novembre 24, 2014

AFRICA. FOLI: non c'è movimento senza ritmo, tutta la vita è ritmo

FOLI è  il termine che significa ritmo nella lingua dei Malinke, un popolo che vive nell'Africa occidentale, in particolare Guinea, Mali, Gambia.

Fondatori tra il XIII e il XVII secolo dell’ Impero africano del Mali, uno dei più potenti imperi dell’Africa Occidentale, i Malinke furono vittime del traffico di schiavi che alimentò le economie europee nelle Americhe, e successivamente per circa un secolo (1864-1960) furono sudditi dell'impero coloniale francese.

FOLI nella cultura Malinke significa però molto più del ritmo creato da strumenti musicali a percussione come  il djembe (da questa regione provengono i migliori percussionisti del mondo),  significa il ritmo creato da ogni gesto della vita quotidiana.

Tutto, ogni passo, ogni azione, ogni parola è ritmo, è FOLI, bisogna saperlo ascoltare. 

In questo breve video girato da Thomas Roebers e Floris Leeuwenberg in un villaggio Malinke vicino alla città di Baro in Guinea, si possono ritrovare i ritmi del lavoro e della vita del villaggio.



La rivista di educazione musicale "Musicheria" ha realizzato la trascrizione approssimativa del FOLI  eseguibile con le voci e/o con strumenti a piacere.


  

Si ringrazia chiarasalvini del sito neldeliriononeromailsolaper la segnalazione



novembre 23, 2014

AFRICA. “Se solo mi guardassi”, Fiorella Mannoia madrina della 12 ª edizione dell’Ottobre Africano.




“Ottobre Africano” è un festival itinerante che si tiene ogni anno nel mese di ottobre in alcune delle principali città Italiane, tra cui Roma, Milano, Torino, Parma, Reggio Emilia, Lecce, Napoli e Crotone

Un fitto programma di convegni, eventi letterari,  teatrali e musicali, mostre di pittura e fotografia che ha come protagonisti artisti e intellettuali del continente africano.

Ci racconta Cleophas Adrien Dioma, direttore e fondatore del Festival, scrittore e documentarista originario del Burkina Faso ma da anni residente a Parma, che il Festival è nato 11 anni fa a Parma su iniziativa dell’associazione di promozione sociale "Le Réseau", costituita per favorire la reciproca conoscenza e la collaborazione fra immigrati e italiani e una convivenza fondata sul rispetto, la comunicazione e lo scambio culturale. E’ presto uscito però dai confini di Parma e a fine 2013 ha vinto il premio dedicato ai migliori eventi africani in Italia, l’Africa-Italy Excellence Award.

L’obiettivo dell’edizione 2014, spiega ancora Adrien Dioma,  “è riflettere sulla cultura o le culture che conoscerà l’Italia del domani, sui cambiamenti futuri del paese, sulle possibili chiavi di lettura che contribuiranno alla creazione di un’Italia che appartenga a tutti coloro che la vivono e che ci vivono: l’Italia degli italiani, dei nuovi italiani e delle seconde generazioni.

Con la nascita di tanti eventi e realtà culturali ideati e promossi da persone di origini e cultura non italiane ma residenti in Italia, con la voglia di partecipazione politica, culturale, economica e sociale dei nuovi italiani, non è più possibile non cercare di immaginare l’Italia del futuro, un’Italia che sarà sempre più ricca di mescolanze, incontri e colori”

Tra le novità di quest’anno, l’evento "Se solo mi guardassi": due giornate di musica, cibo e arte, nate su proposta della madrina del festival Fiorella Mannoia.

Tra i numerosi protagonisti presenti al Festival possiamo citare:

Saidou Dicko - Burkina Faso.
All’età di 5 anni, piccolo pastore Fulani, impara a disegnare le ombre delle “sue” pecore sui suoli aridi del Sahel. Artista autodidatta, ha iniziato nella fotografia dal 2005, la sua specialità, le ombre….i suoi amici gli hanno dato il soprannome di “le voleur d’ombres” (il ladro di ombre).

Samia Yaba Christina Nkrumah – Ghana
Politica, presidente del Convention People’s Party, nel 2008 è stata eletta alle elezioni parlamentari del suo paese. Attualmente ha dato le dimissioni dal posto di parlamentare con il progetto di presentarsi alle prossime elezioni presidenziali. A Roma e a Torino ha parlato della sua lotta per l’indipendenza e l’unità del popolo africano

Cheikh Tidiane Gaye - Senegal.

Poeta e scrittore, è membro di Pen Club Internazionale Lugano Retoromancia Svizzera. È il primo africano a tradurre Senghor in italiano.




