settembre 16, 2015

MIGRAZIONI. L'esodo epocale dei rifugiati che "marciano con la morte addosso"verso l'Europa . Ma quali sono le cause?


Sono oltre 500.000 i rifugiati entrati nell'UE da inizio anno.  156.000 soltanto nel mese di agosto. Mezzo milione di ingressi in otto mesi è già quasi il doppio rispetto ai 280.000 migranti che erano arrivati nell'UE in tutto il 2014.
Lo ha resto noto l'agenzia per la gestione delle frontiere esterne dell'UE, FRONTEX.
In base alle conclusioni del rapporto dell'ACNUR, Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, del luglio scorso, la stragrande maggioranza delle persone che hanno attraversato il Mediterraneo verso l'Europa sono fuggiti da guerre, conflitti o persecuzioni. La crisi nel Mediterraneo è di conseguenza soprattutto una crisi di rifugiati.
Un terzo degli uomini, donne e bambini che sono arrivati ​​via mare in Italia o in Grecia provengono dalla Siria. Il secondo e terzo dei principali paesi di provenienza sono l'Afghanistan e l'Eritrea.
Il rapporto mostra che la rotta del Mediterraneo orientaledalla Turchia verso la Grecia, ha ormai superato quella del Mediterraneo centrale (dal nord Africa verso l'Italia) come la principale fonte di arrivi via mare.


"Mentre l'Europa discute sulle soluzioni migliori per affrontare la crisi nel Mediterraneo, dobbiamo essere chiari: la maggior parte delle persone che arrivano via mare in Europa sono rifugiati, in cerca di protezione da guerre e persecuzioni", ha dichiarato António Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per Rifugiati.
In un articolo pubblicato su Il Sole 24 ore il 4 settembre scorso, Alberto Negri mette a nudo le cause e le responsabilità di questo esodo epocale di centinaia di migliaia di profughi che “marciano con la morte addosso” verso l'Europa.

da foto gallery di Panorama


Le analisi sui profughi si fermano al fenomeno dei rifugiati e non alle radici del problema: le guerre intorno al Mediterraneo che sono arrivate dentro l'Europa scuotendone le fondamenta.... La causa principale della crisi migratoria è nel caos e nella destabilizzazione che gli Stati Uniti e l'Europa con i loro alleati regionali hanno contribuito a provocare in Libia, Siria, Iraq, Yemen, Somalia, Afghanistan. Tra questi pessimi alleati _ ma ottimi clienti delle nostre industrie belliche _ si distinguono le monarchie del Golfo: per abbattere Assad hanno appoggiato i peggiori jihadisti ma non prendono in casa neppure un profugo siriano. L'Europa affronta adesso con spirito più fattivo l'emergenza dei rifugiati ma esita ad analizzarne le cause perché coinvolgono pesantemente le responsabilità occidentali. Accogliendoli gli europei in un certo senso rimediano ai loro micidiali errori: anche questo racconta con il suo lamento la risacca dei profughi del Levante”. Leggi tutto

settembre 15, 2015

LIBANO. La dichiarazione di Beirut. Libertà di fede, di educazione e di opinione citando il Corano




Libertà di fede, di educazione e di opinione difese citando il Corano sono alla base dello Stato di diritto, che non deve essere uno Stato religioso. L’organo di riferimento dei sunniti del Libano condanna senza appello la violenza in nome di Dio. 



Beirut (AsiaNews) – Non si può costringere alla conversione né perseguire chi ha una fede diversa dalla propria. L’islam vieta di condurre una guerra contro chi è diverso, scacciarlo dalle propria terre e limitarne la libertà in nome della religione. Beirut si fa portavoce dell’islam liberale che vuole la convivenza con i cristiani, di cui è ricca la tradizione del Libano. Queste sono alcune delle importanti affermazioni contenute nella “Dichiarazione di Beirut sulla libertà religiosa”, pubblicato dalla Mokassed di Beirut, associazione sunnita vicina a Dar el-Fatwa. Il messaggio è stato preparato il 20 giugno scorso e pubblicato pochi giorni fa. 

La dichiarazione è volta a mettere nero su bianco la posizione dei musulmani del Libano nei confronti della violenza compiuta in nome della loro religione. In essa viene chiarito quali siano gli insegnamenti fondamentali dell’islam e quando, invece, esso viene “preso in ostaggio” per giustificare logiche di potere. 

