dicembre 27, 2021

SUD AFRICA - PALESTINA. Desmond Tutu ci ha lasciato, ci resta però il suo appello al popolo di Israele: liberate voi stessi liberando la Palestina

 

All’età di 90 anni ci ha lasciati Desmond Tutu, arcivescovo anglicano di Città del Capo, premio Nobel per la Pace grazie al suo impegno per la Conciliazione in Sud Africa.

Simbolo della lotta contro l’apartheid. Insieme a Nelson Mandela sosteneva che il popolo sudafricano non sarebbe stato completamente libero senza la libertà del popolo palestinese.

Di qui l’appello al popolo al popolo d’Israele affinché si liberi liberando la Palestina.

 


 

AL POPOLO D’ISRAELE: LIBERATE VOI STESSI LIBERANDO LA PALESTINA

24 agosto 2014

Nelle ultime settimane, membri della società civile del mondo intero hanno lanciato azioni senza precedenti contro le risposte brutali e sproporzionate di Israele al lancio di razzi dalla Palestina. Se sommiamo tutti i partecipanti alle manifestazioni dell’ultimo weekend per chiedere giustizia in Israele e Palestina – a Cape Town, Washington, New York, Nuova Delhi, Londra, Dublino, Sydney, e in tutte le altre città – troviamo senza alcun dubbio la rappresentazione della più importante mobilitazione dell’opinione pubblica per un’unica causa mai vista nella storia dell’umanità. Un quarto di secolo fa, ho preso parte a manifestazioni contro l’apartheid, che avevano raccolto moltissime persone.

Non avrei mai immaginato che avremmo nuovamente assistito a manifestazioni di tale portata, ma quella di sabato scorso a Cape Town è stata almeno della stessa importanza. Tra i manifestanti c’erano giovani ed anziani, musulmani, cristiani, ebrei, indù, buddisti, agnostici, atei, neri, bianchi, rossi e verdi… E’ quanto ci si può aspettare da una nazione vivace, tollerante e multiculturale.

Ho chiesto alla folla di cantare con me: “Siamo contro l’ingiustizia dell’occupazione illegale della Palestina. Siamo contro le uccisioni a Gaza. Siamo contro le umiliazioni inflitte ai palestinesi ai posti controllo e di blocco delle strade. Siamo contro le violenze perpetrate da tutte le parti in causa. Ma non siamo contro gli ebrei.”

Precedentemente, nella settimana, avevo fatto un appello per la sospensione della partecipazione di Israele all’Unione Internazionale degli Architetti, che si teneva in Sudafrica. Ho invitato le sorelle ed i fratelli israeliani presenti alla conferenza a dissociarsi attivamente, nell’ambito della loro professione, dalla progettazione e dalla costruzione di infrastrutture finalizzate a perpetuare l’ingiustizia, in particolare tramite il muro di separazione, i terminali di sicurezza, i posti di controllo e la costruzione di colonie edificate sui territori palestinesi occupati.

Ho detto loro: “Vi prego di portare con voi questo messaggio: per favore, invertite il corso della violenza e dell’odio, unendovi al movimento non violento per la giustizia per tutti gli abitanti della regione”. Nelle ultime settimane, più di 1,7 milioni di persone in tutto il mondo hanno aderito al movimento unendosi ad una campagna di Avaaz che chiede alle compagnie che traggono profitto dall’occupazione israeliana e/o sono coinvolte nei maltrattamenti e nella repressione dei palestinesi, di ritirarsi. La campagna è rivolta specificamente ai fondi di pensione dei Paesi Bassi, ABP, alla Barclays Bank, al fornitore di sistemi di sicurezza G4S, alle attività di trasporto dell’azienda francese Véolia, all’azienda di computer Hewlett-Packard, e al costruttore di bulldozer Caterpillar.

Il mese scorso 17 governi europei hanno invitato i propri cittadini ad interrompere le relazioni commerciali e gli investimenti nelle colonie israeliane illegali. Recentemente, si è potuto vedere il fondo pensionistico olandese PGGM ritirare decine di milioni di euro dalle banche israeliane, la fondazione Bill e Melinda Gates disinvestire da G4S, e la chiesa presbiteriana americana annullare un investimento di circa 21 milioni di dollari nelle imprese HP, Motorola Solutions e Caterpillar. E’ un movimento che si va ampliando. La violenza genera violenza e odio, che a sua volta non fanno che produrre altra violenza e odio. Noi sudafricani conosciamo bene la violenza e l’odio. Sappiamo cosa significa essere dimenticati dal mondo, quando nessuno vuole capire o anche solo ascoltare ciò che noi esprimiamo. Questo fa parte delle nostre radici e del nostro vissuto. Ma sappiamo anche ciò che il dialogo tra i nostri dirigenti ha permesso, quando delle organizzazioni accusate di “terrorismo” vennero nuovamente autorizzate ad esistere, ed i loro capi, tra cui Nelson Mandela, vennero liberati dalla prigione o dall’esilio.

Noi sappiamo che quando i nostri dirigenti hanno cominciato a parlarsi, la logica della violenza che aveva frantumato la nostra società si è dissolta, fino a scomparire. Gli atti terroristici che avvennero dopo l’inizio di questi cambiamenti – come gli attacchi ad una chiesa e ad un bar – furono unanimemente condannati, e chi ne era stato l’artefice non trovò più alcun consenso quando la parola passò alle urne. L’euforia che seguì a questa prima votazione non si limitò ai soli sudafricani neri. La nostra soluzione pacifica era meravigliosa perché ci includeva tutti quanti. E quando, in seguito, abbiamo dato vita ad una costituzione così tollerante, generosa ed aperta, che dio stesso ne sarebbe andato fiero, ci siamo sentiti tutti come liberati.

Certo, il fatto di aver avuto dei dirigenti straordinari ci ha aiutato. Però, ciò che alla fine ha spinto questi dirigenti a riunirsi intorno ad un tavolo di negoziati è stato l’insieme di strumenti efficaci e nonviolenti che erano stati messi in atto per isolare il Sudafrica sul piano economico, accademico, culturale e psicologico. In un momento chiave, il governo dell’epoca aveva finito per rendersi conto che continuare con l’apartheid avrebbe costituito più un danno che un vantaggio. L’embargo sul commercio applicato negli anni ’80 al Sudafrica da alcune multinazionali impegnate fu un fattore determinante per la caduta, senza spargimento di sangue, del regime di apartheid. Queste imprese avevano capito che sostenendo l’economia sudafricana contribuivano al mantenimento d’uno statu quo ingiusto.

