marzo 17, 2019

PALESTINA. Gaza, l'ONU riconosce che Israele ha commesso crimini contro l'umanità.





Nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 28 febbraio scorso al Palazzo delle Nazioni Unite di New York, la Commissione d’inchiesta del “Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite” ha affermato che la risposta di Israele alle manifestazioni a Gaza nel 2018 «può costituire crimini di guerra o crimini contro l’umanità».

La notizia è riportata sul sito dell’ONU.

Il rapporto della Commissione ONU [scaricabile in EN], presieduta dall’argentino Santiago Canton e composta altresì da Sara Hossain (Bangladesh) e da Kaari Betty Murungi (Kenya), oltre a raccontare fatti e antefatti degli accadimenti, descrive numerosi casi di vere e proprie fucilazioni compiute dai militari di Israele, individuando le vittime, la loro età e narrando le modalità di svolgimento delle esecuzioni e le conseguenze (morte, amputazioni, ecc).

Il rapporto precisa la condizione iniziale degli accadimenti: "la grande marcia del ritorno" consistita in manifestazioni settimanali di palestinesi vicino alla recinzione che dal 1996 separa Gaza e Israele (lungo la linea verde tracciata dagli accordi di armistizio del 1949), per chiedere la revoca del blocco imposto a Gaza e il ritorno dei profughi palestinesi».

«Secondo la Commissione, le manifestazioni erano di natura civile, avevano obiettivi politici chiaramente definiti e, nonostante alcuni atti di violenza, non costituivano né un combattimento né una campagna militare». A riprova di ciò sta il fatto che «non siano stati riportati morti o feriti civili israeliani durante o a seguito delle dimostrazioni»  e che si contino solo quattro militari israeliani feriti.

Dopo centinaia d’interviste e l’esame di migliaia di documenti la Commissione ha stabilito che «prima della prima dimostrazione, le forze israeliane hanno rafforzato le loro posizioni sulla recinzione con truppe aggiuntive, tra cui più di 100 tiratori scelti».

Per la Commissione «l’uso di munizioni vere contro i dimostranti da parte delle forze di sicurezza israeliane era illegale».

Il giornalista Ahmad Abu Hussein, ucciso a Gaza

Il rapporto spiega come: «Le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso e mutilato i dimostranti palestinesi che non rappresentavano una minaccia imminente di morte. Giornalisti e personale medico chiaramente contrassegnati come tali sono stati fucilati, così come bambini, donne e persone con disabilità».

Al termine dell’indagine, fino al 31 dicembre, tra i palestinesi si sono contati 189 morti e oltre 6.000 feriti. Dei feriti, 122 manifestanti hanno subito amputazioni, tra cui 20 bambini e donne; di questi, 98 erano amputazioni agli arti inferiori. Il rapporto precisa che 70 vittime era state uccise con un colpo in testa o al collo, 101 con un colpo al petto.

La Commissione è dell’avviso che, in maniera evidente, sono colpevoli di questi «crimini internazionali» tanto «coloro che hanno impiegato la forza letale, l’hanno assistita o autorizzato a dispiegarla in casi specifici, in assenza di una minaccia imminente alla vita o quando la vittima non partecipava direttamente alle ostilità; ciò include cecchini, osservatori e/o comandanti sul posto», quanto «coloro che hanno redatto e approvato le regole di ingaggio».

Queste persone, secondo le “raccomandazioni finali” della Commissione, vanno chiaramente individuate dal governo di Israele (!) estradate e imputate anche difronte alla Corte penale internazionale, mentre le vittime vanno curate e risarcite.

Nelle proprie conclusioni, infine, la Commissione non esita a criticare il governo palestinese per «non aver adottato misure adeguate per impedire che aquiloni e palloncini incendiari raggiungessero Israele, diffondendo la paura tra i civili  e infliggendo danni a parchi, campi e proprietà».

Fonte: Pressenza

mg

febbraio 26, 2019

PALESTINA. Revocato il premio “Fred Shuttlesworth” alla filosofa Angela Davis per il suo sostegno alla causa palestinese



