aprile 27, 2016

ISLAM. Il Gender Jihad




Quello dell’uguaglianza di genere rappresenta il nodo intorno al quale si articola l’evoluzione ugualitaria della società nel suo complesso. A sua volta l'empowerment femminile, e cioè il pieno accesso e la partecipazione delle donne alle strutture di potere, costituisce un fattore essenziale per la costruzione e il mantenimento della della pace (Risoluzione del CdS delle NU 1325/2000). Un fattore cruciale in un mondo dilaniato da conflitti nei quali le donne non hanno voce. 
Anche nei paesi islamici da decenni movimenti femminili, intellettuali, accademici e militanti, di ispirazione religiosa e laica, denunciano, in varie forme, le discriminazioni di genere; chiedono riforme ai governi, propongono reinterpretazioni coraggiose delle Sure del Corano. Poco spazio però viene concesso a questi attori sociali sui media occidentali, giacché si preferisce mantenere in vita obsoleti stereotipi e lasciare spazio ad analisi che sono funzionali ad una rappresentazione colonialista ed eurocentrica dell’Islam e delle culture arabe che si cerca di stigmatizzare in massa.

"In questo modo, avverte Asma Lamrabet (in atti del “Seminario Islam e Femminismo, stereotipi occidentali e complessità dell’universo femminile islamico”, in questo blog), le donne musulmane nelle loro più varie rappresentazioni restano imprigionate tra due visioni conflittuali e perennemente contrapposte: un approccio musulmano tradizionalista, rigido e anacronistico e un approccio occidentale etnocentrico che veicola stereotipi e clichés semplicistici e sempre più islamofobi. Tra queste due visioni del mondo è soprattutto la parola delle donne musulmane ad essere zittita…L’emancipazione delle donne musulmane non può diventare effettiva senza una vera e propria presa di coscienza e di parola da parte di loro stesse e non di altre che parlino al posto loro!”


Del resto, sottolinea ancora Asma Lamrabet, Il discorso di liberazione portato avanti dall’occidente non può essere credibile da un certo punto di vista islamico perché, oltre ad essere screditato da politiche internazionali fondamentalmente ingiuste nei confronti di un gran numero di paesi musulmani, va a toccare uno degli ultimi baluardi dell’identità musulmana, cioè la donna. In effetti la donna sembra rappresentare per questo mondo islamico dall’identità ferita, l’ultimo baluardo da difendere...La donna musulmana ormai rappresenta la vittima ideale di questa costruzione ideologica speculare e si vede costretta ad incarnare, data la sua posizione di guardiana della morale, il contro modello rispetto a quello veicolato dall’occidente considerato privo di valori”

 
Barbara Mapelli nell'articolo che qui riportiamo invita le "femministe occidentali" ad accostarsi con l’umiltà di chi non sa già tutto alla complessità della realtà femminile islamica e a quello che viene definito il Gender Jihad e cioè l'impegno delle donne musulmane per raggiungere l'emancipazione e l'uguaglianza restando fedeli all'Islam.

“Credo che molte e molti di noi, leggendo che le prime forme di movimento per la liberazione della donna nel mondo arabo sono nate tra fine Ottocento e inizi Novecento, più o meno contemporaneamente a quanto stava succedendo in Occidente, resteranno stupiti. A me è capitato sfogliando le prime pagine del volume "Femminismi Musulmani. Un incontro sul Gender Jihad".