Ara Compaoré - Burkina Faso

La sua passione per i bellissimi tessuti del suo paese la spinge a diffonderli anche fuori dall’Africa e a creare così un nuovo stile nato dalla combinazione Occidente- Africa.



Reda Zine – Marocco

E’ stato uno dei fondatori del più grande festival di musica indipendente dell’Africa, L’Boulevard di Casablanca, e della sua rivista L’Kounache Magazine (urban music and street culture).



Cristina Ubax Ali Farah  – Somalia
Scrittrice e poetessa (padre somalo e madre italiana) si laurea in Lettere a Roma. Al festival Ottobre Africano ha presentato il suo ultimo libro (Il comandante del fiume) e per parlare con i giovani di seconde generazioni che stanno crescendo nel paese di immigrazione dei loro genitori ma che è semplicemente il loro paese.


Gabin Dabiré – Burkina Faso
Cantante, chitarrista, compositore. Ha creato con alcuni artisti milanesi il gruppo multimediale CORRENTI MAGNETICHE, suoni ed immagini dai primitivi all'elettronica. Imponente è il suo impegno culturale che lo porta nel 1984 a fondare a Milano il “CENTRO PER LA PROMOZIONE E LA DIFFUSIONE DELLA CULTURA AFRICANA”, patrocinato dall’UNESCO.


Laurell Boyers-Bastiani - Sud Africa
Giornalista radioteleva. Nel 2009 ha vinto il Vodacom Journalist of the year: regional winner come producer di documentari e programmi televisivi di approfondimento per la Tv indipendente nazionale sudafricana E-tv (Enca). Successivamente è passata a lavorare per  Summit Tv, canale televisivo dedicato al mondo economico.

Jean Claude Mugabo Uwihangannye - Ruanda
Il suo nome vuol dire “l’uomo che ha pazienza”. Scrittore e ricercatore, in Italia da 25 anni, scrive favole e racconti interculturali ed è ricercatore delle tradizioni popolari e della filosofia africana. Realizza per le scuole programmi e animazione in chiave di “mondialità” con temi attuali e sensibili: ambiente, alimentazione, pace, solidarietà…Attualmente è presidente di “Immigrazionisti”, che pubblica il “libroagenda dei cittadini del mondo” un’agenda annuale a tema con ricorrenze, proverbi, personaggi, poesie, storie, concetti di tutte le culture di tutto il mondo.

Nyny-ryke Goungou – Togo
Cresciuta in Italia e diplomata in Fashion Design alla NABA di Milano, ha conseguito il Diploma Master in Modellistica industriale presso l’istituto “Carlo Secoli”. Le sue creazioni rappresentano un connubio fra la tenacia e la forza dei colori delle sue origini con la purezza, l’eleganza e i volumi Europei.

Lemnaouer Ahmine - Algeria

Documentarista. Vive in Italia e realizza documentari trasmessi dalle reti RAI e LA7. Molti dei suoi lavori trattano del difficile rapporto tra mondo arabo e occidentale



Dagmawi Yimer - Etiopia
Regista di documentari, ha esordito in Italia 
con Andrea Segre come coautore di “Come un uomo sulla terra” per il quale ha ricevuto una Menzione speciale al Bif&st 2009. Dal 2010 collabora con l’AMM -Archivio delle memorie migranti-, associazione di cui è vicepresidente che promuove forme di autonarrazione da parte di migranti.

mg

Leggi anche nel nostro blog:





novembre 21, 2014

PALESTINA e ISRAELE. "POP-pace of peace", il cartone realizzato da studenti israeliani e palestinesi.





"POP - pace of peace"

Nato da un'idea di Roberto Davide Papini e Attilio Valenti in partenariato con l'Ufficio per la Pace a Gerusalemme del Comune di Roma e in collaborazione con le Municipalità di Raanana (Israele) e di Qalqilia (Palestina) il cartone è stato realizzato dagli studenti di due scuole, la  Aviv Secondary School (Raanana, Israele) e la Al Sadia Secondary School (Qalqilia, Palestina). La supervisione artistica è stata svolta da due tra i più prestigiosi autori italiani, Giulio Gianini e Emanuele Luzzati, due volte nomination allOscar”.

Si ringrazia Mariem Mastouri del direttivo di Casa Africa per la segnalazione

novembre 02, 2014

BURKINA FASO. A furor di popolo costretto alla fuga Blaise Compaoré, il presidente corrotto e golpista che tradì Thomas Sankara. Sarà una "Primavera Nera" o un golpe militare?



