novembre 20, 2012

PALESTINA. Striscia di Gaza, operazione "Pilastro di difesa", i raid israeliani compiono strage di bambini



E’ strage di bambini nella Striscia di Gaza colpita da sei giorni dai raid israeliani dell’operazione “Pilastro di difesa”.
Secondo l'UNICEF alle 15 di lunedì risultavano almeno 18 i piccoli palestinesi che hanno perso la vita e 252 quelli rimasti feriti. La preoccupazione dell'organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di infanzia è massima:  «A Gaza desta allarme soprattutto la situazione sanitaria - fa sapere l'Unicef Italia in una nota -: gli ospedali sono sovraffollati a causa dell'afflusso continuo di feriti e le scorte di alcuni farmaci si sono rapidamente esaurite. La nostra Supply Division di Copenhagen sta predisponendo l'invio di scorte di emergenza per 14 farmaci di base». Ma l'emergenza non è solo quella medica. «La chiusura del  passaggio di transito di Kerem Shalom tra Israele e la Striscia di Gaza provocherà a breve una penuria di carburante - sottolinea ancora l'organizzazione umanitaria , con gravi conseguenze sul funzionamento dei servizi essenziali già a fine novembre, quando saranno esaurite le scorte di combustibile, circa 111 mila litri, finanziate da noi e da Human Rights First, una ong nostra partner». Il bilancio dei danni e delle vittime purtroppo viene aggiornato ad ogni ora e si fa sempre più pesante. Nei sei giorni dell’operazione israeliana “Pilastro di difesa” sono centinaia le vittime accertate.


Adriana Zega , una dei cooperanti rimasti bloccati a Gaza negli ultimi giorni, che ha da poco lasciato la Striscia riferisce: "Situazione indescrivibile, siamo di fronte ad attacchi deliberati nei confronti dei civili, ora servono aiuti per i feriti" (v. il reportage). Tra i bambini morti sei facevano parte della famiglia Aldalu sterminata  nel rione Nasser di Gaza City nel bombardamento della palazzina in cui abitava.

Anche le navi da guerra israeliane hanno bombardato la Striscia nelle ore notturne, mentre il primo ministro Benyamin Netanyahu si dice pronto ad ''estendere le operazioni'' militari anche da terra.

"La situazione è estremamente critica. Ogni 10 minuti c’è un attacco aereo, le strade sono completamente vuote  e la gente non si può muovere. Il Ministero della Sanità ha dichiarato che più di 165 tipi di farmaci e materiale medico si stanno esaurendo in tutti i centri medici della Striscia. Le cliniche della Palestinian Medical Relief Society lavorano a pieno ritmo, ma se gli attacchi continueranno non sarà possibile prestare assistenza a tutti i feriti, anche per scarsità di risorse finanziarie. Sulla popolazione di Gaza, chiusa in un territorio da dove è impossibile scappare, incombe una pesantissima crisi umanitaria se gli attacchi non cesseranno al più presto”. Così Aed Yaghi, Direttore di Palestinian Medical Relief Society di Gaza, partner locale dell'organizzazione Terre des Hommes.

La Striscia di Gaza viene definita da Noam Chomsky come "la prigione a cielo aperto più grande del mondo" 
(v.traduzione italiana e testo originale dell'articolo). 

Nella Striscia, che rappresenta l’unico sbocco al mare dei Territori Palestinesi, in poche decine di chilometri quadrati vivono più di un milione e mezzo di palestinesi (per lo più profughi dalle occupazioni israeliane del 67). E’ confinante via terra con Israele che controlla tutti i varchi di accesso e di uscita e a sud con l’Egitto. L’unico accesso alla Striscia che non sia soggetto al controllo di Israele è quindi il valico di Rafah, al confine con l’Egitto, oggi aperto, ma un tempo chiuso da Mubarak. Tuttavia questo valico non porta alla Cisgiordania palestinese, per cui il territorio della Palestina resta letteralmente spaccato in due. Il governo israeliano assedia la Striscia impedendo militarmente ogni contatto tra Gaza e il mondo esterno sia via terra, sia via mare. Dal mare è infatti impossibile arrivare, a causa del blocco navale imposto dalla marina da guerra israeliana. Nel porticciolo di Gaza non si può attraccare proveniendo da acque internazionali, le miglia marine rese disponibili ai pescatori palestinesi sono meno della metà di quelle previste dalle leggi internazionali e ogni tentativo dei pescatori palestinesi di superarle viene respinto dalla marina israeliana. Come si ricorderà nel maggio del 2010 la spedizione umanitaria per rompere l'assedio di Gaza della Freedom Flotilla  si concluse con l’uccisione di nove attivisti turchi da parte delle truppe d’assalto israeliane. 

