca e lo sviluppo di
nuovi sistemi e tecnologie e per reggere la competizione internazionale nell'acquisto
di nuove commesse.
Tutto ciò sta avendo notevoli ripercussioni sui governi
per quanto concerne l’effettiva possibilità di determinare in modo autonomo e
incondizionato le proprie politiche nazionali di produzione ed esportazione di
armamenti.
La crisi economica che da anni sta investendo
le economie occidentali e la conseguente restrizione dei budget per il settore
della difesa sta portando diversi governi, e in modo particolare quelli
dell’UE, ad incentivare le esportazioni di armamenti allo scopo di sostenere le
proprie industrie militari tanto che diversi ministri e funzionari della Difesa dei Paesi europei sono ormai
riconosciuti come espliciti promotori delle industrie di questo settore.
In questo modo, gli sforzi tesi ad attuare una politica estera e di sicurezza
comune, ridefinendo anche il ruolo e la
funzione dell’industria europea della difesa, rischiano di essere sopraffatti da logiche di tipo industriale e finanziario, dalla necessità cioè delle industrie
militari da un lato di mantenersi concorrenziali in un mercato globale degli
armamenti sempre più competitivo e dall'altro di dover rispondere ai propri
azionisti e finanziatori privati più che ai rappresentanti politici
democraticamente eletti”. Fonte Gianni Beretta in contributo alla campagna "Banche Armate"
L’“industria della difesa” invece che
produrre maggior sicurezza finisce così con l’incrementare l’insicurezza
internazionale e l’instabilità delle zone di maggior tensione del mondo.
L’Italia ha deciso di trasferire armi leggere in Iraq ai peshmerga curdi, di fatto partite da La Maddalenail 23 settembre scorso. Come ha spiegato dalla ministra Pinotti, si tratta soprattutto di armi in disuso o
sequestrate a trafficanti che avrebbero dovuto essere distrutte. Cioè proprio
quel tipo di armi che possono alimentare il mercato illegale in una regione
dove già la gran parte degli armamenti proviene da traffici illeciti.
Inascoltato è stato l'appello diRete Disarmo affinché non si scegliesse la strada
dell'invio di armi italiane nella regione: “La responsabilità di proteggere
le popolazioni minacciate del Nord dell’Iraq non si esercita fornendo armi alle
forze armate curde o irachene, ma semmai inviando una forza di interposizione
militare a difesa delle popolazioni e
creando le condizioni per interventi di pace”
Papa Francesco, sull'aereo di ritorno a Roma dalla
Corea, ha poi ammonito che “dobbiamoavere memoria di quante volte con la scusa
di fermare un’aggressione ingiusta le potenze si sono impadronite dei popoli e
hanno fatto vere guerre di conquista”.
Queste parole non possono non riportarci agli
scenari sanguinosi dei c.d. interventi “umanitari” messi in campo da parte di alcune potenze occidentali,
interventi dichiarati per tutelare i diritti umani ed esportare democrazia in
determinati paesi, ma in realtà destinati ad “importare” le loro ricchezze.
E’ il caso dell’Afganistan in cui le compagnie americane mirano al controllo
dei grossi progetti del petrolio e del gas nel Kazakhstan e in altri stati
dell’Asia Centrale e alla costruzione di oleodotti attraverso l’Afghanistan. Fonte James Coogan
E’ il caso dell’Iraq un Paese geograficamente strategico: sia per le
riserve petrolifere, sia per la posizione geografica (le basi militari per
controllare l’Asia centrale e il Golfo Persico). Fonte Franco Cardini
E’ il caso delMali un Paese strategicamente importante per le centrali nucleari francesi (vedi il nostro post Mali. Le verità della guerra).
Le parole di Papa Francesco non possono poi
non riportarci alla mente le tante menzognedisseminate dai media, costruite per influenzare l’opinione pubblica e nascondere
la verità di queste guerre: la menzogna che Saddam Hussein fosse in possesso di
armi di distruzione di massa; la menzogna che la Casa Bianca avesse le prove
che Assad aveva usato armi chimiche; la menzogna che in Afganistan la gente rifiutava i Talebani e la loro cultura di paura e di
intimidazione, mentre, come ha dovuto riconoscere la stessa corrispondente del New
York Times, Carlotta Gall, i Talebani hanno via via guadagnato sempre più consensi
a causa dell’odio esistente nei confronti degli occupanti occidentali e del
loro governo fantoccio di Kabul.
E c'è chi oggi comincia a dubitare che l'attuale offensiva militare contro il terrorismo da parte della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti, sia in realtà strumentale alla destabilizzazione della Siria e all'eliminazione di Assad (così teleSUR tv).
