febbraio 26, 2020

MIGRAZIONI. Il sistema di accoglienza in Italia spiegato per bene



Riportiamo qui di seguito un importante articolo di Fabio Colombo pubblicato da LeNiUS che descrive in modo chiaro e aggiornato quale sia il sistema di accoglienza dei migranti che vige oggi in Italia. L'articolo è corredato da importanti citazioni.
Buona lettura  
"Era l’estate 2017. La retorica sul sistema di accoglienza dei migranti in Italia lo dipingeva come un girone infernale privo di logiche comprensibili. Alcuni si limitavano a denigrarlo, dando origine alla fortunata epica del business dell’immigrazione. Altri si interrogavano, volevano capirci di più. Tra questi Giuli, che in un commento a corredo di un precedente articolo chiedeva con disarmante secchezza:
Qual è la differenza tra i vari centri di accoglienza in Italia CPSA, CDA, CARA, CID, CIE, CPR, SPRAR?
Ora molte di quelle sigle non esistono più. O forse sì. Il sistema di accoglienza dei migranti in Italia è cambiato molto, ha provato prima a diventare più diffuso e trasparente – almeno, nelle intenzioni – sotto la regia dell’ex ministro dell’interno Minniti e ha poi subito una svolta radicale con il decreto in materia di immigrazione e sicurezza introdotto dal suo successore Matteo Salvini a dicembre 2018.
Il risultato è un meccanismo in transizione, che proviamo a descrivere in modo chiaro e aggiornato, per quanto le informazioni siano disperse e frammentate.
Il processo di accoglienza dei migranti in Italia
Il sistema di accoglienza opera su due livelli: prima accoglienza, che comprende gli hotspot e i centri di prima accoglienza, e seconda accoglienza, che comprende il SIPROIMI (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati) – che con il decreto Salvini ha sostituito lo SPRAR, Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati – e i CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, ibrido tra prima e seconda accoglienza.
Nella logica precedente all’era Salvini, la prima accoglienza doveva servire a garantire ai migranti primo soccorso, procedere con la loro identificazione e avviare le procedure per la domanda di protezione internazionale. Si trattava in teoria di procedure veloci, per poi assegnare i richiedenti asilo ai progetti SPRAR, ossia alla seconda accoglienza.
Il sistema però era pieno di intoppi. Il programma SPRAR aveva bisogno dell’adesione dei comuni, che i comuni dessero cioè la loro disponibilità a gestire un progetto di accoglienza sul proprio territorio. Moltissimi comuni non hanno mai dato la loro adesione, nonostante i progetti fossero pagati con soldi dello Stato, per ragioni politiche: o perché di un altro colore politico rispetto all’allora governo PD, un po’ per non assumersi la responsabilità di avviare un progetto che porta “i profughi” a contatto con i propri elettori.
Così, il sistema non poteva funzionare. Troppe domande, troppi pochi posti. Per questa ragione nel 2015 sono stati introdotti i CAS, un ibrido che formalmente rientra nella prima accoglienza, ma praticamente dà ormai un’accoglienza di lungo periodo come accade nella seconda accoglienza, a maggior ragione, come vedremo, dopo le riforme introdotte da Salvini.
Vediamo ora meglio come funzionano nello specifico le diverse componenti del sistema di accoglienza: la prima accoglienza e il SIPROIMI. Trattiamo alla fine i CAS, concependoli come un’anomalia del sistema.
Prima accoglienza: Hotspot e Centri di prima accoglienza
La prima accoglienza è svolta in centri collettivi dove i migranti appena arrivati in Italia vengono identificati e possono avviare, o meno, la procedura di domanda di asilo. In particolare gli hotspot sono centri dove vengono raccolti i migranti al momento del loro arrivo in Italia. Qui ricevono le prime cure mediche, vengono sottoposti a screening sanitario, vengono identificati e fotosegnalati e possono richiedere la protezione internazionale (di fatto la grande maggioranza dei migranti che arrivano via mare lo fa).
Dopo una prima valutazione, i migranti che fanno domanda di asilo vengono trasferiti (in teoria entro 48 ore) nei centri di prima accoglienza, dove vengono trattenuti il tempo necessario per individuare una soluzione nella seconda accoglienza.
Il sistema basato su hotspot e centri di prima accoglienza ha in teoria sostituito il precedente sistema basato su sigle che dovremmo ormai considerare superate: i vari CPSA (Centri di Primo Soccorso e Accoglienza), CDA (Centri di Accoglienza) e CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo).
Il condizionale è d’obbligo perché trovare informazioni chiare e ufficiali è molto complicato e la transizione di cui sopra da CPSA, CDA, CARA ai centri regionali non si è mai capito quanto sia stata effettivamente realizzata. Il Ministero dell’Interno non aggiorna la pagina dedicata ai centri di accoglienza dal 28 luglio 2015, non si sa se per una precisa volontà disinformativa o perché nemmeno lì c’è chiarezza su come andrebbe aggiornata.
Dalle poche informazioni che circolano sembra comunque che gli hotspot siano quattro: Lampedusa (100 posti), Pozzallo (300 posti), Messina (250 posti) e Taranto (400 posti). Secondo gli ultimi dati disponibili aggiornati a maggio 2019 (pdf), negli hotspot sono presenti 90 migranti.
I centri di prima accoglienza regionali sono 12, sempre a maggio 2019, contro i 15 del 2018 e sono distribuiti in 7 regioni: Sicilia, Puglia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Calabria, Emilia Romagna.
E coloro che non fanno domanda di asilo? Posto che sono molto pochi, vengono condotti nei CPR (Centri di Permanenza e Rimpatrio), ex CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione). I CPR sono centri dove vengono rinchiusi coloro che hanno ricevuto procedimenti di espulsione e devono essere rimpatriati. Nel decreto Minniti-Orlando, che ha istituito i CPR, i migranti potevano essere trattenuti per un massimo di 90 giorni, estesi a 180 dal decreto Salvini. I CPR sono attualmente 7 (Bari, Brindisi, Caltanissetta, Torino, Roma e Trapani) per un totale di circa mille posti, con 540 presenze a maggio 2019.
Seconda accoglienza: il SIPROIMI