Testo integrale della Dichiarazione. Traduzione in italiano a cura di AsiaNews.

La dichiarazione di Beirut sulle libertà religiose

Il Libano, gli altri Paesi Arabi e i musulmani sono oggi in tumulto a causa della religione, del settarismo e del confessionalismo. Le persone sono uccise, escluse della propria casa e della dignità.
In questa situazione anormale, la religione è sfruttata per motivi politici, sacrificando invano persone, Paesi e civiltà. Questo sta provocando il sorgere dell’islamofobia in varie parti del mondo. La convivenza e i valori ereditati dalla nostra civiltà, come pure il futuro dei nostri giovani, sono seriamente minacciate. Molte iniziative arabe e islamiche hanno tentato di porre rimedio, e perfino combattere questa situazione, per correggere e rigettare la violenza perpetrata in nome della religione.
L’Associazione filantropica islamica Makassed di Beirut, che è impegnata nei valori educativi, islamici e nazionali, si trova obbligata a sostenere e diffondere la cultura della tolleranza e della ragione (enlightenment). Essa si ritiene responsabile nel costruire una società dove le persone possono vivere insieme in libertà, in una società civile e di progresso che può affrontare i pericoli che minacciano la nazione, i suoi cittadini, i valori morali e religiosi.
La Makassed, in quanto organizzazione araba e nazionale, è chiamata a opporsi all’estremismo e alla violenza, e per questo annuncia la Dichiarazione di Beirut sulle libertà religiose, confermando i valori tradizionale che sono gli illuminati valori di Beirut e del Libano, per salvaguardare la dignità di ogni cittadino ed essere umano. Perciò, la Makassed spera di salvare e proteggere la religione da coloro che tentano di prenderla in ostaggio con falsi slogan.

1. La libertà di fede, di culto ed educazione

La fede religiosa è una libera scelta e un libero impegno. È un diritto di ogni persona. Il Sacro Corano inequivocabilmente protegge questo diritto quando dice:
“Non c’è costrizione nella religione. L’orientamento giusto è stato distinto dall’errore” (Al-Baqara 256).
E in un altro versetto:
“Quindi ricordati! (rivolto al Profeta, la pace sia con lui) Perché tu non sei che un promemoria; tu non hai influenza su di loro” (Al-Ghashiyah 22).
Per più di 13 secoli, la nostra terra ha visto moschee, chiese e luoghi di culto costruiti fianco a fianco. Noi vogliamo che questa eredità di libertà, di collaborazione e di vita comune rimanga profondamente salda nella nostra terra, nelle nostre città e tra i nostri giovani. La nostra religione e tradizioni nazionali, le nostre alleanze e le nostre leggi ci guidano ad aderire fermamente a questi principi.
Negare il diritto delle comunità cristiane di esercitare la loro libertà religiosa e distruggere le loro chiese, i loro monasteri e istituti educativi e sociali, è contrario agli insegnamenti dell’islam ed è una violazione palese dei suoi principi, visto che questi abusi sono compiuti nel suo nome.
Di conseguenza, noi proclamiamo, dal punto di vista islamico, umanitario e nazionale, che noi siamo assolutamente contrari a questi atti distruttivi e facciamo appello ai nostri compatrioti cristiani perché resistano agli atti di terrore che cercano di cacciarli dalla loro terra e li sollecitiamo a rimanere attaccati e radicati in profondità a queste terre, insieme ai loro fratelli musulmani, godendo insieme a loro degli stessi diritti e doveri. In questo modo loro, con i compatrioti musulmani, salvaguarderanno i nostri valori comuni e la nostra convivenza in una comunità multireligiosa e onnicomprensiva.
La nostra eredità comune, come credenti in Dio, ci impone di rigettare la costrizione in ambito di fede, di rispettare la libertà intellettuale e di accettare le differenze fra gli uomini come un espressione del volere di Dio. Solo Dio può giudicare dli uomini laddove essi differiscono.