Coloro che continuano a fare affari con Israele, contribuendo così a garantire un senso di “normalità” alla società israeliana, rendono un pessimo servizio ai popoli di Israele e Palestina. Contribuiscono al mantenimento d’uno statu quo profondamente ingiusto. Chi sostiene l’isolamento temporaneo di Israele afferma che israeliani e palestinesi hanno gli stessi diritti alla dignità e alla pace. In ultima analisi, gli eventi che hanno avuto luogo a Gaza nell’ultimo mese sono un test per chi crede nei valori umani. E ‘sempre più evidente che i politici e i diplomatici sono incapaci di trovare risposte, e che la responsabilità di negoziare una soluzione duratura alla crisi in terra santa è in capo alla società civile ed ai popoli stessi di Israele e della Palestina. Al di là della recente devastazione di Gaza, persone oneste provenienti dal mondo intero – in particolare in Israele – sono profondamente turbate dalle violazioni quotidiane della dignità umana e della libertà di movimento, che i palestinesi subiscono ai posti di controllo e ai blocchi stradali. Inoltre, le politiche israeliane di occupazione illegale e la costruzione di edifici in zone tampone sul territorio occupato aumentano la difficoltà di raggiungere un accordo che sia accettabile da tutti per il futuro.

Lo stato di Israele agisce come se non esistesse un domani. I suoi abitanti con conosceranno l’esistenza tranquilla e sicura a cui aspirano, ed a cui hanno diritto, finché i loro dirigenti perpetueranno le condizioni che determinano il perdurare del conflitto. Ho condannato coloro che in Palestina sono responsabili dei lanci di missili e razzi su Israele. Essi attizzano il fuoco dell’odio. Io sono contro ogni forma di violenza. Ma occorre essere chiari, il popolo di Palestina ha tutto il diritto di lottare per la propria dignità e libertà. Questa lotta è sostenuta da molte persone in tutto il mondo. Nessun problema creato dall’uomo è senza via d’uscita, se gli uomini mettono in comune i loro sinceri sforzi per risolverlo. Nessuna pace è impossibile se le persone sono determinate ad ottenerla. La pace necessita che il popolo israeliano e quello palestinese riconoscano l’essere umano che è in loro e si riconoscano reciprocamente per comprendere la propria interdipendenza. I missili, le bombe e le invettive brutali non sono la soluzione.

Non esiste soluzione militare. La soluzione verrà più probabilmente dai mezzi nonviolenti che abbiamo sviluppato in Sudafrica negli anni ’80 per persuadere il governo sudafricano della necessità di cambiare la sua politica. La ragione per cui questi strumenti – boicottaggio, sanzioni e disinvestimenti – si sono alla fine rivelati efficaci, è che avevano il sostegno di una massa critica, sia all’interno del paese che all’estero. Lo stesso tipo di sostegno nei confronti della Palestina di cui siamo stati testimoni nel mondo durante queste ultime settimane. La mia preghiera al popolo di Israele è di guardare al di là del momento contingente, di guardare al di là della rabbia per essere costantemente sotto assedio, di concepire un mondo in cui Israele e la Palestina coesistono – un mondo in cui regnano la dignità ed il rispetto reciproco. Ciò richiede un cambiamento di paradigma.

Un cambiamento che riconosca che un tentativo di mantenere lo statu quo è destinato a condannare le prossime generazioni alla violenza e all’insicurezza. Un cambiamento che smetta di considerare una critica legittima alla politica dello stato come un attacco contro gli ebrei. Un cambiamento che ha inizio all’interno e si propaga, attraverso le comunità, le nazioni e le regioni, alla diaspora che è diffusa in tutto il mondo di cui facciamo parte. Il solo mondo di cui facciamo parte! Quando i popoli si uniscono per una causa giusta, sono invincibili. Dio non interferisce nelle vicende umane, nella speranza che la risoluzione dei nostri conflitti ci farà crescere ed imparare da soli. Però dio non dorme. I testi sacri ebraici dicono che dio sta dalla parte dei deboli, dei poveri, delle vedove, degli orfani, dello straniero che ha permesso a degli schiavi di compiere il loro esodo verso una Terra Promessa.  E’ stato il profeta Amos a dire che dovremmo lasciare che la giustizia scorra come un fiume. Alla fine, il bene trionferà.

Cercare di liberare il popolo di Palestina dalle umiliazioni e dalle persecuzioni che gli vengono inflitte dalla politica di Israele è una causa nobile e giusta. E’ una causa che il popolo di Israele ha l’obbligo per sé stesso di sostenere

Nelson Mandela ha detto che i sudafricani non si sentiranno completamente liberi finché i palestinesi non lo saranno. Avrebbe potuto aggiungere che la liberazione della Palestina sarebbe anche la liberazione di Israele.

 

Testo originale in Desmond Tutu: la mia preghiera al popolo di Israele: liberatevi liberando la Palestina - Invictapalestina

 

 

maggio 15, 2021

PALESTINA. Il rapporto di Human Right Watch sull'apartheid praticato da Israele nei confronti del popolo palestinese

Questo articolo è stato pubblicato il 3 maggio scorso dalla rivista AFFARI INTERNAZIONALI. Ne sono autori Andrea Dessì e Flavia Fusco.

Andrea Dessì è direttore del programma di ricerca “Politica estera dell’Italia” e responsabile di ricerca nell’area Mediterraneo e Medio oriente dello IAI. È direttore editoriale degli IAI Commentaries..

Flavia Fusco è ricercatrice junior nel programma Mediterraneo e Medio oriente dello IAI e laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa all’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. 

Articolo originale https://www.affarinternazionali.it/2021/05/apartheid-israele-palestinesi/

 



Crimes of apartheid and persecution”. Così l’ong Human Rights Watch (Hrw) definisce nel suo ultimo rapporto le politiche discriminatorie praticate dalle autorità israeliane nel territorio che si estende dal Mediterraneo al fiume Giordano. Un territorio in cui il trattamento riservato alla popolazione cambia a seconda dell’etnia e religione e dove da tempo si è consolidata un’unica realtà: quella che dal 27 aprile scorso anche Hrw chiama inequivocabilmente “apartheid”.

Definito “crimine contro l’umanità” dalla Convenzione Onu del 1973 e dallo Statuto di Roma nel 1998 nel tentativo di metabolizzare l’esperienza storica della segregazione in Sudafrica, l’apartheid è oggi una realtà quotidiana per i palestinesi.

Che i palestinesi, indipendentemente dal fatto che si trovino in territorio israeliano, Gerusalemme Est, Cisgiordania o Gaza, siano schiacciati in maniera più o meno pesante dall’oppressione israeliana non è affatto una novità. La notizia è che questa condizione di subordinazione venga ora chiamata con il proprio nome anche da attori cardine del sistema liberale che a lungo hanno preferito smorzare i toni di fronte alla sistematica violazione dei diritti umani in Palestina.

Il rapporto di Hrw

Il rapporto di Human Rights Watch si aggiunge al lavoro di advocacy di tante realtà che da anni spingono affinché le politiche di Israele siano riconosciute in quanto espressamente finalizzate ad ostacolare il diritto all’autodeterminazione palestinese. Lo studio mostra come alla base del controllo demografico, politico e territoriale praticato da Israele vi siano i tre elementi cardine del crimine di apartheid: intento di dominio, istituzionalizzazione delle pratiche di discriminazione e sistematiche violazioni dei diritti fondamentali.

