maggio 20, 2019

RAMADAN.Qualche elemento per capire che cos'è il Ramadan


In questo articolo pubblicato da Cittanuova Bruno Cantamessa ci offre qualche elemento per capire cos'è il Ramadan, come ha avuto origine e come la comunità musulmana lo vive nel mondo. 

In una notte del mese di Ramadan (nel 622 d.C.), il profeta Muhammad con pochi compagni fuggì da Macca (La Mecca) a Yathrib (Medina): è l’Egira (allontanamento, migrazione). A partire da quella data la comunità musulmana stabilì l’inizio del calendario. Da quel momento Yathrib prese il nome di Medina (Madinat al-Nabi), la città del Profeta. Alcuni anni prima, sempre in una notte di Ramadan che viene ricordata come “la notte del destino”, Muhammad aveva ricevuto da Dio la rivelazione, il Corano.
Fin dall’inizio, quindi, il mese di Ramadan è in tutto il mondo islamico un tempo di preghiera (salat) e digiuno (sawm) nella memoria delle origini. Il digiuno di Ramadan è considerato il quarto dei cinque pilastri della fede (testimonianza, preghiera, elemosina, digiuno, pellegrinaggio alla Mecca). È astensione totale da cibo e bevande (anche l’acqua), dal fumo e dai rapporti sessuali, tutti i giorni per un mese, dall’alba al tramonto. La tradizione attribuisce a questa pratica anche il significato di imparare l’autodisciplina, approfondire l’appartenenza alla comunità dei fedeli (umma) spronare all’esercizio della pazienza, impegnarsi nella conoscenza dell’amore per Dio.
Valori religiosi capaci di generare nel credente importanti aspetti culturali di portata universale. Da attento osservatore di tutto quanto favorisce il dialogo fra credenti, l'autore dell'articolo si dice colpito dalla serietà e profondità spirituale con cui diversi amici musulmani vivono il digiuno di Ramadan, pur con notevole sacrificio. Sono persone capaci di accogliere e generare speranza anche di fronte alla superficialità, all’ignoranza e talvolta, purtroppo, anche all’arroganza di chi non ce la fa a guardare oltre se stesso, alla scoperta dell’affascinante pianeta della diversità.


In pratica, come vive un musulmano durante il digiuno di Ramadan? Dopo una colazione (suhur) che si fa prima dell’alba, si va normalmente al lavoro o a scuola. Si rimane però a completo digiuno fino all’iftar, la cena che si consuma subito dopo il tramonto, in genere insieme a parenti, amici e vicini in un clima di festa. La tradizione ha sviluppato per queste cene una serie di piatti tipici, diversi a seconda dei Paesi, ma non mancano mai i datteri, perché secondo la tradizione il Profeta rompeva il digiuno mangiando un dattero e bevendo un po’ d’acqua o di latte. Alla conclusione del mese si svolge per tre giorni in tutto il mondo islamico la grande festa di Eid al-Fitr.

Quest’anno, il “mese benedetto” di Ramadan (che essendo un mese lunare fluttua ogni anno di alcuni giorni rispetto all’anno precedente) è iniziato il 5 maggio e durerà 30 giorni, fino al 3 giugno. La festa di Eid al-Fitr sarà dal 4 al 6 giugno. Il Ramadan di quest’anno segna l’inizio dell’anno (lunare) 1440 dall’Egira.

Secondo alcuni dati riportati dall'Agenzia Sir i musulmani (1,8 miliardi nel mondo) presenti in Italia sono circa 2,5 milioni (circa il 4% della popolazione), in maggioranza cittadini italiani o residenti, e in minoranza sans papier, come direbbero i francesi. Secondo altre fonti i fedeli islamici in Italia che osserveranno il digiuno di Ramadan saranno circa 1,5 milioni. Fanno comunque tutti riferimento alle dieci “vere” moschee italiane e ad almeno un migliaio di altri piccoli luoghi di culto locale sparsi in tutto il Paese.
Tra le iniziative più interessanti intraprese quest’anno dalle comunità islamiche in Italia vi è certamente quella di Torino. Nel capoluogo piemontese sono presenti circa 40 mila fedeli musulmani che fanno capo a 17 luoghi di culto: le comunità sono coordinate fra loro ed hanno stabilito un accordo con la Città di Torino. L’Associazione Islamica delle Alpi e i giovani di Partecipazione e Spiritualità Musulmana, in collaborazione con la moschea Taiba e il centro Rayan promuovono un progetto denominato #GreenRamadan per sensibilizzare sull’impatto ambientale del consumismo con raccolte differenziate di plastica ed altro, e ricerca di fondi per piantare alberi a Parco Dora durante un grande evento di “Moschea aperta e Iftar” a fine Ramadan.
Bruno Cantamessa da Cittanuova.it

aprile 30, 2019

MIGRAZIONI. Info data del Sole 24 ORE. Diminuiscono gli arrivi e aumentano i morti.