2. Il diritto alla dignità

Questo è un diritto proclamato dal testo coranico. Il Sacro Corano dice:
“Abbiamo onorato la progenie di Abramo e l’abbiamo portata per terra e per mare. Li abbiamo rifocillati di prelibatezze e li abbiamo  preferiti di gran lunga tra molti che abbiamo creato” (Al-Israa’ 17:70).
Perciò, l’uomo ha dignità in quanto essere umano. Il fondamento della sua dignità è il fatto che è stato dotato di ragione, libertà di credere, d’opinione e d’espressione. Egli è responsabile in modo diretto davanti a Dio per l’esercizio delle sue libertà. È diritto dell’uomo godere di protezione della sua libertà da parte dell’autorità al governo; nessuno ha il diritto di giudicare le persone per la loro fede e di perseguitarle e discriminarle per ragioni religiose o etniche. Dio l’Altissimo dice:
“Non dire ad alcuno che si sottomette a te in pace: ‘Tu non sei un credente’, cercando così il bottino della vita presente” (Al – Nisa’ 4:94).
“Tutta l’umanità è la progenie di Adamo”, ha detto il Profeta Maometto (la pace sia con lui) nell’ultimo sermone. Egli ha anche detto “tutti gli esseri umani sono uguali”.
Il Sacro Corano riconosce solo due ragioni per una guerra difensiva: la persecuzione religiosa e l’espulsione dalla propria terra. Il Sacro Corano dice:
“Riguardo a coloro che non ti hanno combattuto per la tua religione, che non ti hanno cacciato dalle tue case, Dio non vi vieta di trattare loro in modo onorevole e di agire con bontà nei loro confronti, perché Dio ama coloro che agiscono con onestà” (Al-Mumtahinah 60:8).
Agli occhi del Corano, nessuno ha il diritto di fare la guerra ad una persona a causa del suo credo o ad un popolo o una comunità per cacciarli dalle loro case, o privarli della loro terra. È perciò nostro dovere unire gli sforzi per proteggere le libertà religiose e nazionali, rispettare la dignità umana per proteggere la convivenza sulla base della giustizia e dell’amore.

3. Il diritto alla differenza, il diritto alla pluralità

Il diritto ad essere diversi è confermato da Dio che dice:
“Oh umanità, noi ti abbiamo creata maschio e femmina, e formata in nazioni e tribù così che vi possiate conoscere. Agli occhi di Dio, i più nobili in mezzo a voi sono i più pii” (Le Stanze 49:13).
Le differenze tra le società e la loro pluralità, la libertà individuale e comunitaria tra le società e i gruppi sono un fenomeno naturale. Conoscere e riconoscersi gli uni gli altri è un comando divino. Mai le società umane sono state una o la stessa nel loro atteggiamento e nel loro modo di vivere, o anche nel loro credo religioso.

4. Il diritto a partecipare alla vita politica e pubblica

Il diritto di partecipare alla vita politica e pubblica è fondato sui principi dell’uguaglianza, della libertà di scelta e della responsabilità individuale. L’islam, come dichiara il documento di Al-Azhar, non impone uno specifico regime politico e non approva uno Stato religioso. Il sistema politico, in qualunque società, è la creazione della gente in quella società, musulmani e non musulmani. Secondo gli accordi comuni come cittadini, il popolo sceglie il proprio sistema di governo, ed essi lo cambiano secondo la loro libera volontà secondo i loro migliori interessi. Perciò, considerare uno specifico sistema politico come sacro o infallibile, o come una materia di fede religiosa, è un fraintendimento della religione e una imposizione sulla gente, che sia musulmana o non musulmana. Tutte le persone sono custodite dallo Stato nazionale che essi hanno creato insieme, ed essi rispettano la costituzione e le leggi che li considera uguali in diritti e doveri.

5. Il nostro impegno per le alleanze arabe e internazionali

La cultura araba ha avuto una civiltà gloriosa e pluralista, che ha contribuito al progresso del mondo. Essa ha creato Stati e sistemi di governo e istituzioni. La religione non è mai stata un ostacolo a questi traguardi. Se noi oggi ci volgiamo contro questa cultura in nome della religione, noi tradiamo la grande eredità del passato e la nostra costante lotta per il progresso e la sicurezza. Noi siamo impegnati a sostenere la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e le successive Dichiarazioni arabe. L’ultima di queste è la dichiarazione di al-Azhar riguardo le libertà fondamentali.
Noi siamo parte di questo mondo, e aspiriamo a essere positivamente partecipi del suo progresso. Non siamo spaventati dal resto del mondo e non vogliamo essere una fonte di paura per gli altri. Non vogliamo isolarci dal resto del mondo e non vogliamo  che il mondo si isoli da noi. Ricordiamo che i musulmani costituiscono un quinto della popolazione mondiale, e un terzo di essi vive in Paesi non musulmani.