C’è di più. Hrw afferma che non è più possibile differenziare tra le politiche discriminatorie messe in atto nei territori occupati (inclusa Gerusalemme Est) e il trattamento riservato alla minoranza arabo-palestinese dentro Israele. A venire meno è quindi quella narrazione che tenta di discernere ciò che accade in Israele – promossa come democrazia liberale – dalla realtà dei territori occupati, con il rapporto che mette a nudo la profonda disuguaglianza di due comunità solo demograficamente equivalenti – 6,8 milioni di ebrei israeliani e 6,8 milioni di arabi palestinesi -.

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Riconoscimento discorsivo, valenza reale


Anche l’organizzazione israeliana B’tselem aveva recentemente pubblicato uno studio che giunge alle stesse conclusioni di Hrw: tra il Mediterraneo e il fiume Giordano esiste un unico regime di supremazia ebraica. Andando indietro negli anni, a marzo 2017, è stata l’agenzia Onu Escwa a definire decenni di politiche discriminatorie, arresti arbitrari, repressione, espulsioni, restrizioni e costruzione degli insediamenti come un “regime di apartheid imposto sul popolo palestinese nella sua interezza”.


Anche personaggi politici come Jimmy Carter, 39° presidente Usa, e Ehud Barak, ex premier israeliano, guardavano con preoccupazione quanto accadeva in Palestina. Quando undici anni fa era alla guida del ministero della difesa, Barak ammonì che in assenza di un accordo con i palestinesi l’apartheid si sarebbe fatto largo in Israele, aspetto ribadito nel 2017. In precedenza, nel 2006, l’ex presidente Carter suscitò scalpore con il suo “Palestine: Peace Not Apartheid”.

Inserendosi in questo processo di riconoscimento discorsivo dall’importanza tutt’altro che simbolica, il report di Hrw è stato pubblicato in una data importante, il 27 aprile, ovvero il Freedom Day sudafricano, anniversario della liberazione. Molti attivisti – tra cui alcuni direttamente coinvolti nella lotta di liberazione sudafricana – hanno da tempo riconosciuto nelle politiche di Israele il crimine di apartheid.

Tra dominio e annessione

I palestinesi però sono ancora lontani dalla loro liberazione, schiacciati dall’estrema destra in Israele e non certo facilitati dall’Autorità nazionale palestinese che appare più interessata a proteggere status e privilegi che promuovere la causa palestinese, come dimostra la decisione di rimandare (ancora una volta) le elezioni.

Tuttavia, è sbagliato parlare di status quo poiché l’occupazione avanza. Dal 2009, sono 7.585 le strutture palestinesi demolite da Israele, la maggior parte in località palestinesi (Area C) che Israele vorrebbe annettere unilateralmente. Tra queste, 1.355 erano state realizzate mediante finanziamenti della comunità internazionale (perlopiù provenienti dall’Unione europea).

Strutture demolite da Israele tra 2009 e 2021

Oltre alle demolizioni, continua la costruzione degli insediamenti

Nel 2020 sono iniziati lavori per 2.433 unità abitative nelle colonie, mentre sono 11 i nuovi insediamenti agricoli che Israele stesso definisce illegali, stabiliti in porzioni di territorio occupato riservate ad un futuro stato palestinese.

Ad oggi, preoccupa in particolare la situazione di Gerusalemme, con i quartieri di Silwan e Sheikh Jarrah che circondano la città vecchia presi particolarmente di mira dal processo di ebraizzazione della Città Santa. Parte di ciò è la recente marcia dell’estrema destra israeliana che al grido di “morte agli arabi”, si è poi scontrata con i residenti arabi della città.

La comunità internazionale

È in un simile contesto di normalizzazione della violenza che il report di Human Rights Watch rappresenta un punto di partenza e non certo di arrivo perché si vada verso la responsabilizzazione di tutti gli attori coinvolti. A tal proposito, lo scorso 5 febbraio, la Corte penale internazionale (Cpi) ha confermato che investigherà crimini di guerra perpetrati nei territori occupati, notizia ufficializzata il 5 marzo, nonostante le proteste di Tel Aviv, Londra, Washington e Berlino.

L’indagine – che considererà le azioni di entrambi le parti in conflitto – rappresenta un passo storico non solo per palestinesi e israeliani, ma per l’intera comunità internazionale, in particolare l’Ue e gli Stati Uniti, paralizzati nella contraddizione tra i propri valori fondamentali e l’incapacità di prendere una posizione chiara a sostegno del diritto internazionale in Palestina.

È in questo contesto che l’Ue dovrebbe sostenere non solo la Cpi ma anche l’agenzia per i rifugiati palestinesi (Unrwa), proteggendo l’organizzazione dai costanti attacchi e accuse infondate. Adesso è il momento di tradurre l’attenzione di numerose realtà della società civile in un impegno politico concreto che possa facilitare, o quantomeno non ostacolare, la lotta dei palestinesi per i propri diritti di cittadinanza e al contempo riconfermare il ruolo imprescindibile del diritto internazionale in questo e altri conflitti.



febbraio 22, 2021

AFRICA. Free trade area

 

Riportiamo l’interessante articolo pubblicato dalla Rivista AFRICA sul processo di “sganciamento” del continente africano dalla storica dipendenza dall’economia occidentale.

In Africa è nata l’area di libero scambio più grande al mondo: 54 paesi si sono uniti con l’obiettivo di sviluppare i commerci nel continente e spezzare la dipendenza dal nord del mondo. Le merci possono essere spostate da una regione all’altra senza pagare dazi.  

Ma cosa cambia davvero con il Trattato di Libero Commercio Continentale Africano?

 


di Alfredo Somoza

Nel 1985 l’economista egiziano Samir Amin formulava la “teoria dello sganciamento” ipotizzando la creazione di flussi commerciali e politici “sud-sud” come unica via per il superamento dei rapporti iniqui tra il Nord e il Sud del mondo. In sostanza Amin considerava questa come l’arma risolutiva in mano ai Paesi del “Terzo Mondo” per porre fine alla loro storica dipendenza dai rapporti coloniali e neocoloniali con l’Occidente. Molto tempo è passato e alcuni tentativi sono stati fatti, a partire dalla creazione del Mercosur, primo blocco economico interamente formato da Paesi sudamericani. Ma la svolta, con la materializzazione delle teorie di Amin, potrebbe verificarsi ora, proprio dove meno ce la si aspettava.

Il Trattato di Libero Commercio

È l’Africa, infatti, che grazie ai rapporti “stretti” con la Cina, criticatissimi dalle vecchie potenze coloniali, ha trovato la spinta per integrarsi economicamente, da sola. Il 1° gennaio di quest’anno, nel silenzio assordante della stampa mondiale, è nata l’area di libero scambio più grande al mondo: il Trattato di Libero Commercio Continentale Africano, noto con l’acronimo inglese AfCFTA, riunisce 54 Paesi africani al fine di realizzare un’unione doganale, abbattendo dazi e armonizzando le regole commerciali.

Non si tratta di un’unificazione che ambisce alla costruzione di una nuova entità sovranazionale – come invece l’Unione Europea e, almeno sulla carta, il Mercosur – ma del tentativo di agevolare la circolazione di merci e servizi in tutto il continente, con l’obiettivo dell’autosufficienza. In pratica l’intero continente diventerà area di libero scambio, con la sola esclusione dell’Eritrea. Parliamo di un miliardo e duecentomila persone, una popolazione in crescita veloce, e di 2.500 miliardi di dollari di PIL.