Prima della riforma Salvini, una volta transitati dagli hotspot e dai centri di prima accoglienza i richiedenti asilo venivano assegnati alla seconda accoglienza, entrando a far parte del programma SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Ora non è più così. I richiedenti asilo rimangono in un’eterna prima accoglienza, finendo nei CAS, di cui tratteremo tra poco.
L’ex SPRAR, ora ribattezzato Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati (SIPROIMI), si rivolge solo a coloro che hanno già ottenuto una risposta positiva alla domanda di asilo (status di rifugiato o protezione sussidiaria) e ai minori stranieri non accompagnati.
Va detto che già dal 2014, quando cioè i numeri dei migranti in arrivo sulle coste italiane cominciarono a salire, molti richiedenti asilo venivano di fatto dirottati sui CAS, visto che il programma SPRAR era di piccole dimensioni, e doveva ospitare anche rifugiati e titolari di protezione sussidiaria e umanitaria.
Secondo l’ultimo Rapporto SPRAR/SIPROIMI, su un totale di 41.113 persone accolte nel sistema nel 2018 i richiedenti asilo sono il 26% dei beneficiari dei progetti, percentuale che era del 58% nel 2015, del 47% nel 2016 e del 36% nel 2017. Il 71% dei beneficiari sono invece titolari di una forma di protezione: 28,8% di protezione internazionale e 42,5% di protezione umanitaria.
Questi ultimi si trovano in una situazione di precarietà estrema, a seguito del decreto Salvini: il destino di queste 17 mila persone è quello di uscire dai progetti SIPROIMI, e nel corso del 2020 vedremo se i dati sull’anno 2019 confermeranno questa ipotesi.
Ma facciamo un passo indietro. Lo SPRAR è stato istituito con la legge 189 del 2002, anche se in realtà una rete di accoglienza decentrata che coinvolgeva comuni e organizzazioni del terzo settore nella sperimentazione di esperienze di accoglienza era già attiva dal 1999. Si tratta quindi di una pratica dal basso, che è poi stata istituzionalizzata diventando un sistema nazionale.
Il sistema è coordinato dal Ministero dell’Interno in collaborazione con ANCI, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. Gli enti locali che scelgono di aderire allo SPRAR possono fare domanda per accedere ai fondi ministeriali in qualsiasi momento, rispondendo ad un avviso pubblico sempre aperto.
Una volta che la domanda viene approvata dal Ministero, l’ente locale riceve un finanziamento triennale per l’attivazione di un progetto SPRAR sul proprio territorio. A quel punto l’ente pubblica a sua volta una gara d’appalto per assegnare le risorse ottenute ad un ente gestore, che deve essere un ente non profit (le famose “cooperative”, ma ci sono anche associazioni). La proposta ritenuta migliore ottiene l’appalto per la gestione del progetto SPRAR, con il comune che rimane comunque come ente di riferimento. Non è chiaro al momento se queste procedure subiranno qualche cambiamento.
I progetti devono implementare il principio base del sistema SPRAR: l’accoglienza integrata, che implica la costituzione di una rete locale (con enti del terzo settore, volontariato, ma anche altri attori) per curare un’integrazione a 360 gradi nella comunità locale, da realizzarsi attraverso attività di inclusione sociale, scolastica, lavorativa, culturale.
Gli enti devono individuare gli alloggi in cui inserire i beneficiari, che possono essere appartamenti o centri collettivi di piccole (15 persone circa), medie (fino a 30 persone) o grandi (più di 30 persone) dimensioni. Di fatto vengono utilizzati soprattutto gli appartamenti, che rappresentano il 90% delle strutture disponibili.
Negli alloggi i rifugiati e titolari di protezione sussidiaria possono restare per sei mesi, prorogabili di altri sei mesi, durante i quali sono accompagnati a trovare una sistemazione autonoma. Oltre agli alloggi, gli enti gestori sono chiamati a fornire una serie di beni e servizi: pulizia e igiene ambientale (che sono comunque anche svolti dagli ospiti in autogestione); vitto (colazione e due pasti principali, meglio se gestiti in autonomia dagli ospiti); attrezzature per la cucina; abbigliamento, biancheria e prodotti per l’igiene personale di base; una scheda telefonica e/o ricarica; l’abbonamento al trasporto pubblico urbano o extraurbano sulla base delle caratteristiche del territorio.
Ci sono poi una serie di altri servizi per l’inserimento sociale che fanno la differenza per l’obiettivo di una reale accoglienza e integrazione: iscrizione alla residenza anagrafica del comune; ottenimento del codice fiscale; iscrizione al servizio sanitario nazionale; inserimento a scuola di tutti i minori; supporto legale; realizzazione di corsi di lingua italiana, o iscrizione e accompagnamento a corsi del territorio; orientamento e accompagnamento all’inserimento lavorativo; orientamento e accompagnamento all’inserimento abitativo; attività socio-culturali e sportive.
Per fare tutto questo ci vuole personale. Gli enti gestori quindi assumono operatrici e operatori che lavorino nei progetti a supporto dei beneficiari. Si tratta solitamente di: personale di coordinamento e amministrazione, operatori sociali, psicologi, assistenti sociali, operatori legali, interpreti e mediatori culturali, insegnanti di lingua italiana, addetti alle pulizie, autisti, manutentori. Nel 2018 il totale di persone impiegate nei progetti SPRAR è stato di 13.958 persone (donne per il 60%) il cui destino, visto il ridimensionamento del sistema, è molto incerto.
Il personale rappresenta la spesa più importante nei progetti. La restante quota va all’attivazione di servizi per l’integrazione (borse lavoro, iscrizione a corsi o ad attività sportive o culturali), eventuali interventi di manutenzione alle strutture, il pocket money che va direttamente in mano ai beneficiari, e che possono spendere come desiderano. Si tratta di un contributo che va dagli 1,5 ai 3 euro al giorno, che incide per meno del 10% sul costo dei progetti.
Per quanto riguarda la distribuzione territoriale dei progetti SPRAR/SIPROIMI, questa la mappa dei comuni dove erano presenti strutture di accoglienza SPRAR alla fine dell’anno.
FONTE: ATLANTE SPRAR 2018