Il Data Blog del Sole 24 ORE ci informa che nei primi quattro mesi del 2019 sono arrivate in Italia 625 persone migranti. Ciò significa che gli arrivi sono diminuiti del 91% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.


Ciò che invece non diminuisce è il numero dei morti. In questi primi quattro mesi del 2019 il Mediterraneo ha inghiottito 422 persone. In media, si tratta della percentuale di morti più elevata sul totale delle partenze dal 2014 e se consideriamo la rotta verso l’Italia nel 2019 (fonte UNHCR ) sono morte nel Mediterraneo 352 persone, 205 nel Mediterraneo centrale, a fronte di 625 arrivi: una persona su quattro circa non ce l’ha fatta.





Secondo i dati dell’Unhcr, sia nel 2018 che nel 2019 gli arrivi sono diminuiti rispetto agli anni appena precedenti. Nel 2018 gli arrivi in totale sono stati 141.500, 40 mila in meno rispetto all’anno precedente, e solo 23 mila di essi in Italia, l’equivalente degli abitanti di una piccola cittadina di provincia. Dal 2014 al 2019 sono arrivati in tutta Europa da Italia, Grecia e Spagna 2 milioni di migranti su 741,4 milioni di persone residenti in Europa. Due milioni è appena la popolazione di una città come Parigi.

Gli arrivi del 2019: 625 persone Nei primi quattro mesi del 2019 sono arrivate in Italia 625 persone migranti (aggiornamento al 16 aprile), contro le oltre 9 mila della Grecia e le 3 mila della Spagna. Abbiamo contato 202 persone accolte sulle coste italiane a gennaio, 60 a febbraio, 262 a marzo e 99 al 15 aprile 2019.

Si tratta di una diminuzione del 91% rispetto al medesimo periodo del 2018 e del 97% rispetto al primo quadrimestre del 2017. Nel dettaglio, in questi quattro mesi del 2019 sono arrivati in Italia 212 tunisini, 86 algerini, 62 iracheni, 57 bengalesi, 36 guineani e 33 senegalesi, 25 somali, 22 iraniani, 20 turchi, 11 nigeriani e 61 persone da altri paesi. 434 persone sono sbarcate in questi 4 mesi in Sicilia, 53 in Calabria, 54 in Puglia e 87 in Sardegna.

Restando sempre in Italia, fra il 2016 e il 2018 su 100 arrivi, 70 sono uomini, 10 donne e 20 minori. In Grecia invece la percentuale di donne e bambini è molto più elevata: rispettivamente 23% e 37% del totale. Nel complesso invece, nel 2019 il 40% degli arrivi in Europa sono stati donne e bambini.

Ma uno su quattro non ce l’ha fatta. I morti non calano, e nessuna rotta migratoria del Mediterraneo, via terra o via mare, ha visto morire in cinque anni tanti esseri umani quanti quella dal Nord Africa all’Italia: 14.768 persone inghiottite dal mare, a cui si aggiungono i 1.878 morti in Grecia e i 1.189 della Spagna.

In questi primi quattro mesi del 2019 il Mediterraneo ha inghiottito 422 persone, il 2,25% del totale (sommando decessi e sbarchi).  In media, si tratta della percentuale di morti più elevata sul totale delle partenze dal 2014.

Se consideriamo la rotta verso l’Italia nel 2019 (fonte UNHCR ) sono morte nel Mediterraneo 352 persone, 205 nel Mediterraneo centrale, a fronte di 625 arrivi: una persona su quattro circa non ce l’ha fatta.