Il giovane popolo della “Terra degli uomini integri”  (Burkina Faso) ha messo  fine ai 27 anni del regime neoliberista di Blaise Compaoré che ha portato il paese alla miseria.

Il Burkina Faso è stato incluso dall'ONU tra i 25 più poveri Stati del mondo, sebbene sia il secondo paese produttore di cotone dell’Africa sub-sahariana e il quinto produttore d’oro della regione.

Un anno fa l’Agenzia Fides denunciava le condizioni in cui si trova il paese: “Il 46,4% della popolazione burkinabé ha meno di 15 anni, il 59,1% ha meno di 20 anni. Questa gioventù (...) è insoddisfatta e smarrita a causa dell’assenza di modelli sociali. L’immagine di chi esercita il potere è offuscata dalla corruzione e dal clientelismo (...). Il 43,9% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, e la ricchezza è detenuta da un piccolo gruppo, che si spartisce il potere politico e finanziario, attraverso la corruzione e l’uso a fini personali dei beni dello Stato (Fonte: Agenzia Fides

Il 30 ottobre scorso Blaise Campaorè si è dimesso ed è stato costretto alla fuga dopo cruente rivolte popolari che hanno portato all'occupazione e all'incendio del parlamento, all'occupazione della Radio e della Televisione, alla chiusura dell’aeroporto e all'occupazione di altri centri nevralgici per la vita politica del paese. Rivolte che sono costate la vita ad almeno 30 manifestanti (Fonte: Greenreport)


Ma l’esito della rivoluzione che Emile Pargui Pare, esponente del partito di opposizione Movement of People for Progress (Mpp), ha detto essere "la nostra primavera" battezzandola "Primavera Nera"è ancora incerto dopo che alla rivolta popolare è seguito un colpo di stato militare che ha messo al potere il colonnello Isaac Zida, numero due della guardia presidenziale, un corpo d’elite ben armato e ben pagato, creato dallo stesso Compaoré. Zida avrebbe il compito di creare un governo di transizione per portare il paese a libere elezioni entro12 mesi.

L'opposizione e la società civile  hanno rivolto un appello alla popolazione perché scenda in piazza per chiedere che la transizione democratica non sia gestita dai militari. Invocano a gran voce Kwamé Louguéex ministro della difesa rimosso dal suo incarico nel 2003 perché accusato di voler deporre Compaorè. Lougué sarebbe però stato fermato (non si capisce ancora bene da chi) a Ouagadougou mentre stava tentando di raggiungere piazza della Nazione, nel cuore della capitale per unirsi ai manifestanti.

                            
Chi è Blaise Compaoré l'uomo che i  burkinabè  
non vogliono più come presidente

E’ stato presidente del Burkina Faso dal 1987, anno in cui salì al potere grazie a un cruento colpo di Stato finanziato dalla Francia, dalla Libia e dagli Stati Uniti e sostenuto dai signori della guerra dell'area, il sanguinario liberiano Charles Taylor e Idriss Déby (Fonte: Panorama).

Dopo esserne stato ministro e amico fu Compaoré a tramare e organizzare il colpo di stato contro Thomas Sankara, il carismatico presidente burkinabè (1983-1987) che aveva imboccato una via autonoma allo sviluppo osteggiata sistematicamente da Banca Mondiale e FMI e che venne assassinato, secondo numerose testimonianzeproprio su mandato del deposto presidente.

Salito al potere Compaoré ha dato alla sua politica economica il forte impulso liberista preteso dal FMI ed è diventato stretto alleato di Stati Uniti e Francia. Il Burkina Faso ospita una base militare francese e basi aeree per i droni spia americani che volano principalmente sul Mali e sul Niger, paesi con cui Il Burkina Faso confina  e che sono strategicamente importanti per gli interessi economici occidentali e in particolare della Francia, ex potenza coloniale (v. il nostro post Mali. Le verità della guerra). 


Chi è Thomas Sankara, il presidente tradito  da Compaoré


Thomas Sankara ha governato il  Burkina Faso per quattro anni (1983-1987) durante i quali è stato alla ricerca del riscatto per un intero continente: “L’Africa agli africani” (Sankara e il sogno africano di Carlo Batà, Leggi tutto )

Una figura rivoluzionaria rispetto all’atteggiamento accondiscendente di tanti altri leader africani verso le nazioni straniere; rivoluzionaria rispetto ai diktat di potenze egemoni come la Francia e gli Stati Uniti.  Sankara denunciava i ricatti delle potenze occidentali e invitava i governi africani a non sottostare alle regole delle nazioni straniere e al liberismo globale, causa principale della povertà nei paesi del Sud del mondo. Povertà alimentata ad hoc dalle nazioni occidentali per continuare ad accaparrarsi in maniera indiscriminata delle ricchezze dell’Africa (Fonte: Missioni Africane. org. )