Secondo i pronostici, entro i prossimi 7 anni l’unificazione delle regole e dei dazi sulle merci porterà a una crescita del 7% del PIL di questo continente-area economica e a un aumento pari a 500 miliardi di dollari nello scambio tra i Paesi dell’area. Attualmente il 90% dell’export africano è diretto fuori dal continente: per fare un confronto, la quota di export dell’Unione Europea diretta all’esterno dell’UE è del 40%. Accrescere l’incidenza del commercio infracontinentale spezzerebbe la dipendenza totale dai mercati terzi. I motivi dell’attuale scarsità degli scambi tra Paesi africani sono diversi. Sicuramente ciò dipende dal fatto che l’export africano è costituito soprattutto da materie prime, ma un peso notevole hanno anche le difficoltà concrete a muovere merci e spostare servizi tra i Paesi senza finire imbrigliati nella rete di dazi, corruzione, ostacoli burocratici.

Il ruolo della Cina

Alla decisione storica di costituire una zona di libero scambio di portata continentale non è estraneo il peso acquisito in Africa dalla Cina, primo importatore, esportatore e investitore internazionale nel continente.

La Cina non ha soltanto sostituito i tradizionali legami postcoloniali con i Paesi europei o con gli Stati Uniti, ma ha effettuato enormi investimenti sulle infrastrutture e sulla trasformazione in loco delle materie prime, dando il via alla nascita di un settore industriale in diversi Stati africani. 

Per la Cina, l’Africa non è soltanto un cliente da maltrattare o un fornitore da sfruttare, come è sempre stata per tutti gli altri “partner”, ma un continente strategico sul quale investire.

La creazione dell’area di libero scambio diventerà un volano ulteriore per la presenza produttiva cinese perché le merci prodotte (o le materie prime trasformate) localmente potranno essere spostate da una regione all’altra del continente senza pagare dazi. Si tratta di una mossa mai nemmeno immaginata da Paesi come Francia, Belgio, Regno Unito, Germania o Italia, che concepirono l’Africa come uno scrigno dal quale trafugare tesori senza restituire nulla. Eppure l’Africa che oggi decide di cominciare a camminare tutta insieme ha una forza che va oltre l’interesse contingente di Pechino e costituisce un precedente a livello mondiale. Il fatto che un insieme di Paesi le cui frontiere furono disegnate a tavolino dai governi europei decida di creare una comunità con regole comuni, e di superare almeno in parte quei confini, è una delle migliori notizie degli ultimi anni, anche se quasi nessuno l’ha rilevato.

Leggi l'articolo originale

Su questo tema leggi in questo Blog

Africa. Un corpo vivo dalle vene aperte

Parla la nuova Africa

 

dicembre 31, 2020

LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE 
FRANCESCO 
PER LA CELEBRAZIONE DELLA 
LIV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
 
1° GENNAIO 2021 


LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE 


1. Alle soglie del nuovo anno, desidero porgere i miei più rispettosi saluti ai Capi di Stato e di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai leader spirituali e ai fedeli delle varie religioni, agli uomini e alle donne di buona volontà. 
A tutti rivolgo i miei migliori auguri, affinché quest’anno possa far progredire l’umanità sulla via della fraternità, della giustizia e della pace fra le persone, le comunità, i popoli e gli Stati. 

Il 2020 è stato segnato dalla grande crisi sanitaria del Covid-19, trasformatasi in un fenomeno multisettoriale e globale, aggravando crisi tra loro fortemente interrelate, come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi. Penso anzitutto a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro. Un ricordo speciale va ai medici, agli infermieri, ai farmacisti, ai ricercatori, ai volontari, ai cappellani e al personale di ospedali e centri sanitari, che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita. Nel rendere omaggio a queste persone, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati e tutti coloro che sono più poveri e più fragili.[1] 

Duole constatare che, accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà, prendono purtroppo nuovo slancio diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione. 

Questi e altri eventi, che hanno segnato il cammino dell’umanità nell’anno trascorso, ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza. Perciò ho scelto come tema di questo messaggio: La cultura della cura come percorso di pace. Cultura della cura per debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente. 

2. Dio Creatore, origine della vocazione umana alla cura 

In molte tradizioni religiose, vi sono narrazioni che si riferiscono all’origine dell’uomo, al suo rapporto con il Creatore, con la natura e con i suoi simili. Nella Bibbia, il Libro della Genesi rivela, fin dal principio, l’importanza della cura o del custodire nel progetto di Dio per l’umanità, mettendo in luce il rapporto tra l’uomo (’adam) e la terra (’adamah) e tra i fratelli. Nel racconto biblico della creazione, Dio affida il giardino “piantato nell’Eden” (cfr Gen 2,8) alle mani di Adamo con l’incarico di “coltivarlo e custodirlo” (cfr Gen 2,15). Ciò significa, da una parte, rendere la terra produttiva e, dall’altra, proteggerla e farle conservare la sua capacità di sostenere la vita.[2] I verbi “coltivare” e “custodire” descrivono il rapporto di Adamo con la sua casa-giardino e indicano pure la fiducia che Dio ripone in lui facendolo signore e custode dell’intera creazione. 

La nascita di Caino e Abele genera una storia di fratelli, il rapporto tra i quali sarà interpretato – negativamente – da Caino in termini di tutela o custodia. Dopo aver ucciso suo fratello Abele, Caino risponde così alla domanda di Dio: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9).[3] Sì, certamente! Caino è il “custode” di suo fratello. «In questi racconti così antichi, ricchi di profondo simbolismo, era già contenuta una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri».[4] 

3. Dio Creatore, modello della cura 

La Sacra Scrittura presenta Dio, oltre che come Creatore, come Colui che si prende cura delle sue creature, in particolare di Adamo, di Eva e dei loro figli. Lo stesso Caino, benché su di lui ricada la maledizione a motivo del crimine che ha compiuto, riceve in dono dal Creatore un segno di protezione, affinché la sua vita sia salvaguardata (cfr Gen 4,15). Questo fatto, mentre conferma la dignità inviolabile della persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, manifesta anche il piano divino per preservare l’armonia della creazione, perché «la pace e la violenza non possono abitare nella stessa dimora».[5] 

Proprio la cura del creato è alla base dell’istituzione dello Shabbat che, oltre a regolare il culto divino, mirava a ristabilire l’ordine sociale e l’attenzione per i poveri (Gen 1,1-3; Lv 25,4). La celebrazione del Giubileo, nella ricorrenza del settimo anno sabbatico, consentiva una tregua alla terra, agli schiavi e agli indebitati. In questo anno di grazia, ci si prendeva cura dei più fragili, offrendo loro una nuova prospettiva di vita, così che non vi fosse alcun bisognoso nel popolo (cfr Dt 15,4). 