Non basta chiudere i porti. Anche il 2018 in particolare è stata un’ecatombe: sono arrivate meno persone rispetto all’anno precedente, ma in proporzione ne sono morte molte di più. Il 5,3% delle persone che si erano messe in mare per arrivare sulle coste italiane non ce l’ha fatta, un record assoluto sia con gli anni precedenti che con gli altri paesi. Il nostro paese aveva registrato infatti il 2,4% dei decessi sul totale dei migranti nel 2017 e il 2,5% nel 2016. Nel 2018 la Grecia ha registrato un decesso su 300 persone, la Spagna 1,2 su 100 e l’Italia, come si diceva, 5,3 su 100.

Fenomeno migratorio in esaurimento? Certo che no. Un rapporto del 2018 della World Bank stima 140 milioni di migranti in tutto il mondo da qui al 2050 per ragioni legate al clima.

Basta osservare i dati per rendersi conto che anche se successivamente all’estate 2017 fra il codice delle ong e gli accordi con la Libia, in Italia il numero di arrivi si sia drasticamente ridotto, gli sbarchi non sono diminuiti di molto nell’intero Mediterraneo: si è passati dai 185 mila arrivi del 2017 ai 141 mila del 2018. In Grecia si è registrato un aumento sensibile di arrivi via mare e il triplo di quelli via terra: dai 6 mila arrivi del 2017, nel 2018 se ne sono registrati 18 mila. Lo stesso trend si è registrato in Spagna, dove gli sbarchi sono più che raddoppiati in un solo anno.

marzo 17, 2019

PALESTINA. Gaza, l'ONU riconosce che Israele ha commesso crimini contro l'umanità.





Nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 28 febbraio scorso al Palazzo delle Nazioni Unite di New York, la Commissione d’inchiesta del “Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite” ha affermato che la risposta di Israele alle manifestazioni a Gaza nel 2018 «può costituire crimini di guerra o crimini contro l’umanità».

La notizia è riportata sul sito dell’ONU.

Il rapporto della Commissione ONU [scaricabile in EN], presieduta dall’argentino Santiago Canton e composta altresì da Sara Hossain (Bangladesh) e da Kaari Betty Murungi (Kenya), oltre a raccontare fatti e antefatti degli accadimenti, descrive numerosi casi di vere e proprie fucilazioni compiute dai militari di Israele, individuando le vittime, la loro età e narrando le modalità di svolgimento delle esecuzioni e le conseguenze (morte, amputazioni, ecc).

Il rapporto precisa la condizione iniziale degli accadimenti: "la grande marcia del ritorno" consistita in manifestazioni settimanali di palestinesi vicino alla recinzione che dal 1996 separa Gaza e Israele (lungo la linea verde tracciata dagli accordi di armistizio del 1949), per chiedere la revoca del blocco imposto a Gaza e il ritorno dei profughi palestinesi».

«Secondo la Commissione, le manifestazioni erano di natura civile, avevano obiettivi politici chiaramente definiti e, nonostante alcuni atti di violenza, non costituivano né un combattimento né una campagna militare». A riprova di ciò sta il fatto che «non siano stati riportati morti o feriti civili israeliani durante o a seguito delle dimostrazioni»  e che si contino solo quattro militari israeliani feriti.

Dopo centinaia d’interviste e l’esame di migliaia di documenti la Commissione ha stabilito che «prima della prima dimostrazione, le forze israeliane hanno rafforzato le loro posizioni sulla recinzione con truppe aggiuntive, tra cui più di 100 tiratori scelti».

Per la Commissione «l’uso di munizioni vere contro i dimostranti da parte delle forze di sicurezza israeliane era illegale».

Il giornalista Ahmad Abu Hussein, ucciso a Gaza

Il rapporto spiega come: «Le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso e mutilato i dimostranti palestinesi che non rappresentavano una minaccia imminente di morte. Giornalisti e personale medico chiaramente contrassegnati come tali sono stati fucilati, così come bambini, donne e persone con disabilità».

Al termine dell’indagine, fino al 31 dicembre, tra i palestinesi si sono contati 189 morti e oltre 6.000 feriti. Dei feriti, 122 manifestanti hanno subito amputazioni, tra cui 20 bambini e donne; di questi, 98 erano amputazioni agli arti inferiori. Il rapporto precisa che 70 vittime era state uccise con un colpo in testa o al collo, 101 con un colpo al petto.