mg
  

ottobre 31, 2012

NIGERIA, Delta del Niger, quattro contadini portano la Shell davanti ai giudici dell’Aja per disastro ambientale









Il prossimo 30 gennaio il tribunale civile dell’Aja si pronuncerà nella causa intentata da quattro contadini nigeriani contro la multinazionale anglo-olandese Royal Dutch Shell. L’accusa è di aver inquinato campi coltivati e corsi d’acqua a causa di fuoriuscite di petrolio.  “Hanno ucciso la pesca e distrutto il bosco, il mio paese è adesso una terra fantasma” dice Eric Dooh, abitante di Goi, uno dei villaggi più colpiti.

E’ il primo caso che vede un processo realizzarsi a carico di un’impresa con sede centrale in Europa per contaminazione prodotta in un paese terzo. Un precedente che potrebbe facilitare l’avvio di altri processi contro altre industrie petrolifere che contaminano fuori del proprio territorio.

Il Niger è il terzo fiume dell’Africa e il suo delta occupa 70.000 kilometri quadrati. Con 31 milioni di abitanti è tra le riserve naturali più ricche di flora e fauna del continente africano. Tuttavia a partire dal 1958 vi ha cominciato ad operare l’industria petrolifera dopo la scoperta di ingenti giacimenti di petrolio da parte dell’allora Shell British Petroleum (attuale Royal Dutch Shell). Oggi i settori del gas e del petrolio costituiscono il 79,5% del bilancio del paese, una ricchezza che però non arriva alla popolazione. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo oltre il 60% della popolazione locale continua infatti a dipendere per il suo sostentamento dall’ambiente naturale e vive di pesca ed agricoltura, attività rese oggi pressoché impossibili dalle devastazioni dell’acqua e della terra prodotte dalla scriteriata attività delle compagnie petrolifere.

Il rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente, basato su 14 mesi di ricerche e pubblicato nell’agosto del 2011, illustra il devastante impatto dell’inquinamento prodotto da mezzo secolo di attività petrolifera sulla vita della popolazione del Delta del Niger.

L’inquinamento -si legge nel rapporto- è penetrato molto in profondità, più di quanto si poteva immaginare, ed il sottosuolo è avvelenato anche in zone che in superficie sembrano pulite; almeno 10 comunità bevono acqua contaminata da idrocarburi e in una comunità la popolazione prende l’acqua da pozzi contaminati con benzene, noto cancerogeno, ad un livello che supera di 900 volte quella massima stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità; l’impatto del petrolio sulla vegetazione di mangrovie è stato disastroso, ha lasciato le piante prive di foglie e steli, con radici rivestite di uno strato di sostanze bituminose spesso anche un centimetro e più; le perdite di petrolio causano frequenti incendi che distruggono la vegetazione e la compromettono anche per gli anni a venire; l’habitat dei pesci è stato distrutto e molti pescatori e chi si dedicava alla pisci-cultura è stato rovinato da una cappa galleggiante e permanente di olio; la contaminazione dell’aria derivante dalle operazioni dell’industria petrolifera colpisce circa un milione di persone…Il rapporto conclude che per pulire l’area saranno necessari 25 o 30 anni e almeno un miliardo di dollari che dovrebbero essere erogati dal governo e dalle compagnie petrolifere, entrambi sotto accusa: il primo per l’inadeguatezza della normativa in materia di attività estrattiva e le seconde per l’inadeguatezza di controlli e manutenzione delle infrastrutture petrolifere.
Dell’industria petrolifera nel Delta del Niger fanno parte oltre alla Royal Dutch Shell e al governo della Nigeria, altre succursali di compagnie multinazionali quali Eni, Chevron, Total ed Exxon Mobil.

mg

ottobre 19, 2012

PAKISTAN: "Allah salvi Malala", il paese unito contro la violenza talebana




“Dateci penne oppure i terroristi metteranno in mano alla mia generazione le armi”.