Thomas Sankara aveva uno stipendio presidenziale in linea con quello degli impiegati statali di basso livello. Tagliò le retribuzioni di generali, ministri, alti funzionari. Distribuì la terra ai contadini. Era un uomo integro, che pagò con la vita la sua integrità e il sogno di riconquistare la sovranità economica per il suo Paese, saccheggiato dai colonialisti e obbligato a antieconomiche monoculture in mano alle multinazionali francesi.

Sotto la sua presidenza Sankara promosse numerose donne a ministro o ai vertici delle forze armate, incoraggiò le donne a ribellarsi al maschilismo e a rimanere a scuola in caso di gravidanza, fu il primo presidente africano a mettere in guardia la popolazione dai rischi dell'AIDS, invitando i suoi compatrioti a prendere dei contraccettivi, abolì la poligamia e vietò l'infibulazione (Fonte: Panorama)
  
Per ridare impulso all’economia decise che il suo paese doveva contare sulle proprie forze e vivere all’africana, senza farsi abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti dall’Europa: “Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni”. “Consumiamo burkinabè”, si leggeva sui muri della capitale.  

Durante i suoi quattro anni di presidenza Sankara aveva invitato i Paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale.


Celebre è rimasto il discorso sul debito che tenne nel 1986, durante i lavori della  25esima  sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) tenutasi a Addis Abeba, pochi mesi prima di essere assassinato:  “Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. […] Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. […] Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali  non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”:



mg

ottobre 29, 2014

IRAN. Reyhaneh Jabbari giustiziata per aver difeso la verità. La sua ultima volontà: il mondo deve sapere.


All’alba di sabato 25 ottobre la 26enne Reyhaneh Jabbari, nonostante la mobilitazione internazionale che un mese fa aveva fatto sospendere l’esecuzione,  è stata giustiziata con l’impiccagione nel carcere di Teheran dove era richiusa da sette anni. Arrestata nel 2007 quando aveva 19 anni, era stata condannata a morte per avere ucciso  l’uomo che aveva cercato di violentarla: Morteza Abdoladi Sarbandi, ex dipendente dell'intelligence iraniana

Il fatto che si fosse trattato di legittima difesa non è stato riconosciuto dal tribunale che ha giudicato Reyhaneh colpevole di omicidio premeditato a conclusione di un processo viziato da gravi irregolarità come aveva denunciato il Relatore Speciale per i Diritti Umani in Iran delle Nazioni Unite
  
Reyhaneh avrebbe potuto aver salva la vita se avesse ritrattato l’accusa di aver subito un tentativo di stupro come le era stato richiesto dalla famiglia della vittima in cambio del perdono, ma lei ha rifiutato di farlo. L’ordinamento della Repubblica Islamica dell’Iran prevede infatti che la pena capitale sia annullata se i familiari della vittima concedono il perdono. E’ l’istituto del qisas del diritto islamico.




Prima di morire Reyhaneh ha reso questa ultima testimonianza affinché il mondo sappia...

“Io sono Reyhaneh Jabbari e ho 26 anni. Con la corda dell’impiccagione davanti a me di cui non ho paura. Se scrivo è solo per raccontare ciò che mi è accaduto, senza aggiungere né togliere niente.

Voglio dirvi tutto ciò che ho detto nei tribunali e non hanno voluto capire, tutte le percosse che ho ricevuto senza pietà da quattro inquisitori che si credevano  Dio e non mi sentivano mentre urlavo: ora voglio dirvelo.

Voglio che le persone sappiano e poi giudichino, voglio che sentano e poi se vorranno, stringano la corda più forte intorno al mio collo. Voglio che sappiano cos’è successo  a me quando avevo 19 anni e che ora non ho paura della morte. Voglio parlare, affinché sappiano come si è strozzato in gola il mio grido. Il motivo per cui oggi vengo chiamata assassina, accusata da una sentenza ottenuta con menzogne.