Angela Davis con Herbert Marcuse 1968

Il Birmingham Civil Rights Institute dell’Alabama ha revocato il premio “Fred Shuttlesworth”  alla filosofa attivista dei diritti umani americana Angela Davis.
Il motivo della decisione è il sostegno che la Davis manifesta per i diritti dei palestinesi sotto occupazione militare israeliana.  “Ho imparato ad oppormi con la stessa passione  sia all'antisemitismo che al razzismo. In questo contesto mi sono avvicinata alla causa palestinese”, ha spiegato la docente 74 enne dicendosi molto stupita dalla decisione presa alla commissione del premio. Davis ha denunciato chi vuole punirla per aver chiesto che lo Stato di Israele smetta di opprimere i palestinesi. “L’attacco nei miei confronti è un attacco contro lo spirito di indivisibilità della giustizia”, ha protestato.
A spingere affinché il premio fosse revocato è stato in particolare il “Centro per la conoscenza dell’Olocausto” di Birmingham che ha espresso “preoccupazione e delusione” per il riconoscimento assegnato a Davis. Ha quindi invitato il centro per i diritti umani a “riconsiderare la decisione” in considerazione del “sostegno esplicito” offerto dalla docente alla campagna Bds per il boicottaggio internazionale di Israele. Dopo questo intervento il Birmingham Civil Rights Institute ha comunicato che “in seguito a un esame più attento delle dichiarazioni della signora Davis abbiamo concluso che non soddisfa tutti i criteri su cui si basa il premio”.
Davis da parte sua ha annunciato che il mese prossimo andrà ugualmente a Birmingham per prendere parte a “un evento alternativo”. Una coalizione locale di attivisti e cittadini ha organizzato una iniziativa pubblica a sostegno della docente centrata sul suo impegno per i diritti umani e il lavoro che svolge contro l’ingiustizia in giro il mondo.

24 febbraio 1972 conferenza stampa all'uscita dal carcere
Angela Davis è un’attivista del movimento afroamericano ed è stata militante del Partito Comunista degli Stati Uniti d’America fino al 1991. Nata a Birmingham in un quartiere dominato da un profondo razzismo contro i neri, sin da adolescente si avvicina al Partito comunista e alla lotta per i diritti degli afroamericani. Laureatasi alla Brandeis University, in Massachusetts, si trasferì in Francia e in Germania dove divenne allieva del grande filosofo ed esponente della Scuola di Francoforte, Herbert Marcuse. Tornata negli Usa, venne arresta e incarcerata per il suo presunto collegamento con la rivolta del 7 agosto 1970 guidata da Jonathan Jackson e dalle Pantere Nere. Davis risulterà innocente e verrà assolta con formula piena. La sua liberazione fu sostenuta, fra gli altri da Jean-Paul Sartre.

Di recente Angela Davis ha insegnato nel dipartimento di storia dell’Università della California a Santa Cruz, dove ha diretto il Women Institute.


gennaio 31, 2019

AFRICA. Il 2019 cruciale all'esame della democrazia



Elettori in attesa di votare
Buoni propositi. Promesse. Sempre più le Afriche sono ridotte a un pugno di slogan emotivi che eliminano ogni senso di complessità. Osserviamo, da nord, ciò che accade a sud con il binocolo miope che vede solo terrorismo, migrazioni e povertà. E ogni tentativo di approfondimento è sepolto da perentorie semplificazioni.
Invece, mai come ora, con questo 2019 agli esordi, serve pazienza e attenzione. Perché si apre un anno gonfio di stereotipi da sfatare. Ad esempio, vanno al voto 11 paesi (9 dell’area subsahariana e 2 del Nordafrica): il 28,7% della popolazione africana.
Ma, soprattutto, saranno chiamate alle urne le prime due economie continentali: la Nigeria (oltre 376 miliardi di dollari di Pil, dati Banca mondiale) e il Sudafrica (349 miliardi di Pil). E, a nord, dovranno votare due democrazie dalle fondamenta ancora fragili: Algeria e Tunisia. Resta il dato di fondo: si mette in coda per i seggi metà del Prodotto interno lordo africano. Ecco, quindi, che con il 2019 sarà messo alla prova uno dei luoghi comuni che perseguitano il continente: la politica africana come pratica allergica al dissenso e brutale contro l’opposizione. Dove l’alternanza, quella vera, è privilegio di poche nazioni. Un luogo comune che ha evidenti radici nella storia di molti paesi, che presentano un curriculum politico e civile non irreprensibile. Dove il voto si è travestito da libera espressione di consenso. Mentre, nella sostanza, era solo uno strumento per confermare il potere esistente. Il tempo ha così fatto emergere una contraddizione stridente: un continente con i presidenti più vecchi al mondo e con la popolazione più giovane in assoluto ( ne sono esempi Paul Biya, in Camerun, 85 anni, al potere da 36; Denis Sassou Nguesso, presidente della repubblica del Congo-Brazzaville o Congo francese dal 1979, salvo il periodo 92-97; la dinastia dei Bogo in Gabon che governa il paese da 51 anni ; ndr)
Il 2019 è, dunque, un anno di svolta: o gli equilibri democratici ne usciranno rafforzati, oppure la “democrazia” si confermerà una truffa semantica. Un semplice intercalare fisso che percorre il rude vangelo di 
molti potenti.
L’andamento economico aiuterà (o boicotterà) questo passaggio. Le Afriche escono da alcuni anni (specialmente dal 2014 al 2017) di crisi dovuta al crollo dei prezzi di alcune materie prime (metalli e beni agricoli) e al rafforzamento del dollaro. Secondo Bm il 2019 sarà un anno di assestamento. Ma ciò che temono le istituzioni finanziarie è che si possa nuovamente abbattere sulle Afriche una crisi del debito. A fine 2017, il rapporto debito/Pil in molti paesi ha raggiunto una media del 57%. Quasi il doppio rispetto ai livelli rilevati 5 anni prima. Il peso degli interessi, nello stesso periodo, è passato dal 4 all’11% del bilancio pubblico. Cifre che non si vedevano dagli anni ’90.