Questa frase è di Malala Yousufzai, 14 anni, la giovanissima studentessa a cui un gruppo di talebani ha sparato alla testa il 9 ottobre scorso all’uscita da scuola. Il fatto è avvenuto nella valle dello Swat, nel nord-ovest del Pakistan, regione ancora controllata dai talebani.
Malala è stata presa di mira dai talebani a causa della sua battaglia a favore dell'istruzione per le ragazze. Da quando aveva 11 anni gestisce un blog su internet in cui denuncia i soprusi dei talebani nella valle dello Swat soprattutto nei confronti delle donne ed è diventata un simbolo per tante donne e bambine nel Pakistan delle aree tribali.
Lo scorso anno aveva ottenuto il primo premio per la pace dal governo pakistano.
Dopo l’attentato Malala è stata ricoverata d’urgenza a Mingora, la città principale dello Swat, e quindi  trasportata con un elicottero governativo messo a disposizione dal premier pakistano Raja Pervez Ashraf nell’ospedale di Peshawar. Da lunedì è stata trasferita con un aereo-ambulanza degli Emirati Arabi nell'ospedale Queen Elizabeth a Birmingham, nel Regno Unito. Le condizioni di Malala migliorano. I medici  non ritengono che abbia subito danni cerebrali e pensano che abbia buone  probabilità di recupero.
Il governo del pakistano ha condannato l’attentato compiuto e rivendicato dai talebani ed ha fissato una taglia per la cattura dei responsabili. Centinaia sono stati finora gli arresti.
Intanto una grande campagna di solidarietà e di protesta contro la violenza dei talebani ha scosso l'intero Pakistan. Venerdì nelle moschee si è pregato “Allah salvi la giovane Malala” e il paese si è fermato per osservare un minuto di silenzio.
Malala ha davvero vinto la sua battaglia.
Nel mondo 39 milioni di ragazze, tra gli 11 e i 15 anni, ovvero una su tre, non sono scolarizzate. Soggette a subire una doppia discriminazione, di genere e di età, sono il gruppo più marginalizzato del mondo. Molte di loro subiscono costrizioni e abusi, vengono obbligate a sposarsi con degli uomini magari anche molto più grandi di loro. Vivono una realtà fatta di isolamento e soffrono violenze in famiglia. Per questo le Nazioni Unite anno indetto una Giornata Internazionale delle Bambine che a partire da quest’anno viene celebrata l'11 ottobre.

mg

ottobre 05, 2012

TUNISIA, il caso della ragazza violentata accusata di oltraggio al pudore. La collera della popolazione e le scuse del presidende della Repubblica Marzouki







Il 26 settembre a Ain Zaghwan, sobborgo balneare e residenziale tra Cartagine e Rawad, una ragazza è stata violentata da due agenti di polizia in servizio, mentre il loro collega neutralizzava il compagno della ragazza e lo ricattava. La coppia era stata sorpresa flirtare e perciò la ragazza violentata è stata denunciata dagli stessi funzionari di polizia per oltraggio al pudore e alla morale. Leggi l'articolo di Abdelwahab Meddeb: viol a Tunis 

Diverse organizzazioni, tra cui l' Asssociazione tunisina delle donne democratiche, la Lega tunisina per la difesa dei diritti umani e del Consiglio nazionale per le libertà, hanno fermamente reagito di fronte a questo episodio di estrema gravità che tenta di trasformare una vittima in imputato all'evidente scopo di dissuaderla dal presentare una denuncia nei confronti degli aggressori.
L'episodio ha suscitato sdegno fra l'interna popolazione e una grande manifestazione di protesta si è svolta davanti al tribunale il 2 ottobre, giorno in cui era previsto l'interrogatorio della ragazza.
Al termine dell'udienza l'avvocata della ragazza, Monia Bousselmi, ha dichiarato di avere fiducia nella giustizia e di essere ottimista che l’accusa verrà archiviata. L'avvocata ha poi sottolineato la “responsabilità storica” che ha il giudice investito del caso, dato che "il mondo intero attende la sua decisione che sarà decisiva per l’instaurazione dello stato di diritto in Tunisia".
Il Presidente della Repubblica, Marzouki, ha ricevuto la ragazza e il suo fidanzato per presentare le scuse del governo tunisino per la violenza subita ed ha fermamente condannato l'episodio affermando che esso getta disonore sui loro autori, mentre ha salutato le forze di sicurezza che hanno rifiutato di coprire il comportamento dei colleghi. Il Presidente ha quindi assicurato che seguirà da vicino questo caso in modo che siano garantiti il rispetto dei diritti e la fiducia da parte dei tunisini nelle loro istituzioni statali.