Io, Reyhaneh, una ragazza di 26 anni, mi trovo attualmente dentro il carcere di Shahrerey, aspetto la fine della mia vita. (...) Diverse volte ho voluto scrivere ma ho sempre abbandonato perché mettere una lama su questa ferita vecchia fa più male, ma in questa notte senza fine, reparto  due del carcere di Shahrerey, sotto la luce artificiale e nel silenzio del carcere vomito il dolore senza rumore. (...) Non ho altre vie che non parlare: se non parlo muoio. Forse così il dolore finirà. (...) In tutti questi anni ho fatto finta di esistere, trasformavo solo la notte in giorno e il giorno in notte, la mia anima è morta. La mia anima pura morì a 19 anni, per molte notti ho affrontato incubi. (...) In questi anni ho imparato che la morte è la fine del dolore di molti. E forse un nuovo inizio. Io Reyhaneh Jabbari di 26 anni non ho paura della morte: però Reyhaneh a 19 anni aveva paura”. 


Ed il mondo ancora una volta ha saputo, attraverso il gesto estremo del sacrificio di una vita, quanto difficile sia per una donna far valere la verità e ottenere giustizia contro la violenza subita e quanto la giustizia può diventare altrettanto violenta dello stupratore nei confronti della donna, come commentò l'avvocata Tina Lagostena Bassi, difensora di parte civile nel famoso "processo per stupro" celebrato in Italia nel 1978 e trasmesso in TV sotto forma di documentario.   





Reyhaneh non è stata creduta a dispetto delle numerose risultanze processuali che provavano la sua versione dei fatti. Non è stata creduta perché l’onore del suo carnefice veniva prima della verità. E così da vittima è diventata imputata di un delitto punibile nel suo paese con la pena capitale.

Ancora una volta il mondo è stato testimone  delle aberrazioni a cui può arrivare “il patriarcato, la dominazione sistemica della donna da parte dell’uomo” che alligna, seppure con modalità e intensità differenti, a livello globale e attraversa frontiere, razze, classi e religioni (queste le conclusioni a cui è pervenuto lo "Studio a fondo su tutte le forme di violenza contro la donnadelle Nazioni Unite). 

Oggi in occidente l’intreccio fra patriarcato e ultraliberalismo ha prodotto nuove forme moderne di sfruttamento della donna (tratta, donna oggetto, donna merce), mentre nel mondo islamico la donna è diventata l’ultimo baluardo dell’identità musulmana da difendere da parte di società minacciate da altre situazioni di precarietà geopolitica ed economica (così Asma Lamrabet, Islam e femminismo, in questo blog)   

Ma il mondo ha anche appreso che persino in un paese blindato come l’Iran le donne sono capaci di lanciare la loro sfida alla violenza del potere patriarcale.



Le donne iraniane non hanno paura scrive il premio Nobel Shirin Ebadi 

Oggi l’Iran è un paese dove le donne sono più istruite rispetto ai loro connazionali maschi; più del 60% degli studenti universitari sono donne, così come molti docenti universitari. Le donne iraniane sono medici ed avvocati ed hanno ottenuto il diritto a votare e a divenire membri del parlamento mezzo secolo fa, prima delle donne svizzere che hanno ottenuto questo diritto nel 1971.

L’Iran è un paese di donne consapevoli e istruite, che stanno lottando per i propri diritti.







mg

vedi anche 

Tunisia. Il caso della ragazza violentata e accusata per oltraggio al pudore..

Tunisia. Con un consenso quasi plebiscitario approvata la nuova costituzione che garantisce la parità di genere

Marocco. Amina Filali e Fadoua Laroui. Dignità e Giustizia per le donne a costo della vita

Egitto. Stupri di massa come arma di guerra

Egitto. Protesta globale contro il terrorismo sessuale esercitato sulle manifestanti egiziane

La Primavera Araba è donna

Afghanistan. Lal Bibi, la ragazza afghana che sfida le tradizioni tribali che schiavizzano la donna


IRAN. In migliaia, donne e uomini, manifestano contro gli attacchi con l'acido alle donne


In migliaia, donne e uomini, hanno manifestato nella città iraniana di Isfahan per protestare contro la recente ondata di attacchi con l’acido che viene spruzzato sui volti delle ragazze considerate non adeguatamente vestite secondo i canoni del regime. Gli attacchi vengono compiuti da bande di motociclisti che si sospetta siano affiliate e comunque tollerate dalle autorità, versione questa che è stata però categoricamente smentita dal governo e dai media ufficiali.  



A seguito delle manifestazioni la Magistratura iraniana si è impegnata a prendere seri e tempestivi provvedimenti promettendo la punizione più dura possibile per i colpevoli. 

  

settembre 30, 2014

AFRICA E MEDIO ORIENTE. Scenari di guerra: "dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere e c'è l'industria delle armi..."




La guerra imperversa ormai in tutto il Medio Oriente e Nord-Africa: Iraq, Afganistan, Siria, Palestina e Libia sono i principali scenari. 