Degna di nota è anche la tradizione profetica, dove il vertice della comprensione biblica della giustizia si manifesta nel modo in cui una comunità tratta i più deboli al proprio interno. È per questo che Amos (2,6-8; 8) e Isaia (58), in particolare, alzano continuamente la loro voce a favore della giustizia per i poveri, i quali, per la loro vulnerabilità e mancanza di potere, sono ascoltati solo da Dio, che si prende cura di loro (cfr Sal 34,7; 113,7-8). 

4. La cura nel ministero di Gesù 

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità (Gv 3,16). Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Queste azioni messianiche, tipiche dei giubilei, costituiscono la testimonianza più eloquente della missione affidatagli dal Padre. Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore (cfr Gv 10,11-18; Ez 34,1-31); è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37). Al culmine della sua missione, Gesù suggella la sua cura per noi offrendosi sulla croce e liberandoci così dalla schiavitù del peccato e della morte. Così, con il dono della sua vita e il suo sacrificio, Egli ci ha aperto la via dell’amore e dice a ciascuno: “Seguimi. Anche tu fa’ così” (cfr Lc 10,37). 

5. La cultura della cura nella vita dei seguaci di Gesù 

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi. E quando, in periodi successivi, la generosità dei cristiani perse un po’ di slancio, alcuni Padri della Chiesa insistettero sul fatto che la proprietà è intesa da Dio per il bene comune. Ambrogio sosteneva che «la natura ha riversato tutte le cose per gli uomini per uso comune. [...] Pertanto, la natura ha prodotto un diritto comune per tutti, ma l’avidità lo ha reso un diritto per pochi».[6] Superate le persecuzioni dei primi secoli, la Chiesa ha approfittato della libertà per ispirare la società e la sua cultura. «La miseria dei tempi suscitò nuove forze al servizio della charitas christiana. La storia ricorda numerose opere di beneficenza. […] Furono eretti numerosi istituti a sollievo dell’umanità sofferente: ospedali, ricoveri per i poveri, orfanotrofi e brefotrofi, ospizi, ecc.».[7]

6. I principi della dottrina sociale della Chiesa come base della cultura della cura 

La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato. 

* La cura come promozione della dignità e dei diritti della persona. 

«Il concetto di persona, nato e maturato nel cristianesimo, aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano. Perché persona dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento».[8] Ogni persona umana è un fine in sé stessa, mai semplicemente uno strumento da apprezzare solo per la sua utilità, ed è creata per vivere insieme nella famiglia, nella comunità, nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità. È da tale dignità che derivano i diritti umani, come pure i doveri, che richiamano ad esempio la responsabilità di accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro «prossimo, vicino o lontano nel tempo e nello spazio».[9]

 * La cura del bene comune. 

Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente».[10] Pertanto, i nostri piani e sforzi devono sempre tenere conto degli effetti sull’intera famiglia umana, ponderando le conseguenze per il momento presente e per le generazioni future. Quanto ciò sia vero e attuale ce lo mostra la pandemia del Covid-19, davanti alla quale «ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme»[11], perché «nessuno si salva da solo»[12] e nessuno Stato nazionale isolato può assicurare il bene comune della propria popolazione.[13]

 * La cura mediante la solidarietà. 

La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come «determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti».[14] La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio. 

* La cura e la salvaguardia del creato. 

L’Enciclica Laudato si’ prende atto pienamente dell’interconnessione di tutta la realtà creata e pone in risalto l’esigenza di ascoltare nello stesso tempo il grido dei bisognosi e quello del creato. Da questo ascolto attento e costante può nascere un’efficace cura della terra, nostra casa comune, e dei poveri. A questo proposito, desidero ribadire che «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani».[15] «Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo».[16]

 7. La bussola per una rotta comune 

In un tempo dominato dalla cultura dello scarto, di fronte all’acuirsi delle disuguaglianze all’interno delle Nazioni e fra di esse,[17] vorrei dunque invitare i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative a prendere in mano questa “bussola” dei principi sopra ricordati, per imprimere una rotta comune al processo di globalizzazione, «una rotta veramente umana».[18] Questa, infatti, consentirebbe di apprezzare il valore e la dignità di ogni persona, di agire insieme e in solidarietà per il bene comune, sollevando quanti soffrono dalla povertà, dalla malattia, dalla schiavitù, dalla discriminazione e dai conflitti. Mediante questa bussola, incoraggio tutti a diventare profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare tante disuguaglianze sociali. E ciò sarà possibile soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale. 

La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa anche per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili.[19] 

Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione. Purtroppo molte regioni e comunità hanno smesso di ricordare un tempo in cui vivevano in pace e sicurezza. Numerose città sono diventate come epicentri dell’insicurezza: i loro abitanti lottano per mantenere i loro ritmi normali, perché vengono attaccati e bombardati indiscriminatamente da esplosivi, artiglieria e armi leggere. I bambini non possono studiare. Uomini e donne non possono lavorare per mantenere le famiglie. La carestia attecchisce dove un tempo era sconosciuta. Le persone sono costrette a fuggire, lasciando dietro di sé non solo le proprie case, ma anche la storia familiare e le radici culturali. 

Le cause di conflitto sono tante, ma il risultato è sempre lo stesso: distruzione e crisi umanitaria. Dobbiamo fermarci e chiederci: cosa ha portato alla normalizzazione del conflitto nel mondo? E, soprattutto, come convertire il nostro cuore e cambiare la nostra mentalità per cercare veramente la pace nella solidarietà e nella fraternità? 

Quanta dispersione di risorse vi è per le armi, in particolare per quelle nucleari,[20] risorse che potrebbero essere utilizzate per priorità più significative per garantire la sicurezza delle persone, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà, la garanzia dei bisogni sanitari. Anche questo, d’altronde, è messo in luce da problemi globali come l’attuale pandemia da Covid-19 e dai cambiamenti climatici. Che decisione coraggiosa sarebbe quella di «costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi e in altre spese militari un “Fondo mondiale” per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri»![21] 

8. Per educare alla cultura della cura 

La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi.

- L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società,dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco.Tuttavia, la famiglia ha bisogno di essere posta nelle condizioni per poter adempiere questo compito vitale e indispensabile.
 
- Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale.[22] Essi sono chiamati a veicolare un sistema di valori fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona, di ogni comunità linguistica, etnica e religiosa, di ogni popolo e dei diritti fondamentali che ne derivano. L’educazione costituisce uno dei pilastri di società più giuste e solidali.

- Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili. Ricordo, a tale proposito, le parole del Papa Paolo VI rivolte al Parlamento ugandese nel 1969: «Non temete la Chiesa; essa vi onora, vi educa cittadini onesti e leali, non fomenta rivalità e divisioni, cerca di promuovere la sana libertà, la giustizia sociale, la pace; se essa ha qualche preferenza, questa è per i poveri, per l’educazione dei piccoli e del popolo, per la cura dei sofferenti e dei derelitti».[23]

 - A quanti sono impegnati al servizio delle popolazioni, nelle organizzazioni internazionali, governative e non governative, aventi una missione educativa, e a tutti coloro che, a vario titolo, operano nel campo dell’educazione e della ricerca, rinnovo il mio incoraggiamento, affinché si possa giungere al traguardo di un’educazione «più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, di dialogo costruttivo e di mutua comprensione».[24] Mi auguro che questo invito, rivolto nell’ambito del Patto educativo globale, possa trovare ampia e variegata adesione.