La Commissione è dell’avviso che, in maniera evidente, sono colpevoli di questi «crimini internazionali» tanto «coloro che hanno impiegato la forza letale, l’hanno assistita o autorizzato a dispiegarla in casi specifici, in assenza di una minaccia imminente alla vita o quando la vittima non partecipava direttamente alle ostilità; ciò include cecchini, osservatori e/o comandanti sul posto», quanto «coloro che hanno redatto e approvato le regole di ingaggio».

Queste persone, secondo le “raccomandazioni finali” della Commissione, vanno chiaramente individuate dal governo di Israele (!) estradate e imputate anche difronte alla Corte penale internazionale, mentre le vittime vanno curate e risarcite.

Nelle proprie conclusioni, infine, la Commissione non esita a criticare il governo palestinese per «non aver adottato misure adeguate per impedire che aquiloni e palloncini incendiari raggiungessero Israele, diffondendo la paura tra i civili  e infliggendo danni a parchi, campi e proprietà».

Fonte: Pressenza

mg

febbraio 26, 2019

PALESTINA. Revocato il premio “Fred Shuttlesworth” alla filosofa Angela Davis per il suo sostegno alla causa palestinese



Angela Davis con Herbert Marcuse 1968

Il Birmingham Civil Rights Institute dell’Alabama ha revocato il premio “Fred Shuttlesworth”  alla filosofa attivista dei diritti umani americana Angela Davis.
Il motivo della decisione è il sostegno che la Davis manifesta per i diritti dei palestinesi sotto occupazione militare israeliana.  “Ho imparato ad oppormi con la stessa passione  sia all'antisemitismo che al razzismo. In questo contesto mi sono avvicinata alla causa palestinese”, ha spiegato la docente 74 enne dicendosi molto stupita dalla decisione presa alla commissione del premio. Davis ha denunciato chi vuole punirla per aver chiesto che lo Stato di Israele smetta di opprimere i palestinesi. “L’attacco nei miei confronti è un attacco contro lo spirito di indivisibilità della giustizia”, ha protestato.
A spingere affinché il premio fosse revocato è stato in particolare il “Centro per la conoscenza dell’Olocausto” di Birmingham che ha espresso “preoccupazione e delusione” per il riconoscimento assegnato a Davis. Ha quindi invitato il centro per i diritti umani a “riconsiderare la decisione” in considerazione del “sostegno esplicito” offerto dalla docente alla campagna Bds per il boicottaggio internazionale di Israele. Dopo questo intervento il Birmingham Civil Rights Institute ha comunicato che “in seguito a un esame più attento delle dichiarazioni della signora Davis abbiamo concluso che non soddisfa tutti i criteri su cui si basa il premio”.
Davis da parte sua ha annunciato che il mese prossimo andrà ugualmente a Birmingham per prendere parte a “un evento alternativo”. Una coalizione locale di attivisti e cittadini ha organizzato una iniziativa pubblica a sostegno della docente centrata sul suo impegno per i diritti umani e il lavoro che svolge contro l’ingiustizia in giro il mondo.

24 febbraio 1972 conferenza stampa all'uscita dal carcere
Angela Davis è un’attivista del movimento afroamericano ed è stata militante del Partito Comunista degli Stati Uniti d’America fino al 1991. Nata a Birmingham in un quartiere dominato da un profondo razzismo contro i neri, sin da adolescente si avvicina al Partito comunista e alla lotta per i diritti degli afroamericani. Laureatasi alla Brandeis University, in Massachusetts, si trasferì in Francia e in Germania dove divenne allieva del grande filosofo ed esponente della Scuola di Francoforte, Herbert Marcuse. Tornata negli Usa, venne arresta e incarcerata per il suo presunto collegamento con la rivolta del 7 agosto 1970 guidata da Jonathan Jackson e dalle Pantere Nere. Davis risulterà innocente e verrà assolta con formula piena. La sua liberazione fu sostenuta, fra gli altri da Jean-Paul Sartre.