Come si nota, i comuni coinvolti sono pochi, soprattutto al centro-nord: circa 752 su ottomila. Eppure il sistema SPRAR è riconosciuto come una buona pratica sotto diversi punti di vista: garantisce un coordinamento proficuo tra Stato centrale e enti locali, pone attenzione alla distribuzione territoriale dei migranti, garantisce un supporto all’inserimento sociale molto importante per prevenire conflitti con la popolazione locale, si prende cura anche di categorie vulnerabili con servizi dedicati, come i minori non accompagnati e i disabili.
Nonostante questo il sistema, seppur in crescita costante negli ultimi anni, non era mai riuscito a decollare dal punto di vista quantitativo, ed è per questa ragione che è stata introdotta l’accoglienza straordinaria (i CAS, di cui diremo fra poco). Un sistema, lo SPRAR, che dopo il decreto Salvini diviene ancora più irrilevante, dando probabilmente il colpo di grazia a una delle esperienze più virtuose del sistema di welfare italiano recente, seppur tra mille ostacoli e difficoltà.
Per dare un’idea del cambiamento in atto, riportiamo anche gli ultimi dati aggiornati a ottobre 2019. I progetti sono diminuiti dagli 877 del 2018 a 844, i comuni coinvolti sono scesi a 713, i posti disponibili sono diminuiti da 35.881 a 33.625. Una ancora limitata ma evidente contrazione del sistema, che dovrebbe ulteriormente accentuarsi nel corso del 2020.
L’accoglienza straordinaria: i CAS
Lo abbiamo detto, pochi comuni aderiscono allo SPRAR/SIPROIMI, e questo ha reso il sistema insufficiente a rispondere al bisogno di accoglienza delle centinaia di migliaia di richiedenti asilo in arrivo in Italia, almeno tra metà 2014 e metà 2017. Per questo sono stati introdotti i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), concepiti come strutture temporanee da aprire nel caso in cui si verifichino “arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti” (Decreto Legislativo 142/2015, art. 11) che non sia possibile accogliere tramite il sistema ordinario.
I CAS tuttavia sono nel tempo diventati la regola, e il loro nome è quanto mai improprio. Si tratta infatti non necessariamente di centri (si possono usare anche appartamenti, come nello SPRAR) e l’accoglienza è tutt’altro che straordinaria: si tratta infatti della modalità ordinaria in cui vengono inseriti i migranti (il 75% delle presenze).
A differenza dei progetti SIPROIMI, gestiti da enti non profit su affidamento dei comuni, i CAS possono essere gestiti sia da enti profit che non profit su affidamento diretto delle prefetture. Ogni prefettura territoriale pubblica quindi delle gare d’appalto periodiche per l’assegnazione della gestione dei posti in modalità CAS.
I CAS possono essere gestiti in modalità accoglienza collettiva o accoglienza diffusa. L’accoglienza collettiva comprende strutture anche di centinaia di persone, che sono poi quelle che danno più spesso dei problemi sia per i migranti che per i territori dove sono situate: hotel, bed & breakfast, agriturismi, case coloniche. L’accoglienza diffusa avviene invece in appartamento e, seppur con meno garanzie di qualità rispetto agli appartamenti inseriti nello SPRAR, risulta comunque in un impatto più sostenibile sul territorio in cui viene attuata.
Come lo SPRAR, anche i CAS vengono finanziati con il Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo e vengono, come detto, assegnati tramite gare d’appalto basate su una retta giornaliera per ciascun utente. La retta media era fino a dicembre 2018 di 35 euro a persona accolta al giorno. Il Decreto Salvini ha tuttavia abbassato notevolmente queste rette, come riportato in questa analisi dei bandi pubblicati dopo l’entrata in vigore del decreto dal Rapporto Invece si può! curato dalla cooperativa Inmigrazione e da Oxfam.