Ma è anche tutto il Centro Africa ad essere flagellato da violenti conflitti: nella Repubblica Centroafricana, nel Sud Sudan, in Darfur, nel Mali, in Nigeria, nel Congo... Conflitti che i media occidentali per lo più liquidano come tribali, etnici o religiosi, ma che in realtà sono scatenati  dalle lotte di potere di ex potenze coloniali per il controllo di ricchezze naturali come il petrolio, l’uranio, i diamanti, l’oro e il coltan (vedi il nostro post Parla la nuova Africa...).

Papa Francesco, nell’omelia pronunciata durante la visita al Sacrario dei Caduti della Prima Guerra Mondiale a Redipuglia il 13 settembre scorso, ha puntato il dito contro coloro che ha definito i "pianificatori del terrore".

“Dietro le quinte, ha detto, ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante!”


Un appello e un monito che confermano quella leadership spirituale mondiale di Papa Francesco riconosciuta anche dalla maggioranza del mondo islamico






I pianificatori del terrore 

Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia (Opal) fornisce  alcune cifre sul mercato internazionale delle armi, in particolare destinato al Medio Oriente.

“Chi sta armando il Medio Oriente non è qualche “paese canaglia”, ma le maggiori potenze occidentali.”


“Gli Stati Uniti sono in assoluto il maggior esportatore di armamenti verso i Paesi mediorientali: nell’ultimo decennio ne hanno inviati per quasi 25 miliardi, cioè praticamente la metà di tutte le forniture di armi al Medio Oriente è di provenienza statunitense. Segue la Russia, ma con cifre quanto mai lontane (circa 5,5 miliardi di dollari) e poi una serie di Paesi dell’Unione europea: la Francia (più di 5 miliardi), la Germania (3,3 miliardi), il Regno Unito (3,1 miliardi) e l’Italia (più di 1 miliardo)”.

“Il Medio Oriente è la zona nel mondo verso cui – secondo l’autorevole istituto di ricerca svedese SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) – è diretta la maggior parte di sistemi militari: nell’ultimo decennio ne sono stati inviati per oltre 51 miliardi di dollari, che rappresentano più del 20 per cento di tutti i trasferimenti mondiali di armamenti. Un quinto di tutti i sistemi militari venduti nel mondo va quindi a finire proprio in Medio Oriente”.

“I governi dei Paesi dell’UE nel decennio 2003-2012 hanno autorizzato esportazioni di sistemi militari verso il Medio Oriente per oltre 71 miliardi di euro. Nel solo 2012  queste autorizzazioni sono state di   oltre 9,7 miliardi di euro che fanno del Medio Oriente il principale destinatario esterno di sistemi militari prodotti nei paesi dell’Unione”.

“L’Italia nell'ultimo quinquennio ha autorizzato esportazioni  di sistemi militari verso i paesi del Medio Oriente per oltre 5 miliardi di euro.  Non va  dimenticato che l’Italia è stata il maggior fornitore europeo di sistemi militari alla Libia di Gheddafi”. Fonte Città Nuova

Leggiamo poi nella Scheda "Armamenti" di Unimondo “che l’Italia è il secondo maggior esportatore di “armi leggere” superata solo dagli USA. Armi facili da smerciare e che possono alimentare il mercato illegale.

In Africa sono proprio le armi leggere le vere armi di distruzioni di massa.
La connessione tra il traffico di armi, i conflitti armati e le modalità con cui spesso avviene lo sfruttamento delle risorse nei paesi africani da parte società straniere è stata oggetto di studio da parte del gruppo ad hoc di esperti incaricato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di indagare su tale fenomeno nella Repubblica Democratica del Congo, paese ricchissimo di risorse minerarie, segnato da decenni di instabilità e di conflitti sanguinosi che hanno prodotto oltre 3 milioni di morti e 2 milioni di profughi, secondo stime del Consiglio di Sicurezza al 2003. (vedi il nostro post Parla la nuova Africa...)



“Il complesso militare-finanziario-industriale internazionale”Le scelte politiche cedono il passo alla logica del profitto.


“All’espansione del mercato degli armamenti stanno contribuendo in modo crescente i recenti processi di privatizzazione e internazionalizzazione delle maggiori imprese militari occidentali e il ruolo sempre più preponderante dei gruppi bancari e finanziari sulle attività delle aziende del settore militare che necessitano ingenti investimenti per la ricerca e lo sviluppo di nuovi sistemi e tecnologie e per reggere la competizione internazionale nell'acquisto di nuove commesse.