Di recente Angela Davis ha insegnato nel dipartimento di storia dell’Università della California a Santa Cruz, dove ha diretto il Women Institute.


gennaio 31, 2019

AFRICA. Il 2019 cruciale all'esame della democrazia



Elettori in attesa di votare
Buoni propositi. Promesse. Sempre più le Afriche sono ridotte a un pugno di slogan emotivi che eliminano ogni senso di complessità. Osserviamo, da nord, ciò che accade a sud con il binocolo miope che vede solo terrorismo, migrazioni e povertà. E ogni tentativo di approfondimento è sepolto da perentorie semplificazioni.
Invece, mai come ora, con questo 2019 agli esordi, serve pazienza e attenzione. Perché si apre un anno gonfio di stereotipi da sfatare. Ad esempio, vanno al voto 11 paesi (9 dell’area subsahariana e 2 del Nordafrica): il 28,7% della popolazione africana.
Ma, soprattutto, saranno chiamate alle urne le prime due economie continentali: la Nigeria (oltre 376 miliardi di dollari di Pil, dati Banca mondiale) e il Sudafrica (349 miliardi di Pil). E, a nord, dovranno votare due democrazie dalle fondamenta ancora fragili: Algeria e Tunisia. Resta il dato di fondo: si mette in coda per i seggi metà del Prodotto interno lordo africano. Ecco, quindi, che con il 2019 sarà messo alla prova uno dei luoghi comuni che perseguitano il continente: la politica africana come pratica allergica al dissenso e brutale contro l’opposizione. Dove l’alternanza, quella vera, è privilegio di poche nazioni. Un luogo comune che ha evidenti radici nella storia di molti paesi, che presentano un curriculum politico e civile non irreprensibile. Dove il voto si è travestito da libera espressione di consenso. Mentre, nella sostanza, era solo uno strumento per confermare il potere esistente. Il tempo ha così fatto emergere una contraddizione stridente: un continente con i presidenti più vecchi al mondo e con la popolazione più giovane in assoluto ( ne sono esempi Paul Biya, in Camerun, 85 anni, al potere da 36; Denis Sassou Nguesso, presidente della repubblica del Congo-Brazzaville o Congo francese dal 1979, salvo il periodo 92-97; la dinastia dei Bogo in Gabon che governa il paese da 51 anni ; ndr)
Il 2019 è, dunque, un anno di svolta: o gli equilibri democratici ne usciranno rafforzati, oppure la “democrazia” si confermerà una truffa semantica. Un semplice intercalare fisso che percorre il rude vangelo di 
molti potenti.
L’andamento economico aiuterà (o boicotterà) questo passaggio. Le Afriche escono da alcuni anni (specialmente dal 2014 al 2017) di crisi dovuta al crollo dei prezzi di alcune materie prime (metalli e beni agricoli) e al rafforzamento del dollaro. Secondo Bm il 2019 sarà un anno di assestamento. Ma ciò che temono le istituzioni finanziarie è che si possa nuovamente abbattere sulle Afriche una crisi del debito. A fine 2017, il rapporto debito/Pil in molti paesi ha raggiunto una media del 57%. Quasi il doppio rispetto ai livelli rilevati 5 anni prima. Il peso degli interessi, nello stesso periodo, è passato dal 4 all’11% del bilancio pubblico. Cifre che non si vedevano dagli anni ’90.

Economie strozzate rischiano di prosciugare le speranze di cambiamento.

Crisi del debito
Uno studio del 2018 (Honest Account 2017) dell’organizzazione britannica Global Justice Now mostra, in base ai dati del 2015, quanto siano zavorrate dagli interessi le economie africane: i governi avevano ricevuto prestiti per 32,8 miliardi di dollari, pagando interessi per 18 miliardi. Lo studio stima, poi, che nel 2015 i paesi africani avrebbero ricevuto 161,6 miliardi di dollari tra prestiti, rimesse e aiuti. Ma ne avrebbero persi 203 tra elusione fiscale, pagamento del debito ed estrazioni di risorse. L’Africa, impoverita, avrebbe vantato, quindi, un credito nei confronti del resto del mondo di circa 41,3 miliardi di dollari. 

Per approfondire:

Honest Accounts, come il mondo trae profitto dalle ricchezze dell'Africa

Africa, un corpo vivo dalle vene aperte. Il sistema della fatturazione mendace delle multinazionali


 mg

dicembre 30, 2018

MIGRAZIONI. IL RACCONTO DI UN NAUFRAGIO




Il naufragio è quello del 6 novembre 2017 nel Mediterraneo, ricostruito in un video del New York Times che mostra le violenze della Guardia costiera libica e le responsabilità di Italia e UE 

Un momento dell'operazione di soccorso ai migranti naufragati al largo delle coste della Libia il 6 novembre 2017 (New York Times) 