 9. Non c’è pace senza la cultura della cura 

La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace. «In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia».[25]

In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo,[26] ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri».[27] 

Dal Vaticano, 8 dicembre 2020 

Francesco 


Vedi il messaggio originale- con i link delle citazioni e la traduzione del testo in varie lingue


[1] Cfr Videomessaggio in occasione della 75ª Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 25 settembre 2020. 
[2] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 67. 
[3] Cfr “Fraternità, fondamento e via per la pace”, Messaggio per la celebrazione della 47ª Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2014 (8 dicembre 2013), 2.
[4] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 70. 
[5] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 488. 
[6] De officiis, 1, 28, 132: PL 16, 67. 
[7] K. BIHLMEYER - H. TÜCHLE, Storia della Chiesa, vol. I L’antichità cristiana, Morcelliana, Brescia 1994, 447.448. 
[8] Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale nel 50° anniversario della “Populorum progressio” (4 aprile 2017).
[9] Messaggio alla 22ª sessione della Conferenza degli Stati Parte alla Convenzione-Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP22), 10 novembre 2016. Cfr Tavolo interdicasteriale della Santa Sede sull’ecologia integrale, In cammino per la cura della casa comune. A cinque anni dalla Laudato si’, LEV, 31 maggio 2020. 
[10] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 26. 
[11] Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020. 
[12] Ibid. 
[13] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 8; 153. 
[14] S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), 38. 
[15] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 91. 
[16] Conferenza dell’Episcopato Dominicano, Lett. past. Sobre la relación del hombre con la naturaleza (21 gennaio 1987); cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 92. 
[17] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 125. 
[18] Ibid., 29. 
[19] Cfr Messaggio ai partecipanti alla Conferenza internazionale “I diritti umani nel mondo contemporaneo: conquiste, omissioni, negazioni”, Roma, 10-11 dicembre 2018. 
[20] Cfr Messaggio alla Conferenza dell’ONU finalizzata a negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, che conduca alla loro totale eliminazione, 23 marzo 2017. 
[21] Videomessaggio in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2020, 16 ottobre 2020. [22] Cfr Benedetto XVI, “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”, Messaggio per la 45ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2012 (8 dicembre 2011), 2; “Vinci l’indifferenza e conquista la pace”, Messaggio per la 49ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2016 (8 dicembre 2015), 6. 
[23] Discorso ai Deputati e ai Senatori dell’Uganda, Kampala, 1° agosto 1969. 
[24] Messaggio per il lancio del Patto Educativo, 12 settembre 2019: L’Osservatore Romano, 13 settembre 2019, p. 8. 
[25] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 225. 
[26] Cfr ibid., 64.
[27] Ibid., 96; cfr “Fraternità, fondamento e via per la pace”, Messaggio per la celebrazione della 47ª Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2014 (8 dicembre 2013), 1.


ottobre 28, 2020

PALESTINA. La lotta delle donne contro l'occupazione e il colonialismo passa per la lotta al patriarcato


In questa intervista pubblicata da nena-news nel febbraio scorso Miassar Ateyani così sintetizza il lavoro che lei e le donne palestinesi che fanno capo al Gupw svolgono nei territori occupati da Israele e l'ideologia che le ispira:

“La liberazione delle donne dalla cultura patriarcale deve diventare il movimento propulsore più importante della lotta del popolo palestinese contro il colonialismo. Non dobbiamo relegare in secondo piano la difesa dei nostri diritti di donne: noi combattiamo la violenza dell’occupazione combattendo la violenza sociale che gli uomini esercitano su di noi”

 


Chi è Miassar Ateyani.

Miassar Ateyani, classe 1964, è la direttrice dell’ufficio di Nablus (Cisgiordania) della General Union of Palestinian Women (Gupw), ramo dell’Olp che si occupa delle donne palestinesi nei Territori occupati e nella diaspora. La Gupw è stata fondata nel 1965, pochi mesi la fondazione della stessa OLP. La storia personale di Miassar è una lunga storia di militanza politica: da sempre attiva nella sinistra radicale palestinese, Miassar è stata ripetutamente detenuta nelle carceri israeliane

Ecco il testo dell’intervista

di Wolfram Kuck

Ci può descrivere le attività che svolgete come Gupw, il modo in cui intervenite nella società palestinese e il quadro teorico di analisi a cui fate riferimento?

Noi abbiamo un piano per combattere l’occupazione. Sosteniamo che la lotta di liberazione delle donne dalla cultura patriarcale debba diventare il movimento propulsore più importante della lotta del popolo palestinese contro l’occupazione e il colonialismo. Per questo nelle nostre attività i piani si intrecciano, ci occupiamo della liberazione delle donne per liberare la Palestina. Sin dall’inizio, nella lotta di liberazione palestinese, le donne hanno ricoperto un ruolo importante, come combattenti hanno compiuto operazioni militari contro l’occupazione. Un esempio su tutti, Leyla Khaled. Molte donne sono state imprigionate nel corso dei decenni. E ancora oggi molte donne sono incarcerate.

Noi come Gupw ci prendiamo cura delle donne prigioniere, sia mentre sono in stato di detenzione sia dopo il loro rilascio. Così come ci occupiamo delle donne che vivono nei campi profughi oppure nei villaggi della Valle del Giordano. Tante energie le investiamo nel sostenere le ragazze che studiano all’università. Sosteniamo coloro che studiano e incoraggiamo tutte le altre a farlo. Parliamo con le famiglie e le invitiamo a permettere l’iscrizione delle loro figlie all’università e di sostenerle economicamente. Crediamo fermamente nello studio e nella formazione superiore come arma di riscatto. Altro nostro punto di intervento centrale è la campagna di boicottaggio di Israele. Non solo siamo parte attiva della grande campagna Bds, ma abbiamo anche fondato uno specifico comitato di donne per il boicottaggio. Con questo comitato andiamo a bussare casa per casa, entriamo a parlare con le donne per convincerle a boicottare i prodotti israeliani che trovano nei negozi. Insegniamo alle donne anche a riconoscere quei prodotti e proponiamo tutta una serie di alternative. Con il comitato per il boicottaggio andiamo anche nelle scuole e parliamo con gli studenti. Insegniamo loro come si fa a boicottare i prodotti israeliani. Sembra una banalità ma, in un’economia sotto occupazione e colonizzata come lo è la nostra, il boicottaggio dei prodotti dell’occupante colonizzatore non è affatto semplice. Bisogna saper riconoscere quei prodotti, scoprire quali trucchetti usano per camuffarli, bisogna soprattutto avere delle alternative e sapere dove si possono andare a reperire.

