maggio 31, 2018

PALESTINA. Gaza, la flottiglia della speranza





In queste ore è in partenza dal porto di Gaza una piccola flottiglia della speranza, o forse della disperazione.
L'equipaggio è di 35 persone ed è composto da feriti bisognosi di cure, studenti e laureati disoccupati. Cosa si deve fare per catturare un minuto di attenzione da parte dell'opinione pubblica internazionale per una comunità che vive, nell'indifferenza più totale, una crisi umanitaria senza precedenti, stremata da un interminabile assedio?
Inoltre, dal 30 marzo scorso (giorno in cui è iniziata la pacifica #GreatReturnMarch) i cecchini israeliani hanno causato oltre 13mila feriti, di cui moltissimi in gravi condizioni. I rapporti medici parlano di proiettili che si espandono nel corpo distruggendo i vasi sanguigni e i tessuti e costringendo spesso all'amputazione delle gambe. Molti infatti hanno dovuto subire amputazioni agli arti per l'impossibilità di interventi chirurgici specifici. E 117 sono i morti. Il sistema sanitario è paralizzato per la mancanza di farmaci e adeguate attrezzature mediche.
Ma non ci sono solo feriti sulla flottilla, ci sono anche giovani senza futuro. Il tasso di disoccupazione a Gaza è al 44%, che sale tra le donne fino al 71,5% e tra i giovani fino a 29 anni, arriva a 61,9%.
Un tentativo disperato dunque di rompere l’assedio via mare da parte di piccole barche di pescatori. La Marina israeliana è noto che apre il fuoco su chiunque si avvicini al limite deciso da Israele, tre miglia nautiche dalla costa sebbene gli Accordi di Oslo pongano il limite a 20 miglia.
Staremo ancora tutti in silenzio a guardare?

#Gaza #BreakIsraeliSiege



aprile 29, 2018

ITALIA. Il 25 aprile e la contestata Brigata Ebraica




Il 25 aprile è una festa nazionale della Repubblica Italiana che ricorre ogni anno per celebrare  la lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale contro il governo fascista e l'occupazione nazista in Italia.
Il 25 aprile del 1945  il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò l'insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti indicando a tutte le forze partigiane attive del nord Italia di attaccare i presidi fascisti e tedeschi per imporre loro la resa prima dell'arrivo delle truppe alleate. Da allora, annualmente, in tutte le città italiane vengono organizzate manifestazioni pubbliche in memoria dell'evento a cui partecipano numerose associazioni antifasciste sotto l’egida dell’Associazione Nazionale Partigiani d'Italia.

A partire dal 25 aprile 2004 la Comunità ebraica decide di sfilare per la prima volta con la bandiera sionista dello Stato d’Israele, ritenuto simbolo della Brigata Ebraica, anziché, come avveniva nel passato, sotto le diverse insegne delle brigate partigiane in cui gli ebrei antifascisti italiani avevano combattuto. Questa decisione viene spiegata con chiarezza sul sito “Amici di Israele”. La scelta di sfilare sotto le insegne della Brigata ebraica deriva dall'essere “stanchi di partecipare circondati da bandiere palestinesi [...] e per non farci annoverare tra la massa dei manifestanti anti-americani o anti-israeliani”. É un percorso che deve portare a “lo sdoganamento del sionismo”. “Crediamo, infatti, importante spiegare agli italiani che il sionismo è un ideale alto, nobile e giusto”.

Tale decisione viene immediatamente contestata da più parti in quanto portatrice dell'ideologia sionista che sostiene l'illegale occupazione della Palestina.
Quest’anno in particolare, anche in considerazione degli ultimi eventi sulla striscia di Gaza, più vigorose sono state le contestazioni al grido di “Palestina libera, Israele Stato Assssino”. A Roma la Comunità ebraica ha così annunciato di  non partecipare al corteo organizzato dall’Anpi a causa della presenza di una delegazione palestinese e a Bologna il rabbino Alberto Sermoneta, ha abbandonato la manifestazione nel bel mezzo del discorso di Anna Cocchi, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani.

Ma quale fu il vero ruolo della Brigata Ebraica nella lotta di liberazione partigiana contro il nazifascismo in Italia?