Il New York Times ha pubblicato un mini-documentario che racconta passo a passo il naufragio di una barca di migranti al largo della Libia avvenuto il 6 novembre 2017, in cui morirono almeno venti persone. Il naufragio avvenne dopo che il governo italiano allora guidato da Paolo Gentiloni (PD) aveva iniziato ad “appaltare” i soccorsi in mare alla Guardia costiera libica – se di “Guardia costiera libica” si può parlare – adottando politiche sempre più rigide nei confronti dei migranti e delle ong impegnate nel loro salvataggio nel mar Mediterraneo. Le immagini mostrano nel dettaglio alcune cose di cui si parla da tempo – l’incompetenza della Guardia costiera libica e le loro violenze gratuite dei suoi membri sui migranti, gli scontri tra Guardia costiera libica e ong, le torture subite dai migranti nei centri di detenzione in Libia, tra le altre cose – ma lo fa in una maniera molto approfondita e documentata.

Il video del New York Times, che dura poco più di 20 minuti, ricostruisce gli eventi di quel giorno attraverso le immagini di più di 10 videocamere, le interviste ad alcuni dei sopravvissuti e le ricostruzioni in 3D realizzate dal gruppo di ricerca londinese Forensic Architecture e dal progetto Forensic Oceanography, che si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo. Lo stesso video e l’articolo che lo accompagna sono stati realizzati da membri del Forensic Architecture e del Forensic Oceanography, e da avvocati di una ong che ha avviato un’azione legale contro l’Italia per quello che è successo il 6 novembre 2017.

La mattina del 6 novembre 2017 un gommone che la notte precedente era partito da Tripoli si trovò in difficoltà a causa delle cattive condizioni del mare. I migranti a bordo chiamarono la Guardia costiera italiana con un telefono satellitare, chiedendo aiuto: sul posto arrivò per prima una nave della Guardia costiera libica, con a bordo 13 membri dell’equipaggio: 8 di loro avevano ricevuto addestramento dal programma navale anti-trafficanti dell’Unione Europea, conosciuto come Operazione Sofia. Si avvicinarono a grande velocità, provocando nuove onde che fecero cadere in mare alcuni dei migranti che si trovavano sul gommone. Lanciarono qualche salvagente in mare e fecero poco altro. In quel momento il gommone era già fuori dalle acque territoriali libiche.

La nave della Guardia costiera libica si avvicina a grande velocità al gommone di migranti (New York Times)

Negli ultimi due anni la Guardia costiera libica – o meglio, quella legata al governo di Tripoli – è stata appoggiata e finanziata in particolare dal governo italiano. L’inizio di una più stretta collaborazione risale al febbraio 2017, quando l’Italia e il governo libico di accordo nazionale – quello sostenuto dall’ONU e guidato dal primo ministro Fayez al Serraj – firmarono un “memorandum” relativo alla lotta contro «l’immigrazione illegale» e il traffico di essere umani: l’accordo aveva lo scopo di prevenire l’arrivo di nuovi migranti sulle coste europee e forniva soldi, equipaggiamento e addestramento alle forze libiche. Nei mesi successivi la Guardia costiera libica fu piuttosto efficiente nel fermare le barche dirette verso l’Italia, ma si mostrò completamente impreparata e soprattutto non interessata a soccorrere i migranti in mare, come mostrano anche gli eventi del 6 novembre.

La nave della Guardia costiera libica coinvolta nei soccorsi del 6 novembre, la Ras Jadir, è una di quelle che erano state risistemate dall’Italia e poi date ai libici nel maggio dello stesso anno. A bordo era finito anche l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, per celebrare la collaborazione tra Italia e Libia in materia di immigrazione.3

L’allora ministro dell’Interno italiano Marco Minniti a bordo della Ras Jadir, nave italiana donata alla Guardia costiera libica nel maggio 2017 (New York Times)

Nonostante i programmi di addestramento previsti dall’accordo tra Italia e Libia, la mattina del 6 novembre, invece che usare una nave di soccorso più piccola, più agile e in grado di non provocare nuove onde, la Guardia costiera libica si avvicinò direttamente al gommone, fino ad accostarlo. Molti dei membri dell’equipaggio rimasero a bordo della nave senza fare nulla per aiutare i migranti in mare: uno di loro si mise a filmare col cellulare le persone che annegavano. Alcuni dei sopravvissuti raccontarono poi di essere stati insultati.4

La nave della Guardia costiera libica si affianca al gommone: nel video si vedono diversi membri dell’equipaggio che rimangono fermi, senza soccorrere i migranti (New York Times)

Pochi minuti dopo sul luogo del naufragio arrivò anche una nave della ong tedesca Sea Watch, anch’essa avvisata dalle autorità italiane: si avvicinò a velocità ridotta, mantenendo la distanza di sicurezza dal gommone e registrando tutto quello che stava succedendo grazie alle nove telecamere installate a bordo per documentare le eventuali violenze dei libici.