Economie strozzate rischiano di prosciugare le speranze di cambiamento.

Crisi del debito
Uno studio del 2018 (Honest Account 2017) dell’organizzazione britannica Global Justice Now mostra, in base ai dati del 2015, quanto siano zavorrate dagli interessi le economie africane: i governi avevano ricevuto prestiti per 32,8 miliardi di dollari, pagando interessi per 18 miliardi. Lo studio stima, poi, che nel 2015 i paesi africani avrebbero ricevuto 161,6 miliardi di dollari tra prestiti, rimesse e aiuti. Ma ne avrebbero persi 203 tra elusione fiscale, pagamento del debito ed estrazioni di risorse. L’Africa, impoverita, avrebbe vantato, quindi, un credito nei confronti del resto del mondo di circa 41,3 miliardi di dollari. 

Per approfondire:

Honest Accounts, come il mondo trae profitto dalle ricchezze dell'Africa

Africa, un corpo vivo dalle vene aperte. Il sistema della fatturazione mendace delle multinazionali


 mg

dicembre 30, 2018

MIGRAZIONI. IL RACCONTO DI UN NAUFRAGIO




Il naufragio è quello del 6 novembre 2017 nel Mediterraneo, ricostruito in un video del New York Times che mostra le violenze della Guardia costiera libica e le responsabilità di Italia e UE 

Un momento dell'operazione di soccorso ai migranti naufragati al largo delle coste della Libia il 6 novembre 2017 (New York Times) 

Il New York Times ha pubblicato un mini-documentario che racconta passo a passo il naufragio di una barca di migranti al largo della Libia avvenuto il 6 novembre 2017, in cui morirono almeno venti persone. Il naufragio avvenne dopo che il governo italiano allora guidato da Paolo Gentiloni (PD) aveva iniziato ad “appaltare” i soccorsi in mare alla Guardia costiera libica – se di “Guardia costiera libica” si può parlare – adottando politiche sempre più rigide nei confronti dei migranti e delle ong impegnate nel loro salvataggio nel mar Mediterraneo. Le immagini mostrano nel dettaglio alcune cose di cui si parla da tempo – l’incompetenza della Guardia costiera libica e le loro violenze gratuite dei suoi membri sui migranti, gli scontri tra Guardia costiera libica e ong, le torture subite dai migranti nei centri di detenzione in Libia, tra le altre cose – ma lo fa in una maniera molto approfondita e documentata.

Il video del New York Times, che dura poco più di 20 minuti, ricostruisce gli eventi di quel giorno attraverso le immagini di più di 10 videocamere, le interviste ad alcuni dei sopravvissuti e le ricostruzioni in 3D realizzate dal gruppo di ricerca londinese Forensic Architecture e dal progetto Forensic Oceanography, che si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo. Lo stesso video e l’articolo che lo accompagna sono stati realizzati da membri del Forensic Architecture e del Forensic Oceanography, e da avvocati di una ong che ha avviato un’azione legale contro l’Italia per quello che è successo il 6 novembre 2017.

La mattina del 6 novembre 2017 un gommone che la notte precedente era partito da Tripoli si trovò in difficoltà a causa delle cattive condizioni del mare. I migranti a bordo chiamarono la Guardia costiera italiana con un telefono satellitare, chiedendo aiuto: sul posto arrivò per prima una nave della Guardia costiera libica, con a bordo 13 membri dell’equipaggio: 8 di loro avevano ricevuto addestramento dal programma navale anti-trafficanti dell’Unione Europea, conosciuto come Operazione Sofia. Si avvicinarono a grande velocità, provocando nuove onde che fecero cadere in mare alcuni dei migranti che si trovavano sul gommone. Lanciarono qualche salvagente in mare e fecero poco altro. In quel momento il gommone era già fuori dalle acque territoriali libiche.