Un articolo pubblicato sulla pagina Facebook ,"Femminile Palestinese" che qui riportiamo ha voluto fare chiarezza distinguendo  innanzitutto l'enorme contributo di resistenza al nazifascismo dato dagli "ebrei italiani che hanno partecipato alla guerra di liberazione nelle diverse formazioni partigiane, sotto il Comitato di Liberazione Nazionale, dagli ebrei arruolati nella Brigata facente parte della 8° Armata britannica, provenienti dalla Palestina mandataria britannica.
L’articolo cita Faris Yahiaautore del libro "Relazioni pericolose" che, attingendo a fonti esclusivamente ebraiche, fa luce sui solidi rapporti fra movimento sionista, Germania nazista e fascismo. A pag. 84 del libro si legge "che la brigata più che per combattere il nazifascismo fu costituita per supportare l’idea della entità nazionale ebraica (quindi una operazione di propaganda) e per acquisire esperienza militare (questo spiegherebbe la lunga fase di addestramento). Significativamente, finita la guerra e prima di essere smantellata, la brigata si occupò della organizzazione di flussi migratori (clandestini ndr) verso la Palestina"

Riportiamo il testo dell’articolo.

“Gli ebrei combattevano contro i nazifascisti già dall’agosto 1942 inquadrati nel Palestine Regiment insieme ai Palestinesi. Altri ebrei già combattevano nelle formazioni partigiane, soprattutto “Giustizia e Libertà” e “Garibaldi”.
Oltre 1000 ebrei ebbero il certificato di “partigiano combattente”, più di 100 furono i caduti, numeri elevati se si pensa che erano solo 43.000 i cittadini di razza ebraica censiti nel ‘43 dal regime fascista. Fu un contributo molto significativo, sia in termini numerici, sia per il ruolo di primo piano che essi ebbero a livello del CLN. Ricordiamo figure come Leo Valiani, Emilio Sereni, Umberto Terracini. I sette ebrei italiani decorati di medaglia d’oro al valor militare, Eugenio Calò, Eugenio Colorni, Eugenio Curiel, Sergio Forti, Mario Jacchia, Rita Rosani e Ildebrando Vivanti. Infine ricordiamo Leone Ginzburg. A tutti questi ebrei va la nostra immensa gratitudine.

Ben diversa invece è la realtà della Brigata Ebraica sionista, che, come abbiamo visto, costituita nella Palestina del mandato britannico, non comprendeva ebrei italiani. Era composta da ebrei provenienti dalla Palestina storica, che sarebbe poi diventata l’attuale Israele, e da ebrei provenienti da altri paesi del Commonwealth britannico, Canada, Australia, Sud Africa e da ebrei di origine polacca e russa. Era formata da tre battaglioni di fanteria, da un reggimento di artiglieria, uno di genieri e da altre unità ausiliari per un totale di 5.500 unità. Churchill ne annuncia la creazione nel settembre 1944, dopo una lunga trattativa fra i rappresentanti del movimento sionista, l’Agenzia sionista e il governo britannico, inizialmente contrario alla costituzione di una unità militare esclusivamente ebraica.
Inquadrata nella 8° Armata britannica, dopo un periodo di addestramento in Egitto e Cirenaica, il 31 ottobre 1944 la Brigata ebraica viene imbarcata su due navi nel porto di Alessandria d’Egitto e trasferita in Italia al porto di Taranto, dove attende altri quattro mesi prima di partecipare ad alcuni scontri nella zona di Ravenna. (un addestramento notevole quindi)
L’esercito inglese non voleva che soldati ebrei provenienti dai territori del Mandato britannico in Palestina occupassero posizioni di rilievo nella Brigata, ma l’ Haganà, gruppo paramilitare sionista organizzatosi negli anni ’20 in Palestina, crea all’interno della Brigata una sua struttura segreta di comando, che viene alla luce solo a guerra finita. Per inciso ricordiamo che i membri della Brigata confluiranno poi nel futuro esercito di Israele, insieme all’Irgun, di Jabotinsky e poi di Begin, e alla banda Stern. Organizzazioni responsabili di attacchi terroristici a obiettivi britannici, arabi ed ebraici. Fra i più noti: l’esplosione sulla nave Patria nel 1940 ad opera dell’Haganà, 202 ebrei uccisi; l’attentato all’hotel King David di Gerusalemme, sede del governo mandatario inglese, nel 1946, ad opera dell’Irgun con vittime inglesi, arabe ed ebree; la repressione della rivolta araba del 1936/39, ad opera dell'Haganà insieme alle truppe inglesi, e ovviamente nel 1947-1948, la pulizia etnica della Palestina, in quello che fu definito il Piano Daletin stretta sinergia fra Haganà, Irgun e banda Stern.
Ma tornando alla Brigata, che abbiamo lasciato a Taranto in fase di addestramento, la ritroviamo in Irpinia dove continua per altri due mesi il suo addestramento per essere poi inquadrata, il 26 febbraio del 1945, nell’VIII Corpo d’Armata Britannico. Il 1° marzo 1945 la Brigata viene schierata sulla linea del fronte nei pressi di Alfonsine in Romagna e combatte con le proprie bandiere a fianco di unità italiane, la divisione Friuli del Corpo italiano di Liberazione, e la 3a divisione del Corpo di Armata Polacco. Partecipa a numerose operazioni militari a Riolo Terme, Imola, Ravenna. I 42 caduti riposano nel cimitero di Piangipane (RA). Per motivi di opportunità politica viene posta a riposo presso Brisighella, mentre la Brigata Maiella, il Gruppo Friuli e il Corpo polacco entrano a Bologna il 21 aprile del 1945.
L’apporto della Brigata sionista alla lotta di liberazione è circoscritto quindi al periodo che va dal 3 marzo al 21 aprile del 1945.
Ma la storia della Brigata sionista non termina nell’aprile del 1945.
Il 2 maggio 1945 la Brigata venne dislocata nella zona di Tarvisio, dove si dedica a due attività: 