I tagli sono dunque più importanti per i servizi di accoglienza diffusa, ossia nei piccoli appartamenti sparsi, favorendo quindi la concentrazione di migranti in centri di media e grande dimensione. Questo taglio si riflette sostanzialmente nella necessità di tagliare sul personale impiegato e sui servizi offerti.
Come abbiamo spiegato più nel dettaglio in questo articolo, risultano fortemente limitati i servizi per l’integrazione: l’insegnamento della lingua italiana, il supporto alla preparazione per l’audizione in Commissione Territoriale per la propria richiesta di asilo, la formazione professionale, la gestione del tempo libero (attività di volontariato, di socializzazione con la comunità ospitante, attività sportive).
Spariscono o sono ridotte al minimo inoltre figure professionali volte al sostegno e assistenza in particolare alle persone vulnerabili: assistente sociale e psicologo. Tutti tagli che hanno portato numerose cooperative a rinunciare a partecipare ai bandi, ritenendo impossibile poter offrire un servizio dignitoso e professionale. La conseguenza è che sono incentivati a partecipare ai bandi soprattutto quei soggetti privati meno interessati alla qualità del servizio offerto e al benessere delle persone, e disposti a tagliare su tutto pur di gestire il servizio non in perdita.
Le prospettive del sistema di accoglienza dei migranti in Italia
Secondo gli ultimi dati disponibili, contenuti in questo dossier di OpenPolis, ad agosto 2019 sono presenti nel sistema di accoglienza dei migranti in Italia 101.540 persone. Un dato in continua decrescita dal 2017, quando si era raggiunto il picco delle 184 mila presenze.
Gradualmente la presenza di migranti nel sistema di accoglienza cala e, se il ritmo degli sbarchi non riprenderà, il sistema di accoglienza avrà un ruolo sempre meno rilevante nel paese. Ciò nonostante, nel 2018 i costi del sistema sono stati di circa 2,7 miliardi, in crescita rispetto al 2016 e 2017.
Si tratta dell’effetto di spese accumulate negli anni. A partire dal 2019 è prevista una riduzione della spesa. Un sistema dunque in prospettiva meno costoso, ma anche meno capace di lavorare sull’integrazione, di preparare i richiedenti asilo alla società italiana, di farli incontrare con le comunità di accoglienza. Cosa vale di più?"

gennaio 31, 2020

PALESTINA. Trump: un piano di pace per perpetuare l'occupazione israeliana


Vision for Peace Conceptual Map published by the Trump Administration on January 28, 2020



Presentato con Netanyahu a Washington il piano di Trump prevede che Israele possa annettere tutti i territori palestinesi occupati in Cisgiordania ed abbia Gerusalemme come capitale su cui esercitare sovranità unica; la creazione di uno Stato palestinese a sovranità limitata (privo di esercito e privo del controllo effettivo dei propri confini), un getto che ricorda i bantustan del Sudafrica dell’apartheid.