La nave della Guardia costiera libica si avvicina a grande velocità al gommone di migranti (New York Times)

Negli ultimi due anni la Guardia costiera libica – o meglio, quella legata al governo di Tripoli – è stata appoggiata e finanziata in particolare dal governo italiano. L’inizio di una più stretta collaborazione risale al febbraio 2017, quando l’Italia e il governo libico di accordo nazionale – quello sostenuto dall’ONU e guidato dal primo ministro Fayez al Serraj – firmarono un “memorandum” relativo alla lotta contro «l’immigrazione illegale» e il traffico di essere umani: l’accordo aveva lo scopo di prevenire l’arrivo di nuovi migranti sulle coste europee e forniva soldi, equipaggiamento e addestramento alle forze libiche. Nei mesi successivi la Guardia costiera libica fu piuttosto efficiente nel fermare le barche dirette verso l’Italia, ma si mostrò completamente impreparata e soprattutto non interessata a soccorrere i migranti in mare, come mostrano anche gli eventi del 6 novembre.

La nave della Guardia costiera libica coinvolta nei soccorsi del 6 novembre, la Ras Jadir, è una di quelle che erano state risistemate dall’Italia e poi date ai libici nel maggio dello stesso anno. A bordo era finito anche l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, per celebrare la collaborazione tra Italia e Libia in materia di immigrazione.3

L’allora ministro dell’Interno italiano Marco Minniti a bordo della Ras Jadir, nave italiana donata alla Guardia costiera libica nel maggio 2017 (New York Times)

Nonostante i programmi di addestramento previsti dall’accordo tra Italia e Libia, la mattina del 6 novembre, invece che usare una nave di soccorso più piccola, più agile e in grado di non provocare nuove onde, la Guardia costiera libica si avvicinò direttamente al gommone, fino ad accostarlo. Molti dei membri dell’equipaggio rimasero a bordo della nave senza fare nulla per aiutare i migranti in mare: uno di loro si mise a filmare col cellulare le persone che annegavano. Alcuni dei sopravvissuti raccontarono poi di essere stati insultati.4

La nave della Guardia costiera libica si affianca al gommone: nel video si vedono diversi membri dell’equipaggio che rimangono fermi, senza soccorrere i migranti (New York Times)

Pochi minuti dopo sul luogo del naufragio arrivò anche una nave della ong tedesca Sea Watch, anch’essa avvisata dalle autorità italiane: si avvicinò a velocità ridotta, mantenendo la distanza di sicurezza dal gommone e registrando tutto quello che stava succedendo grazie alle nove telecamere installate a bordo per documentare le eventuali violenze dei libici.

Diversi membri dell’equipaggio della Sea Watch salirono a bordo di alcune imbarcazioni più piccole per soccorrere i migranti in mare, che nel frattempo a causa delle onde si erano allontanati dal gommone. «C’erano così tante persone in acqua. Cercammo di soccorrerle tutte, ma la distanza tra loro era molta», ha raccontato al New York Times Stefanie Hilt, paramedica che si trovava a bordo della Sea Watch. Alcuni migranti annegarono prima di essere raggiunti dai soccorsi.

Il braccio di un migrante che chiede aiuto, poco dopo il naufragio. I soccorritori di Sea Watch non riuscirono a salvarlo: uno dei migranti già soccorsi si buttò in mare per cercare di raggiungerlo, ma arrivò troppo tardi (New York Times)

Durante le operazioni di soccorso, l’equipaggio della Sea Watch fu attaccato dalla Guardia costiera libica, che oltre a intimargli di allontanarsi cominciò a lanciargli contro oggetti come salvagenti e patate. Johannes Bayer, capo missione di Sea Watch, ha raccontato al New York Times che i libici fecero diversi gesti di minaccia, per esempio mimando di tagliare il collo e di sparare con delle pistole.

Una patata lanciata dalla nave della Guardia costiera libica contro un’imbarcazione di Sea Watch, nel mezzo dei soccorsi ai migranti (New York Times)

Alcuni dei migranti portati a bordo della nave della Guardia costiera libica si ributtarono in mare, per paura di quello che avrebbero potuto fare loro i membri dell’equipaggio e per evitare di essere riportati in uno dei centri di detenzione in Libia, nei quali secondo diversi governi, ong e inchieste giornalistiche vengono compiute sistematicamente torture, stupri e aste per la vendita degli schiavi (Annalisa Camilli aveva raccontato su Internazionale una di queste storie: si può leggere qui). Uno di loro ha detto al New York Times di non sapere nuotare ma di essersi buttato lo stesso in mare nel tentativo di raggiungere i soccorritori europei: «Preferivo morire in quelle acque che essere riportato in Libia». 