Stupore salutare per la nostra mente e il nostro giudizio perché avvia a scrostare dall’una e dall’altro i primi strati di persistenti stereotipi che accompagnano le nostre consapevolezze eurocentriche, l’orgoglio di chi ha la convinzione di detenere i soli primati di libertà e democraticità che illuminano il pianeta in cui viviamo. E nulla naturalmente voglio togliere o negare di questa libertà, che tra l’altro mi consente di scrivere senza alcun timore quel che penso, ma è sempre utile che le nostre coscienze occidentali (e femministe) vengano in contatto e si sforzino di comprendere, per quanto possibile, mondi differenti, per non ridurci a un unicum di pensiero semplificato e semplificante, che comprende anche chi si ammanta di veli di purezza e innocenza perché si indigna e si chiama fuori dalle ideologie e dai valori occidentali, di cui peraltro gode tutti i vantaggi.
Allora spazziamo la mente da pregiudizi di destra e di sinistra, apriamo gli occhi e leggiamo alcune pagine con l’umiltà di chi non sa già tutto, ma anzi spera ed è disponibile a lasciarsi disorientare.
Sappiamo, ed è innegabile, che nei paesi islamici le donne vivono limitazioni alla libertà personale e discriminazioni anche sul piano giuridico, oltre che condizioni di povertà, analfabetismo, disagio sociale superiore agli uomini, dai quali peraltro subiscono violenze soprattutto domestiche (ma questa è una storia nota anche da noi). Eppure, come già scrivevo, non è breve la storia che anche il mondo arabo può vantare di movimenti femminili e femministi, spesso nel Novecento affiancati alla lotta per la liberazione dai regimi coloniali. A quest’ultima le donne hanno partecipato attivamente, per poi, quando le cose sono terminate, essere lasciate a casa, ma anche questa è una storia che conosciamo bene.
Entriamo però meglio nelle situazioni della contemporaneità, partendo da un’affermazione necessaria e iniziale che ci consente uno sguardo più libero. Il mondo islamico non è un monolite uguale ovunque, ma è piuttosto un universo complesso, variegato, eterogeneo, nel quale la religione ha un ruolo centrale, ma non è l’unica causa della subordinazione femminile – lo sono ad esempio anche i regimi autarchici, autoritari che ancora vivono o sono stati recentemente rovesciati nel mondo arabo – e dell’impossibilità delle donne musulmane ad avvicinarsi alla modernità, ai mutamenti sociali, al sistema dei diritti. È questa una percezione riduttiva della realtà femminile araba, che paradossalmente accomuna il prevalente giudizio occidentale alle concezioni che guidano su questo terreno gli estremisti islamici, che impongono, in nome della loro religione, le condizioni di inferiorità e di esclusione, oltre che di ignoranza delle donne (ma a questo proposito cerchiamo di ricordare che dal mito della donna ignorante non siamo poi temporalmente troppo lontani neppure noi europei, italiani in particolare). Un buon sistema infatti per noi di contrastare gli stereotipi e liberarci progressivamente dagli strati di pregiudizio è quello di non dimenticare da dove veniamo, quali sono le culture che rappresentano la nostra storia, anche recente. Velo docet.
Torno alla storia dei femminismi islamici: gli attuali, dopo i movimenti di tutta la prima metà del Novecento, si sviluppano intorno agli anni Novanta dello scorso secolo e sono un movimento che si basa, pur con differenze interne, sulla rilettura del Corano in una prospettiva femminile e propone la riforma di leggi e istituzioni patriarcali in nome dell’Islam. La religione non rappresenta dunque per questi movimenti un ritorno al passato, ma una forma di reinvenzione individuale e collettiva che fa i conti con la società contemporanea e si propone di riscrivere le forme della modernità. Altro stereotipo che le donne islamiche ci aiutano a decostruire: il supposto contrasto tra tradizione e modernità. Ed è qui che ci si presenta il cuore e il significato centrale dei movimenti femministi islamici: il lavoro di reinterpretazione del testo sacro, del Corano, sottraendolo alla normatività dei contesti e culture storiche e patriarcali che l’hanno tradizionalmente interpretato.
Occorre distinguere, insegnano le teologhe islamiche, tra il testo e l’esegesi, cioè l’interpretazione che se ne è fatta nella storia. La causa della discriminazione delle donne non è il Corano, ma la religione vissuta in società patriarcali che l’hanno interpretato secondo le culture dominanti e hanno creato una tradizione religiosa sessista. Le femministe islamiche, fin dalle pioniere dello scorso secolo, si sono impegnate nel lavoro di decostruzione delle precedenti interpretazioni maschiliste e di rilettura dei versetti con sguardo di genere (v. Asma Lamrabet, "Femminismo Islamico. I precetti del Corano a partire dalla prospettiva dell'uguaglianza di genere" in atti del Seminario "Islam e Femminismo, stereotipi occidentali e complessità dell'universo femminile islamico", in questo blog, ndr).  Ed è questa soprattutto la differenza con i movimenti dei femminismi occidentali, che per lo più si sono tenuti distanti dalla dimensione religiosa, anche se vi sono ormai in Europa e anche in Italia interessanti scritti e prese di posizione di teologhe femministe, e un coordinamento (CTI) che riunisce le diverse anime della teologia cristiana. Ma credo che questo discorso meriti un’attenzione a parte e una maggiore vicinanza, che il femminismo italiano, generalmente o prevalentemente considerato laico, dovrebbe approfondire.
 In ogni caso, secondo i movimenti delle donne islamiche, la reinterpretazione del Corano ne svela il messaggio più genuino di sostanziale uguaglianza tra donne e uomini, «in verità non farò andare perduto nulla di quello che fate, uomini o donne che siate, che gli uni sono come gli altri» (Corano, III, 195), e la modernità del testo rispetto a temi controversi quali la poligamia o il divorzio, se collocato nei tempi in cui il Corano fu elaborato.
 L’interpretazione femminista parte dal presupposto che il Corano sia un testo polisemico, suscettibile di varie interpretazioni, mentre risulta fuorviante il limitarsi a citazioni singole estrapolate dal contesto. Un esempio molto chiaro può riferirsi alla virilità prodigiosa del Profeta, molto citata naturalmente da alcune interpretazioni maschiliste: in una di esse si afferma che Maometto in una sola notte copulò con tutte e nove le sue mogli. Una potenza maschile che viene direttamente collegata al dono della profezia, come simbolo di una forza virile che può tenere a bada contemporaneamente molte donne. Eppure, sostengono le interpreti femministe, esistono nel Corano immagini di una ben diversa mascolinità, attenta, affettuosa, in grado di prendersi cura – e con reciprocità – della persona che ha accanto.
Il pensiero femminista islamico prende il nome di Gender Jihad: potremmo tradurre il termine, semplificando e con qualche risonanza nella nostra storia, in «lotta femminista», con l’attenzione però che si tratta soprattutto di una lotta della mente, uno sforzo dell’anima e dell’intelligenza e del corpo delle donne per raggiungere l’obiettivo, attraverso la rilettura del Corano, di una società più giusta nei confronti dei soggetti femminili. Le femministe musulmane ci ricordano – è una lezione che risulta (o dovrebbe) molto utile anche a noi – che il luogo della maggiore problematicità nelle relazioni tra donne e uomini non è tanto lo spazio pubblico, quanto il privato, con i nodi assai difficili da sciogliere, per noi e per loro, nelle relazioni tra i due sessi. Ma anche molti uomini partecipano a questo sforzo dei movimenti femministi islamici, che sono – contro ogni residua credenza di contrasto tra modernità e tradizione – diffusi in tutti i paesi a maggioranza o comunque presenza significativa di musulmani (anche da noi quindi) e in rete tra loro.
Ancora due osservazioni prima di chiudere un discorso che in realtà andrebbe ulteriormente aperto. La distanza tra i femminismi islamici e i nostri. Non si tratta solo della centralità della religione per i movimenti musulmani, che in Europa è marginale, come già dicevo, ma di una posizione critica nei nostri confronti da parte delle donne musulmane e il desiderio e la pratica di offrire al termine femminista un’autonomia dall’accezione occidentale per sottolineare percorsi differenti, con obiettivi che si discostano dalle presunte libertà occidentali. Ricordiamo il famoso discorso di Fatima Mernissi sulla taglia 42, intesa come il velo occidentale. E a proposito di velo l’ultima osservazione, anch’essa utile per proseguire il nostro lavoro di liberazione dagli strati sovrapposti di pregiudizio. Il velo è per noi donne occidentali il simbolo più evidente della subordinazione femminile – e ci dimentichiamo che solo un paio di generazioni fa una donna italiana non sarebbe mai uscita di casa senza nulla in testa.
Eppure il velo può essere interpretato in due modi opposti, così ci insegnano le femministe musulmane, può essere indossato per obbligo o passivo adeguamento, ma può anche essere scelto, per costume, per moda, per difesa da una società estranea o per affermare un’identità e un diritto sul proprio corpo, sottraendolo allo sguardo e alla volontà maschile, al modello occidentale di esposizione e di consumo del corpo femminile, quello che è stato definito il velo della nudità. L’uso del velo può essere inteso dunque come un atto politico, di dissidenza anziché di assuefazione a norme dettate da altri, così afferma la femminista marocchina Nadia Yassine.
 E anche qui si riapre un discorso infinito, che può però esserci utile nel dialogo tra donne diverse, se ciascuna, dall’una e dall’altra parte, riesce ad ascoltare veramente, il più possibile libera da quei pregiudizi che nascono soprattutto dalla paura”