6. Il nostro impegno verso il Libano perché sia una patria e uno Stato democratico unificato

Basata sui valori di libertà, libera associazione e vita sociale comune, la formula libanese dello Stato ha creato un sistema consensuale, che garantisce le libertà di base e ha condotto ad uno Stato fiorente. Certo, noi riconosciamo che il sistema libanese di governo soffre di grossi problemi, ma questo sistema rimane aperto a miglioramenti, nella misura in cui la libertà politica e religiosa sono garantite e la volontà del popolo è salvaguardata. I pensatori e intellettuali libanesi musulmani, molti dei quali sono laureati alla Makassed, hanno contribuito a questa cultura di libertà e a questo pensiero islamico liberale. Essi si sono uniti ad altri intellettuali libanesi nel tracciare l’Alleanza nazionale, gli accordi di  Taef e i Dieci principi che Dar Al Fatwa ha proclamato nel 1983. Quest’ultimo documento afferma i principi della cittadinanza comune, del governo civile, delle libertà civili e della lealtà al Libano come Stato sovrano e patria per tutti i cittadini. Noi vogliamo che il Libano rimanga unito e democratico, protettore delle libertà e dei diritti di tutti i cittadini e un modello di società plurale e libera. Il Libano sarà quindi un esempio da seguire per tutti i regimi arabi che stanno soffrendo profondamente a causa dell’estremismo e dell’intolleranza e dei crimini commessi in nome della religione, che cacciano le persone fuori delle proprie case, ignorando i principi della convivenza e della dignità umana. Il modello libanese sarà [uno] di tolleranza, di non violenza e di umanesimo.
  
7. Il ruolo e l’impegno della Makassed

La Makassed rimarrà fedele alla sua missione e ai suoi principi come sono stati definiti 137 anni fa. Esso si impegna per la libertà di educazione e l’insegnamento della tolleranza religiosa. La Makassed ha insegnato l’islam a numerose generazioni tramite rinomati insegnanti proveniente dal Libano e da altri Paesi arabi.
Noi faremo rivivere questa tradizione e riformeremo l’insegnamento dell’islam in stretta collaborazione con Dar Al Fatwa, e beneficeremo dai recenti metodi innovativi di insegnamento di materie civiche. La Makassed è sempre stato un faro di tolleranza nell’educazione civica e religiosa. Col volere di Dio, rimarrà tale.
Beirut è stata “la Madre delle leggi” e una casa per la libertà e la creatività. Allo stesso modo in cui ha partecipato alla creazione dello Stato moderno e al progresso della libertà, essa si sforza di rimanere tale, insieme coi musulmani, i non musulmani, con la Makassed, in questi tempi difficili per gli Arabi e per il Libano. Beirut rimarrà la torcia dell’illuminismo musulmano, del progresso arabo e della pace umanitaria.

Viva Beirut, Viva la Makassed, Viva il Libano!

Da Asianews.it

Per approfondire:

OPI, Osservatorio di Politica Internazionale “...il Libano un unicuum nel contesto regionale... una sorta di terza via tra il modello laico occidentale e quello teocratico islamico...”.

agosto 08, 2015

MIGRAZIONI. Sono già oltre 2mila i migranti morti quest'anno nel Mediterraneo





L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha reso noto che dall’inizio dell’anno ad oggi sono oltre 2mila i migranti morti nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere le coste europee. Un dato in forte crescita rispetto allo stesso periodo dello scorso anno in cui furono 1.674 i migranti deceduti e, con tutta probabilità, destinato a superare le 3.279 unità del 2014.

Ma questi numeri potrebbero essere ancora più elevati, avvisa l’OIM, dato che è impossibile avere dati precisi e vi è la possibilità che vi siano imbarcazioni che sono affondate senza essere state soccorse o persone scomparse in mare che non si conosceranno mai più.