1) il sostegno all’emigrazione clandestina di ebrei verso la Palestina.

2) l'Operazione NAKAM (vendetta):
 la ricerca di criminali nazisti nascosti in Carinzia, prelevati e uccisi sommariamente nei boschi del Tarvisano. L’operazione fu realizzata attraverso la costituzione, in seno alla Brigata, di cellule di 8-10 persone che agivano indipendentemente l’una dall’altra in tutta la Carinzia, fino al Tirolo orientale e anche a Vienna. 

Secondo la testimonianza resa nel 2009 da uno degli ultimi protagonisti, Chaim Miller ebreo viennese, residente in Israele, in visita in Carinzia e nell’alto Friuli: “Ricevevamo indicazioni sulla presenza di ex nazisti dai partigiani iugoslavi. Di giorno facevamo sopralluoghi per localizzare le persone. La nostra uniforme britannica, distinta soltanto dalla stella di David su una manica, ci permetteva di attraversare il confine e di muoverci liberamente. La cattura delle persone avveniva però all’imbrunire. Bussavamo alla porta presentandoci come polizia militare. Invitavamo le persone ricercate a seguirci al comando per essere interrogate, ma anziché al comando le portavamo in Italia dove potevamo agire senza problemi. Raggiungevamo una baita in un bosco tra Tarvisio e Malborghetto, dove la persona fermata veniva interrogata da altri componenti della cellula. Se le accuse trovavano conferma lo si fucilava sul posto, seppellendolo in una fossa che prima lo avevamo costretto a scavare”.

Il giornalista americano Howard Blum, corrispondente del New York Times e di Vanity Fair e vincitore di due premi Pulitzer, nel 2001 scrive un libro sulla Brigata ebraica e su questi eventi e sostiene che una quarantina di uomini della Brigata abbiano preso parte a queste missioni uccidendo, in meno di 4 mesi, 125 tedeschi. I calcoli dei veterani fanno oscillare le esecuzioni fra 50 e 200. In realtà l’Operazione Vendetta proseguì nella Germania occupata e in altri territori dell’Europa postbellica portando secondo alcune stime alla eliminazione di 1.500 nazisti.
Per il sostegno dato ai numerosi profughi ebrei che dall’Europa centrale si dirigevano o transitavano dall’Italia per raggiungere la Palestina, la Brigata viene in contrasto con i comandi britannici che cercano di evitare questa attività di supporto all’immigrazione clandestina. Per questo motivo, nella seconda metà dell’estate del 1945, la Brigata viene trasferita in Belgio e in Olanda dove rimane per circa un anno.

Nel luglio del 1946 a causa della tensione crescente in Palestina e del ruolo svolto dalla Brigata, il governo britannico decide di procedere al suo disarmo, alla sua smobilitazione e al rimpatrio degli ebrei nei loro paesi d’origine.

Ci pare legittimo interrogarci sul vero ruolo della Brigata nata per quale motivo? Per sostenere la resistenza contro il nazifascismo? (dal 3 marzo al 21 aprile del 1945) O piuttosto per portare avanti altre azioni, soprattutto l'operazione denominata NAKAM, (Vendetta) durata molto più tempo, per esempio, e il sostegno alla migrazione clandestina di ebrei verso la Palestina.