Barbara Mapelli, dal sito la 27esima ora

Sul tema, in questo blog:
La primavera araba è donna
Vedi anche il recente Progetto Aisha, realizzato dal CAIM, Coordinamento delle associazioni Islamiche di Milano, Monza e Brianza, per contrastare la violenza e la discriminazione di genere. 

mg

marzo 29, 2016

SIRIA. 5 anni di sofferenza e di menzogne: LETTERA APERTA di Padre Daniel Maes della comunità monastica di Mar Yacub in Qara ai governanti occidentali



Nell'anniversario dei 5 anni della 'rivoluzione siriana', padre Daniel Maes, sacerdote dell’abbazia Fiamminga Postel-Mol, scrive dal Monastero di Mar Yacub in Qara (circa 100km.da Damasco) una 'Lettera aperta' al Signor D. Reynders, Ministro belga degli Affari Esteri. 

La lettera, che qui riportiamo, è stata pubblicata nel blog Ora pro Siria per essere indirizzata ai governanti di tutti paesi occidentali.  
"Deir Mar Yakub, Qâra, Siria - 11 marzo 2016
Eccellenza,

Sono un belga residente in Siria, mi riferisco a Lei, onorato ministro del nostro amato paese, per fornirVi informazioni sulla mia situazione e inoltre per chiederVi di continuare a collaborare alla nostra protezione e anche alla protezione del popolo siriano.
Nel 2010, io, padre Daniel Maes, sacerdote norbertino dell’ abbazia Fiamminga Postel-Mol sono venuto in Siria, al servizio della comunità religiosa di Mar Yakub in Qâra, Qalamoun. Ero arrivato con molti pregiudizi e sospetti. Il contatto con la popolazione e il paese, tuttavia, mi ha fatto subire uno shock culturale.