Come mostrano le immagini registrate da Sea Watch, i membri dell’equipaggio libico cominciarono poi a picchiare i migranti rimasti a bordo

Un membro dell’equipaggio della Guardia costiera libica prende a calci alcuni migranti a bordo della nave (New York Times)

Dopo essere stato picchiato, uno di loro si buttò in mare, rimanendo però aggrappato alla scaletta lasciata sul lato della nave della Guardia costiera libica. Subito dopo il comandante fece ripartire la nave a grande velocità, disinteressandosi del migrante e degli avvisi dell’equipaggio di Sea Watch, che dicevano: «Guardia costiera libica, Guardia costiera libica. State uccidendo una persona. Vogliamo che vi fermiate. Ora! Ora! Ora!».
Un migrante appeso alla scaletta della nave della Guardia costiera libica in movimento. L’uomo fu fatto risalire a bordo solo dopo l’intervento di un elicottero militare italiano (New York Times)

Le sorti dei migranti soccorsi dalla Sea Watch furono diverse da quelle dei migranti recuperati dalla Guardia costiera libica. Ai primi furono date coperte e cibo, garantite cure mediche e furono portati in Europa. I secondi finirono nei centri di detenzione libici.
Il New York Times ha contattato telefonicamente due migranti nigeriani che erano a bordo del gommone naufragato il 6 novembre 2017 e che furono riportati in Libia. Hanno raccontato di essere stati chiusi in una stanza e di essere stati picchiati, torturati con le scosse elettriche e di essere stati venduti a un altro gruppo di trafficanti, prima di riuscire a scappare e nascondersi in un posto che hanno voluto rimanesse segreto, per questioni di sicurezza. «Non possiamo uscire. Non abbiamo cibo, non abbiamo libertà. Non abbiamo niente, niente». Uno di loro è poi riuscito a lasciare la Libia e arrivare in Europa. L’altro è ancora in Libia.

Sulla base della ricostruzione degli eventi di quel 6 novembre, la Global Legal Action Network, ong che si occupa di azioni legali transazionali, insieme all’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, e con la collaborazione degli studenti dell’Università di Legge di Yale, hanno avviato una causa legale contro l’Italia di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo, in rappresentanza di 17 sopravvissuti del naufragio. La tesi di chi sta lavorando all’azione legale è questa: anche se non furono cittadini italiani o europei a intercettare i migranti e riportarli in Libia, nel momento del naufragio il governo italiano esercitava una tale influenza sulla Guardia costiera libica da essere co-responsabile delle azioni dei libici. L’Italia, inoltre, sapeva che costringere persone probabilmente intenzionate a richiedere una qualche forma di protezione internazionale in Europa a ritornare in Libia, dove vengono compiute sistematiche violazioni dei diritti umani, era contrario al diritto nazionale e internazionale
.
L’inchiesta, conclude l’articolo del New York Times, mostra due cose: che da tempo i governi europei stanno evitando di assumersi le proprie responsabilità legali e morali di fronte alla mancata protezione dei diritti umani delle persone che lasciano il loro paese per avere subìto violenze o per disperazione economica; e che il partner a cui si è scelto di “appaltare” i soccorsi in mare, la Guardia costiera libica, è pronto a violare anche i diritti più basilari per evitare che i migranti attraversino il mar Mediterraneo.
Fonte: Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione  

ottobre 31, 2018

MALI. Africa, una storia da riscoprire. I Dogon del Mali, un popolo straordinario.

Toguna nel villaggio di Sangha, Mali (Foto di BluesyPete)


In questo blog abbiamo parlato del Mali sotto altri profili: la guerra scatenata nel paese dalle potenze coloniali ("Mali le verità della guerra") e gli appelli lanciati dai maliani contro il predominio degli organismi finanziari occidentali che dettano l’agenda politica ai governi autoctoni democraticamente eletti ( "Ridare il Mali ai maliani").
Questo breve articolo pubblicato da Pressenza ci induce a riflettere sulla secolare storia del Mali e sulla complessità della cultura africana ignorate dal mondo occidentale.
"Chi sono i Dogon? Da dove vengono?
Non abbiamo tanti elementi su di loro, ma sicuramente ebbero un legame con i primi popoli che si stabilirono in Egitto. Poi, nel XIII secolo, all’epoca dell’Impero del Mali, scesero verso l’Africa occidentale, dove la famiglia dell’imperatore Sundiata Keita sembrava proteggerli. Dopo la caduta dell’impero, nel XIV secolo, fuggirono nella falesia di Bandiagara, dove viveva un popolo di cacciatori pigmei, i Tellem, con cui in parte si fusero.
Secondo alcune fonti i Dogon vivono in quella zona da oltre sette secoli. Secondo le loro leggende, credono di venire dalla stella Sirio, a cui attribuivano l’esistenza di una stella gemella, detta Potolo, impossibile da vedere a occhio nudo, che la scienza moderna ha scoperto solo nel 1862. C’è anche una terza stella, chiamata Emenya Tolo. Tutte e tre le stelle hanno nomi di cereali. I Dogon descrivono la Via Lattea come una galassia a spirale formata da milioni di stelle, studiate da un osservatorio di pietra tipo Stonehenge.
I Dogon hanno una lingua segreta, nota solo agli iniziati e molte feste, tra cui quella del Dama, con maschere a forma di lucertole, serpenti e leoparsi e danze. Ogni sessant’anni celebrano la festa del Sigi, dedicata alla fertilità e alla vita.
I villaggi sono amministrati da un capo, il Gina e problemi e conflitti vengono risolti in modo pacifico. Non si riscontrano crimini, furti o suicidi.
Il Toguna è l’edificio pubblico più importante; uno straniero che non sa dove dormire può farlo là. Purtroppo la modernità sta facendo sì che soprattutto i giovani vadano abbandonando le tradizioni, con il rischio di perdere un’identità antichissima"
Pressenza-International Press Agency 