Infine vogliamo ricordare qui il tributo di sangue dei Palestinesi nella lotta contro il nazismo. I morti palestinesi non fanno notizia, né ora né allora. Eppure 12.446 furono i Palestinesi arruolati dal 1939 al 1945 nell’esercito inglese e 701 i caduti.”

Femminile Palestinese

febbraio 25, 2018

FILASTIN (Palestina). Handala e l'arte di resistenza del vignettista palestinese Naji Al-Alì



Filastin in arabo significa Palestina. Naji Al-Ali è uno dei suoi figli e ancora bambino ha dovuto lasciarla per diventare profugo, come la maggioranza del popolo palestinese, a causa dell’occupazione da parte dello Stato di Israele dei territori della Palestina, la Nakba.

Filastin è la terra in cui non ha potuto fare ritorno,

Nato in un villaggio della Galilea nel 1936 e cresciuto in un campo profughi nel sud Libano, Naji Al-Ali è stato assassinato nel 1987 a Londra da una mano a tutt'oggi rimasta ignota mentre sostava di fronte alla sede del giornale per cui lavorava. A tre decenni di distanza il controterrorismo della Metropolitan police ha riaperto l'inchiesta.



Naji Al-Ali è sicuramente uno dei vignettisti più importanti della storia del mondo arabo e alla sua morte ha lasciato un’eredità di oltre 40mila vignette che gli attirarono addosso numerose minacce di morte. Ancora oggi le sue opere sono tra le più conosciute in Palestina e in Medio Oriente. I campi profughi dentro e fuori la Palestina sono tappezzati da murales che ripropongono le sue vignette, atto di accusa contro l’occupazione israeliana ma anche contro le complicità politiche dei leader arabi. Il volume pubblicato in Italia, “Filastin. L’arte di resistenza del vignettista palestinese Naji Al-Ali”, ne raccoglie oltre 175.





Il suo personaggio più famoso, HANDALA, è una vera e propria icona della resistenza palestinese.

Un profugo palestinese che una volta andato via dalla sua terra ha smesso di crescere. Un bambino scalzo, mal vestito, con pochi peli in testa e senza scarpe, con le mani incrociate dietro la schiena che Al-Alì ha sempre voluto rappresentare di spalle senza mai offrire il suo volto in segno di sdegno nei confronti di ciò che sta accadendo alla sua terra.

Al-Ali dichiarò che Handala avrebbe cominciato a crescere e si sarebbe girato solo quando il problema palestinese si sarebbe risolto.






 mg 


gennaio 14, 2018

PALESTINA. Maher Shawamreh: il linguaggio universale della danza per superare i confini dell'oppressione



       Maher Shawamreh è un palestinese di Ramallahcittà della Cisgiordania e capitale de facto dello Stato di Palestina. All’età di 14 anni, giovane studente partecipò alla prima Intifada e trascorse tre anni e mezzo (1989-1991) nelle prigioni israeliane. All'uscita continuò i suoi studi diventando ingegnere elettrico e quindi  manager della compagnia elettrica municipale. Ma il suo bisogno di libertà e la necessità di ritrovare la sua identità in una patria oppressa e occupata lo portarono ben presto a scoprire la danza, per sentirsi parte dell’universo e superare i confini dell’oppressione e per comunicare attraverso il linguaggio universale dell’arte con tutte le culture del mondo. Come lui stesso dice alla reporter Antonietta Chiodo nell 'intervista pubblicata nel sito Pressenza.

       Maher è così diventato un famoso ballerino, coreografo, maestro di danza e direttore della scuola d’arte da lui stesso fondata.








         Nel 1999 ha iniziato a fare qualche spettacolo in varie zone della Palestina e in altri paesi, riuscendo a mantenersi con il lavoro svolto nella compagnia elettrica municipale. 

     Nel 2002, è entrato a far parte della formazione "Ramallah contemporary dance group" e successivamente della prestigiosa compagnia di danza "El Founoun".  Gruppi che a partire dagli anni ottanta del secolo scorso vogliono recuperare la tradizione palestinese della danza e le pratiche di danza andate perse dopo l’evento traumatico della Nakba. La "catastrofe" che nel 1948 determinò l’espropriazione degli abitanti delle loro terre, la distruzione di 541 villaggi e 11 cittadine, l’esilio forzato di centinaia di migliaia di palestinesi e distrusse la società palestinese, le sue culture e la sua identità.