È vero, le libertà individuali e politiche in Siria non sembravano molto grandi e neanche così importanti (nel frattempo ci sono stati grandi cambiamenti come la creazione di un sistema pluripartitico). Ma dall’altra parte c’era una società armoniosa composta di molti gruppi religiosi ed etnici diversi che già da secoli convivevano in pace. Inoltre c'era l'ospitalità orientale generosa e una sicurezza molto grande, che non abbiamo mai conosciuto nel nostro paese. Furti e violenze erano praticamente inesistenti. Il paese non aveva nessun debito e non c’era nessun senzatetto. Al contrario, centinaia di migliaia di rifugiati dai paesi circostanti erano stati accolti e anche mantenuti come se fossero veri cittadini. Per di più, la vita quotidiana era anche molto economica, come anche gli alimenti. Le scuole, le università e gli ospedali erano tutti gratis, anche per noi stranieri che appartenevamo ad una comunità monastica siriana, come noi stessi abbiamo sperimentato.

Nel frattempo era scoppiata una guerra terribile. Con i nostri occhi abbiamo visto come stranieri (non Siriani) hanno organizzato manifestazioni di protesta contro il governo (vedi anche la relazione del Padre gesuita Frans van der Lugt -ucciso dai ribelli nell’aprile del 2014- sulla situazione a Homs del gennaio 2012,ndr). Questi hanno fotografato e filmato le loro stesse manifestazioni, che in seguito sono stati riprese e distribuite - dalla stazione TV  Al Jazeera in Qatar – e cosi in tutto il mondo con il falso messaggio che il popolo siriano si stava ribellando contro una dittatura. Questi stranieri hanno poi invitato i giovani del nostro villaggio ad unirsi a loro. Ci sono stati attentati e omicidi nelle cerchie sunnite e cristiane per dare l'impressione che si trattasse di una vendetta simile ad una guerra civile interna.  Nonostante questi tentativi di provocare odio e caos, il popolo siriano è rimasto unito. Come una famiglia unita, i siriani hanno protestato contro i gruppi terroristici stranieri e contro i paesi che li supportano. Centinaia di migliaia di persone innocenti sono stati uccise, tra cui molti soldati del governo e uomini della sicurezza. Scuole, ospedali e infrastrutture sono state rase al suolo. Diversi milioni di cittadini sono fuggiti all'estero. La maggior parte tuttavia sono fuggiti nel paese stesso verso le zone che sono protette dall'esercito.

Infatti, il governo aveva deciso di non proteggere i suoi pozzi di petrolio nel deserto, ma aveva messo come priorità assoluta la protezione dei cittadini. 

Nel novembre 2013 anche noi siamo stati il bersaglio di attacchi armati. Gli attacchi e bombardamenti, intorno a noi, di decine di migliaia di uomini armati pesantemente erano così gravi che, umanamente parlando, non c’era nessuna possibilità di scampare alla morte e alla devastazione. Grazie a Dio, la nostra intera comunità è stata salvata in modo miracoloso e fino ad oggi è rimasta illesa, insieme al popolo di Qâra, grazie all'esercito. 

L’intervento russo tempestivo - su richiesta del governo siriano - ha portato una profonda modifica e ha combattuto finalmente in modo esperto tutti i tipi di gruppi terroristici, per il quale il popolo siriano è, e rimane ancora molto grato (il 27 marzo le forze governative con il sostegno russo hanno riconquistato Palmira,  v. anche il video di euronews, ndr). Questo dà speranza. Tuttavia, migliaia di jihadisti stranieri, armati, addestrati e pagati continuano ad arrivare in Siria per provare a rompere ancora la strenua resistenza del popolo.

Ora sperimentiamo  la più grande crisi umanitaria dopo la seconda guerra mondiale. Noi stiamo cercando di contribuire a queste sfide e aiutare tutti i bisognosi. La nostra comunità ha organizzato tre centri: in Damasco, Tartous e qui nel monastero, da dove partono gli aiuti.
Due settimane fa, abbiamo anche potuto offrire aiuto nella città di Aleppo – la città più colpita della Siria - con più di 8.500 pacchi di alimenti, con un'ambulanza e con un quarto "hopitainer", che consiste in un ospedale mobile estremamente costoso. Proprio per quello, Madre Agnes-Mariam fondatrice e superiora di questo monastero, ha recentemente ricevuto a Mosca, a nome della Comunità, l'importante premio “Femida” per la pace e per la giustizia.  

Possiamo continuare a fornire l'assistenza solo grazie al generoso sostegno dei nostri numerosi benefattori, di alcune organizzazioni internazionali e di paesi come l’Olanda, che sono disposti a sostenerci per aiutare le persone più bisognose, indifferenti alla loro appartenenza religiosa o etnica.

Con grande fiducia, ci rivolgiamo a Lei per chiederVi di non farVi ingannare dalle bugie e manipolazioni dei mass media (tra queste, ricordiamola, l’accusa, poi smentita, rivolta ad Assad di aver usato armi chimiche contro il suo popolo, ndr),  ma Vi chiediamo di riconoscere coraggiosamente ciò che realmente accade in Siria. Non dimentichiamo i recenti esempi tragici. Sulla base di gravi menzogne sono già stati massacrati popoli e distrutti interi paesi. Alcune grandi potenze hanno voluto impadronirsi del petrolio, dell'oro, delle banche e dei depositi di armi. Anche il nostro paese belga ha contribuito a destabilizzare alcuni paesi, dove oggi c’è un caos totale. Si tratta di azioni illegali e disumane. E perchè ?