Dall’inizio dell’anno sono circa 188mila i migranti soccorsi nel Mediterraneo, grazie al potenziamento dell’operazione Triton, arrivati per metà in Italia (97.000) e per metà in Grecia (90.500).

Le perdite maggiori si sono registrate tra coloro che cercavano di raggiungere l’Italia (1.930 migranti deceduti, a fronte dei 60 deceduti tra quelli che cercavano di raggiungere le coste greche) a causa delle turbolenze e delle correnti che si registrano nel  Canale di Sicilia nei 145 km che separano le coste libiche da quelle italiane.


La chiusura delle frontiere terrestri del Nord Europa e le politiche dei membri dell’UE fanno sì che molti migranti scelgano la rotta più pericolosa del Mediterraneo. 

Chi respinge le domande di asilo nell’UE? Percentuali delle risposte negative e positive . Dati Eurostat 2014

Fonte euronews

mg


Sullo stesso argomento leggi nel nostro blog:








luglio 31, 2015

UNIONE EUROPEA, ostaggio del colonialismo finanziario


In questo importante e chiaro articolo Gustavo Zagrebelski riflette sulla tragica vicenda della "riduzione in schiavitù" da parte del capitale finanziario della Grecia. Un paese ridotto sul lastrico al pari di un qualsiasi debitore privato fallito e costretto a dare in garanzia ai creditori il suo stesso territorio nazionale.

Un potere, quello del capitale finanziarioche ha allargato i suoi tentacoli su tutte le attività economiche a livello planetario incrementando l'economia criminale, il terrorismo, i conflitti e speculando sulla pace nel mondo.  



  
 "Si parla di fallimento dello Stato come di cosa ovvia. Oggi, è “quasi” toccato ai Greci, domani chissà. È un concetto sconvolgente, che contraddice le categorie del diritto pubblico formatesi intorno all’idea dello Stato. Esso poteva contrarre debiti che doveva onorare. Ma poteva farlo secondo la sostenibilità dei suoi conti. Non era un contraente come tutti gli altri. Incorreva, sì, in crisi finanziarie che lo mettevano in difficoltà. Ma aveva, per definizione, il diritto all’ultima parola. Poteva, ad esempio, aumentare il prelievo fiscale, ridurre o “consolidare” il debito, oppure stampare carta moneta: la zecca era organo vitale dello Stato, tanto quanto l’esercito. Come tutte le costruzioni umane, anche questa poteva disintegrarsi e venire alla fine. Era il “dio in terra”, ma pur sempre un “dio mortale”, secondo l’espressione di Thomas Hobbes. Tuttavia, le ragioni della sua morte erano tutte di diritto pubblico: lotte intestine, o sconfitte in guerra. Non erano ragioni di diritto commerciale, cioè di diritto privato.

Se oggi diciamo che lo Stato può fallire, è perché il suo attributo fondamentale — la sovranità — è venuto a mancare. Di fronte a lui si erge un potere che non solo lo può condizionare, ma lo può spodestare. Lo Stato china la testa di fronte a una nuova sovranità, la sovranità dei creditori.

Esattamente come è per le società commerciali. I creditori esigono il pagamento dei loro crediti e, se il debitore è insolvente, possono aggredire lui e quello che resta del suo patrimonio e spartirselo tra loro.

Nell’Antichità, i debitori insolventi potevano essere messi sul lastrico e perfino ridotti in schiavitù dai creditori insoddisfatti. Lo Stato, quando fallisce, si trova in condizione analoga. Tanto più aumenta la sua “esposizione”, tanto meno è in condizione di resistere alle richieste espropriative dei creditori, anche le più pesanti e inimmaginabili. Abbiamo sorriso di Totò che vendeva ai turisti la Fontana di Trevi. La realtà supera la fantasia, se è vero che, tra le possibili garanzie dello Stato debitore, i creditori considerano imprese pubbliche, isole, porti, ferrovie, monumenti, ecc. Quanto sarà valutato il Partenone e, forse, per l’appunto la Fontana di Trevi?

Le armi dei creditori sono la promessa di salvezza e la minaccia di rovina, la carota e il bastone. Lo scenario immediato è la fine della “liquidità” degli istituti di credito, il panico tra i risparmiatori, l’impossibilità per lo Stato di pagare debiti, stipendi, pensioni, la disperazione dilagante; a media scadenza, chiusure e fallimenti d’imprese, disoccupazione, miseria. Chi potrebbe resistere alla forza intimidatrice di una simile catastrofe annunciata e alla forza seduttiva di qualunque prospettiva salvifica, fosse anche accompagnata da condizioni iugulatorie?