        Nel 2009 Maher ha infine fondato ad Al Bireh, città adiacente a Ramallah, il suo teatro, l"Orient & dance theatre"dando vita a numerosi progetti culturali, tra cui una scuola di ballo, una scuola per la danza contemporanea e un campo estivo in cui bambini e adolescenti imparano la danza moderna e la cultura teatrale. Per Maher promuovere l’arte tra i bambini e gli adolescenti è un investimento fondamentale per la società palestinese. 

          Ma all"Orient & dance theatre" non si insegna solo la danza. Quando ha iniziato il suo progetto Maher poteva solo permettersi di affittare un vecchio edificio abbandonato, ma i costi per i mobili e le apparecchiature superavano di gran lunga le sue disponibilità. E’ stato così che con l'aiuto dei suoi amici ha iniziato a raccogliere mobili scartati e a trasformarli e arricchirli di colori. Oggi, le sale prova e il palco dell'Orient & Dance Theatre sono attrezzati con mobili e oggetti di scena riciclati. Questa esperienza è stata all’origine di una vera e propria "accademia del riciclaggio" dove i giovani allievi imparano ad abbellire gli spazi pubblici di Ramallah contribuendo ad aumentare la qualità della vita in città e a rafforzare il senso di appartenenza e di responsabilità sociale della comunità.   

Per approfondire: 





mg

dicembre 28, 2017

NIGER. I fondi destinati a combattere la povertà usati per militarizzare il paese e controllarne le risorse



La notizia di un’imminente missione italiana militare in Niger con lo scopo di combattere il traffico di migranti e il terrorismo, annunciata ufficialmente dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni al termine del G5 Sahel  di Parigi (l’incontro tra i cinque paesi del Sahel: Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania e Niger e i capi di stato di Francia, Germania e Italia) fa accendere i riflettori su quella che è l’attuale politica dell’UE in questa zona strategica del continente africano  e sugli interessi che tale politica cela.

          Nell’articolo In Niger l’UE si traveste da benefattrice per non fare il lavoro sporco”, pubblicato nel n.11/17 di Limes, Andrea De Gregorio (Ispi Associate Research Fellow su terrorismo nel Shael), spiega come la pletora dei c.d. aiuti ‘allo sviluppo’ erogati al Niger, abbia in realtà come vero obiettivo quello bloccare i migranti e accaparrarsi le risorse di questo paese. 

“Se il binomio minaccia terroristica globale-gestione dei flussi migratori funge da pretesto per la crescente militarizzazione del Niger”, afferma De Gregorio, “gli interessi nascosti di alcune potenze mondiali qui impegnate sembrano invece rappresentare mire di natura neo-coloniale. Sfruttamento delle risorse locali (uranio, gas naturale, oro e diamanti, n.r.d.) e creazione di basi militari per il controllo di vasti territori strategici sono i veri pilastri della «corsa al Niger», una partita diventata negli ultimi mesi decisiva nella ridefinizione delle sfere d’influenza nel Sahel e, più in generale, nell’intera Africa occidentale. La pressione della Cina e di altri nuovi attori regionali, quali Sudafrica e India, sta spingendo le potenze occidentali a un rinnovato impegno militare e diplomatico in Niger...”

Francia, Stati Uniti e Germania sono gli attori principali e l’Italia non vuole rimanere indietro.


Limes, n.11/2017

           Il Niger figura fra gli Stati che sono considerati  beneficiari “prioritari” degli aiuti “allo sviluppo” stanziati dal Fondo Fiduciario di Emergenza per l’Africa (EUTF).  Tale Fondo, istituito nell’ottobre  2015 in occasione del vertice euro-africano tenutosi a La Valletta  con l’obiettivo di finanziare con rapidità iniziative per «affrontare le cause profonde delle migrazioni irregolari», ammonta ad a 2,8 miliardi di euro di cui l’80% è preso dall’European Development Fund (FES), il fondo principale per gli aiuti europei allo sviluppo il quale vede conseguentemente ridotte le sue capacità d’azione nel lungo periodo.

Sviamento di fondi

           In tal modo quest’ultimo fondo, che per la legge europea dovrebbe essere deputato alla lotta alla povertà e allo sviluppo sostenibile per affrontare sfide di tipo strutturale  e di lungo periodo dei Paesi africani, viene usato per un intento sostanzialmente politico, quello di porre un freno al fenomeno migratorio nel breve periodo. Ciò che avviene attraverso una vera e propria militarizzazione del paese che, in ultima analisi, appare destinata al controllo del territorio e delle risorse.