mg


























settembre 29, 2012

TUNISIA, torna la parità di genere, una vittoria delle donne tunisine, ma la battaglia continua







Lunedì 24 settembre la Commissione di coordinamento e di redazione dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) che ha il compito di garantire la coerenza tra le diverse sezioni del futuro testo costituzionale scritto dalle commissioni specializzate, ha abolito il concetto di "complementarità" della donna nei confronti dell’uomo e re-introdotto quello di "uguaglianza" tra i sessi. La nuova versione dovrà essere approvata  dall’Assemblea Nazionale Costituente in seduta plenaria, ma l'opinione generale è che non vi saranno ostacoli.

Nel mese di agosto la Commissione dei diritti dell'uomo e delle libertà dell’ANC aveva formulato un progetto di articolo della Costituzione, come proposto dall’ala fondamentalista del partito islamico-conservatore al governo, Ennahda, che stabiliva il principio di "complementarietà" della donna rispetto all’uomo, provocando così una ferma protesta della società civile e dell'opposizione.Vedi il nostro post del 22 agosto.
Alcune migliaia di manifestanti, uomini e donne, erano scesi in piazza il 13 agosto, durante la Giornata Nazionale delle Donne, chiedendo che il progetto venisse ritirato. Anche i membri dei partiti più moderati della coalizione al governo, a partire dal presidente Moncef Marzouki, avevano espresso il loro disaccordo. 
Il fatto aveva destato preoccupazione anche a livello internazionale e il Comitato delle Nazioni Unite che si occupa di vegliare sul rispetto da parte degli stati membri della Convenzione Internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna –CEDAW- aveva invitato l'assemblea tunisina a riformulare questa disposizione in quanto in palese contrasto con  l’art.2 della Convenzione che stabilisce il principio della piena uguaglianza tra uomo e donna.

Le donne in Tunisia beneficiano fin dal 1956 della legislazione più avanzata del mondo arabo, dopo la promulgazione del Codice di Statuto Personale voluto da Habib Bourguiba, padre dell'indipendenza del paese, che fece della parità di genere uno dei pilastri della sua politica legislativa. La nuova formulazione che il partito Ennahda voleva dare al testo costituzionale avrebbe posto le basi per uno smantellamento dei diritti delle donne contenuti nel codice.

Le donne e il popolo tunisino sono fieri della loro modernità e i membri del partito Ennahda ne sono consapevoli tanto che il suo leader, Rached Ghannouchi, durante la campagna elettorale che l’ha portato al governo, aveva promesso che il codice di Statuto Personale non sarebbe stato toccato.

Se questa battaglia è stata vinta un’altra a breve si profila.
Il 26 settembre una donna violentata da due poliziotti è stata denunciata per "insulto alla pubblica decenza".

Diverse organizzazioni, tra cui l' Asssociazione tunisina delle donne democratiche, la Lega tunisina per la difesa dei diritti umani e del Consiglio nazionale per le libertà,  hanno fermamente reagito di fronte a questo episodio di estrema gravità che vuole trasformare una vittima in imputato, responsabile del crimine che è stato commesso nei suoi confronti, e ciò al fine di dissuaderla dal presentare una denuncia nei confronti degli aggressori.