È quanto è toccato alla Grecia, con somma drammaticità ed evidenza. Il premier ha chiesto al Parlamento il voto a favore di un insieme di provvedimenti impostigli, ch'egli stesso dichiarava essere contrari al programma politico col quale si era presentato alle elezioni, vincendole. Non s’era mai vista così chiara, in Europa, una tale contraddizione. Egli era lì in base alla forza conferitagli dal suo popolo, confermata in referendum, e doveva smentire se stesso e riconoscere l’esistenza d’un’altra forza, alla quale non poteva resistere. L’imposizione, che lo Spiegel ha definito “catalogo delle atrocità”, comprende cose come le proprietà pubbliche, le misure di alleggerimento del malessere sociale, l’abolizione della contrattazione collettiva, il licenziamento di gruppo, le ipoteche su beni dello Stato, le aliquote Iva, le pensioni, perfino il codice di procedura civile (per rendere più efficace la liquidazione dei beni dei debitori insolventi).

S’è detto, con una certa superficialità: niente di sconvolgente. La Grecia, come tutti i Paesi dell’Unione Europea, ha da tempo accettato limiti alla sua sovranità a favore dell’Europa. La prova cui è sottoposta la Grecia sarebbe perciò una vittoria dell’Europa.

Basta dirle, cose come queste, per comprenderne l’assurdità. E non perché alcuni Stati abbiano fatto la parte del leone (la Germania, gli Stati baltici, ecc.) e altri della pecora, ma per una ragione più profonda: di fronte alla Grecia non c’era l’Europa, ma la finanza che si fa beffe di formalità e competenze codificate. Chi, in Europa, ha preso decisioni non ha agito “in quanto Europa”, ma in quanto rappresentante di interessi finanziari. Al capezzale della Grecia erano in tanti: Banca centrale europea (istituzione indipendente con compiti di equilibrio finanziario della “zona euro”), Fondo monetario internazionale (che si occupa del salvataggio di Stati a rischio in tutto il mondo) e anche — anche — organi vari dell’Europa (Eurogruppo, Eurosummit, il Consiglio europeo). Singoli capi degli esecutivi dei Paesi economicamente più “pesanti”, a tu per tu tra loro (Germania e Francia) hanno svolto la parte decisiva, senza alcun “mandato europeo”. Le “sanzioni” alla fine deliberate non trovano alcun fondamento nei Trattati. La “troika”, che ora ritorna in Grecia come commissaria ad acta, non è organo dell’Europa, è organo de facto degli interessi finanziari che s’intrecciano tra Commissione europea, Bce e Fmi. L’Europa come tale è stata totalmente assente. La condizione della Grecia non è quella di chi si è vista limitare la sovranità perché l’ha ceduta: è quella di chi ha subito il colpo d’un sovrano di tutt’altra specie — che qualcuno ha definito "colonialista finanziario"— con tante teste.




Pecunia regina mundi. L’erosione della sovranità statale a opera della finanza sembra dare ragione a questa tragica massima. Perché tragica? Innanzitutto, perché la finanza, come lo spirito, soffia dove vuole, irresponsabile di fronte alle comunità umane su cui scarica la sua forza, investendo o disinvestendo risorse, senz'altra guida se non l’accrescimento della sua potenza. Agli Stati indebitati e insolventi si può rimproverare il loro spirito di cicale. Ma il potere finanziario, nel suo insieme, vive di indebitamenti e accreditamenti ed è perciò amico delle cicale. Senza cicale e solo con formiche non potrebbe esistere. Onde, è vuoto moralismo il rimprovero d’essersi indebitati, quando proprio i creditori sono interessati al loro indebitamento. In secondo luogo, l’erosione della sovranità è la resa alla legge dei più forti".



Fonte Inchiestaonline. Articolo su La Repubblica del 28/07/2015.

mg

giugno 30, 2015

MIGRAZIONI. Il rapporto ACNUR: quasi 60 milioni le persone costrette a fuggire dalle loro case in tutto il mondo. Un Esodo di cui l'Europa è solo un'appendice


Il 18 giugno scorso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR-UNHCR) ha pubblicato il rapporto annualeGlobal Trends, dando la notizia che sono  quasi 60 milioni le persone costrette a fuggire dalle loro case in tutto il mondo.