Diversi membri dell’equipaggio della Sea Watch salirono a bordo di alcune imbarcazioni più piccole per soccorrere i migranti in mare, che nel frattempo a causa delle onde si erano allontanati dal gommone. «C’erano così tante persone in acqua. Cercammo di soccorrerle tutte, ma la distanza tra loro era molta», ha raccontato al New York Times Stefanie Hilt, paramedica che si trovava a bordo della Sea Watch. Alcuni migranti annegarono prima di essere raggiunti dai soccorsi.

Il braccio di un migrante che chiede aiuto, poco dopo il naufragio. I soccorritori di Sea Watch non riuscirono a salvarlo: uno dei migranti già soccorsi si buttò in mare per cercare di raggiungerlo, ma arrivò troppo tardi (New York Times)

Durante le operazioni di soccorso, l’equipaggio della Sea Watch fu attaccato dalla Guardia costiera libica, che oltre a intimargli di allontanarsi cominciò a lanciargli contro oggetti come salvagenti e patate. Johannes Bayer, capo missione di Sea Watch, ha raccontato al New York Times che i libici fecero diversi gesti di minaccia, per esempio mimando di tagliare il collo e di sparare con delle pistole.

Una patata lanciata dalla nave della Guardia costiera libica contro un’imbarcazione di Sea Watch, nel mezzo dei soccorsi ai migranti (New York Times)

Alcuni dei migranti portati a bordo della nave della Guardia costiera libica si ributtarono in mare, per paura di quello che avrebbero potuto fare loro i membri dell’equipaggio e per evitare di essere riportati in uno dei centri di detenzione in Libia, nei quali secondo diversi governi, ong e inchieste giornalistiche vengono compiute sistematicamente torture, stupri e aste per la vendita degli schiavi (Annalisa Camilli aveva raccontato su Internazionale una di queste storie: si può leggere qui). Uno di loro ha detto al New York Times di non sapere nuotare ma di essersi buttato lo stesso in mare nel tentativo di raggiungere i soccorritori europei: «Preferivo morire in quelle acque che essere riportato in Libia». 

Come mostrano le immagini registrate da Sea Watch, i membri dell’equipaggio libico cominciarono poi a picchiare i migranti rimasti a bordo

Un membro dell’equipaggio della Guardia costiera libica prende a calci alcuni migranti a bordo della nave (New York Times)

Dopo essere stato picchiato, uno di loro si buttò in mare, rimanendo però aggrappato alla scaletta lasciata sul lato della nave della Guardia costiera libica. Subito dopo il comandante fece ripartire la nave a grande velocità, disinteressandosi del migrante e degli avvisi dell’equipaggio di Sea Watch, che dicevano: «Guardia costiera libica, Guardia costiera libica. State uccidendo una persona. Vogliamo che vi fermiate. Ora! Ora! Ora!».
Un migrante appeso alla scaletta della nave della Guardia costiera libica in movimento. L’uomo fu fatto risalire a bordo solo dopo l’intervento di un elicottero militare italiano (New York Times)

Le sorti dei migranti soccorsi dalla Sea Watch furono diverse da quelle dei migranti recuperati dalla Guardia costiera libica. Ai primi furono date coperte e cibo, garantite cure mediche e furono portati in Europa. I secondi finirono nei centri di detenzione libici.
Il New York Times ha contattato telefonicamente due migranti nigeriani che erano a bordo del gommone naufragato il 6 novembre 2017 e che furono riportati in Libia. Hanno raccontato di essere stati chiusi in una stanza e di essere stati picchiati, torturati con le scosse elettriche e di essere stati venduti a un altro gruppo di trafficanti, prima di riuscire a scappare e nascondersi in un posto che hanno voluto rimanesse segreto, per questioni di sicurezza. «Non possiamo uscire. Non abbiamo cibo, non abbiamo libertà. Non abbiamo niente, niente». Uno di loro è poi riuscito a lasciare la Libia e arrivare in Europa. L’altro è ancora in Libia.