Una chiamata di protesta è stata lanciata sui social network. Il 2 ottobre, data in cui la giovane donna dovrà essere messa confronto con i due poliziotti, il popolo tunisino scenderà nuovamente in piazza. Leggi la notizia

mg


settembre 25, 2012

NORVEGIA, 29 anni, musulmana, nominata ministra della cultura




Hadia Tajik, 29 anni, musulmana è stata nominata venerdì scorso ministra della cultura norvegese.
«Nuovi valori, nuove forze, nuove idee», ha spiegato il primo ministro laburista Jens Stoltenberg.
Re Harald V, monarca norvegese, non ha dubbi: è un bene per il Paese che a guidare il ministero alla Cultura sia una giovane donna musulmana. Leggi tutta la notizia 

mg

settembre 19, 2012

PALESTINA, in memoria delle vittime della strage di Sabra e Shatila



Trent’anni fa, il 18 settembre 1982 si compiva il più grande massacro di profughi palestinesi della storia. I membri del partito cristiano-maronita libanese Falange, con la copertura dell’esercito israeliano che occupava militarmente Beirut, fecero strage di migliaia di rifugiati, soprattutto donne e bambini, nei campi profughi di Sabra e Shatila alla periferia di Beirut.
In un articolo pubblicato ieri su El Pais, il giornalista Ignacio Cembrero, all’epoca inviato speciale in Libano, così ci racconta la strage di cui è stato testimone oculare. Ne riportiamo la traduzione di alcuni brani rinviando la lettura dell’articolo integrale al testo linkato.

“Lì alla mia destra giacevano i corpi ammassati di decine di donne e bambini, molti di loro bebè,  buttati per terra. Li avevano ammazzati sparandogli o crivellandoli di coltellate. Prima di morire le madri avevano cercato di salvare i loro figli, così alcuni bebè erano sepolti sotto il corpo della loro madre o incuneati tra il loro seno perché non potessero assistere all’orrore…(omissis). Ricordo che contai più di 60 cadaveri, sebbene il numero totale dei morti alla fine si aggirasse intorno a 2.000, secondo stime attendibili. Erano quasi tutte donne. Alcune le più giovani con le gonne alzate o nude dalla cintola in giù perché probabilmente erano state violentate…(omissis). La Organizzazione per la Liberazione della Palestina aveva raggiunto un accordo con Israele e alcune settimane prima aveva ritirato da Beirut per mare i suoi ultimi combattenti. Perciò nessun miliziano armato custodiva l’entrata dei campi e solo un pugno di giovani offrirono resistenza armata agli aggressori…(omissis).
Dettai la cronoca per telefono dal centro stampa militare israeliano urlando. Riferii che il massacro era stato perpetrato dalla falange cristiana di Saad Haddad creata da Israele nel 1976, e con la complicità passiva dell’esercito israeliano i cui carri armati circondavano i campi. Quando finii due soldati israeliani, di origine argentina e uruguaiana, si rivolsero a me: “crediamo che si sia sbagliato, il nostro esercito non ha potuto agire come lei racconta” mi dissero.  Non mi ero sbagliato".

Nel suo libro Sabra e Shatila: inchiesta su un massacro (París, Seuil, 1892) il giornalista israeliano Amnon Kapeliouk riporta una conversazione telefonica del 16 settembre 1982, tra il generale Drori, artefice della presa di Beirut, e Ariel Sharon, ministro della difesa: “i nostri amici avanzano verso gli accampamenti. Abbiamo coordinato il loro ingresso” disse Drori. “Congratulazioni, la operazione dei nostri amici è stata approvata”, gli rispose Sharon. Quella notte cominciò il massacro che durò 40 ore…(omissis)

Israele nominò una commissione indipendente coordinata dal magistrato Isaac Kahane per investigare sulla tragedia. Arrivò alla conclusione che la responsabilità ricadeva sulle milizia cristiane, ma anche indirettamente su Ariel Sharon. Malgrado ciò Sharon fu nominato ministro degli esteri nel 1996 e primo ministro nel 2001”.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato il massacro con una risoluzione del 16 dicembre 1982, ma nonostante la condanna della comunità internazionale nessun responsabile è mai stato processato e condannato. Nel giugno del 2001 il Belgio cercò di aprire un processo sulla base di una legge che stabilisce la giurisdizione universale dei tribunali belgi per crimini contro l’umanità. Helie Hobeika, comandante delle falangi cristiane-maronite ritenuto responsabile materiale dell’eccidio, fu chiamato a testimoniare, ma nel gennaio del 2002 morì in un attentato!.
mg


 APPROFONDIMENTIAPPROFONDIMEN

drammaturgo e poeta francese che fu testimone dell’eccidio e scrisse il testo ormai noto “Quattro ore a Shatila”, pubblicato nell’inverno del 1983 sulla Revue d’Etudes Palestiniennes (in Italia da Gamberetti Editore - 2002).