Tutto ciò sta avendo notevoli ripercussioni sui governi per quanto concerne l’effettiva possibilità di determinare in modo autonomo e incondizionato le proprie politiche nazionali di produzione ed esportazione di armamenti.

La crisi economica che da anni sta investendo le economie occidentali e la conseguente restrizione dei budget per il settore della difesa sta portando diversi governi, e in modo particolare quelli dell’UE, ad incentivare le esportazioni di armamenti allo scopo di sostenere le proprie industrie militari tanto che diversi ministri e funzionari della Difesa dei Paesi europei sono ormai riconosciuti come espliciti promotori delle industrie di questo settore.


In questo modo, gli sforzi tesi ad attuare  una politica estera  e di sicurezza  comune, ridefinendo anche il ruolo e la funzione dell’industria europea della difesa, rischiano di essere sopraffatti da logiche di tipo industriale e finanziario, dalla necessità cioè delle industrie militari da un lato di mantenersi concorrenziali in un mercato globale degli armamenti sempre più competitivo e dall'altro di dover rispondere ai propri azionisti e finanziatori privati più che ai rappresentanti politici democraticamente eletti”. Fonte Gianni Beretta in contributo alla campagna "Banche Armate"

L’“industria della difesa” invece che produrre maggior sicurezza finisce così con l’incrementare l’insicurezza internazionale e l’instabilità delle zone di maggior tensione del mondo.

L’Italia ha deciso di trasferire armi leggere in Iraq ai peshmerga curdi, di fatto partite da La Maddalena il 23 settembre scorso. Come ha spiegato dalla ministra Pinotti, si tratta soprattutto di armi in disuso o sequestrate a trafficanti che avrebbero dovuto essere distrutte. Cioè proprio quel tipo di armi che possono alimentare il mercato illegale in una regione dove già la gran parte degli armamenti proviene da traffici illeciti.

Inascoltato è stato l'appello di Rete Disarmo affinché non si scegliesse la strada dell'invio di armi italiane nella regione: “La responsabilità di proteggere le popolazioni minacciate del Nord dell’Iraq non si esercita fornendo armi alle forze armate curde o irachene, ma semmai inviando una forza di interposizione militare a difesa delle popolazioni e creando le condizioni per interventi di pace”



Papa Francesco, sull'aereo di ritorno a Roma dalla Corea, ha poi ammonito che “dobbiamo avere memoria di quante volte con la scusa di fermare un’aggressione ingiusta le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto vere guerre di conquista”. 

Queste parole non possono non riportarci agli scenari sanguinosi dei c.d. interventi “umanitari” messi in campo da parte di alcune potenze occidentali, interventi dichiarati per tutelare i diritti umani ed esportare democrazia in determinati paesi, ma in realtà destinati ad “importare” le loro ricchezze.


E’ il caso dell’Afganistan in cui le compagnie americane mirano al controllo dei grossi progetti del petrolio e del gas nel Kazakhstan e in altri stati dell’Asia Centrale e alla costruzione di oleodotti attraverso l’Afghanistan. Fonte James Coogan

E’ il caso dell’Iraq un Paese geograficamente strategico: sia per le riserve petrolifere, sia per la posizione geografica (le basi militari per controllare l’Asia centrale e il Golfo Persico). Fonte Franco Cardini


E’ il caso del Mali un Paese strategicamente importante per le centrali nucleari francesi (vedi il nostro post Mali. Le verità della guerra).

Le parole di Papa Francesco non possono poi non riportarci alla mente le tante menzogne disseminate dai media, costruite per influenzare l’opinione pubblica e nascondere la verità di queste guerre: la menzogna che Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa; la menzogna che la Casa Bianca avesse le prove che Assad aveva usato armi chimiche; la menzogna che in Afganistan la gente rifiutava i Talebani e la loro cultura di paura e di intimidazione, mentre, come ha dovuto riconoscere la stessa corrispondente del New York Times, Carlotta Gall, i Talebani hanno via via guadagnato sempre più consensi a causa dell’odio esistente nei confronti degli occupanti occidentali e del loro governo fantoccio di Kabul. 

E c'è chi oggi comincia a dubitare che l'attuale offensiva militare contro il terrorismo da parte della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti, sia in realtà strumentale alla destabilizzazione della Siria e all'eliminazione di Assad (così teleSUR tv).






Nel discorso tenuto all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 settembre scorso il premier iraniano Hassan Rohani ha condannato senza mezzi termini i crimini dei terroristi: "i gruppi come l'Isis hanno un'unica ideologia che è la violenza e l'estremismo, hanno un unico obiettivo, ossia la distruzione della civiltà". Questi gruppi sono fuori dall'Islam, ha aggiunto. 