Ogni giorno in media 42.500 persone diventano rifugiate, richiedenti asilo o sfollati interni.

In tutto il mondo, una persona ogni 122 è un rifugiato, un richiedente asilo o sfollato interno. 

Il 50% della popolazione mondiale dei rifugiati è costituito da donne e bambine (Fonte ACNUR).

Si tratta migrazioni forzate provocate da guerre e conflitti (v. il nostro post: "Scenari di Guerra") che hanno raggiunto livelli mai sinora registrati e i numeri sono in continua crescita. Non a caso il rapporto è intitolato "Mondo in Guerra".

Negli ultimi cinque anni, prosegue il rapporto, sono scoppiati o si sono riattivati almeno 15 conflitti: otto in Africa (Costa d'Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nord-est della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest'anno Burundi); tre in Medio Oriente (Siria, Iraq e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree del Myanmar e del Pakistan). Solo poche di queste crisi possono dirsi risolte e la maggior parte di esse continua a generare nuovi esodi forzati. Nel 2014 solamente 126.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nei loro paesi d'origine, il numero più basso in 31 anni.

Fonte thepostinternazionale


L’escalation è iniziata con la guerra in Siria. Dalla fine del 2014 quasi 4 milioni di siriani sono stati costretti a fuggire dal loro Paese e 7,6 milioni sono sfollati all'interno del loro Paese. Nel mondo un profugo su cinque è siriano.

Sia per la speranza di tornare presto a casa sia per l’impossibilità economica di spingersi oltre molti sono quelli che cercano rifugio in altre zone del proprio paese (sfollati interni) o in Paesi confinanti. Per tale ragione i primi paesi al mondo per numero di rifugiati sono spesso i paesi più poveri, meno sviluppati o in via di sviluppo:





In Libano ci sono 247 rifugiati ogni 1000 abitanti, mentre in Giordania ce ne sono 144.

L’emergenza dei rifugiati va contestualizzata nel più ampio quadro del fenomeno migratorio a livello mondiale. Circa il 3% della popolazione mondiale si sposta. Secondo i dati dell’International Migrant Stock sono infatti più di 215 milioni gli odierni migranti!.

Uno spostamento epocale di esseri umani che lambisce appena l’Europa. Libano, Turchia e Giordania da sole accolgono più rifugiati dei 28 Paesi dell’Unione messi insieme.

Il rapporto dell’ACNUR del 5 giugno ha calcolato infatti che sono 103.490 i rifugiati o richiedenti asilo arrivati in Europa attraverso il Mediterraneo nel corso del 2015Tra questi 54.000 sono sbarcati sulle coste italiane, 48.000 in Grecia, 1.400 in Spagna e 91 a Malta.

L’Unione Europea ha una popolazione di circa 500 milioni di abitanti e si considera in stato d’assedio perché poco più di centomila rifugiati hanno raggiunto le sue coste, incapace perfino di decidere quali dei suoi 28 Paesi dovranno accoglierne meno della metà.

Dopo molte ore di discussioni al Consiglio europeo del 25/26 giugno scorso, i Capi di Stato e di Governo dei 28 Paesi UE non sono stati in grado, infatti, di giungere ad un accordo sulla ripartizione, secondo quote obbligatorie, dell'esiguo numero di 40.000 richiedenti asilo provenienti da Siria e Eritrea (Fonte: Apiceuropa)

Per respingere l’"assedio" l’Europa si barrica e così l’Ungheria decide di alzare un muro sul confine serbo per arginare l’afflusso dei rifugiati che dalla Grecia attraversano i Balcani per raggiungere i paesi del nord-europa. Secondo un rapporto del collettivo di giornalisti ed esperti internazionali Migrants files negli ultimi anni i Paesi europei hanno speso circa 11,3 miliardi di euro per espellere i migranti irregolari e 1,6 miliardi per rafforzare i controlli alle frontiere.