La Siria è un paese sovrano, la culla delle civiltà più antiche e culla della preziosa fede cristiana . La Siria ha un governo legittimo e un presidente legittimamente eletto dalla stragrande maggioranza del popolo con le sue varie comunità religiose e gruppi etnici. Nessuna legge internazionale può giustificare alcuna interferenza straniera in Siria. La decisione sul futuro o sul governo della Siria riguarda solo i Siriani stessi.
Sulla base di bugie grossolane, Lei collaborerà  ad uccidere e distruggere ulteriormente questo popolo, contro ogni diritto internazionale e contro la dignità umana? I campi dei rifugiati devono diventare ancora più grandi? 

Volete buttare un intero popolo in una miseria senza speranza solo perché le superpotenze vogliono costruire un “pipeline” e vogliono anche impadronirsi del petrolio, del gas e altre ricchezze naturali e vogliono conquistare il territorio della Siria per la sua posizione molto strategica?

Pace e sicurezza per questo popolo richiedono il riconoscimento dell'inviolabilità del suo territorio, della sua indipendenza, della sua unità nazionale e dell’identità culturale. 

Inoltre, una tregua fragile momentanea deve essere rotta da nuovi interventi illegali militari?

Eccellenza, uno statista degno e capace si prepara per il futuro; uno statista degno e capace rispetta il diritto internazionale e la sovranità di altri paesi; uno statista degno e capace vuole che anche il  proprio paese sia rispettato e uno statista degno e capace serve il suo popolo (la parola latina “minister” significa “servitore).

Eccellenza, siate coraggioso, prendete contatto con il governo siriano, ripristinate le relazioni diplomatiche e rimuovete immediatamente tutte le sanzioni contro il popolo siriano, perché sono niente altro che terrorismo economico, offrite generosamente il vostro aiuto e il sostegno a nome del popolo belga.

Chi serve invece gli interessi delle potenze straniere per trascinare altri popoli nella miseria più profonda, è un leader terrorista, è anche indegno di essere chiamato uno statista.

Possiamo chiederVi di non schierarVi dalla parte degli assassini, ma dalla parte delle vittime innocenti? 

E’ questo che noi, il popolo siriano e tantissimi uomini di buona volontà in Belgio e altrove, si aspettano da Lei. Per questo, noi Vi saremo molto grati e il futuro Vi ricorderà e Vi onorerà come uno statista degno.

Vorrete accettare non solo il nostro grido d’allarme ma anche i nostri rispettosi saluti,
Padre Daniel Maes (da Postel-Mol)”  


 

febbraio 27, 2016

EGITTO. Women on Walls: graffiti di lotta e di emancipazione




Women on Walls, o Sit al-hita (in arabo), è un progetto nato al Cairo nel 2012 con lo scopo di utilizzare i graffiti e l'unicità della street art (arte di strada) per una campagna sull'emancipazione e i diritti delle donne.
L'idea che ha portato alla nascita di WOW è stata l'esigenza di utilizzare lo spazio pubblico e di lasciarvi un segno per denunciare la violenza contro le donne. La forza dell’arte di strada sta infatti proprio in questo: non richiede un ruolo attivo da parte dello spettatore (andare al museo. etc), ma arriva a tutti, che risulti gradita o meno.
Nel piccolo documentario che vi proponiamo qui sotto, girato al Cairo nel febbraio 2014, le artiste Khadiga El Ghawas, Enas Awad, Salma El Gamal, Radua Radz Fouda, Nour Shokry e tante altre affrontano uno degli argomenti a tutt'oggi più scottanti in Egitto, ovvero le molestie sessuali.
Ecco che il muro, come veicolo di denunce e rivendicazioni, assume un significato fondamentale: “Perché proprio la strada è, si può dire, la scena del crimine – spiega una delle ragazze nel documentario - Dobbiamo parlare alla gente dove ci può vedere e sentire, e dove questi incidenti accadono”.

Di cruciale importanza è l'enorme graffito disegnato dall’egiziana Mira Shihadeh intitolato “Circle of Hell”, il Cerchio dell'Inferno, che racconta il caso di efferata violenza di cui fu vittima una manifestante durante le manifestazioni che si tennero al Cairo il 25 gennaio 2013 per il secondo anniversario della rivoluzione egiziana: una donna venne chiusa in un cerchio da un centinaio di uomini in piazza Tahrir e brutalmente violentata con un coltello. Nessuno - anche se la piazza era piena di gente - potè videre e sentire quello che succedeva. La donna era intrappolata in un cerchio infernale.



"Storie di donne, dalla paura alla libertà", è stato il tema scelto dall'organizzazione egiziana Women on Walls per il più famoso festival della street art femminile di tutto il Medio Oriente che si è tenuto nell’ottobre 2014 ad Amman in Giordiania. Ventiquattro artiste e artisti provenienti da paesi come l'Egitto, la Palestina, Bahrain, Yemen, Qatar e Giordania si sono unite per creare il muro dipinto più lungo di tutta Amman.
  