Insegnare tutto ciò ai giovanissimi che frequentano le scuole è un lavoro che consideriamo di fondamentale importanza. Poi nelle scuole, oltre a quello appena detto, proviamo con gli studenti più interessati e motivati a ideare degli spot e delle campagne a favore del boicottaggio. Collaboriamo stabilmente anche con le facoltà di Media e Giurisprudenza dell’Università di Nablus e proviamo a far incontrare liceali e universitari e farli lavorare insieme nell’ideazione di nuove campagne di promozione del boicottaggio. Con il comitato entriamo anche negozio per negozio nei quartieri di Nablus e ci mettiamo a parlare con tutti i clienti che entrano e consigliandoli di comprare prodotti locali, o comunque non israeliani. Il boicottaggio poi non si limita all’ambito economico. Ci spendiamo molto anche per il boicottaggio culturale, ovvero il rifiuto di collaborazione con le università o altri istituti di ricerca che in un modo o nell’altro sostengono l’occupazione. C’è poi anche tutto l’aspetto dello spettacolo, con il boicottaggio degli eventi sportivi o artistici. Ovviamente su questa tema del boicottaggio lavoriamo molto con gli internazionali; una campagna di boicottaggio dell’occupazione e dell’apartheid può funzionare solo se è una grande campagna a livello internazionale. Come Gupw sosteniamo e partecipiamo a tutte le manifestazioni contro le colonie illegali.

Non ci dimentichiamo di sostenere quelle famiglie o comunità le cui case si trovano al di là del muro dell’apartheid e la cui vita è diventata un labirinto di checkpoint, orari di chiusura e apertura, controlli militari, minacce di demolizione delle case e tutto il corollario classico dell’occupazione coloniale. Combattiamo quotidianamente contro tutti i molteplici tentativi di normalizzazione dell’occupazione, ovvero il tentativo di farci accettare lo status quo dell’occupazione come un dato di fatto con cui convivere con rassegnazione e in cui provare a svolgere una vita normale, come se niente fosse. Stiamo vicine e non lasciamo sole nel dolore tutte le madri che hanno perso un figlio o una figlia, uccisi dai soldati israeliani. Oppure sosteniamo tutte quelle famiglie che hanno perso una donna per mano dell’occupazione, che sia una figlia, una madre o una nonna. Invitiamo sempre le famiglie a denunciare gli omicidi e affrontare il processo, offrendoci di seguirle passo passo in tutta la fase processuale. E’ chiaro che non crediamo nei tribunali e nella giustizia dell’occupante ma crediamo anche che sia importante mostrare al mondo tutta l’ipocrisia del sistema dell’occupazione che nella stragrande maggioranza dei casi assolve i suoi soldati assassini. Inoltre, con quelle sentenze di assoluzione possiamo rivolgerci ad altre istituzioni internazionali e combattere così l’occupazione su piani diversi.

Incoraggiamo il lavoro manuale tradizionale delle donne e organizziamo periodicamente dei mercatini in cui provare a vendere questi prodotti. In questo modo proviamo a generare piccole entrare di reddito per le donne per favorire la loro autonomia. Ovviamente come Gupw un momento centrale della nostra attività è l’8 marzo. Ogni anno incentriamo la nostra manifestazione sulla richiesta di libertà per tutte le donne prigioniere. E’ un momento di grande visibilità e quindi decidiamo di sfruttarlo per parlare della condizione delle nostre sorelle in prigione. Irrinunciabile per noi è andare ogni 8 marzo in corteo verso un checkpoint della nostra città a urlare la nostra rabbia in faccia ai soldati per la prigione a cielo aperto in cui l’occupazione ci costringe a vivere e per chiedere di poter riavere tra di noi e riabbracciare le nostre sorelle sequestrate nelle prigioni dell’occupante. Ogni anno poi, in prossimità dell’8 marzo, organizziamo conferenze, iniziative e incontri con tutte le organizzazioni delle donne palestinesi per rinsaldare e rafforzare l’unità d’azione. In questo periodo poi come Gupw stiamo lavorando all’organizzazione del nostro sesto congresso. Lo stiamo immaginando come una sorta di conferenza internazionale delle donne. Infatti, oltre alle donne palestinesi nei campi profughi di Siria, Libano e Giordania, stiamo invitando anche delegazioni dal Sud America, dal Cile e dal Brasile.

Può entrare più nello specifico sulla tua visione delle donne nella società e nella lotta palestinese?

Lo dico molto francamente: le donne soffrono di più sotto l’occupazione militare ed è proprio a causa di questa sofferenza che le donne palestinesi sono donne molto forti. Fin dall’inizio della nostra lotta ci sono sempre state delle combattenti e ancora oggi è così. Perché le donne che sono in prigione sono delle combattenti. Le giovani ragazze che attaccano i checkpoint militari sono delle combattenti. Le donne palestinesi si considerano ancora delle combattenti. In questo non è cambiato nulla. Le donne sono quindi coinvolte nella rivoluzione palestinese. Questo coinvolgimento riguarda ambiti anche molto diversi: ci sono le giovani donne che continuano a studiare nonostante le mille difficoltà e riescono a formare una loro competenza, ci sono le donne che si attivano per il boicottaggio di Israele e quelle che non permettono ai soldati di entrare nelle loro case quando vengono per arrestare dei loro familiari. Poi ci sono ovviamente le donne che fanno la resistenza. Le donne sotto l’occupazione soffrono il doppio. Se guardi negli occhi di una donna palestinese puoi leggere l’orgoglio di essere palestinese, perché siamo donne forti. I nostri sono occhi bellissimi. Purtroppo, visto che viviamo questa terribile situazione di occupazione militare, spesso ci scordiamo dei nostri diritti di donne, o meglio li mettiamo in secondo piano. Per esempio, ci scordiamo che non dobbiamo permettere che una ragazza si sposi prima dei 18 anni. Oppure ci scordiamo che dobbiamo difendere i diritti di ogni donna nel matrimonio, come anche nel divorzio.

Come Gupw quindi abbiamo fatto la precisa scelta di non relegare in secondo piano, per via dell’occupazione, la difesa dei nostri diritti di donne. Anzi, abbiamo deciso di concentrarci proprio su questo tema per combattere l’occupazione. Noi combattiamo la violenza dell’occupazione combattendo la violenza sociale che gli uomini esercitano su di noi. Un esempio attuale e specifico su tutti: il Cedaw (Commitee on the Elimination of Discriminations Against Women, comitato delle Nazioni Unite fondato nel 1979. Gli Stati che ratificano questa convenzione si impegnano ad adeguare a essa la loro legislazione, a eliminare ogni discriminazione nonché a prendere ogni misura adeguata per modificare costumi e pratiche consuetudinarie discriminatorie. La Palestina ha firmato nell’aprile 2014, ndr). Ogni anno l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) scrive la propria relazione per le Nazioni Unite sull’attuazione del Cedaw. Noi e le altre organizzazioni di donne contribuiamo alla stesura dello Shadow report (le “relazioni ombra” sono un metodo per integrare e/o presentare informazioni alternative ai rapporti che i governi sono tenuti a presentare in base ai trattati sui diritti umani, ndr), scriviamo la nostra relazione ombra. Il nostro rapporto è sempre diviso in due parti. Una parte è dedicata alla violenza delle forze di occupazione contro le donne, l’altra parte invece si concentra sulla violenza dell’Autorità palestinese contro di noi.