Secondo il canale 12 della TV israeliana il piano prevede uno stato di Palestina ma a condizioni che “nessun leader palestinese potrebbe accettare ragionevolmente”

Fra le proposte del piano ci sono infatti:

  • L'annessione di tutti gli insediamenti della Cisgiordania, il che vuol dire, in pratica e in aperta violazione del diritto internazionale, l’annessione di tutti i territori conquistati con la guerra del 1967 e da allora militarmente occupati, nonché di tutti quelli su cui sono stati costruiti insediamenti illegali nel corso degli ultimi decenni. In termini reali lo Stato israeliano verrebbe così ad annettersi circa il 40% della Cisgiordania, ma con le colonie ebraiche a macchia di leopardo, secondo alcuni calcoli, potrebbe arrivare ad annettersi fino a due terzi del territorio Palestinese.


  • L’annessione unilaterale della Valle del Giordano, territorio che ha un ruolo essenziale per il controllo delle risorse idriche della Cisgiordania e che era sotto il controllo della Giordania fino al 1967 e venne quindi occupato militarmente da Israele con la guerra dei sei giorni. La Palestina perderebbe in tal modo anche il confine con la Giordania.


  • L'annessione unilaterale delle alture del Golan (territorio siriano conquistato da Israele nella guerra del '67).


  • L’assegnazione di Gerusalemme alla sovranità di Israele come capitale indivisa, compresa quindi la spianata delle moschee sacra ai musulmani.


  • Il rifiuto di accettare il rientro dei profughi palestinesi, i 700 mila palestinesi che vennero espulsi e costretti a fuggire dai 500 villaggi occupati da Israele durante la guerra del '48. LA NAKBA 

A fronte di tutto ciò la promessa di investimenti per 50 miliardi di dollari: "ci sono molti stati pronti ad investire", ha assicurato Trump. "Gerusalemme non è in vendita, e i nostri diritti non si barattano" è la replica del presidente palestinese Abu Mazen che ha respinto il piano annunciato da Trump.

     Il "Piano del secolo", come è stato battezzato da Trump, peraltro non sta facendo molta strada e piace solo ad Israele.   

Queste le reazioni

Sul fronte palestinese

Il presidente dell’ANP Abu Mazen ha rigettato la proposta e promesso di proseguire la battaglia contro l’occupazione israeliana. Nella riunione d’emergenza convocata a Ramallah ha detto che Trump vuole imporre ai palestinesi qualcosa che non vogliono, e poi, testuali parole: «Abbiamo detto no e continueremo a farlo a qualsiasi accordo che non preveda la soluzione di due stati basata sui confini del 1967». Il primo ministro Mohammad Shtayyeh ha esortato la comunità internazionale a boicottare il piano, e l’ha bollato come una cospirazione per liquidare la causa palestinese. Sulla stessa linea anche Hamas e Jihad Islamica. Fin da subito in Cisgiordania e a Gaza sono iniziate proteste e manifestazioni.

Sul fronte mediorientale

I paesi più contrari sono Iran e Turchia, che l’hanno definito “il piano della vergogna” destinato a fallire.

Così l'Iran boccia senza appello la proposta di Trump: "Il vergognoso piano americano imposto ai palestinesi è il tradimento del secolo ed è destinato al fallimento… gli Usa stanno violando le risoluzioni Onu".

Il presidente turco Erdogan è intervenuto in prima persona: "Questo piano mira a legittimare l'occupazione, non servirà alla pace. Fallirà. E poi Gerusalemme è sacra per i musulmani: l'idea di Donald Trump che mira a dare Gerusalemme a Israele è assolutamente inaccettabile".

Sulla stessa linea gli sciiti libanesi Hezbollah, secondo cui il piano Trump è "un tentativo di eliminare i diritti del popolo palestinese”.


Reazione contraria anche da parte della Giordania, che ha messo in guardia Israele dal compiere azioni unilaterali, come l’annessione della Valle del Giordano.

Atteggiamento più morbido da parte di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, che invitano peraltro le parti a studiare la proposta e tornare ad aprire un negoziato. Sostenere una proposta del genere metterebbe questi governi in imbarazzo davanti alle opinioni pubbliche del mondo islamico. Alcune delegazioni erano presenti a Washington, ma al momento nessuno degli alleati degli Stati Uniti nella regione ha formalmente approvato l’accordo.