Questo bellissimo graffito di Mariam Haji (Bahrain), in cui l'artista si rappresenta con efficacia plastica in un corpo a corpo con un enorme leone, esprime tutta la forza di cui è capace la donna nel vincere la paura  di affrontare i pericoli e gli ostacoli che minacciano la sua sopravvivenza e la sua identità quando imbocca il cammino per l'emancipazione e la libertà.  









Anche nei graffiti di Laila Ajjawi, palestinese, che vive in un campo di rifugiati in Giordania, emergono donne forti. “Mi piace raccontarci in positivo. Non rappresentarci come vittime o deboli, ma dire alle altre donne: hai una voce nel mondo e deve essere ascoltata”, afferma Laila in questo video.
Sul tema delle violenze di genere in Egitto leggi in questo blog:
mg

febbraio 17, 2016

PROSTITUZIONE. Le ragioni per dire NO alla legalizzazione del commercio del corpo femminile



In Italia ultimamente sono state avanzate numerose proposte legislative per  legalizzare la prostituzione e introdurre quartieri a luci rosse nelle periferie delle grandi città.

A sostegno della legalizzazione si afferma che le nuove norme garantirebbero una maggior protezione della donna prostituita, un più incisivo controllo della tratta e infine sancirebbero la libertà della donna di scegliere se esercitare, o meno, la prostituzione, da considerarsi un lavoro come un altro secondo una visione economicista e neoliberista dei rapporti umani.

Si afferma inoltre che essendo questo il mestiere più antico del mondo come tale va mantenuto e regolamentato. Ma la circostanza non è vera. Le prostitute anticamente non svolgevano alcun mestiere, ma erano in genere schiave straniere.  

Peraltro, come sottolinea il filosofo Umberto Galimberti, quand'anche fosse il mestiere più vecchio del mondo bisognerebbe aggiungere che "dunque è un fossile della nostra cultura, il sintomo di epoche passate che potrebbe benissimo essere superato. E invece no! L'argomento viene invocato per dire che il problema è insuperabile” (leggi l'articolo completo).

Schiave straniere quindi, ieri come oggi:

In Italia l'industria del sesso travolge fino a 120 mila donne schiave di cui il 37% minorenni, secondo i dati dell'Associazione Papa XXIII di don Benzi. Un commercio che muove, secondo Transcrime (Centro interuniversitario sulla criminalità transnazionale) tra i 2 e i 7,5 miliardi di euro, e che prospera di anno in anno, come fosse la più normale delle industrie. Un giro d’affari che con spregiudicato cinismo la politica ha deciso di includere (insieme a quello generato dal mercato della droga) nel calcolo del PIL. Un messaggio devastante.

Secondo il rapporto "Catene invisibili" pubblicato nel 2011 dalla Regione Lombardia e dall’ISMU, la provenienza delle donne prostituite, contattate da unità di strada nel periodo 2006-2011, sarebbe per il 58,4% dall’est europeo, di cui il  71,5 % dalla Romania; per il 32,3 % dall’Africa sub-sahariana, di cui il 95,5% dalla Nigeria. Solo lo 0,4% proverrebbero da paesi a sviluppo avanzato e solo l’1,3% sarebbero  italiane.

Contro la legalizzazione della prostituzione e a smentita delle ragioni che la sostengono si sono mosse le principali organizzazioni attive sul piano internazionale in difesa dei diritti della donna. Le quali, analizzando gli effetti prodotti dai diversi sistemi legislativi in vigore in diversi paesi, hanno messo in evidenza che là dove esistono leggi che legittimano l’esercizio della prostituzione continua ad esistere il fenomeno della tratta ai fini di sfruttamento sessuale e della violenza di genere dal momento che si offrono opportunità di mercato che vengono intercettate dalla criminalità organizzata, mentre, viceversa, là dove esistono normative che  la proibiscono (in particolare il modello nordico) si mette in atto un potente deterrente che riduce sia la tratta che la violenza di genere.

Analisi queste confermate da autorevoli studi scientifici. Axel Dreher, professore di politica internazionale e di sviluppo presso l’Università di Heidelberg, ha raccolto i dati di 150 Paesi, riuscendo ad evidenziare un’interessante costante: il flusso del traffico di esseri umani è più grande in tutti quei Paesi dove il sesso a pagamento è legalizzato (QUI il testo integrale della ricerca).

Nella famosa Raccomandazione Generale n. 19 del 1992 il Comitato Cedaw  metteva in guardia sul rapporto che esiste tra sfruttamento commerciale del corpo femminile e violenza: “Gli atteggiamenti tradizionali che attribuiscono alla donna funzioni stereotipate …e contribuiscono alla diffusione della pornografia…e ad altri tipi di sfruttamento commerciale come oggetto sessuale…contribuiscono alla violenza”.

E’ recente la  petizione contro la legalizzazione della prostituzione dei bordelli e del commercio di sesso lanciata a livello globale dalla Coalizione contro il traffico delle donne (Coalition Against Trafficking in Women, CATW), organizzazione internazionale non governativa per la promozione dei diritti umani delle donne, con status consultivo presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite.