Nel discorso tenuto all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 settembre scorsoil premier iraniano Hassan Rohani ha condannato senza mezzi termini i crimini dei terroristi: "i gruppi come l'Isis hanno un'unica ideologia che è la violenza e
l'estremismo, hanno un unico
obiettivo, ossia la distruzione della civiltà". Questi gruppi sono fuori dall'Islam, ha aggiunto.
Rohani ha voluto però anche mettere in risalto la responsabilità che grava su alcuni paesi occidentali di aver favorito la nascita e la crescita del terrorismo.
“Certi paesi, ha detto, hanno contribuito a creare l’estremismo e adesso
sono incapaci di frenarlo. La passata esperienza con Al Qaeda e i Talebani e i moderni gruppi estremisti
dimostra che non si possono usare questi gruppi per opporsi a uno Stato e
restare poi immuni dalle conseguenze”. Questi
paesi con i loro errori strategici hanno convertito il Medio Oriente in un
rifugio per terroristi ed estremisti. Il sentimento anti-occidentale che c’è
in molti Stati della regione è il prodotto del colonialismo. Se tali paesi
cercano di continuare la loro egemonia nella regione stanno commettendo un
nuovo errore strategico”.
Un monito quello di Rohani condiviso da
numerose associazioni occidentali anche di matrice cattolica
Osservatorio Iraq, Pax Christi Italia e Un
ponte per…hanno sottoscritto e diffuso il documento di analisi del movimento
per la pace olandese "Pax" sulla necessità di una strategia politica
comprensiva per contrastare lo Stato Islamico in Siria e in Iraq.
“Le radici dell'estremismo, esse affermano, non
si estirpano con strumenti militari ma
con misure di tutela dei diritti umani e della democrazia, che il governo
iracheno ha la responsabilità di attuare, con il sostegno della comunità
internazionale.
In Iraq e in Siria si sta scrivendo, di nuovo, la storia manu militari senza apprendere dal
passato.
Manca totalmente un'ammissione delle responsabilità internazionali che
hanno contribuito a rendere fertile il terreno per l'Isis, sostenendo per anni governi che hanno esacerbato le divisioni tra le
comunità e alimentando o tollerando i canali di approvvigionamento militare e
finanziario dello Stato Islamico”. Fonte Osservatorio Iraq
In un' intervista rilasciata alla rivista geopolitica Eurasia lo storico Franco Cardini ricorda che “Dal 1979 i successivi governi americani
hanno foraggiato economicamente e rifornito l’insurrezione islamica allo scopo
di rovesciare il governo afgano sostenuto dalla Unione Sovietica. Negli anni
’90, all’epoca di Clinton, la Casa Bianca spinse il Pakistan suo alleato a
favorire l’insediamento a Kabul dei Talibani nella convinzione che il loro
governo sarebbe stato favorevole alle aspirazioni delle compagnie americane".
Sottolinea poi che "gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia
e la Turchia per la Siria, hanno pesanti responsabilità nella nascita del
“califfato” e nella diffusione del terrorismo jihadista in generale. Questi
Paesi: isolando l’Iran, eliminando Saddam Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia e
cercando di abbattere Assad in Siria, hanno di fatto favorito l’ascesa degli
gli islamisti, che forti del sostegno delle ricche monarchie del Golfo, trovano
pochi ostacoli alla loro avanzata”.
Un monito a non ripetere gli errori del passato è arrivato anche dal presidente delle Acli Gianni
Bottalico, che ha esortato a "mettere di fronte alle
loro responsabilità quanti hanno finanziato ed armato questa orda di violenti
dell'Isis, che ha tratto enorme
giovamento dalla destabilizzazione della Libia e da quella in corso della
Siria, e che si è radicata nell'Iraq disastrato in seguito alla lunga guerra di
occupazione americana”. FonteUnimondo
“La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione!". Sono le parole dure di Papa Francesco che ci fanno riflettere sull'ossessione per la c.d. "crescita" da parte dell'attuale sistema neo-liberista. Un crescita perseguita a costo di morte e distruzione. Una crescita di cui pochissimi alla fine beneficiano e che lascia intatta la forbice tra ricchi e poveri. La guerra è criminogena per coloro che non la combattono, ma anche per coloro che la combattono. E' criminogena per l'effetto mimetico pervasivo della violenza istituzionale sulle interazioni sociali. Sovverte i valori e le regole sociali. I tassi criminali si impennano, le zone di guerra diventano enormi mercati illeciti, la tortura può farsi patriottica (così Vincenzo Ruggiero, in Potere e Violenza, Guerra, terrorismo e diritti a cura di F.Ruggeri e V.Ruggiero, 2009). "La domanda vera, dunque, non è: chi vincerà la guerra?. La domanda vera è: come sarà cambiato l'Impero dopo aver vinto la guerra?" (così Asor Rosa, in La Guerra, 2002).