Sulla base della ricostruzione degli eventi di quel 6 novembre, la Global Legal Action Network, ong che si occupa di azioni legali transazionali, insieme all’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, e con la collaborazione degli studenti dell’Università di Legge di Yale, hanno avviato una causa legale contro l’Italia di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo, in rappresentanza di 17 sopravvissuti del naufragio. La tesi di chi sta lavorando all’azione legale è questa: anche se non furono cittadini italiani o europei a intercettare i migranti e riportarli in Libia, nel momento del naufragio il governo italiano esercitava una tale influenza sulla Guardia costiera libica da essere co-responsabile delle azioni dei libici. L’Italia, inoltre, sapeva che costringere persone probabilmente intenzionate a richiedere una qualche forma di protezione internazionale in Europa a ritornare in Libia, dove vengono compiute sistematiche violazioni dei diritti umani, era contrario al diritto nazionale e internazionale
.
L’inchiesta, conclude l’articolo del New York Times, mostra due cose: che da tempo i governi europei stanno evitando di assumersi le proprie responsabilità legali e morali di fronte alla mancata protezione dei diritti umani delle persone che lasciano il loro paese per avere subìto violenze o per disperazione economica; e che il partner a cui si è scelto di “appaltare” i soccorsi in mare, la Guardia costiera libica, è pronto a violare anche i diritti più basilari per evitare che i migranti attraversino il mar Mediterraneo.
Fonte: Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione  

ottobre 31, 2018

MALI. Africa, una storia da riscoprire. I Dogon del Mali, un popolo straordinario.

Toguna nel villaggio di Sangha, Mali (Foto di BluesyPete)


In questo blog abbiamo parlato del Mali sotto altri profili: la guerra scatenata nel paese dalle potenze coloniali ("Mali le verità della guerra") e gli appelli lanciati dai maliani contro il predominio degli organismi finanziari occidentali che dettano l’agenda politica ai governi autoctoni democraticamente eletti ( "Ridare il Mali ai maliani").
Questo breve articolo pubblicato da Pressenza ci induce a riflettere sulla secolare storia del Mali e sulla complessità della cultura africana ignorate dal mondo occidentale.
"Chi sono i Dogon? Da dove vengono?
Non abbiamo tanti elementi su di loro, ma sicuramente ebbero un legame con i primi popoli che si stabilirono in Egitto. Poi, nel XIII secolo, all’epoca dell’Impero del Mali, scesero verso l’Africa occidentale, dove la famiglia dell’imperatore Sundiata Keita sembrava proteggerli. Dopo la caduta dell’impero, nel XIV secolo, fuggirono nella falesia di Bandiagara, dove viveva un popolo di cacciatori pigmei, i Tellem, con cui in parte si fusero.
Secondo alcune fonti i Dogon vivono in quella zona da oltre sette secoli. Secondo le loro leggende, credono di venire dalla stella Sirio, a cui attribuivano l’esistenza di una stella gemella, detta Potolo, impossibile da vedere a occhio nudo, che la scienza moderna ha scoperto solo nel 1862. C’è anche una terza stella, chiamata Emenya Tolo. Tutte e tre le stelle hanno nomi di cereali. I Dogon descrivono la Via Lattea come una galassia a spirale formata da milioni di stelle, studiate da un osservatorio di pietra tipo Stonehenge.
I Dogon hanno una lingua segreta, nota solo agli iniziati e molte feste, tra cui quella del Dama, con maschere a forma di lucertole, serpenti e leoparsi e danze. Ogni sessant’anni celebrano la festa del Sigi, dedicata alla fertilità e alla vita.
I villaggi sono amministrati da un capo, il Gina e problemi e conflitti vengono risolti in modo pacifico. Non si riscontrano crimini, furti o suicidi.
Il Toguna è l’edificio pubblico più importante; uno straniero che non sa dove dormire può farlo là. Purtroppo la modernità sta facendo sì che soprattutto i giovani vadano abbandonando le tradizioni, con il rischio di perdere un’identità antichissima"
Pressenza-International Press Agency 

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