La Lega araba ha condannato il piano di Trump. In un comunicato il segretario generale della Lega Araba, Ahmed Aboul Gheit, ha sottolineato che da "una lettura preliminare emerge una consistente violazione dei diritti legittimi dei palestinesi".

Sul fronte internazionale

Le Nazioni Unite hanno preso le distanze e sottolineato che ogni soluzione deve passare per il Consiglio di sicurezza. L’Unione Europea ha dichiarato tramite l’Alto rappresentate per la politica estera – lo spagnolo Joseph Borrell – di aver bisogno di tempo per “studiare accuratamente” i dettagli del piano. Per Bruxelles l’unilateralismo di Trump (e Netanyahu) è l’ennesimo sgarbo diplomatico proveniente da oltreoceano, un’altra dimostrazione dell’irrilevanza politica dell’UE su dossier fondamentali. Sarà un altro scossone all'orgoglio dei Paesi del vecchio continente.

Anche i vescovi cattolici di Terrasanta si sono mostrati contrari al piano e sottolineano che la soluzione del problema israelo-palestinese può venire soltanto da un accordo negoziale tra i due popoli in base a “proposte fondate su eguali diritti e pari dignità”. L’iniziativa di Trump, afferma l’episcopato cattolico di Terrasanta, “non contiene alcuna di queste condizioni. Esso non garantisce dignità e diritti ai palestinesi… va considerata come una iniziativa unilaterale, che avalla tulle le pretese di una parte, quella israeliana, e la sua agenda politica”.

mg



dicembre 26, 2019

PALESTINA. Quattro domande sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania



La La costruzione di un insediamento israeliano a Beitar Illit, in Cisgiordania, il 7 aprile 2019

La politica statunitense è decisiva per le sorti della Palestina, del progetto di due Stati e in conclusione per la pace.
L’amministrazione Obama aveva contribuito a creare un clima di relativa convivenza sostenendo le ragioni del diritto internazionale. Ricordiamo infatti che in occasione della Risoluzione n. 2334 del 23 Dicembre 2016 con cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riaffermò lo status di territori occupati per Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e dichiarò illegali le colonie israeliane qui insediate, l’amministrazione Obama allora in carica per la prima volta non esercitò il proprio diritto di veto! Dal 20 gennaio 2017, giorno dell’inaugurazione della presidenza statunitense di Donald Trump, il governo israeliano, grazie al decisivo appoggio di quest’ultimo, ha invece incrementato in modo decisivo la politica degli insediamenti in territorio palestinese aumentando in tal modo le tensioni con lo Stato di Palestina.

Va infatti sottolineato che le colonie israeliane sono l’elemento centrale della strategia israeliana in Cisgiordania – e, proprio per questo, sono uno dei principali ostacoli a una soluzione condivisa del conflitto israelo-palestinese – poiché estendono la presenza israeliana nei territori palestinesi ben oltre quella, greve ma in qualche modo temporanea e removibile, dell’esercito.

Il 18 novembre scorso il segretario di stato statunitense Mike Pompeo ha dichiarato che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania non violano il diritto internazionale!

Di contrario avviso è invece la Procuratrice capo della Corte Penale Internazionale che la settimana scorsa ha aperto un'inchiesta per crimini di guerra e si è detta “convinta che vi sia una base ragionevole per avviare un’indagine sulla situazione in Palestina”.

Dov Waxman, professore di studi israeliani e autore di un nuovo manuale sul conflitto palestinese, traccia la storia degli insediamenti e spiega perché sono così controversi. Riportiamo il suo articolo pubblicato su The Conversation, (Regno Unito), nella traduzione di Andrea Sparacino pubblicata da Internazionale.

“Quattro domande sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania

1- Perché il possesso dei territori in Cisgiordania è così contestato?
Nel maggio 1967 in Cisgiordania, una regione collinare poco più grande della Liguria, non ci viveva un singolo israeliano. All'epoca la Cisgiordania era abitata da circa un milione di palestinesi, sottoposti da due secoli al controllo (sgradito) della Giordania.
Israele ha conquistato la Cisgiordania durante la guerra dei sei giorni del giugno 1967. Da quel momento i civili israeliani hanno cominciato a trasferirsi nella regione, inizialmente in aree (per esempio Kfar Etzion) popolate da comunità ebraiche prima della fondazione dello stato ebraico nel 1948.
Nel 1968 un rabbino di nome Moshe Levinger, insieme a un piccolo gruppo di seguaci che sostenevano una versione messianica del sionismo religioso, si trasferì nell’antica città di Hebron, nel cuore della Cisgiordania. Hebron è una città sacra per gli ebrei, ritenuta luogo di sepoltura dei patriarchi e delle matriarche come Abramo, Isacco, Giacobbe, Sara, Rebecca e Lea.
Nel corso degli anni la popolazione ebraica in Cisgiordania è cresciuta in maniera esponenziale. Oggi circa 430mila ebrei vivono in 132 insediamenti riconosciuti ufficialmente (qui una mappa aggiornata realizzata dalla Bbc) e in 121 avamposti non ufficiali che hanno richiesto l’approvazione del governo di Israele, senza averla ancora ottenuta. I coloni, che rappresentano circa il 15 per cento della popolazione totale della Cisgiordania, vivono in comunità separate dai circa tre milioni di palestinesi che risiedono nella zona.