Rohani ha voluto però anche mettere in risalto la responsabilità che grava su alcuni paesi occidentali di aver favorito la nascita e la crescita del terrorismo.


“Certi paesi, ha detto, hanno contribuito a creare l’estremismo e adesso sono incapaci di frenarlo. La passata esperienza con Al Qaeda  e i Talebani e i moderni gruppi estremisti dimostra che non si possono usare questi gruppi per opporsi a uno Stato e restare poi immuni dalle conseguenze”. Questi paesi con i loro errori strategici hanno convertito il Medio Oriente in un rifugio per terroristi ed estremisti. Il sentimento anti-occidentale che c’è in molti Stati della regione è il prodotto del colonialismo. Se tali paesi cercano di continuare la loro egemonia nella regione stanno commettendo un nuovo errore strategico”.


                                          (v. anche il testo del discorso e il video in altre lingue)

Un monito quello di Rohani condiviso da numerose associazioni occidentali anche di matrice cattolica

Osservatorio Iraq, Pax Christi Italia e Un ponte per…hanno sottoscritto e diffuso il documento di analisi del movimento per la pace olandese "Pax" sulla necessità di una strategia politica comprensiva per contrastare lo Stato Islamico in Siria e in Iraq. 

“Le radici dell'estremismo, esse affermano, non  si estirpano con strumenti militari ma con misure di tutela dei diritti umani e della democrazia, che il governo iracheno ha la responsabilità di attuare, con il sostegno della comunità internazionale.

In Iraq e in Siria si sta scrivendo, di nuovo, la storia manu militari senza apprendere dal passato.

Manca totalmente un'ammissione delle responsabilità internazionali che hanno contribuito a rendere fertile il terreno per l'Isis, sostenendo per anni governi che hanno esacerbato le divisioni tra le comunità e alimentando o tollerando i canali di approvvigionamento militare e finanziario dello Stato Islamico”. Fonte Osservatorio Iraq


In un' intervista rilasciata alla rivista geopolitica Eurasia lo storico Franco Cardini ricorda che “Dal 1979 i successivi governi americani hanno foraggiato economicamente e rifornito l’insurrezione islamica allo scopo di rovesciare il governo afgano sostenuto dalla Unione Sovietica. Negli anni ’90, all’epoca di Clinton, la Casa Bianca spinse il Pakistan suo alleato a favorire l’insediamento a Kabul dei Talibani nella convinzione che il loro governo sarebbe stato favorevole alle aspirazioni delle compagnie americane".

Sottolinea poi che "gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e la Turchia per la Siria, hanno pesanti responsabilità nella nascita del “califfato” e nella diffusione del terrorismo jihadista in generale. Questi Paesi: isolando l’Iran, eliminando Saddam Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia e cercando di abbattere Assad in Siria, hanno di fatto favorito l’ascesa degli gli islamisti, che forti del sostegno delle ricche monarchie del Golfo, trovano pochi ostacoli alla loro avanzata”.


Un monito a non ripetere gli errori del passato è arrivato anche dal presidente delle Acli Gianni Bottalico, che ha esortato a "mettere di fronte alle loro responsabilità quanti hanno finanziato ed armato questa orda di violenti dell'Isis, che ha tratto enorme giovamento dalla destabilizzazione della Libia e da quella in corso della Siria, e che si è radicata nell'Iraq disastrato in seguito alla lunga guerra di occupazione americana”. Fonte Unimondo




“La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione!". Sono le parole dure di Papa Francesco che ci fanno riflettere sull'ossessione per la c.d. "crescita" da parte dell'attuale sistema neo-liberista. Un crescita perseguita a costo di morte e distruzione. Una crescita di cui pochissimi alla fine beneficiano e che lascia intatta la forbice tra ricchi e poveri. 


La guerra è criminogena per coloro che non la combattono, ma anche per coloro che la combattono. E' criminogena per l'effetto mimetico pervasivo della violenza istituzionale sulle interazioni sociali. Sovverte i valori e le regole sociali. I tassi criminali si impennano, le zone di guerra diventano enormi mercati illeciti, la tortura può farsi patriottica (così Vincenzo Ruggiero, in Potere e Violenza, Guerra, terrorismo e diritti a cura di F.Ruggeri e V.Ruggiero, 2009). 

"La domanda vera, dunque, non è: chi vincerà la guerra?. La domanda vera è: come sarà cambiato l'Impero dopo aver vinto la guerra?" (così Asor Rosa, in La Guerra, 2002). 




mg