Questo denaro, infatti, va a finire per la fornitura di attrezzature militari, la formazione di forze di polizia, l’istituzione di centri di detenzione per migranti e sistemi per la raccolta di dati biometrici, anziché per scuole, acqua potabile, assistenza sanitaria, etc. 


Di fatto – come denuncia un rapporto di Global Health Advocates - alcuni paesi hanno aumentato il proprio bilancio per la sicurezza e la difesa, a discapito di investimenti in settori chiave come istruzione e salute. In Niger il Fondo Monetario Internazionale ha registrato che nel 2015, quando è stata approvata, sotto pressione dei partner europei, una legge ad hoc sulla lotta al traffico di migranti sono stati tagliati i fondi per la salute e l’educazione e dirottati sulle politiche di sicurezza.

La piaga della corruzione: corrotti e corruttori

        Una deviazione di fondi quella attuata dal Fondo Fiduciario di Emergenza fortemente criticata dal Parlamento Europeo che ne ha denunciata la poca trasparenza e ha inoltre messo in guardia circa l'invio di denaro verso Stati autoritari e corrotti.

Durante la conferenza ad alto livello "per un Nuovo Partenariato con l'Africa", organizzata dal Parlamento europeo il 22 novembre scorso ad una settimana dal quinto Vertice Africa–Ue di Abidjan, il filantropo multimiliardario sudanese Mohammed ‘Mo’ Ibrahim ha messo il dito nella piaga della corruzione. “Noi africani -ha detto- siamo consapevoli delle nostre responsabilità. Sappiamo che questa è la nostra battaglia, ma da parte vostra abbiamo bisogno di più trasparenza. Un politico africano di certo non si corrompe da solo, no?” (v.p.es. il caso "uranium-gate" che ha coinvolto Areva). Ha quindi spiegato che se l’Europa non si decide a combattere l’esistenza dei paradisi fiscali dove i governanti africani nascondono i propri soldi e i casi di corruzione di quegli stessi governanti da parte dei “businessman europei”, un partenariato tra Europa e Africa è praticamente inutile. Nonostante le più buone intenzioni.

Una forma di neocolonialismo

        Il rapporto di monitoraggio sul Fondo Fiduciario d’Emergenza per l’Africa pubblicato quest’anno da CINI (Coordinamento Italiano NGO Internazionali) e  CONCORD (Network delle ONG in Europa per lo sviluppo e l’emergenza) mette in rilievo quali sono i punti critici della gestione del Fondo che viene per lo più attuata secondo una tipica logica neocoloniale. Ciò a conferma della reale finalità del Fondo, destinato a soddisfare più gli interessi europei che a combattere la povertà dei paesi africani. Infatti, si legge nel rapporto:  

“I progetti (finanziati dal Fondo n.r.d.) sono ideati direttamente dagli Stati membri e a Bruxelles, riflettendo le priorità nazionali europee.

Il processo di selezione non è trasparente e soggetto a pressioni da parte degli Stati membri, che spingono per l’ammissione a finanziamento dei propri progetti.

I fondi ritornano quindi negli Stati e nelle loro agenzie di attuazione.

Inoltre, spesso, soprattutto nelle fasi iniziali, diversi progetti possono risultare lontani dai bisogni locali e privi di una visione a tutto tondo.

Gli attori locali sono raramente consultati, e comunque questo avviene solo quando le decisioni sono già state prese”


Effetti distorsivi in termini di sviluppo

           Il risultato di tale gestione, conclude il rapporto citando i casi studio sulla Libia e sul Niger, è che la politica dell’EUTF, contestata oltretutto dalla maggioranza delle organizzazioni della società civile africane, può generare gravi effetti avversi in termini di sviluppo, di tutela dei diritti umani e della stessa gestione delle migrazioni. I progetti, essendo frutto delle priorità politiche dei paesi europei, rischiano di alimentare governi inadeguati, di incoraggiare attività di contrabbando e traffico di esseri umani più rischiose per i migranti, di facilitare le politiche di detenzione e violazione dei diritti umani, di limitare l’impatto economico positivo della migrazione regolare e di impedire ai rifugiati di accedere alla protezione di cui hanno bisogno.