    Contro l’approccio che finirebbe per legittimare e incrementare il commercio del corpo femminile si è espressa recentemente la Commissione per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere del Parlamento Europeo nella Proposta di Risoluzione presentata dall’eurodeputata Mary Honeyball (Regno Unito) di cui riportiamo le motivazioni:

       “La prostituzione è un fenomeno difficile da quantificare, in quanto illegale nella maggior parte degli Stati membri. Secondo una relazione del 2012 della fondazione Scelles, la prostituzione ha una dimensione globale che coinvolge circa 40-42 milioni di persone, di cui il 90% dipende da un protettore. La prima relazione Eurostat in assoluto con dati ufficiali sulla prostituzione è stata pubblicata nell'aprile 2013. Il documento era incentrato sulla tratta di esseri umani nell'UE nel periodo compreso tra il 2008 e il 2010.

Quello che è comunque certo è che la prostituzione e lo sfruttamento sessuale sono aspetti definitivamente legati al genere, con donne e ragazze che vendono i loro corpi, volontariamente o sotto coercizione, a uomini che pagano il servizio offerto. La maggior parte delle vittime della tratta a fini di sfruttamento sessuale sono donne e ragazze.

  • Una forma di violenza contro le donne e una violazione della dignità umana e della parità di genere
La prostituzione e lo sfruttamento sessuale di donne e ragazze sono forme di violenza e in quanto tali ostacolano la parità tra donne e uomini. Praticamente tutti coloro che acquistano servizi sessuali sono uomini. Lo sfruttamento nell'industria del sesso è causa e conseguenza della disparità di genere e perpetua l'idea che i corpi di donne e ragazze siano in vendita.

 La prostituzione è un'inequivocabile e terribile violazione della dignità umana. Considerando che la dignità umana è espressamente citata nella Carta dei diritti fondamentali, il Parlamento europeo ha il dovere di riferire in merito alla prostituzione nell'UE e di esplorare soluzioni che consentano di rafforzare la parità di genere e i diritti umani a tale riguardo.

  • Un legame diretto con la tratta e la criminalità organizzata
Nell'Unione europea e nel mondo, la prostituzione è direttamente collegata con la tratta di donne e ragazze. Il sessantadue per cento delle donne vittime della tratta sono oggetto di sfruttamento sessuale.

Un numero sempre più elevato di donne e ragazze diventa vittima della tratta, con un traffico proveniente non solo da paesi terzi ma anche da alcuni Stati membri (per esempio Romania e Bulgaria) e diretto verso altre parti dell'Unione europea. L'UE deve pertanto affrontare con urgenza il problema della tratta da est verso ovest e adottare misure forti per contrastare questa particolare forma di violenza contro le donne.

La prostituzione è un fattore importante nel crimine organizzato, secondo soltanto alla droga in termini di portata, diffusione e volume di denaro interessato. Secondo le stime riportate sul sito di Havocscope la prostituzione genera entrate a livello mondiale pari a circa 186 miliardi di dollari l'anno.

Poiché la prostituzione è, in effetti, gestita dalla criminalità organizzata con una portata così ampia, e funziona come un mercato con la domanda che stimola l'offerta, le autorità di contrasto dell'UE devono adottare un'azione forte e adeguata per intercettare i criminali proteggendo al tempo stesso le vittime, le persone che praticano la prostituzione e le donne e ragazze oggetto di tratta a fini di sfruttamento sessuale. Altra materia distinta, benché correlata, e che richiede attenzione è quella della prostituzione su Internet, che è in aumento e in alcuni casi è collegata a siti che offrono pornografia.

  • Coercizione economica
Anche la disperazione finanziaria può portare le donne a entrare nel circuito della prostituzione. L'attuale crisi finanziaria sta facendo sentire i suoi effetti in quanto sono sempre più le donne (soprattutto madri sole) che entrano nel mondo della prostituzione nel proprio paese o arrivano dai paesi più poveri del sud dell'Unione europea per prostituirsi al nord. La prostituzione è quindi legata alla parità di genere in quanto è direttamente correlata al ruolo e al posto delle donne nella società, al loro accesso al mercato del lavoro, al processo decisionale, alla salute e all'istruzione, nonché alle alternative loro offerte, considerata la strutturale disparità di genere.

  • Due diversi approcci alla prostituzione e allo sfruttamento sessuale in Europa
La questione della prostituzione e della parità di genere è complicata dal fatto che vi sono due modelli contrapposti per affrontare il fenomeno. Il primo modello vede la prostituzione come una violazione dei diritti delle donne e uno strumento per perpetuare la disparità di genere. L'approccio legislativo corrispondente è abolizionista e penalizza le attività connesse alla prostituzione, contemplando talvolta l'acquisto di servizi sessuali, mentre la prostituzione non è illegale di per sé. Il secondo modello teorizza che la prostituzione stimola la parità di genere promuovendo il diritto della donna a controllare che cosa vuole fare del suo corpo. I sostenitori di tale modello affermano che la prostituzione è soltanto un'altra forma di lavoro e che il modo migliore di proteggere le donne nella prostituzione è migliorare le loro "condizioni di lavoro" trasformando la prostituzione in una professione, più precisamente un "lavoro sessuale". Ne consegue che nell'ambito di questo modello regolazionista, la prostituzione e le relative attività sono legali e regolamentate, e le donne sarebbero libere di scegliere i loro amministratori, noti anche come protettori. Tuttavia, si potrebbe anche considerare che far diventare la prostituzione e l'intermediazione ad essa legata attività normali, o in qualche modo legalizzarle, significa legalizzare la schiavitù sessuale e la disparità di genere a discapito delle donne.