2- Perché i palestinesi si oppongono agli insediamenti israeliani?
Anche se ebrei e palestinesi sono vicini e spesso colleghi di lavoro, è raro che i rapporti siano amichevoli. I palestinesi della Cisgiordania, in maggioranza musulmani, si considerano gli abitanti indigeni della zona, anche perché i loro antenati hanno vissuto e coltivato la Cisgiordania per secoli.
I palestinesi ritengono che gli insediamenti in Cisgiordania siano costruiti su terreni rubati e che l’uso dell’acqua (una risorsa preziosa) da parte dei coloni sia altrettanto illegale.
Spesso i palestinesi subiscono le persecuzioni dei coloni più estremisti, senza che i soldati israeliani intervengano per evitare i crimini. I resoconti di aggressioni violente contro i palestinesi compiute da coloni armati, che spesso bruciano i campi e sradicano gli ulivi, si contano a centinaia.
Inoltre lo stato ebraico si è impossessato di alcune aree della Cisgiordania per costruire una rete stradale che collega gli insediamenti tra loro e con Israele. Queste strade sono generalmente vietate agli autisti palestinesi e di conseguenza ne limitano la libertà di movimento, rendendo gli spostamenti all'interno della Cisgiordania più difficili e lenti.
I checkpoint dell’esercito che costellano la Cisgiordania, concepiti per proteggere gli israeliani dagli attentati, limitano e complicano la mobilità dei palestinesi.

3- Perché gli israeliani vogliono vivere in Cisgiordania?
I motivi per cui gli israeliani vogliono vivere in Cisgiordania sono vari.
Lo stereotipo del colono ebreo come fanatico religioso, deciso a riconquistare l’antica patria che secondo l’ebraismo sarebbe stata affidata da Dio al popolo eletto, non è accurato. Secondo le stime appena un quarto dei coloni vive in Cisgiordania per motivi religiosi.
Gli estremisti religiosi rappresentano una minoranza molto rumorosa e visibile, e generalmente vivono in piccoli insediamenti nell'entroterra della Cisgiordania. Questi coloni considerano la loro presenza come uno strumento per garantire un controllo permanente degli ebrei sul territorio, che indicano con i nomi biblici di “Giudea” e “Samaria”. Vivendo in Cisgiordania, ritengono di rispettare il volere di Dio e favorire l’attesa venuta del Messia.
Tuttavia la maggior parte dei coloni ebrei della Cisgiordania vive in quei territori per ragioni economiche. Gli incentivi e gli investimenti del governo israeliano per spingere gli ebrei a trasferirsi in Cisgiordania rendono il costo della vita nettamente inferiore rispetto a quello che si registra all’interno di Israele.
Molti ebrei della Cisgiordania sono laici, soprattutto quelli che si sono trasferiti dai paesi dell’ex Unione Sovietica all'inizio degli anni novanta.
Altri, come gli ebrei ultra ortodossi (in aumento), sono effettivamente convinti che Dio abbia regalato la Cisgiordania a Israele, ma si sono trasferiti soprattutto perché attratti dagli alloggi economici e dalla migliore qualità della vita.

4- Gli insediamenti israeliani sono legali o illegali?
La maggior parte degli esperti e le Nazioni Unite ritengono che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania siano una violazione del diritto internazionale.
La convenzione di Ginevra del 1949, firmata da Israele, proibisce a uno stato occupante di trasferire civili nei territori occupati. Secondo la Corte internazionale di giustizia, principale istituzione giuridica delle Nazioni Unite, la Cisgiordania è da considerare un territorio occupato, in quanto non faceva parte di Israele prima che l’esercito la conquistasse nel 1967. Anche le acquisizioni territoriali sono proibite dal diritto internazionale.
Il governo israeliano sostiene che la convenzione di Ginevra non si applichi alla Cisgiordania, perché fa riferimento unicamente alla possibilità che uno stato occupi il territorio di un altro stato. Israele considera la Cisgiordania un “territorio conteso”, non occupato. Inoltre, secondo il governo israeliano, se anche la convenzione di Ginevra fosse applicata, vieterebbe solo i trasferimenti coatti di civili, come le deportazioni operate dalla Germania nazista, e non il movimento volontario delle persone verso i territori occupati.
La nuova posizione dell’amministrazione Trump secondo cui gli insediamenti israeliani non sono illegali rafforza le tesi di Israele sulla Cisgiordania. Ma è molto difficile che possa legittimare gli insediamenti israeliani agli occhi della comunità internazionale”.
mg

novembre 24, 2019

PALESTINA. Israele: dall'occupazione militare alla colonizzazione dei territori palestinesi.