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Mah Aissata Fofana, poetessa maliana, alla tredicesima edizione della Festadeipopoli di Sanremo  e 

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settembre 29, 2018

OTTOBRE di PACE, Sanremo, 05-29 ottobre 2018, tredicesima edizione.


“Ottobre di Pace” è una rassegna di eventi realizzata da una rete di associazioni cittadine che nel mese di ottobre di ciascun anno vuole celebrare la proclamazione di “Sanremo città internazionale della pace e dei diritti umani” avvenuta nel 2006.

Casa Africa vi partecipa dal 2015, anno in cui organizzò insieme a Caritas Diocesana e al Centro Culturale Islamico l’incontro sul tema : "Il terrorismo non ha religione. Cosa c'è dietro il sedicente Stato Islamico?" tenutosi presso l’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario

Quest’anno la tredicesima edizione della rassegna è dedicata al preoccupante problema dell'espansione internazionale del mercato delle armi che vede  l'Italia in prima fila (v. anche il nostro post "Scenari di guerra") con pesanti e inevitabili ripercussioni sulle scelte di politica interna e internazionale fatte dai nostri governanti e sull'affermarsi di modelli culturali fondati sulla violenza e sulla sopraffazione...a  partire dalle scuole (v.La lunga notte delle scuole armate").

La rassegna inizia con la testimonianza di Vito Alfieri Fontana, divenuto da fabbricante di mine a sminatore.  Già titolare di  una delle imprese leader in Italia nella fabbricazione di mine anticarro e antiuomo chiuse questa attività per dedicarsi alla bonifica dei territori infettati da tali ordigni. Prima in Kosovo, poi dal 2001 a Sarajevo, fu alla testa del team incaricato di bonificare l’ex capitale bosniaca e le colline circostanti.



luglio 29, 2018

TUNISIA. Dove fiorisce l’economia sociale, tra laboratori artigianali e campi agricoli.

Donne e giovani di quattro regioni della Tunisia sono i protagonisti dei progetti di economia sociale sostenuti anche dall’ong italiana Cospe. Da Tunisi a Jendouba, tra laboratori artigianali e campi agricoli. Qui il reportage di Ilaria Sesana  pubblicato da Altreconomia.