Nell'Unione europea sono diffusi entrambi i modelli. Fornire prostituzione è legale in vari Stati membri, tra cui Paesi Bassi, Germania, Austria e Danimarca, mentre le persone che si prostituiscono o alcune delle loro attività (come l'adescamento) sono criminalizzati, del tutto o in parte, in alcuni paesi, tra cui Regno Unito, Francia e Repubblica d'Irlanda. Tuttavia, non è possibile combattere con efficacia la disparità di genere e lo sfruttamento sessuale prendendo le mosse da una simmetria di genere nelle attività dell'industria del sesso che in realtà non esiste.

Dove la prostituzione e la sua offerta sono legali, sono sempre più evidenti gli elementi che evidenziano le lacune del sistema. Nel 2007 il governo tedesco ha ammesso che la normativa che legalizza la prostituzione non aveva ridotto la criminalità e che oltre un terzo dei pubblici ministeri tedeschi aveva rilevato come la legalizzazione della prostituzione avesse reso più complesso il loro lavoro finalizzato a perseguire la tratta e lo sfruttamento di esseri umani (leggi la notizia).

Nel 2003 il sindaco di Amsterdam (Paesi Bassi) ha affermato che la legalizzazione della prostituzione non era riuscita a prevenire il fenomeno della tratta aggiungendo che sembrava impossibile creare una zona sicura e controllabile che fosse preclusa agli abusi della criminalità organizzata. Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, i Paesi bassi sono la prima destinazione delle vittime della tratta di esseri umani.


  • L'efficacia del modello nordico
In considerazione del numero sempre maggiore di elementi attestanti che la legalizzazione della prostituzione e dell'attività d'intermediazione per fornirla non promuovono affatto la parità di genere né riducono la tratta degli esseri umani, la relazione conclude che la differenza essenziale tra i due modelli di parità di genere di cui sopra risiede nel fatto che vedere la prostituzione semplicemente come un "lavoro" contribuisce a mantenere le donne nel mondo della prostituzione. Ritenere la prostituzione una violazione dei diritti umani delle donne aiuta queste ultime a rimanerne fuori.

L'esperienza di Svezia, Finlandia e Norvegia, che non aderisce all'UE, dove per affrontare il problema della prostituzione si utilizza il "modello nordico", sostiene questo punto di vista. La Svezia ha modificato la sua legge in materia di prostituzione nel 1999, vietando l'acquisto di sesso e depenalizzando i soggetti che si prostituiscono. In altre parole, è la persona che acquista sesso, in teoria sempre l'uomo, che commette un reato e non la prostituta. La normativa introdotta dalla Svezia fa parte di un'iniziativa generale volta a eliminare tutti gli ostacoli alla parità delle donne nel paese.

In Svezia questa legislazione ha avuto un impatto estremamente forte. Nel paese, il numero di persone che si prostituiscono è un decimo rispetto alla vicina Danimarca, dove acquistare sesso è legale e la popolazione è inferiore. La legge ha anche modificato l'opinione pubblica in merito. Nel 1996 il 45% delle donne e il 20% degli uomini erano a favore della criminalizzazione dell'acquisto di sesso da parte degli uomini. Nel 2008 il 79% delle donne e il 60% degli uomini erano favorevoli alla normativa. La polizia svedese conferma inoltre che il modello nordico ha esercitato un notevole effetto deterrente sulla tratta a fini di sfruttamento sessuale.

L'efficacia di tale modello nel ridurre la prostituzione e la tratta di donne e ragazze e nel promuovere la parità di genere è sempre più evidente. Nel frattempo, i paesi in cui fornire prostituzione è un'attività legale si trovano a dover ancora affrontare problemi in relazione alla tratta di esseri umani e alla criminalità organizzata, due fenomeni legati alla prostituzione. La presente relazione è pertanto a favore del modello nordico ed esorta i governi degli Stati membri che adottano altri approcci per affrontare la questione della prostituzione a riesaminare la loro legislazione alla luce dei successi ottenuti in Svezia e in altri paesi che hanno introdotto il modello nordico. Tale scelta comporterebbe significativi progressi per la parità di genere nell'Unione europea.

La relazione non è contro le donne che si prostituiscono. È contro la prostituzione, ma a favore delle donne che ne sono vittime. Raccomandando di considerare colpevole l'acquirente, ossia l'uomo che compra servizi sessuali, anziché la prostituta, il presente testo costituisce un altro passo sul cammino che porta alla totale parità di genere nell'Unione europea”

La risoluzione è stata approvata dal Parlamento Europeo il 26 febbraio 2014


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