Viene infine sottolineato come  la parola “emergenza” cui fa riferimento il Fondo Eutf sia una contraddizione in termini, dato che  la vera emergenza in Africa e in particolare in Niger è lo sviluppo e la lotta alla povertà che non possono essere risolti rapidamente, ma richiedono  processi di lungo periodo e soluzioni di carattere strutturale.

Leggi anche:

Lettera43. Quel rapporto che critica gli aiuti UE ai paesi africani

Affarinternazionali. UE/Africa: aiuti allo sviluppo merce di scambio

Affarinternazionali. Africa/UE: Vertice di Abidjan, la prima volta sub-sahariana

mg


novembre 12, 2017

MIGRAZIONI. L'italia è giuridicamente responsabile dell'azione libica nel Mar Mediterraneo



Nell'articolo che qui pubblichiamo, l' ASGI, Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, spiega le ragioni per cui l'Italia va considerata, oltre che moralmente e politicamente, giuridicamente responsabile dei respingimenti messi in atto dalle autorità libiche nel Mediterraneo verso la Libia dove i migranti sono sottoposti a detenzione e  torture. 
Si tratta di una forma di esternalizzazione delle frontiere e cioè dell'appalto alle autorità libiche del controllo delle nostre frontiere e delle politiche di respingimento, attuato in aperta violazione di norme imperative di diritto internazionale. Violazione per cui L'Italia è già stata condannata in passato dalla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU), organo giurisdizionale del Consiglio d'Europa (organizzazione estranea all'Unione Europea e da con confondere con il Consiglio Europeo).  
Ecco il testo dell'articolo:
"Quanto accaduto il 6 novembre nel Mediterraneo centrale conferma l’idea già sostenuta dall’Asgi in tante altre occasioni: la Guardia Costiera libica e le autorità libiche non sono interlocutori affidabili, né tanto meno hanno la possibilità o la volontà di effettuare operazioni di ricerca e salvataggio con le attrezzature fornite dall’Italia. Essi costituiscono, invece, lo strumento cui Italia e Ue hanno appaltato le politiche di respingimento dei migranti che cercano di raggiungere l’Europa.
E’ importante sottolineare che l’episodio si inserisce all’interno del coordinamento da parte del Comando Generale di Guardia Costiera italiano di una operazione di ricerca e salvataggio, evidentemente gestita senza il rispetto e le precauzioni della Convenzione di Amburgo del 1979.
Inoltre, tutti sanno che i migranti che si imbarcano in condizioni così precarie lo fanno per necessità, cercano di trovare rifugio da violenze e condizioni degradanti che subiscono in Libia e prima ancora nei loro paesi: tale circostanza è stata anche accertata recentemente dalla Corte di Assise di Milano. Ciononostante è proprio in Libia che essi sono respinti per essere nuovamente sottoposti a detenzione ed a torture, nonostante le autorità italiane abbiano positiva e diretta conoscenza delle torture e delle violazioni dei diritti delle persone ai quali sono sottoposti i migranti nei centri di detenzione in Libia.