In questo articolo da Huffpost il professor Francesco Chiodelli spiega perché la colonizzazione dei territori palestinesi  occupati militarmente da parte di Israele sia determinante e suscettibile di mettere fine al progetto di pace di "due Stati".


"Giorni fa Mike Pompeo, Segretario di Stato USA, ha dichiarato che gli Stati Uniti non considerano più le colonie israeliane in Cisgiordania illegittime, ossia contrarie al diritto internazionale. La stampa italiana ha dedicato ben poca attenzione a questa dichiarazione, considerandola probabilmente un fatto secondario. Non è così, purtroppo.

Le colonie israeliane sono l’elemento centrale della strategia israeliana in Cisgiordania – e, proprio per questo, sono uno dei principali ostacoli a una soluzione condivisa del conflitto israelo-palestinese – poiché estendono la presenza israeliana nei territori palestinesi ben oltre quella, greve ma in qualche modo temporanea e removibile, dell’esercito.
Le colonie rendono infatti permanente e, al contempo, ordinaria, l’occupazione. O meglio, aggiungono all’occupazione (militare) una vera e propria colonizzazione (civile), materializzandola in case, strade, scuole, negozi, parchi, ospedali, università. 

Come ho spiegato qui su HuffPost, oggi esistono circa 250 colonie in Cisgiordania, per lo più di carattere residenziale, che ospitano circa 400.000 israeliani (a cui si aggiungono circa 200.000 israeliani che vivono a Gerusalemme Est) – molti dei quali sono nazionalisti o religiosi iper-radicali, che scelgono di vivere nelle colonie per una questione ideologica, ossia per rivendicare la sovranità israeliana sui territori palestinesi.




L’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, così come la Corte di Giustizia Internazionale, hanno più volte sottolineato che la costruzione delle colonie – spesso direttamente promossa, avallata o legittimata dallo Stato di Israele – viola la Quarta Convenzione di Ginevra, che impedisce lo spostamento di popolazione civile nei territori occupati (atto giudicato “crimine di guerra” dalla Corte Penale Internazionale). Gli Stati Uniti sono stati per decenni allineati a tale interpretazione, fino, per l’appunto, all’altro giorno.
Questo cambiamento di linea non deve essere visto come un atto estemporaneo. Si colloca all’interno di una precisa strategia, cominciata con lo spostamento, l’anno scorso, dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Tale spostamento aveva rotto il primo dei due tabù internazionali rispetto al conflitto israelo-palestinese: il riconoscimento della sovranità israeliana su Gerusalemme “unificata”.

L’altro giorno si è rotto il secondo di questi tabù: la legittimazione del processo di colonizzazione israeliana della Cisgiordania. E la sensazione è che questa seconda decisione possa avere conseguenze ancor più profonde e devastanti della prima.
La prima decisione, infatti, per quanto politicamente grave, rappresenta in qualche modo il riconoscimento di un dato di fatto, di un risultato già ottenuto da parte dello Stato ebraico, ossia il controllo dell’intera Gerusalemme.
La seconda decisione, invece, rischia di essere un incentivo a perseguire un obiettivo a oggi non ancora raggiunto, e ancor più contestato e controverso del controllo israeliano su Gerusalemme: l’annessione israeliana di una parte rilevante dei territori palestinesi.
Non pare un caso che durante la recente campagna elettorale Benjamin Netanyahu abbia affermato che, in caso di riconferma nel ruolo di primo ministro, avrebbe annesso a Israele più del 20% della Cisgiordania, ossia la Valle del Giordano e le colonie israeliane. Questa affermazione era parsa inizialmente una boutade elettorale, la mossa sapiente di un politico esperto in un momento di difficoltà (anche per questioni giudiziarie).

Alla luce della dichiarazione di Mike Pompeo, quanto declamato da Netanyahu appare in tutta evidenza essere un vero e proprio progetto che potrebbe concretizzarsi a breve. Dopo essere passati dall’occupazione (militare) alla colonizzazione (civile), ora il cerchio è pronto per chiudersi con l’annessione – il tutto anche grazie all’avallo esplicito degli Stati Uniti e l’inazione del resto della comunità internazionale."
Fonte: Huffpost