Madame Baja Hizaoui ha sessant’anni e quattro figli. Si siede a terra, la schiena dritta e la pesante macina di pietra posata davanti a sé. Con la mano sinistra gira velocemente il disco superiore, con l’altra versa manciate di orzo. Separa la pula dai chicchi fino a ottenere una farina grezza che mostra con orgoglio. “Sono l’unica donna in tutta la regione di Jendouba che ancora fa questo tipo di lavorazione”, spiega. Questa tecnica permette di conservare intatto il gusto e le proprietà dei cereali.
L’interno di Maison Rayhana
Per lungo tempo Baja ha venduto i suoi prodotti solo ai familiari e agli abitanti del suo villaggio, nel Nord-Ovest della Tunisia, con un guadagno minimo. Ma da quando ha iniziato a frequentare "Maison Rayhana"-uno spazio di aggregazione per le donne di Jenduoba e dei villaggi limitrofi- la sua vita è cambiata: non solo ha la possibilità di incontrare altre donne, discutere dei problemi quotidiani, trovare supporto e assistenza. Ora può vendere i suoi prodotti a un pubblico molto più ampio. Mentre Baja illustra le qualità dei suoi prodotti, Nacyb Allouchi, 26 anni, presidente dell’associazione, rifinisce la grafica per le etichette di “Friga” (l’antico nome della regione di Jendouba), un marchio che riunirà i prodotti alimentari trasformati dalle donne che orbitano attorno a “Maison Rayhana”. “Stiamo portando avanti un percorso di riscoperta e valorizzazione della filiera agroalimentare di questi territori -spiega Nacyb-. Sulle etichette dei prodotti Friga verrà raccontato non solo il prodotto, ma anche la storia di chi lo ha realizzato e trasformato”.
Ma “Maison Rayhana” non è solo uno spazio imprenditoriale. La casa delle donne di Jendouba è nata sull’onda della rivoluzione del 2011, grazie all’impegno di un gruppo di ragazze che si sono aggregate attorno a un’esigenza: dare alle donne uno spazio dove trovarsi, parlare, confrontarsi e progettare. Oggi l’associazione ha sede in una bella villetta con giardino: la grande sala serve come spazio per le riunioni e le attività di formazione, una sala più piccola e dotata di pc viene messa a disposizione delle studentesse della zona, che possono accedere a internet a un prezzo contenuto. In un altro locale è stata ricavata una piccola palestra riservata alle donne. “Attualmente sono circa un centinaio quelle che frequentano le nostre attività”, spiega Nacyb.
“Maison Rahyana” è uno dei progetti che l’ong italiana Cospe, presente in Tunisia dagli anni Novanta, sostiene oggi attraverso il progetto “Initiative d’emploi en economie sociale et solidaire en Tunisie” (Iess), lanciato nel 2014 e finanziato dall’Unione europea. L’obiettivo è promuovere l’occupazione attraverso lo sviluppo dell’economia sociale, con un’attenzione particolare alle iniziative imprenditoriali dei giovani e delle donne. Fra agricoltura e turismo, trasformazione dei prodotti alimentari e artigianato, il progetto Iess si concentra in quattro regioni particolarmente svantaggiate della Tunisia: i governatorati di Jendouba, Kasserine, Sidi Bouzid e Mahdia. Proprio a Sidi Bouzid, nel dicembre 2010, sono scoppiate le proteste che hanno innescato la primavera araba, la caduta del regime di Ben Alì e l’avvio di un processo democratico nel Paese.
La rivoluzione ha portato cambiamenti epocali nella società tunisina: nel volgere di pochi mesi si sono aperte nuove opportunità di dibattito e di confronto, la società civile -prima immobile e repressa- è rinata, in pochi anni sono state fondate migliaia di associazioni. Parallelamente, si è avviato un processo democratico che ha portato all’elezione di un’assemblea costituente, alla scrittura di una nuova Carta fondamentale e all’alternanza democratica di governo.
Questo però non è bastato ad avviare una svolta economica nel Paese, segnato anche da due gravi attentati terroristici che hanno colpito il settore turistico. Nel 2012 in Tunisia il tasso di disoccupazione ufficiale è arrivato al 17,6% per poi scendere al 15% nel primo trimestre del 2017. E la mancanza di lavoro resta un problema particolarmente grave per i giovani (spesso altamente scolarizzati) e per le donne. “Una delle parole chiave della rivoluzione del 2011 è dignità”, ricorda Alessia Tibollo, referente Cospe in Tunisia e coordinatrice del progetto Iess. “L’economia sociale mira a dare una risposta alle istanze della rivoluzione, una possibilità di impiego duraturo, adeguatamente retribuito e dignitoso -spiega Tibollo-. Con il progetto Iess sosteniamo movimenti di giovani produttori e donne che vogliono fare economia in modo diverso, mettendo al centro la persona, la comunità e il territorio”.