E’ importante sottolineare, peraltro, che ciò avviene esclusivamente grazie ed in esecuzione del finanziamento e dei mezzi, anche navali, forniti dall’Italia alla Libia in esecuzione dell’accordo stipulato lo scorso 2 febbraio dal governo Gentiloni con Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj; dunque per attuare uno dei tanti accordi e partenariati stipulati dall’Italia, spesso senza alcun controllo parlamentare ed in spregio all’art. 80 Cost., con governi dittatoriali o istituzioni fantoccio (tra i quali anche il Sudan, il Niger, l’Afghanistan, la Turchia), totalmente incapaci di garantire l’incolumità e i diritti delle persone.
Lo stesso Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha chiesto al governo italiano, con nota del 28 settembre scorso, chiarimenti in merito a tali respingimenti e alla natura dell’accordo con la Libia: la risposta del Ministro dell’interno italiano, On.le Minniti (per il quale non è l’Italia a respingere le persone, ma la Libia) risulta essere sostanzialmente vuota e certamente irrispettosa a fronte della conoscenza delle reali politiche di delega, aiuto e supporto dell’Italia alla Libia e al contemporaneo ostacolo posto alle attività di ricerca e salvataggio in mare da parte delle ONG operanti nel Mediterraneo centrale.
Occorre, dunque, certamente ricordare le responsabilità della Libia in quanto occorso. Al contempo, tuttavia, occorre sottolineare la responsabilità dell’Italia e dell’Unione Europea per quanto avvenuto il 6 novembre o in occasioni similari, perché tali eventi si generano solo grazie alla delega delle attività di respingimento da loro fornita alla Libia, al loro coordinamento pratico, alle loro politiche, alla fornitura di mezzi finanziari e risorse strumentali, dunque grazie all’aiuto e al sostegno alla commissione di crimini da parte della Libia o di altri regimi non democratici.
La responsabilità dell’Italia per la violazione (tra gli altri) degli artt. 3, 5, 8 e 13 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, del principio di non refoulement e di numerose norme di diritto internazionale anche a tutela dei rifugiati non è solo morale e politica, ma altresì giuridica, derivando dalla violazione della Costituzione italiana e dalla normativa internazionale sulla responsabilità degli Stati nella violazione del diritto internazionale (cfr. art. 16 del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati).
L’Italia, invero, altro non fa che delegare i respingimenti, le torture ed i trattamenti inumani alla Libia con prassi già condannata dalla Cedu con la nota sentenza Hirsi contro Italia.
Diviene dunque improcrastinabile e necessario attuare una seria revisione della politica in materia di immigrazione che ponga quale prioritaria l’esigenza di tutelare la vita e la dignità delle persone.
Per fare questo l’Unione Europea e l’Italia devono, quantomeno:
  1. Rivedere le politiche di chiusura delle frontiere dell’Unione, perché ciò costringe le persone nelle mani di trafficanti senza scrupoli, eassicurare il principio di libertà di circolazione delle persone, consentendo l’ingresso delle persone straniere in Italia in condizioni di sicurezza e garantendo un idoneo titolo di soggiorno temporaneo in vista della possibile integrazione sociale e lavorativa e, solo a seguito di un ragionevole periodo di tempo, prevedere la possibilità di revocarlo o non rinnovarlo dando luogo alle politiche di rimpatrio;
  2. Disdettare accordi e partenariati con Stati (o loro presunti rappresentanti) che non garantiscano i diritti umani e non siano firmatari delle principali convenzioni internazionali in materia. Italia ed Ue non devono delegare l’uso della forza e di trattamenti inumani a tali Stati o a compagini straniere al fine di limitare o impedire il diritto di una persona o un richiedente asilo di lasciare un certo paese per accedere agli ordinamenti democratici europei;
  3. Abbandonare l’utilizzo di forze marittime o militari armate straniereper limitare o impedire il diritto di lasciare un certo paese da parte di migranti e richiedenti asilo. Non fornire assistenza a paesi africani o di altre regioni che impediscono alle persone di lasciare i loro paesi di nazionalità o di residenza abituale o, comunque, a paesi i cui regimi non siano democratici;
  4. Abbandonare definitivamente l’ideadi potere definire alcun paese come “sicuro” a meno che tale paese : a) preveda nella sua legislazione e nella prassi la possibilità di riconoscere lo status di rifugiato o uno status ad esso equivalente secondo quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e dal Protocollo del 1967; b) garantisca un regime giuridico e procedurale tale da escludersi la possibilità che un migrante non sia rimpatriato in un paese che sia o sia stato recentemente scenario di conflitti armati e violenza indiscriminata nei confronti dei civili, nonché ove vi siano seri rischi di violazione dei diritti umani fondamentali, o la loro vita o la loro libertà potrebbero essere posti in pericolo, anche a seguito di persecuzioni, torture o trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti; c) riconosca, assicuri e protegga il diritto al lavoro dei rifugiati e delle persone a esse assimilate, sia pur con permessi temporanei; d) riconosca, assicuri e protegga il diritto alla salute e all’istruzione e fornisca l’accesso ai servizi sociali delle stesse persone, in condizioni di parità con i propri cittadini; e) riconosca, assicuri e protegga le libertà fondamentali e la sicurezza delle stesse persone.
  5. Contribuire alla riforma del Regolamento Dublino, perfezionando il testo approvato dalla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento Europeo, che riforma profondamente il Regolamento n. 604/2013.
In ogni caso al fine di contrastare l’attuale politica italiana ed europea che arma e sostiene le autorità libiche e liberticide, l’ASGI ha articolato una serie di iniziative anche giudiziarie tra cui la notifica di un ricorso al Tribunale Amministrativo del Lazio contro il Ministero degli Affari Esteri e del Ministero dell’Interno, di cui si darà completa notizia la prossima settimana, quando il ricorso sarà depositato presso l’autorità giudiziaria".

Testo originale: ASGI

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mg