Voglio dire con questo che noi donne palestinesi dobbiamo muoverci contemporaneamente su diversi fronti: dobbiamo combattere l’occupazione, dobbiamo combattere l’Autorità palestinese e il sistema patriarcale della nostra società. Per questo cerchiamo sempre il contatto con tutte le donne nel mondo, perché vogliamo imparare dalle lotte delle donne nei differenti contesti. Vogliamo confrontarci e capire meglio insieme come combattere la violenza contro di noi nelle nostre diverse società. Quando ad esempio è cominciata la guerra in Siria, Daesh e al Nusra hanno attaccato e assediato il campo profughi palestinese Yarmouk. Chi ha sofferto più di tutti? Le donne rifugiate del campo. Hanno sofferto come tutti la guerra, in più dovevano fuggire da chi voleva letteralmente schiavizzarle. Le donne del Yarmouk Camp si sono dovute rifugiare in Libano. Come Gupw ci siamo occupate anche di loro, sostenendole materialmente ed economicamente.

Si sono registrati dei cambiamenti nella condizione delle donne nella società palestinese rispetto a venti, trenta o quaranta anni fa?

La situazione delle donne nella società palestinese è cambiata molto negli ultimi decenni. Le donne ora possono prendere il passaporto senza l’obbligo della firma dell’uomo e possono aprire un conto in banca ai loro figli (prima era proibito). Oggi le donne possono andare autonomamente in tribunale e divorziare, prima qualche maschio della famiglia (marito, fratello, zio o cugino) le avrebbero ammazzate per “difendere l’onore del nome della famiglia”. A Gaza purtroppo le donne soffrono ancora di più, sia sotto l’occupazione, sia sotto il governo di Hamas. Quando Hamas ha preso il potere nel 2007 e ha sostenuto il velo obbligatorio per tutte le donne e “consigliato” loro di non lavorare ma occuparsi della famiglia e della casa, alcune donne si sono subito ribellate, ma poche. Perché solo poche? Perché la maggior parte delle gazawi non aveva paura tanto di Hamas, quanto del marito o in generale degli uomini della famiglia. Adesso, rispetto ai primi anni dopo il 2007, anni veramente di buio oscurantismo, la situazione a Gaza è un minimo migliorata. Ma succedono ancora delle cose allucinanti. Ad esempio, una vicenda attualissima che riguarda il gruppo musicale Soul Band Gaza, un gruppo di giovani gazawi, tra l’altro musicalmente parlando bravissimi, con una giovane ragazza come cantante. Hanno girato i loro video musicali suonando in pubblico a Gaza, in piazza o sulla spiaggia, e la ragazza cantava senza velo. Hamas l’ha attaccata e la società non l’ha protetta. Ora il gruppo se n’è dovuto andare in Turchia. Ma ti sembra normale che noi come società perdiamo dei giovani talenti del genere perché la ragazza ha cantato in pubblico senza velo?

Si tratta quindi di un problema di società, non solo di regime. Che sia un regime di Fatah o di Hamas, è la società innanzitutto che deve sostenere le donne. Per esempio, ti posso dire cosa è successo pochi mesi fa ad al Khalil (Hebron), qui in Cisgiordania, non nella Striscia sotto Hamas. Come Gupw abbiamo organizzato una conferenza sul Cedaw e i gruppi islamisti hanno organizzato una contro-iniziativa di donne islamiste contro di noi. Donne contro donne, capisci? Le donne islamiste hanno sostenuto che avrebbero combattuto il Cedaw e ci hanno accusato di essere contro il Corano e contro l’Islam. I gruppi islamisti inoltre minacciarono di ritorsioni i proprietari di case e sale ad al Khalil che ci affittarono gli spazi. Quindi mi chiedo io, è davvero più grave la situazione a Gaza che ad al Khalil? Ti faccio un altro esempio: sempre ad al Khalil circa due mesi fa un marito ha ammazzato la propria moglie. I capifamiglia delle due famiglie coinvolte hanno fatto un incontro, si sono messi d’accordo economicamente e il tutto è stato risolto senza l’intervento della legge. E sono proprio questo tipo di famiglie che si oppongono alle nostre attività per l’implementazione del Cedaw. Tre settimane fa qui a Nablus abbiamo organizzato un convegno sul Cedaw. Sono venuti rappresentanti di molte organizzazioni e partiti, dal Fronte Popolare a Fatah. Durante la conferenza all’improvviso si è alzato un uomo che ha detto pubblicamente di essere di Hizb al Tahrir (letteralmente Partito della Liberazione, in realtà si tratta di un gruppo salafita nato proprio ad al Khalil, ndr) e ha iniziato a urlare contro di noi interrompendo l’iniziativa.

Noi non abbiamo Daesh qui in Palestina, noi qui abbiamo Hamas e Hizb al Tahrir. E mi raccomando, voi in Europa fate spesso confusione, il Jihad Islami non fa parte di questa tipologia di formazioni politiche, si tratta di tutto un altro filone. Questi gruppi islamisti o salafiti o come altro preferiscono denominarsi fanno il gioco dell’occupazione. E’ molto semplice: l’occupazione vuole che ci combattiamo tra noi anziché unirci per combattere l’occupazione. Perché Israele per esempio ha permesso a Hizb al Tahrir di fare il suo congresso ad al Khalil? L’occupazione controlla tutto, conta persino quanti ulivi piantiamo e quanti litri d’acqua abbiamo a disposizione e poi permette lo svolgimento del congresso di un gruppo salafita. E’ evidente a ogni mente lucida: se ci uccidiamo tra palestinesi, com’è successo a Gaza tra Hamas e Fatah nel 2007, rendiamo un grandissimo servizio all’occupazione.

Sembra una contraddizione, prima hai parlato di miglioramenti legislativi nella condizione delle donne.

La risposta è che esiste un doppio livello di analisi. C’è il livello legislativo, in cui ci sono stati indubbiamente dei miglioramenti. Poi c’è il livello culturale della società e lì ci sono state invece delle regressioni. Oggi, ad esempio, molte famiglie sono spaventate dal mandare le loro figlie alle manifestazioni, proprio per via di questi gruppi islamisti. Nei decenni passati invece ci sono sempre state tantissime donne nei cortei. La realtà è sempre complessa ed è tra l’altro un tratto tipico delle formazioni politiche reazionarie negare la complessità della realtà che ha intorno per imporre la propria visione semplicistica basata sull’odio e la sopraffazione. Il problema poi è sempre collegato al fatto che siamo sotto occupazione e quindi, tra le altre cose, non abbiamo un parlamento vero. Se ci fosse, noi donne potremmo utilizzare il parlamento per imporre delle regole a nostra protezione contro questi fanatici invasati. Certo, c’è sempre il rischio che anche con un parlamento vero poi con le elezioni arrivano gli islamisti, com’è successo in Tunisia. Ma in Tunisia il movimento delle donne e della società civile progressista è coraggioso e forte e non li farà passare, di questo sono certa. 

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