Donne come Wahida Saadi, artigiana, attivista per i diritti delle donne e anima del progetto "Artisan Solidaire", nato nel 2014. L’atelier occupa tutto il primo piano di una piccola palazzina nel cuore di Kasserine: una stanza con due grossi telai è adibita a laboratorio, mentre in una stanza più piccola vengono messi in mostra tappeti colorati, tessuti ricamati a mano di ogni colore, cestini e tappeti realizzati con l’alfa, una fibra vegetale resistente che cresce nella regione. “Il problema principale per le donne artigiane della regione di Kasserine sono gli intermediari. Sfruttano il loro lavoro, pagandolo a cottimo e senza riconoscere il giusto valore”, spiega Wahida. Costrette a lavorare da casa, in una situazione di isolamento, le donne sono costrette ad accettare i prezzi e le condizioni di lavoro imposte dagli intermediari. Che poi rivendono i loro prodotti con un ampio margine.
Il costo reale per un metro quadrato di tappeto, ad esempio, è di circa 50 dinari (17 euro): all’artigiana che lo realizza solitamente viene pagato meno del suo valore reale (circa 30 dinari) mentre il ricarico applicato dall’intermediario può arrivare fino a 80 euro. “Sono le donne, con il loro lavoro, a mandare avanti le famiglie. Ma sono sfruttate e spesso non possono uscire di casa -spiega Wahida-. Con il progetto Artisan Solidaire diamo loro la possibilità di uscire di casa e rendersi autonome da un punto di vista economico: un lavoro degno e adeguatamente retribuito è essenziale per la liberazione della donna”.
Leila Horchani sta studiando per conseguire una specializzazione
 sull’agricoltura biologica
Lo sfruttamento della manodopera femminile è ugualmente diffuso in agricoltura: le donne sono pagate a giornata (15 dinari per otto-nove ore di lavoro) o a cottimo dai proprietari dei campi. Leila Horchani, 27 anni e un master nel settore agroalimentare all’università di Monastir, ha sfidato questo sistema dando vita a un progetto che oggi permette a lei e ad altre tre donne di vivere di agricoltura e allevamento. “Non è stato facile, non abbiamo trovato molto supporto”, spiega Leila, figlia di contadini di Sidi Bouzid. Grazie al supporto di Cospe, Leila ha messo a punto il proprio progetto imprenditoriale, ha fatto una valutazione sulla qualità del terreno per individuali quali ortaggi si adattavano meglio e ha ricevuto i finanziamenti per acquistare cinque capre (oggi ha un gregge di 35 animali) e il necessario per un impianto di irrigazione “a goccia” che riduce al minimo gli sprechi d’acqua. Dopo due anni di accompagnamento, oggi il progetto di Leila è ben avviato e lei sogna di crescere ancora. “Ci sono tante donne nella zona che vorrebbero entrare a far parte del progetto, ma in questo momento non possiamo farlo, non abbiamo abbastanza terra -spiega-. Abbiamo affittato un campo di tre ettari, che avvieremo l’anno prossimo. Purtroppo comprare i terreni qui in Tunisia è molto difficile”.
Non solo l’accesso alla terra, ma anche quello al credito è particolarmente complicato per gli imprenditori sociali tunisini. Zaafouri Mohamed Fadhel, un giovane ingegnere, ha avviato assieme a due colleghi un progetto di economia sociale per il riciclaggio della plastica a Sidi Bouzid. “Non c’è una forma giuridica che ci permetta di presentarci alle banche come impresa sociale per chiedere un finanziamento -spiega Fadhel-. Così in questa prima fase l’ho chiesto a nome mio”. “Manca una legge quadro che regoli l’economia sociale”, spiega Dalia Mabrouk, direttrice esecutiva del “Polo Citess” di Mahdia. La struttura che dirige è stata creata nel marzo 2017 e ha come obiettivo quello di fornire agli imprenditori sociali servizi di consulenza e attività di formazione coinvolgendo le istituzioni del territorio.
La situazione potrebbe cambiare in tempi brevi: il governo tunisino, infatti, ha inserito l’economia sociale nella sua “Strategia nazionale di sviluppo 2016-2020” e ha avviato un percorso che dovrebbe portare all’approvazione di una legge quadro nei primi mesi del 2018. “Entro fine 2017 inizierà la discussione in Parlamento -spiega Nawel Jabbes, incaricata per l’economia sociale presso il ministero delle Politiche agricole ed ex sindacalista-. Questa legge permetterà di dare una definizione di economia sociale, definisce il perimetro delle realtà che ne possono far parte e dei settori in cui può agire. Inoltre istituisce una serie di agevolazioni fiscali e, in prospettiva, si parla anche di una sorta di ‘banca etica’ dedicata al finanziamento di questi progetti”. 
L'atelier Tili Tanit

Nell’attesa che la legge diventi realtà, gli imprenditori tunisini continuano a rimboccarsi le maniche. “Ho imparato l’arte del ricamo da mia madre. Lei, le sue sorelle e sua madre erano ricamatrici. Amo quest’arte perché è un patrimonio del mio Paese”, spiega il giovane designer Najib Belhadj, creatore del marchio “Tili Tanit”. Il suo atelier impiega cinque sarte che guadagnano 300 dinari al mese oltre ai contributi sociali (che molte aziende invece non pagano). Mentre parla, Najib espone un lungo abito nuziale interamente ricamato a mano e ricco di colori accompagnato da un gilet ricamato con filo d’argento: un abito meraviglioso il cui prezzo sfiora i mille dinari. “Quando propongo i miei capi ai clienti mi sento spesso dire che i miei prodotti sono cari. Ma non posso abbassare i prezzi -conclude Najib-. Non possono sfruttare le mie lavoratrici. Sarebbe come sfruttare mia madre o mia nonna”.