Nelle conclusioni del Consiglio europeo del 25/26 giugno scorso sopra citato la priorità non è data all'accoglienza ma alle misure di controllo delle frontiere esterne, al potenziamento anche economico degli organismi a tal fine preposti, come Frontex, ed alla mobilitazione di tutti gli strumenti a disposizione per promuovere la riammissione dei migranti irregolari nei paesi di origine e di transito (v. la contraria risoluzione dell'Europarlamento) .

Lo stesso presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha affermato che la priorità è il contenimento dell’immigrazione clandestina e nel comunicato finale del vertice si legge che   - "i leader dell'UE hanno sottolineato anche l'esigenza di accelerare i negoziati sulla riammissione con i paesi terzi e hanno concordato di rafforzare i poteri di Frontex per contribuire al rimpatrio dei migranti illegali”.

Pare opportuno a questo punto ricordare il monito del giornalista francese Bernard Guetta“i  rifugiati sono nostri alleati, perché la loro fuga evidenzia la barbarie di quei jihadisti che temiamo e vogliamo combattere. Sono nostri alleati, ma noi li respingiamo permettendo ai jihadisti di prendersi gioco delle democrazie arabe e dei loro presunti alleati europei”.

Ma pare altresì opportuno richiamare i Paesi europei alle loro responsabilità. Quelle di aver contribuito a determinare la maggior parte delle situazioni di instabilità e di conflitto dalle quali questa marea umana fugge grazie ad una politica neo-coloniale scriteriata per accaparrarsi posizioni di dominio in Medio Oriente e in Nord Africa e per saccheggiare le ricchezze dell'intero continente africano (v. i nostri post "Parla la nuova Africa"   e "Scenari di guerra").   

Quanto all’Italia il numero di rifugiati rimane perfino al di sotto di quello, già di per  modesto, degli altri paesi europei. In media, infatti, l’Italia accoglie un rifugiato ogni mille persone, ben al di sotto della Svezia (più di 11 rifugiati ogni mille), della Francia (3,5 ogni mille) e della Germania che solo lo scorso anno ha ricevuto (e accettato nella sua gran parte) 173.000 richieste di asilo, un terzo del totale europeo e più del doppio della Svezia, che occupa il secondo gradino del podio (Fonte: Meltingpot).

Con 76.000 rifugiati accolti, poco più di uno ogni 1000 abitanti, il nostro paese si colloca al 69° posto della classifica mondiale per numero di rifugiati ogni 1000 abitanti. 



Occorre poi sottolineare che la situazione italiana sconta inefficienze, paurose lentezze burocratiche e scarso rendimento degli organi preposti (Commissioni territoriali) alla valutazione delle domande di asilo, con tempi biblici che tengono decine di migliaia di persone parcheggiate in campi di accoglienza con il potenziale di diventare vere e proprie polveriere sociali (Fonte: ilsole24ore)

mg


giugno 14, 2015

CASA AFRICA. Dal 18 al 20 giugno saremo alla 10ͣ edizione della Festa dei Popoli di Sanremo


Sabato 20 giugno sul palco di Piazza San Siro 
un coro di giovanissime di origine marocchina 
porterà i saluti della comunità musulmana 
con la canzone "Allah ya moulana",
una preghiera per la pace.  





maggio 30, 2015

IRAN. Concorso di vignette anti Isis organizzato dall'irancartoon.com


Organizzato a Teheran un concorso di vignette contro lo Stato sedicente Islamico che si concluderà con la premiazione del vincitore il 31 maggio.


A dare la notizia è l’agenzia Irna, Agenzia di Stampa della Repubblica Islamica. Il concorso è stato organizzato dalla Casa della Vignetta dell’Iran, irancartoon.com  che rimanda al sito arabo della manifestazione, dove è visibile la galleria completa.



Tra gli obiettivi del concorso vi è anche quello di svelare il volto dei sostenitori dell’Isis, tra cui USA, Israele, Turchia e Arabia Saudita.







Oltre 280 opere, provenienti da circa 40 paesi (tra cui anche l’Italia), sono esposte in quattro centri culturali della capitale: Bahman, Arasbaran, Aftab e Osveh.

L'Iran è impegnato nell'attività internazionale a sostegno dell'esercito iracheno contro le milizie dell'Isis che attualmente hanno conquistato gran parte del territorio siriano e iracheno arrivando a Palmyra e Ramadi, due città situate in prossimità delle capitali Damasco e Baghdad.